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Carlo Pelanda: 1997-12-8il Giornale

1997-12-8

8/12/1997

Il difficile acesso all’euro

Realtà. L'orientamento della finanziaria peggiora di molto le già già non buone condizioni negoziali dell'Italia per la partecipazione all'euromoneta. Come si presenterà il Paese alla trattativa di accesso nel maggio 98? Con tre parametri sballati su cinque.

1) Il rapporto deficit/Pil risulterà formalmente contenuto entro la soglia del 3%. Ma non sarà assolutamente possibile dimostrarne la sostenibilità nel tempo. Il trucco di rimandare spese dovute scoppierà negli anni successivi. Più importante, nulla é stato fatto per bloccare l'aumento fisiologico della spesa pubblica. Anzi, la misura dei "prepensionamenti privilegiati" aggraverà strutturalmente il bilancio del settore pubblico nel futuro. Tale situazione é talmente evidente ed oggettiva da rendere irrilevante il raggiungimento solo nominale di quota 3%.

2) Il debito pubblico é il doppio di quello ammesso. Oltre il 120% del Pil contro il limite del 60%. Inoltre, dall'inizio del governo Prodi é aumentato invece che diminuire, come documentato ogni giorno nella prima pagina del Giornale. E le prospettive? Conti ancora più in rosso. La misura dei prepensionamenti detta sopra aggiunta alla tendenza crescente della spesa pensionistica e previdenziale, già di per se fuori controllo, aumenterà il deficit dell'Inps. L'impatto di questo buco sul debito sarà devastante. Su tale parametro l'Italia é fuori che più fuori non si può.

3) Un parametro fondamentale, anche se meno noto degli altri al grande pubblico, é quello dei tassi. Non si può far parte dell'euro se questi non risultano uguali a quelli degli altri paesi partecipanti. Oggi i tassi italiani sono superiori di quasi due punti a quelli tedeschi e dei "Paesi convergenti". Out.

Il governo sa benissimo queste cose anche se non le dice. Vediamo quali controargomentazioni e contromisure negoziali sta predisponendo. Sosterrà che il contenimento solo nominale del deficit, basato su trucchi e insostenibile nel futuro, non é solo fatto italiano, ma di tutti, in particolare Francia e Germania. Il mancato rispetto del limite di debito verrà imputato ad una situazione ereditata. Il governo cercherà di assimilarla a quelle situazioni eccezionali che il trattato di Maastricht contempla come fattori di flessibilità per questo parametro. Per esempio, la Germania ha recentemente aumentato il volume del debito e ha splafonato la soglia del 60% del Pil. Invocherà l'emergenza della riunificazione e nessuno potrà dire niente. Se l'Italia non otterrà un riconoscimento simile, allora sarà pronta a fare fuoco e fiamme sul fatto che il Belgio ha un debito ancora peggiore dell'Italia eppure é tra i sicuri ammessi. Su questi due capitoli negoziali il governo pensa - illusoriamente come vedremo- di avere chance. Sul terzo, il parametro dei tassi, il problema é molto più ostico. Prodi e Ciampi stannio letteralmente assediando Fazio per costringerlo a ribassarerli di due punti in quanto tale misura permetterebbe di risparmiare circa 40mila miliardi di interessi sul debito oltre a mettersi in convergenza. Ed é il fatto cruciale che serve al governo per presentarsi con un asso al tavolo negoziale, visto che i risparmi in altro modo non può ottenerli a causa dell'incapacità di fare riforme strutturali. Ma Fazio ha più volte dichiarato che senza di esse - cioé senza una credibilità reale del Paese - i tassi non gli abbassa. E ha ragione. Con un Italia a rischio di esclusione o rinvio il ribasso renderebbe debole la lira e causerebbe la fuga dei capitali. E' un braccio di ferro. Chi lo vincerà? Il governo sta pensando seriamente alla rimozione di Fazio. Vedremo presto se il ricatto funzionerà o meno.

Ma il governo compie il massimo sforzo strategico sul piano più squisitamente politico. I parametri, infatti, sono flessibili o rigidi a seconda delle volontà politiche. Non é un mistero che la Germania ci vuole fuori dal primo giro, ma dentro nel senso di stare tre anni in purgatorio - forzati a lacrime e sangue- per entrare sottomessi nel 2002 (per la Bundesbank dovremmo stare fuori almeno per dieci anni). Il governo ha lanciato due offensive. La prima è di dissuasione contro la Germania sul piano del voto che dovrà decidere la nascita dell'euro e su quelli che riguardano interessi tedeschi (tipo l'apertura ad est). La seconda è l'asse con la Francia, in cambio di un aiuto. Ma questa strategia è debole. Comunque la Germania si è già assicurata una "formula" di voto che annulla il deterrente italiano. Inoltre, su altre questioni geopolitche, l'Italia è troppo piccola e sola per contrastare la Germania (solo gli Stati Uniti, o un'alleanza con questi, avrebbe un tale potere di controbilanciamento). E, punto critico, la Francia comunica negli ambienti che contano in materia - spero lo sappia anche Prodi - che certamente aiuterà l'Italia, ma non fino al punto di litigare con la Germania. L'asse che conta é quello franco-tedesco, il secondo termine vero potere unico europeo, anche il primo ormai sottomesso a questo.

Per tali motivi politici le controargomentazioni "tecniche" dette sopra potrebbero essere rifiutate ed usate come scusa formale per lasciare fuori l'Italia. Cattivi tedeschi? Non è questo il punto. Lo è che che nelle relazioni internazionali valgono i rapporti di forza fatti di credibilità interna e robuste alleanze internazionali. Il governo dell'Ulivo è privo di ambedue. E l'Italia è a rischio. Non solo di essere rimandata, che é dopotutto fatto secondario di per se. Il problema è che il rinvio della cooptazione o il dover accettare condizioni strozzatissime per essere ammessi - al limite paradossale di oro alla patria per perderla - impediranno all'Italia di inserire il proprio interesse nazionale nella formazione delle nuove regole europee. E ciò pregiudicherà in modo inaccettabile le nostre prospettive di ricchezza futura.

In sintesi, lo scenario ci vede fuori o dentro solo a condizioni intollerabili. Il governo accetterà le seconde a danno di tutti gli italiani per poter sopravvivere politicamente. Cosa fare per correggere questa prospettiva? Sulla carta, un governo non condizionato dalle sinistre avrebbe ancora i tempi per avviare un risanamento credibile, dotare il paese di alleanze più solide e, quindi, di una capacità negoziale per far rispettare gli interessi dei suoi cittadini.

(c) 1997 Carlo Pelanda
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