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Il terrore fiscale amplifica la recessione


Di Carlo Pelanda (2-7-2012)


Il calo del Pil tendenziale per il 2012 potrebbe arrivare a meno 2,5%, forse perfino al 3%, con una permanenza della tendenza recessiva anche nel 2013. Mi sembra evidente che la priorità sia quella di attutire in ogni modo la recessione e di invertirla al più presto. Come? La recessione in Italia è quasi totalmente dovuta all’eccesso di rigore. Il governo, cioè, ha tolto capitale dal mercato interno aumentando le tasse ed i costi sistemici e riducendo la spesa pubblica in modi troppo rapidi. Lo scopo di questa azione, avviata dal governo Berlusconi ed eseguita con particolare durezza da quello Monti, è quella di dimostrare che l’Italia sarà capace di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Il non fare più deficit, infatti, segnala al mercato finanziario che l’Italia non aumenterà il suo enorme debito. In tal modo il governo spera di ridurne i costi di rifinanziamento, cioè il premio di rischio richiesto da un compratore di titoli italiani. Se questo premio andasse e restasse al 7% l’Italia farebbe fatica a sostenere il costo, considerando che nei prossimi due anni dovrà rifinanziare quasi mille miliardi di debito. Per non trovarsi nella condizione di insolvenza, l’Italia ha dovuto attuare un riordino d’emergenza dei conti pubblici. Inizialmente il governo ha pensato che il drenaggio fiscale comportasse una recessione attorno a meno 1,5% del Pil. Ma ha sbagliato i calcoli. Quali, esattamente? Ha sottovalutato l’impatto psicologico del terrorismo fiscale sui consumi. L’Agenzia delle entrate ha avuto l’ordine dal governo di far paura per ottenere dai contribuenti più gettito. Da un lato ciò sta avvenendo. Dall’altro, la popolazione ha paura di comprare quei tipi di beni che il fisco valuta indice di possibile ricchezza nascosta. In sintesi, il metodo della paura ha dato, per dire, 10 in termini di gettito, ma ha fatto perdere 100 sul piano delle attività. Pare ovvio segnalare la priorità di correggere tale metodo, abolendo redditometri, repressioni dimostrative e cose simili, ripristinando nei consumatori una normale e ottimistica propensione alla spesa. Inoltre bisognerebbe cambiare il metodo del rigore tagliando più spesa pubblica per gli scopi di pareggio di bilancio. I tagli alla spesa hanno un impatto recessivo, ma minore del drenaggio fiscale. Il governo sta muovendosi verso questa via, ma non intende rinunciare al terrore fiscale. Ci vuole un’ondata di opinione per fargli cambiare idea, sottolineando quanta disoccupazione e chiusure di aziende tale metodo sta causando.

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