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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2019-3-17LaVerità

2019-3-17

17/3/2019

La croce e il dragone nell’esagono

Ho la sensazione del tutto personale - ma corroborata da un eccellente team di ricerca in scenaristica strategica - che l’insolitamente prolungata visita di Xi Jinping in Italia abbia come obiettivo primario la relazione con la Roma vaticana e solo secondariamente con quella italiana. L’indizio da cui derivare ipotesi: perché mai l’imperatore cinese va in visita privata a Palermo e – se confermato – lì visiterà un’antica chiesa?

Perché è bellissima e l’impegnativo viaggio di Xi richiede almeno un giorno di sosta rilassante? Perché in Sicilia si trovano i segni di quasi 3.500 anni di storia del Mediterraneo e di tutti i popoli che in diversi periodi lo hanno dominato (greci, fenici punici, romani, arabi, nordici, ecc.) lasciando un amalgama di diversità unico al mondo? C’è forse un riferimento simbolico all’Ekumene, una sorta di proto-mercato comune del Mediterraneo in periodo ellenistico basato su standard valutari e commerciali condivisi, simbolo di possibile convergenza tra diversi, considerando che ciò assomiglia al concetto di “armonia inclusiva” con cui la Cina riveste l’espansione della sua influenza nel globo? Un mio ricercatore, inglese e quasi geneticamente – si scherza nel team - predisposto ad annusare il potere marittimo, fa notare che l’apertura di rotte commerciali comporta la loro protezione militare e ciò diventa tipico strumento di influenza areale, come fatto dall’Impero britannico nel passato. Pechino ha conquistato Gibuti, costruendovi una mega base militare, e ora punta a Suez. Ma la Russia sembra incline a non concedere ai cinesi una penetrazione in Egitto. La Turchia è ingaggiata nella tutela della minoranza Uiguri islamica e turcofona – devastata dalla repressione cinese – nella Cina nordoccidentale e sostiene l’Islam politico che è il nemico interno principale del regime di al Sisi. Pertanto la Cina ha bisogno di una collaborazione dell’Italia per tessere relazioni privilegiate con Il Cairo. La disperata reazione francese, nonché la costruzione dell’unica base navale esterna da parte del Giappone a Gibuti, per ridurre il potere cinese nel Corno d’Africa e sulle rotte del Mar Rosso, anche segnale all’America che Parigi, alla fine, è l’unico alleato su cui può contare, sembra sostenere tale ipotesi. Il team mi guarda per cercare conferma. Rispondo: ha senso, ma l’istinto mi dice che c’è ben di più, testiamo un’altra ipotesi. 

Qualora il Vaticano avesse chiesto a Xi Jinping un segno per consolidare il trattato Chiesa-Cina, che stabilisce la nomina condivisa dei vescovi, quale segnale dell’imperatore cinese potrebbe rassicurarlo? Al mondo ci sono tre imperi: americano, cinese e vaticano. I primi due, in quanto simmetrici, possono avere rapporti diretti sia di collaborazione sia di guerra. Ma il terzo è asimmetrico perché comanda sulle menti, senza territorio. Pertanto se Xi andasse a Roma, e il Papa a Pechino, ciò avrebbe il significato di un riconoscimento di superiorità morale, destabilizzante in particolare per il Partito comunista cinese. Si consideri, infatti, che questo ha l’ossessione della sua sopravvivenza. Tale priorità lo porta, per esempio, a controllare le comunicazioni con un’internet solo nazionale.  Ma il regime capisce che il controllo delle menti non può essere attuato solo con repressione e che richiede compromessi con religioni e simili, annotando che i cristiani in Cina sembrano essere più di 100 milioni, i protestanti in maggioranza, ma questi meno strutturati dei cattolici che rispondono ad una organizzazione politica centralizzata. La Chiesa ha ceduto tantissimo al potere secolare di Pechino e, per confermare che non sarà fonte di ostilità al regime, deve avere un segnale di rispetto. Quale? Forse che Xi entri in una qualche Chiesa cattolica? Ma il cinocomunista deve essere cauto a farlo. Quindi non a Roma e non con troppo evidente segno di rispetto: una visita turistica è accettabile. Ma dove? Venezia, con il simbolismo di Marco Polo, sarebbe stata un’opzione. Perché, allora, Palermo? Forse qui gioca il simbolismo federiciano, cioè il progetto di Federico 2° per creare convergenze tra religioni e tra queste e i poteri secolari, per ottenere armonia e pace. Avrebbe senso, ma c’è un problema per la Chiesa: la dottrina federiciana ha un codice esoterico che, semplificando, promuove il sincretismo, cioè l’integrazione di tutte le credenze e i poteri in un unicum e per pochi, il cui simbolo è l’esagono. Papa Bergoglio è un gesuita certamente a conoscenza di questo punto delicato. Così come lo è la corrente “giovannista” entro il Vaticano, che, semplificando, mette in priorità la pace sulla fede nonché sulla libertà come intuibile nel caso del Venezuela. Il progetto gesuita di tornare in Asia forse persegue una relazione esoterica collaborativa con le élite cinesi? Troppo ipotetico, ma, se anche lontanamente vicino a un pezzettino di verità, allora sarebbe opportuno che il Papa bianco Ratzinger, portatore di dottrina e strategia cattolica netta e aperta, facesse una chiaccherata chiarificatrice con il Papa nero (veste gesuitica) Bergoglio.

Con questa ipotesi non voglio mancare di rispetto alla Chiesa né sottovalutare le sue difficoltà. Nel 2002 Gorge W. Bush tentò di unire le figure del Papa e dell’Imperatore fondando la Chiesa dei “rinati in Cristo” con l’ambizione di sostituire quella cattolica, facendola attaccare in punti dove era vulnerabile per delegittimarla. Quindi è comprensibile la ricerca di un’alleanza della Chiesa con l’altro impero. Ma sarebbe meglio, anche per la Chiesa stessa, tornare sulla giusta via: come nell’800 D.C. un Papa che incorona l’Imperatore dell’Occidente, dove il primo legittimi, nel futuro, l’impero delle democrazie e il secondo le difenda contro quello neocomunista. E’ solo un’ipotesi? Lo verifichi la Roma italiana per capire quale pressione sta subendo da quella vaticana.

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