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Carlo Pelanda: 2021-1-24La Verità

2021-1-24

24/1/2021

Distinguere tra ripristino e sviluppo

Fino a che si è in tempo, la politica italiana dovrebbe valutare tecnicamente quale parte dei 200 e passa miliardi dei fondi europei dovrebbe essere impiegata per il ripristino dei danni dovuti al disastro epidemico e quale, invece, investita nei progetti di sviluppo-modernizzazione. Mi si permetta un’esagerazione: non vorrei vedere centinaia di migliaia di disoccupati mentre vengono costruite altrettante colonnine di ricarica elettrica per la priorità della de-carbonizzazione. Il punto: bisogna armonizzare gli interventi di breve periodo e gli investimenti di medio-lungo, ma ora tale calibratura non sembra esserci.

Nella letteratura di ricerca sul post-disastro e ricostruzioni si può osservare la tendenza, dappertutto nel mondo, ad unire la spesa per il ripristino dei sistemi danneggiati e per impulsi allo sviluppo, ma che poi i secondi si trasformano in sprechi e in alcuni casi interferiscono con la priorità del ripristino, per esempio nel Belice. Fui testimone di un’aberrazione nel 1980 quando, giovane ricercatore in metodologia sistemica, fui chiamato a collaborare con il team che aveva la missione di stimare i danni del terremoto dell’Irpinia per l’allora ministero del Bilancio, guidato dal rigoroso Giorgio La Malfa. Ero in quel team perché dopo il terremoto del Friuli nel 1976, ancora dottorando, avevo proposto, con altri, di stimare il costo di ricostruzione al posto del risarcimento patrimoniale, e di separare ripristino e sviluppo. Il criterio fu recepito da una norma regionale, la ricostruzione fu rapidissima, costò solo 4mila miliardi di lire, e grazie alla priorità del ripristino del mercato privato senza interferenze stataliste il sistema economico riprese velocemente lo sviluppo. Nel caso della Campania e dintorni, invece, la stima del costo di ricostruzione fu di 12.500 miliardi di lire, ma la spesa reale, dopo 20 anni, fu di più di 100mila miliardi. Il giorno che il team doveva portare a Roma il rapporto, la Regione Campania insistette per sostituirlo con una sua relazione che estendeva senza motivo l’area disastrata e invocava l’unione tra interventi di rispristino e di sviluppo. L’insistenza fu tale che il capo del team, un architetto, dovette chiamare la Guardia di finanza per “liberare” il team stesso e portare a Roma sotto scorta il rapporto di stima del costo di ricostruzione “puro”. Ma alla fine vinse la politica per cui un disastro doveva essere trasformato in opportunità e l’Italia sprecò quasi 50 miliardi di euro di oggi, a debito, per non ottenere né sviluppo né rapidità del ripristino. Resti l’immagine di una fabbrica di barche (fallita) in mezzo agli splendidi monti dell’Irpinia. Ma anche quella di un gruppo di politici irpini che conquistò, poi negli anni ’80, un partito di maggioranza grazie alla gestione della massa di denaro piovuta in quel territorio. Odorate?

Il lungo inciso serve a spiegare il timore che i fondi europei vengano mal allocati. Amplificato dall’interesse dell’industria automobilistica tedesca a creare un’infrastruttura europea per le auto elettriche su cui sono già state investite decine di miliardi di euro e da quello più geopolitico sulla de-carbonizzazione che apre per l’Ue la speranza di collocarsi nel pianeta come “potenza eco-etica” per definirne importanti standard di mercato nonostante il potere politico-militare insufficiente. Lo “Eu Next Generation Fund” ibridato con il “Recovery Fund” è un rimarchevole esempio di pensiero strategico tedesco imperiale. Quando Giuseppe Conte ha negoziato i soldi europei per l’Italia, ha sì alzato il prezzo del costo tedesco per consolidare l’impero, ma forse non si è accorto che così firmava il vassallaggio dell’Italia accettando una condizionalità sistemica (riforme generali e ubbidienza per ottenere i soldi) mentre, paradossalmente, rifiutava la condizionalità selettiva del Mes.  Va aggiunto un capolavoro del rinnovato Stato maggiore tedesco: per non far pesare sul bilancio nazionale il costo dell’impero lo ha spalmato (una tantum) su tutti gli europei via eurobond. E in Italia un ampio numero di commentatori e politici lo ha interpretato come vero europeismo. Mi sembra evidente che in Italia non abbiamo personale politico adeguato. Per onestà va detto che anche persone ben più preparate delle attuali probabilmente non avrebbero forza negoziale con un’Italia talmente indebitata ed inefficiente da aver perso l’indipendenza. Tuttavia qualcosa si potrebbe fare o almeno tentare. Nell’immediato, certamente definire una formula che armonizzi ripristino e sviluppo con la logica che più si accelera il primo e più presto partirà la stimolazione del secondo, con un’area di parallelismo sul piano della digitalizzazione. Poi definire un ritaglio di priorità italiana: eco-adattamento, cioè messa in sicurezza di un territorio più vulnerabile degli altri europei ai fenomeni estremi del cambiamento climatico almeno in priorità parallela a quella della de-carbonizzazione. Infine, considerando che la rivoluzione tecnologica sta buttando fuori mercato circa ¼ dell’economia italiana, pretendere di calibrare almeno le ecoregole limitative per lasciare il tempo alle unità produttive di adattarsi. Pertanto non si tratta solo di riempire il formulario inviato dalla Commissione per descrivere i progetti europei già imposti, ma di adattarli alle specificità nazionali e alla logica di distinguere bene tra rispristino prioritario e sviluppo prospettico per evitare distorsioni in ambedue.   

(c) 2021 Carlo Pelanda
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