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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-7-3

3/7/2016

L’Ue ci lasci riparare da soli le banche

Cambio di strategia: per ridurre la propria vulnerabilità finanziaria, l’Italia non deve chiedere aiuti europei, ma pretendere più autonomia per attivare strumenti sovrani, pur compatibili con le euroregole. Ad ogni turbolenza internazionale corrisponde una penalizzazione eccessiva del sistema bancario italiano e conseguentemente degli indici di Borsa dove il peso delle banche è prevalente. A gennaio stime meno ottimistiche sulla crescita globale e dell’Eurozona hanno massacrato più che altrove banche e Borsa Italiane. In giugno il Regno Unito vota l’uscita dall’Ue, in un referendum consultivo e non vincolante, e Borsa italiana perde più di qualsiasi altra al mondo, le banche a picco. Tali dati mostrano che l’ombrello Bce, pur irrinunciabile, non basta per evitare de-valorizzazioni ingiustificate all’Italia. E fanno ipotizzare che le turbolenze possibili nei prossimi mesi, a seguito di elezioni incerte in America, Francia e Germania e, prima, in Italia per un’eventuale caduta del governo Renzi dopo il referendum costituzionale, potrebbero mettere l’Italia stessa in una crisi di fiducia non riequilibrabile da interventi diretti europei, perché troppo limitati, e via nostra crisi far implodere l’euro. Pertanto è interesse comune sia dell’Italia sia dell’Eurozona attivare nuovi strumenti sovrani meno limitati. Tale considerazione realistica ha favorito la recente concessione all’Italia di poter utilizzare, per sei mesi e in caso d’emergenza, fino a 150 miliardi di garanzie statali nazionali per sostenere il sistema bancario se colpito da azioni ribassiste. Da un lato è uno scudo preventivo forte. Dall’altro, non risolve il problema strutturale della ricapitalizzazione di alcune banche combinato con lo smaltimento dei crediti deteriorati nei bilanci degli istituti che richiede l’intervento temporaneo di denaro statale, in forma di garanzia o di ricapitalizzazione diretta, e che resta eurovietato. Il governo sta negoziando spazi maggiori per gli aiuti di Stato senza toni aggressivi e cercando di allargare le procedure in deroga già presenti nell’ordinamento europeo. Tale metodo è intelligente, ma non sembra avere l’incisività sufficiente per ottenere il permesso di impiegare le quantità che servono a riparare il sistema bancario. Quanto serve? Le stime correnti ipotizzano dai 5 ai 10 miliardi. Ma sarebbe più rassicurante rendere disponibili almeno 40 miliardi, non necessariamente da utilizzare tutti, per convincere il mercato finanziario che il sistema italiano sarà certamente riparato, ottenendo l’effetto “fiducia” che farebbe partecipare più investitori privati stranieri alla riparazione stessa oltre a quelli privati italiani che finora hanno messi i soldi nel fondo privato riparabanche Atlante con riluttanza proprio per l’incertezza dell’operazione. Penso a un fondo statale con ampia facoltà d’intervento in deroga al divieto europeo di aiuti di Stato, a tempo limitato, con impieghi remunerati e non “a perdere” come se fosse un investimento e quindi non computabile nel deficit, quindi non causa di più tasse, pur entrando nel calcolo del debito. Ma tale soluzione che stabilizzerebbe il sistema del credito e alzerebbe la crescita, migliorando il voto di affidabilità dell’Italia, trova ostacoli o comunque disponibilità insufficienti a Bruxelles. Per questo suggerisco di caricare la proposta italiana sia con più teoria sia con più dissuasione. Teoria: la cessione di sovranità economica non può restare senza ritorno di strumenti nazionali per risolvere problemi specifici (Pelanda e Savona, Sperling, 2001 e 2005). L’Italia, cioè, dovrebbe proporre un’Europa più elastica non in termini di stiracchiamento delle regole senza cambiarle, ma in quelli di nuove regole che ammettano autonomie nazionali differenziate, entro uno schema eurocompatibile. Tale nuovo euromodello, che implica aggiunte ai trattati senza doverli modificare, scaricherebbe l’Ue da eventuali obblighi mutualistici dando ai singoli Stati più facoltà di usare risorse sovrane di scala sufficiente per risolvere da soli i problemi nazionali, cosa anche compatibile con la sensibilità tedesca. Per la parte dissuasiva, invece, la teoria c’è già: i vincoli europei agli aiuti di Stato sono in conflitto con l’Articolo 47 della Costituzione italiana che tutela il risparmio e ciò obbliga il governo a riparare il sistema bancario con denari fiscali propri. Gli argomenti positivi e legittimi per forzare la trattativa, o comunque agire in deroga sovrana, ci sono.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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