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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2009-5-10

10/5/2009

San Marino sotto attacco

L’assedio dell’Italia contro la Repubblica di San Marino ha attirato l’attenzione della comunità internazionale dei difensori della libertà di cui sono parte attiva. Non è ancora  il caso di formare una brigata internazionale liberista che venga a soccorso, ma la questione è  grave al punto da metterla in pre-allarme.   

 Lo scopo evidente, e non nuovo, dell’offensiva italiana è quello di eliminare la competitività finanziaria sanmarinese. Recentemente tale obiettivo è stato caricato di intensità dalla scelta strategica di deviare le attenzioni dalla crisi recessiva. La strategia appartiene al ceppo classico del “capro espiatorio”: la crisi è dovuta ai demoniaci untori del capitalismo selvaggio, facciamoli fuori tutti ed il mondo sarà salvo. Fesseria? Certo, ma funziona sul piano del consenso. La pressione contro il segreto bancario capeggiata da Sarkozy in occasione del G20, ma perseguita da tutti i governi più colpiti dalla crisi, ovviamente lasciando fuori le proprie piazze finanziarie, ha come causa principale questo intento strategico più che la necessità di recuperare  denari fiscali migrati. Nel caso particolare di San Marino è attuata con maggior intensità non perché l’Italia sia più aggressiva o la Repubblica troppo piccola, ma perché dal 1939 in poi le relazioni tra i due Stati non sono state precisate, lasciando tutto senza certezze e regole dettagliate. In questa ambiguità per l’Italia è naturale trattare San Marino come una sua provincia particolare da normalizzare più che come Stato sovrano con cui negoziare rispettosamente.       

Ed è qui che nasce il problema. Da un lato, non possiamo negare che esistano le ragioni per una rinegoziazione delle relazioni tra i due Stati sul piano del regime regolamentare fiscale e finanziario. Ma, dall’altro, a San Marino deve essere lasciato il tempo per fare tali negoziati, dove il “tempo” riguarda il rispetto della sovranità, cioè della procedura interna per riorganizzare le regole allo scopo di adattarle in modo bilanciato alla trattativa con l’estero. A San Marino tale tempo non viene dato dall’Italia. La Guardia di finanza controlla ogni transito periodicamente, fatto legittimo, ma con una aggressività che assomiglia ad un atto di guerra; alle banche sanmarinesi non è permesso fare semplici operazioni in Italia; ecc. Di fatto, il marchio territoriale di San Marino è stato bombardato con grave danno strutturale per la Repubblica. Tale violenza demonizzante fa temere nel futuro una distruzione totale della piazza finanziaria sanmarinese.

Il mercato finanziario appare contribuire per circa il 20% al Pil della Repubblica. Pazienza se lo si perde, potrebbe dire qualcuno. Ma se si fanno bene i calcoli sarà facile vedere che l’impatto potrebbe andare oltre il 50% della ricchezza nazionale. In tale scenario il gettito fiscale non sarà più sufficiente a pagare tutti i salari pubblici. Nel settore privato molti operatori nei servizi finanziari resteranno senza lavoro. La Repubblica non ha territorio e risorse proprie sufficienti per reinvestire in altre fonti di attrattività o reddito, soprattutto, in tempi brevi. Pertanto l’attacco alla libertà economica di San Marino implica il rischio di crisi generale della Repubblica – nonché di gravi danni ai dintorni riminesi -  e perdita della sua sovranità. Il piccolo Stato di San Marino deve avere un attrattore differenziale per attirare capitale e così finanziare la sua sovranità. Se si vuole depotenziare quello finanziario non è un dramma, a patto che venga lasciato il tempo e la possibilità per trovarne altri. Appunto, tale tempo non è stato concesso.

Questo è quello che si vede da fuori. Ma, dentro, devono essere i sanmarinesi a fare la propria analisi e a fare emergere con una qualche forma di pronunciamento della volontà popolare prevalente un indirizzo, una strategia. Cioè se il popolo di San Marino vorrà difendere la propria sovrana libertà o arrendersi. Nel primo caso chiamateci. Verremo.        

(c) 2009 Carlo Pelanda
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