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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2019-12-8

8/12/2019

Il rimedio che peggiora il male

Il governo sta cercando di correggere le fesserie presenti nelle bozze preliminari della sua politica economica e fiscale con il risultato, però, di peggiorarle. Per esempio, il gettito potenziale perduto per la cancellazione della tassa sulle auto aziendali viene recuperato riducendo gli investimenti pubblici con esiti comunque depressivi. Altri esempi sono perfino più impressionanti.    

Tassa sui prodotti di plastica. Il governo la ha rinviata a luglio e dichiarato che il suo impatto è stato ridotto dell’85%. Critica 1: la previsione di un costo fiscale futuro comunque blocca subito gli investimenti nei settori interessati in attesa di precisazioni. E senza investimenti continui un’azienda diviene de-competitiva esponendosi ad una crisi prospettica. Critica 2: l’impatto ambientale negativo delle plastiche è principalmente dovuto a comportamenti non disciplinati dei consumatori e a un gap dei sistemi di raccolta dei rifiuti e riciclaggio. Quindi, prima di tassare i produttori, appare realistico intervenire sulle prassi e sulle tecniche di gestione dei rifiuti. Critica 3: se lo scopo è ambientalista, va annotato che una minitassa, poi scaricabile sul costo del prodotto, per inciso rendendolo meno concorrenziale nei confronti di uno simile importato da nazioni non regolamentate né tassate, per esempio la Cina, non avrebbe gli effetti voluti. Se lo scopo è drenare soldi con la scusa ambientalista, una minitassa è comunque poca roba che però comporta un significativo rischio industriale. C’è una via migliore sul piano della sostenibilità ambientale? Certamente: incentivi fiscali alle aziende che investono sulla trasformazione ecocompatibile, favorendone la competitività globale in relazione a sistemi industriali meno evoluti in presenza di una crescente attenzione dei consumatori per la riduzione dell’impatto ambientale delle plastiche. Per altro, le aziende del settore stanno già confrontandosi con questa caratteristica dei consumatori. Per esempio, un’azienda che fa pacchetti plastici di prodotti ha rilevato casi crescenti di bambini in lacrime che dicono alla mamma di non prendere quel prodotto perché il suo contenitore uccide i delfini. La colpa è ovviamente di chi butta le plastiche in mare e non di chi le produce, ma un’azienda deve adattarsi continuamente agli umori di mercato e tutte stanno cercando nuovi modi per fare prodotti che evitino dissensi. Lo Stato dovrebbe aiutarle e non tassarle. Ma le tassa e le espone all’incertezza rinviando.

Tassa sugli zuccheri. Il governo la ha rinviata ad ottobre “per permettere alle aziende di adeguarsi”. Ha fatto una ricerca lampo per capire quanto tempo sia necessario per un cambio di tecnologia produttiva? Non sembra. Infatti ci vogliono almeno un paio d’anni, e tanti soldi, primo punto. Secondo: tutte le aziende che fanno prodotti con gusto dolce stanno già modificando la tecnologia per adeguarsi ad un mercato dove i consumatori sono sempre più sensibili alla minimizzazione di zuccheri e grassi e dove i governi impongono standard salutistici restrittivi. Anche in questo caso il problema degli zuccheri dovrebbe trovare soluzioni nell’educazione dei consumatori. Ma il punto è che le aziende italiane devono comunque de-zuccherare perché così impone la domanda globale e il governo dovrebbe aiutarle fiscalmente. Questo, invece, le tassa, pur rinviando, appunto, cadendo nell’errore di deprimere gli investimenti stessi. Peggio, colpendo intanto le bibite apre la strada per tassare tutta l’industria del dolce – portante per il Pil italiano – creando dubbi per nuovi investimenti nel settore. Incompetenza o imbroglio, cioè si tassano prodotti demonizzati dal salutismo per giustificare una predazione fiscale? In ambedue i casi l’azione del governo è controproducente, perfino surreale.  

 Il sacrificio del buongoverno per salvare una maggioranza è tipico dei governi di coalizione, ma in questo si sta andando oltre la soglia di sostenibilità da parte del sistema economico italiano. La maggioranza è influenzata da de-sviluppisti, comunisti, verdisti, giustizialisti, ecc., che se ne infischiano della realtà economica, dove questa è difesa da un nucleo di sinistra centrista che però la esercita in modo debole – e comunque geneticamente contaminato dal sinistrismo -   perché ha la priorità di evitare nuove elezioni concedendo spazio a qualsiasi mattana con un premier che asseconda con opportunismo tale azione. Questa integrazione tra Babele, Sodoma e Gomorra non è il solito disordine politico al quale siamo adattati da decenni, ma un caos distruttivo che segnala l’urgenza di un sistema elettorale maggioritario e, soprattutto, dell’elezione diretta e separata di un presidente della Repubblica. Tale soluzione è urgente anche per incanalare entro istituzioni democratiche il crescente consenso verso “l’uomo forte” alimentato dall’incertezza e dai danni del caos.           

(c) 2019 Carlo Pelanda
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