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Carlo A. Pelanda
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La Verità

2017-12-12

12/12/2017

Gerusalemme capitale è un prodotto dell’alleanza tra America Arabia e Israele

La decisione dell’Amministrazione Trump di portare a Gerusalemme l’ambasciata, atto che ne implica il riconoscimento come capitale d’Israele in contrasto con la dottrina dei due Stati che la vede anche come capitale dei palestinesi, è un atto di irrazionale avventatezza, come commentato dal più dei media e, pur in linguaggio diplomatico, dai governi europei, o una strategia meditata?

In premessa va ricordato che lo spostamento dell’ambasciata è un atto approvato da anni dal Congresso e che da tempo, ogni sei mesi, viene sospeso dall’Esecutivo. Trump ha deciso di non sospenderlo più. Nella conferenza stampa in cui l’ha annunciato era evidentemente consapevole del vespaio che tale decisione avrebbe creato: in modo ripetitivo e agitato ha sottolineato che l’atto non implicava l’abbandono da parte dell’America di un impegno per la pace e che avrebbe inviato subito, come è accaduto con un insuccesso diplomatico, il vice Pence a fare un giro di rassicurazione in Palestina e dintorni. Tali immagini hanno alimentato nei critici l’idea che Trump non sia stato consapevole delle conseguenze. In realtà provano che lo era. Inoltre da giorni aveva avvertito i principali interlocutori arabi che avrebbe fatto la mossa. Israele, soprattutto, è da settimane che si prepara a contenere l’Intifada ora in atto. In sintesi, si tratta di una strategia. Quale? Alcuni sostengono che abbia voluto creare una situazione di conflitto per dirottare le attenzioni dei media casalinghi sulle accuse di relazione opache con la Russia in campagna elettorale. Altri ritengono che Trump abbia voluto dimostrare che mantiene le promesse fatte in campagna, Gerusalemme capitale è una di queste per compiacere le élite bibliste che vedono l’America come Seconda Gerusalemme protettrice della prima ed erede della sua missione, sia per ottenere consenso sia per dissuasione verso l’esterno. Difficile precisare il lato interno. Ma ci sono motivi sul lato esterno che giustificano la mossa strategica.

Washington ha la priorità di contenere l’espansione di Russia e Iran e in questa di eliminare in Libano il dominio degli Hezbollah filoiraniani e di mostrare all’Arabia saudita che l’America saprà aiutarla contro l’Iran stesso, anche per evitare che i sauditi, convergenti con la Russia in materia di prezzi del petrolio, espandano la collaborazione con Mosca. Probabilmente gli esperti di Trump gli avranno suggerito che bisogna ingaggiare Israele sia come potere nucleare di teatro per evitare che i Saud chiedano l’atomica sia come forza armata capace di eliminare i proxy filo iraniani nell’area, cioè Hezbollah e Hamas. In cambio bisognava dare qualcosa a Israele: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, per cominciare. Trump, probabilmente, non ha l’intenzione di cambiare la dottrina dei due Stati contigui, Palestina e Israele, ma sembra disposto ad abbandonarla per un obiettivo di rilievo maggiore, considerando che anche l’Arabia saudita non ha interesse a difendere i palestinesi nel momento in cui ha bisogno di una convergenza con Israele. Mancano importanti dettagli, ma s’intravede un gioco strategico. Per tale motivo avrei preferito che l’Italia stesse zitta prima di dichiararsi in contrasto con l’America o per lo meno mostrasse riluttanza prima di aderire all’invito, di fatto pro-iraniano e pro-Hezbollah, della Francia (che si considera protettrice del Libano) a dissociarsi come ha fatto intelligentemente la Germania. Il punto: la mossa di Trump ha sbloccato lo scenario mediorientale e ha messo l’America non più in posizione di mediatore, ma di protettore dei sunniti. Gli europei hanno l’opportunità di fare con profitto i mediatori tra America e Russia-Iran, e quindi appare controproducente sul piano tecno-diplomatico mettere a rischio tale profitto potenziale per stare con la Francia che sostiene la parte avversa all’America. Ancor più strana è la difesa dell’idea di dare uno Stato ai palestinesi nel momento in cui questi mostrano, oltre alla corruzione che rende vago ogni accordo incentivante, di non saper controllare gli sciiti di Hamas collegati a Hezbollah. Dalla tomba, immagino, sta sorridendo Sharon che anni fa progettò una strategia per tornare alla Giordania parte dei territori occupati da Israele e incentivare l’Egitto  a prendere il controllo di Gaza. Chiaramente Giordania ed Egitto non vorranno incorporare tali virus, ma, qui forse la novità, l’Arabia saudita ha i mezzi e l’interesse per incentivarli o forzarli e chiudere così la stramaledetta questione palestinese. Sarà questo il secondo compenso per l’ingaggio di Israele? Tale opzione è una mia fantasia, ma la scossa data al teatro permette di pensarla. Israele? Sa che deve combattere per vivere e combatterà, sperando che la convergenza con Arabia e America porti a conflitti che poi chiudano con un nuovo equilibrio sia la questione palestinese sia quella mediorientale più generale.

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