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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2020-3-8

8/3/2020

Alle imprese servono soldi subito e non solo cuscinetti

Per evitare che la domanda di ospedalizzazioni per “sinovirus” ecceda l’offerta, il metodo di gestione dell’emergenza di massa - in attesa di un vaccino o comunque di riduzioni del pericolo - deve necessariamente adottare misure di rallentamento del contagio che bloccano i flussi commerciali. Ciò crea il rischio di una “catena di insolvenze” che porti poi, nel caso peggiore, ad una duratura depressione economica. Tale rischio sta crescendo in Italia e si teme salirà nel prossimo bimestre in tutto il mercato europeo. C’è un modo per minimizzare il pericolo di un numero di “morti economici” che superi la soglia di destabilizzazione sistemica? C’è ed è sorprendente che il governo italiano, vista l’evidenza da almeno tre settimane dell’impatto economico proiettivo, non l’abbia ancora adottato. Tuttavia, nelle emergenze non si critica, ma si aiuta chi le gestisce a trovare ed applicare soluzioni efficaci.

La soluzione più efficace per questo tipo di emergenza economica è fornire alle imprese a rischio di insolvenza per calo improvviso dei volumi di affari una “liquidità tampone” che permetta loro di pagare i fornitori, gli stipendi e le banche che forniscono credito nonché evitare il fallimento. Senza barriere, infatti, la catena di insolvenze, alla fine, arriverebbe fino alla disoccupazione massiva, destabilizzazione del bilancio statale e crisi bancaria. Come? Il modo più efficiente e rapido – la velocità è il fattore chiave  – è istituire un fondo di garanzia al 100% del credito alle imprese sotto stress. Di quanto? Bisogna usare la formula “fino a” perché i dati epidemiologici e medici non permettono ancora di attribuire probabilità ai casi migliore e, più importante, peggiore considerando che le misure anticrisi devono essere calibrate per applicazioni in riferimento al peggio allo scopo di evitarlo. Pertanto si tratta di un fondo di garanzia “modulabile”. Chi eroga i soldi? Necessariamente le banche perché hanno già i dossier valutativi delle aziende clienti. Il problema è che le migliaia di aziende italiane già in crisi e a rischio entro poche settimane di insolvenza sono piccole, per lo più senza riserve proprie e dipendenti dal “capitale di lavoro” fornito dal sistema bancario e non hanno merito di credito in queste condizioni. Per poterglielo fornire nel rispetto delle norme bancarie gli istituti hanno bisogno che lo Stato garantisca, appunto al 100%, l’erogazione di liquidità tampone. La cifra – valutata congiuntamente tra azienda e banca – andrebbe messa su un conto specifico dell’azienda e trattata come un mutuo lungo a interesse ridotto o zero (pensando anche ad una deroga d’eccezione per la sterilizzazione debitoria di tale posta nel bilancio delle imprese in relazione al merito di credito futuro). In tal modo le banche diventerebbero distributori garantiti di liquidità e agenti di terapia economica intensiva sul territorio. Stato, Regioni e Comuni non avrebbero la possibilità organizzativa di far arrivare soldi in modi puntuativi e rapidi dove serve, le banche sì a condizione della copertura statale. Tale misura, ovviamente da dettagliare, salverebbe imprese, in particolare le piccole e micro che sono prevalenti nel modello economico italiano, lavoro e banche stesse.

Altre misure già avviate dal governo quali il rinvio delle tasse, estensioni della cassa integrazione, ecc., sono certamente utili, ma appaiono “cuscinetti” che non possono avere da sole effetti significativi anticrisi: solo i soldi tampone erogati nei modi detti possono averlo.

Quanti? Il mio gruppo di ricerca ha cercato di combinare i dati correnti di stress del sistema delle imprese – con metodo di “nowcasting” - proiettandoli in relazione ad una stima preliminare di durata degli effetti economici, anche considerando che il più delle aziende stanno mostrando un forte capacità adattiva alla crisi, per inciso motivo in più per dare soldi alle imprese stesse affinché finanzino la loro reattività piuttosto che aspettare interventi assistenziali a perdere da parte dello Stato. Lo scenario abbozzato, avvertendo che si tratta di stima ancora molto incerta, assume un periodo di sei mesi, fino a settembre cioè, dove nei prossimi due o tre l’impatto economico sarà massimo e poi gradualmente si ridurrà con riprese parziali in alcuni settori. Da tale calcolo è emerso un fabbisogno ipotetico del fondo di garanzia statale “fino a 40 miliardi”. Ma anche uno reale di messa a disposizione di almeno 8 o 9 miliardi entro marzo – oltre ai 7,5 stanziati dal governo per altre misure - per tamponare la crisi che c’è già.

Non si possono escludere peggioramenti catastrofici qualora vi fosse un blocco prolungato dell’export a seguito di un contagio mondiale né contenuto né mitigato. Né si può escludere un impatto di ritorno a seguito della crisi di altri europei. Ma nemmeno si può escludere un vaccino accelerato, una mutazione meno pericolosa del virus, ecc., anche se la speranza che il virus stesso sparisca come accadde per la Sars 1 nel 2003 viene messa in dubbio. Pertanto, in attesa di precisazioni epidemiologiche e mediche, appare razionale portare il fondo di garanzia “fino a” 40 miliardi su un orizzonte di sei mesi, ma senza escludere ampliamenti. Che la Bce riduca ancora i tassi non serve. Serve invece che riattivi il programma di prestito a costo zero alle banche per dare loro liquidità per il credito alle imprese (Tltro), almeno “fino a” 250 miliardi per l’Eurozona, eventualmente espandibile. Nell’incertezza è la disponibilità di liquidità illimitata che ricrea la fiducia. 

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