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Carlo Pelanda: 2020-3-26La Verità

2020-3-26

26/3/2020

L’imputabilità della Cina

Aumentano gli indizi che il regime cinese abbia intenzionalmente nascosto la pericolosità del nuovo virus all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), e al mondo, per un periodo tale da permetterne la diffusione globale senza contromisure. Ciò sostiene l’ipotesi di imputabilità di Pechino per violazione dell’accordo vincolante sulle “Regole internazionali per la salute” siglato da 196 nazioni nel 2005.L’Articolo 34 di tale accordo recita che gli Stati colpiti hanno diritto al pieno risarcimento dei danni “…in forma di compensazioni e garanzie di non ripetizione”.  Quindi si apre un periodo di analisi per valutare il rinvio a giudizio del Governo – Partito comunista cinese presso la Corte internazionale di giustizia, la stima dei danni e del risarcimento, delle azioni da fare in caso Pechino rifiuti il processo nonché dei controlli affinché la Cina non sia più focolaio, per difetto di presidio, di future pandemie.

Gli indizi di intenzionalità stanno diventando prove. A metà dicembre 2019 le autorità locali di Wuhan ebbero l’informazione che circolava un virus simile per l’87% alla Sars, quindi pericolosissimo, ma comunicarono solo l’esistenza di una forma di polmonite con causa sconosciuta, incarcerando il ricercatore che aveva emesso l’allarme. Il governo centrale si difende affermando che i funzionari locali – in effetti incarcerati o fucilati - hanno sbagliato nascondendo il problema e che appena se ne è accorto è subito intervenuto con contromisure totali, cioè il blocco dell’intera provincia dello Hubei. Ma il 31 dicembre l’agenzia stampa Xinhua, di fatto governativa, invitava a non diffondere notizie false ed allarmanti. E solo il 14 febbraio 2020 Pechino avvertiva l’Oms che 1.700 operatori sanitari fossero contagiati. Pertanto Pechino sapeva già a dicembre e ha tentato di nascondere fino a febbraio, quando la situazione non era più occultabile. Resta solo un indizio? Ma questo, e mille altri, sono così precisi da indirizzare la ricerca di prove sottoponibili ad un tribunale con altissima probabilità di trovarle. In realtà è probabile che i servizi di intelligence statunitensi e di altri queste prove la abbiano già, per esempio la registrazione di comunicazioni interne nel regime via intercettazioni satellitari, ma che non vogliano esibirle per non svelare le tecnologie usate. Tuttavia, un numero sufficiente di prove è organizzabile attraverso fonti pubbliche anche perché il regime ha avuto situazioni di disordine e di conflitto interno: sono alla portata del giornalismo investigativo, basta cercare. In sintesi, l’imputabilità legalmente definita è altamente probabile.

Secondo me Pechino se ne è accorta e la teme. Mi sono chiesto perché circa un mese fa la stampa cinese di regime ha accusato soldati statunitensi di aver portato il virus in Cina in occasione delle olimpiadi militari di Pechino nell’ottobre 2019. Più sorprendente, questa stampa ha poi riportato l’intervista ad un medico italiano dove questi dichiarava che in Italia ci sono stati strani casi di polmonite in novembre e dicembre, alludendo in modi solo formalmente velati che l’origine del virus è italiana. Fesserie, ma va annotata la mancanza di reazione da parte della stampa italiana. Perché Pechino ha voluto farle circolare? Certamente c’è un problema interno di rivolta nascosta nei confronti di Xi Jinping da sedare, oltre che con repressione, anche con tecniche comunicative. Ma potrebbe anche esserci il motivo di cercare di prevenire l’imputabilità. Certamente l’intelligence cinese ha rilevato che il 12 marzo un gruppo di legali di Miami ha avviato una “class action” contro il governo cinese chiedendo un risarcimento per i danni provocati dal virus di cui Pechino non ha avvertito il mondo in tempo utile per contenerlo. In materia ci sono ricerche che mostrano come una comunicazione tempestiva avrebbe ridotto il danno diffuso ai minimi. Pertanto è prevedibile che la Cina faccia di tutto sia sul piano geopolitico per dissuadere i governi dal portarla in tribunale sia su quello della dissuasione puntuativa per far tacere la stampa. Ciò, secondo me, spiega perché Donald Trump abbia voluto insistere sul termine “virus cinese”: controdissuasione, ma indiretta perché probabilmente vuole segnalare a Xi Jinping che potrebbe aprire il caso giudiziario (desecretando le prove) se lo trovasse utile.  E anche spiega perché la Cina sia in un’offensiva comunicativa per profilarsi come nazione generosa e responsabile, mascherando una penetrazione globale che coglie l’opportunità dell’indebolimento sia economico sia della coesione dell’alleanza occidentale. Purtroppo l’Italia ci sta cascando, in modi talmente imbarazzanti da dover definire collaborazionista con un regime autoritario e tossico l’attuale governo, sopra e a lato. A crisi medica finita dovranno essere fatti i conti.

Ma non si tratta di una questione solo morale e di guerra tra capitalismo democratico e autoritario. Il punto è che stato violato un accordo internazionale in materia di salute globale. Che sia la Cina o altri non importa. Importa che vi sia un giudizio e una sanzione per evitare via dissuasione pandemie future. Senza tale garanzia di presidio e trasparenza in ogni nazione non è possibile avere un mercato internazionale stabile. Il fatto che sia la Cina, per l’ennesima volta, a infettare il mondo pone il problema di come sanzionare e condizionare una potenza globale. Evidentemente ci vorrà qualcosa di più grande della Cina: l’alleanza tra democrazie. Pertanto invoco che l’imputazione della Cina venga messa nell’agenda del G7, enfatizzando che il nemico non è la popolazione cinese, anch’essa vittima, ma un regime autoritario che deve essere condizionato. L’Italia? Motivo in più etico-democratico e funzionale per cambiare governo appena possibile.

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