| 30/12/2011 |
‘Crisi’: una intesi della ‘impasse politica’ alla sua soluzione Si sono sprecate troppe parole per commentare una ‘crisi’ che lungi dall’essere crisi sistemica del paradigma del capitalismo-liberista – al contrario segno del suo trionfo finale su base globale – rappresenta solamente uno dei tanti disagi congiunturali che ne caratterizzano la vitalità e la flessibilità che costringe i processi della produzione e distribuzione industriale a riorganizzarsi a misura delle potenzialità e delle aspettative offerte dalla globalizzazione ai produttori di reddito (imprenditori e lavoratori), ai risparmiatori (famiglie e fondi collettivi) ed ai consumatori (aziende e utenti finali). Di fronte a questa riorganizzazione soprannazionale del mercato, il risparmio cerca di collocarsi nell’ambito di programmi industriali caratterizzati dai livelli di stabilità e redditività finanziaria più convenienti tra i molti offerti da paesi dotati da diverse caratteristiche di credibilità in termini di reciproca competitività che è una miscela di stabilità politica e di rispondenza istituzionale alle nuove necessità industriali o, in assenza, si arrocca a difesa tramite investimenti di lungo termine (speculativi) sterili nel breve termine ma promettenti di margini di guadagno molto elevati non appena la globalizzazione si sarà stabilizzata assestandosi attorno alle istituzioni della governance soprannazionale ancora in fieri. La carenza di risorse finanziarie a sostegno dei vecchi assetti di governance istituzionale (welfare state e programmazione industriale nazionali), destabilizza gli equilibri politici interni in ogni paese coinvolto dal processo della globalizzazione industriale incapaci di esercitare vecchi rimedi nei confronti di un evento che risulta esogeno, quindi incontrollabile alla luce dei vecchi rimedi nazionali. La politica cerca quindi di concepire nuovi meccanismi di coordinamento per contribuire in concertazione a mettere in pratica decisioni capaci di contrastare il fenomeno finanziario esogeno nell’ambito di comunità di stati un tempo dotati di adeguate capacità di esercitare proprie ‘sovranità’ decisionali adeguate in proprio a ristabilire un’omeostasi di fronte all’impatto proveniente da destabilizzazioni che ne ledono gli equilibri in modi molto difformi a seconda del prevalente paradigma egemone della loro politica interna; funzione del grado di liberismo o dirigismo che li caratterizza – sintetizzato nel ‘modello di sviluppo nazionale’. L’esigenza di concertare decisioni efficaci per poter contrastare la destabilizzazione globale si traduce quindi in una premessa politica che è necessario raggiungere per convincere i sistemi industria-stato dotati di dosi maggiori di competitività a tassarsi per alimentare una crescita di competitività nei paesi di ogni comunità caratterizzati da sistemi industria-stato meno competitivi; solo una volta raggiunto un grado accettabile di pari competitività sarebbe possibile devolvere a istituzioni comuni soprannazionali i poteri sovrani adeguati ad assumere decisioni sufficientemente remunerative per la conservazione della stabilità politica interna ad ognuno dei paesi partecipanti alle specifiche comunità di stati. In Europa esistono forti diversità in termini di competitività tra sistemi nazionali. Regno Unito e Germania sono sufficientemente competitivi col sistema economico USA. Mentre il Regno Unito è molto omogeneo sul piano delle istituzioni con il sistema USA, la Germania presenta ancora un gap giuridico, linguistico e nelle istituzioni operanti nei servizi finanziari ma risulta adeguatamente flessibile per ciò che concerne il diritto industriale. Ciò ha garantito alla Germania, unico tra i sistemi industria-stato più grandi dell’area Euro, un margine di credibilità industriale superiore agli altri. La ‘speculazione’ finanziaria soprannazionale quindi non colpisce la Germania sulla quale affluiscono risorse finanziarie necessarie per il suo sviluppo industriale in misura analoga agli USA ed al Regno Unito. I restanti sistemi industria-stato nazionali dell’area Euro invece devono raggiungere livelli di competitività molto superiore a quelle attuali prima di convincere la ‘speculazione’ finanziaria a rifuggire da investimenti in essi. Per crescere in livello di competitività si richiede a quei sistemi di accelerare la produttività interna e ciò dipende in gran parte dall’accelerazione di efficienza dei servizi statali e dalla riduzione dei costi statali improduttivi privatizzando e liberalizzando i vecchi criteri della programmazione industriale nazionale. Ciò costringe quei paesi a modificare il loro vecchio ‘modello di sviluppo nazionale’ con associato abbandono dei vecchi meccanismi di raccolta del consenso elettorale. Le vecchie istituzioni nazionali oppongono resistenze di ogni genere a fronte di questo cambiamento di ‘modello di sviluppo’ che è però il prerequisito politico per convincere la Germania a tassare il suo sistema industria-stato a beneficio del resto dell’area Euro. In definitiva il quesito che si pone la Merkel oggi di fronte alle richieste presentate dagli altri stati (che sono emblematicamente rappresentati – ma senza coincidenza di sviluppi successivi – da Sarkozy) può essere sintetizzato come segue: “abbandoniamo l’Euro allineando il sistema tedesco a USA e UK oppure accettiamo di tassare i contribuenti tedeschi a sostegno della crescita di competitività degli altri paesi di quell’area nella quale la Germania rivestirebbe comunque un ruolo egemone?”. La sua valutazione potrebbe essere positiva solo qualora i paesi dell’area Euro fornissero una risposta ad un quesito preliminare: “Quale dovrà essere il ‘modello di sviluppo’ scelto dall’UE?”. In altri termini per la Germania potrebbe essere accettabile ricoprire un ruolo egemone sul mercato comune europeo (che ha già raggiunto) piuttosto che investire le sue risorse per competere in piena libertà con gli USA e l’UK sui mercati mondiali solamente se quella competizione si svolgesse sulla base del ‘modello di sviluppo’ di capitalismo-liberista già molto abituale per il proprio sistema industria-stato. Qualora invece il ‘modello di sviluppo’ dovesse essere quello dirigista della ‘programmazione dei redditi industriali’ gli altri sistemi nazionali dovrebbero assumere in proprio maggiori oneri (finanziari e tempi accelerati) affinché il sistema tedesco riservi parte delle sue risorse per rendere competitivo nei confronti dei mercati globali anche il più disomogeneo sistema interno dell’UE. O autonomi nella competizione globale senza handicap dell’UE oppure egemoni nel mercato interno dell’UE ma col ruolo privilegiato di leadership commerciale dell’UE nel mercato globale. Si tratta d’una posizione politica che nessuno può negare sia per la Germania conveniente, legittima ma anche perseguibile grazie alla sua situazione finanziaria e competitiva; statista o non statista nessun politico tedesco potrebbe essere così masochista ed anti-tedesco da rinunciare a questa alternativa di scelte che, peraltro, assumerebbe solo dopo che gli altri paesi avessero scelto se dissipare i suoi risparmi per abbandonare il fallito ‘modello di sviluppo’ della programmazione industriale oppure per renderlo meno clientelare e più competitivo delegando alla Germania un ruolo di diversa leadership politica, ma sempre egemone. D’altronde l’atteggiamento di fondo ispiratore del consenso sociale in ogni paese è pienamente conforme con quello che anima l’elettorato e contribuenti tedeschi. In Italia ad esempio si afferma correttamente che il debito del paese sia accettabile alla luce del risparmio esistente nel paese stesso; il problema è solo quello di trasferire le capitalizzazioni del risparmio privato a sostegno del rientro del debito statale acquistando i titoli emessi dalla banca d’Italia ed alimentando quindi un rientro dal debito che sottragga il sistema industria-stato dall’esosità del credito soprannazionale (denominato demagogicamente ‘speculazione’). In realtà ciò che si nasconde dietro questa soluzione di buon senso è proprio la sua praticabilità in chiave liberista. Infatti se lo stato ‘requisisse’ forzosamente il risparmio privato (non importa se in modo esplicito o con furbizie ‘tecniche’ associate alla revisione dei criteri di imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare – riforma del catasto) conservando intatto il paradigma della spesa che esso andrebbe ad alimentare si causerebbero due gravi lesioni al sistema industria-stato italiano. La prima è la deviazione dei criteri liberal-democratici con la prevaricazione dello stato sull’adesione spontanea del risparmio privato a quella soluzione; si imporrebbe in altri termini il ‘senso comune’ dello stato autoritario para-fascista sul ‘buon senso’ che potrebbe alimentare l’iniziativa. La seconda è la ‘requisizione illiberale’ di risparmio per garantire la sopravvivenza d’un sistema non competitivo in quanto fondato sul paradigma fallimentare legittimato da un ‘senso comune’ che non trova consenso da parte della finanza soprannazionale mostrando quindi di privilegiare il senso comune del morente Stato Nazione invece di sollecitare la credibilità di un adeguamento del sistema industria-stato alle sue esigenze di competitività internazionale chiedendo ai risparmiatori nazionali di avere fiducia nel piano di trasformazione al nuovo paradigma liberista per ottenere la ‘spontanea’ adesione all’acquisto dei titoli di stato emessi dalla banca d’Italia e finanziati senza ricorrere ai risparmiatori esteri; se i risparmiatori italiani non nutrissero fiducia nel buon senso della riforma del paradigma nazionale, per quale motivo dovrebbero averne i risparmiatori esteri? Il divario di credibilità costituisce il ‘premio al rischio’ che definisce lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli dei paesi più credibili.
|