23/09/2011

Natura della ‘crisi’ nell’UE

La rubrica suggerisce che, come in ogni altro campo della conoscenza ‘scientifica’, i problemi debbano essere resi chiaramente comprensibili (divulgati) in termini semplici anche se le loro soluzioni possano poi rivelarsi molto complesse per la tortuosità dei vincoli che ostacolano l’attuazione delle esistenti strategie alternative e gli associati obiettivi con le loro priorità, pesi reciproci, criteri di scambio, valori assegnati e costi richiesti; tutti elementi che compongono le scelte perseguite ‘politicamente’ per negoziare successo alle prescelte linee di azione.

La stessa cosa accade oggi nell’ambito della Unione Europea di fronte all’irreversibile (quindi irrifiutabile) progredire della globalizzazione industriale.

L’avanzare del processo di internazionalizzazione industriale mette in misura crescente in reciproca competizione i sistemi industria-stato dei vecchi Stati Nazione.

Partecipare alla competizione risulta universalmente conveniente per tutti gli Stati Nazione sia sul piano della crescita di diffusa accessibilità ai consumi di beni e servizi sia su quello dell’offerta di scelte alternative in termini quantitativi; ne discende una migliore disponibilità in termini di qualità ed economicità di beni e servizi che si traduce anche in stimolo all’innovazione dei vecchi assetti produttivi ed alla nascita di nuovi ed in precedenza non immaginabili assetti imprenditoriali in ogni comparto d’industria.

Questa crescita di maggiore benessere e di nuove opportunità imprenditoriali fa maturare nella società civile nuove aspettative ed esigenze che destabilizzano i vecchi schemi della governance dei sistemi industriali in ogni nazione. La pressione delle nuove aspettative ed esigenze sulle istituzioni politiche e sulle associate vecchie lobby corporative destabilizza a sua volta gli equilibri politici che ancora governano le decisioni di allocazione delle risorse finanziarie tra le tradizionali voci dei bilanci statali.

Le risorse finanziarie sono attratte fisiologicamente ad investirsi nei comparti industriali caratterizzati da maggiore redditività, quindi, i canali finanziari internazionali privilegiano gli investimenti nei sistemi stato-industria più competitivi (USA, Germania, etc.) e nei progetti industriali meno esposti a tipi di oneri non-industriali (inefficienze, privilegi, corruzione, instabilità, rigidità, etc.).

Il costante afflusso delle risorse finanziarie sugli assetti produttivi internazionalizzati ne sottrae in modo crescente la disponibilità ad alimentare i vecchi schemi produttivi su cui si sostengono le istituzioni politiche degli Stati Nazione (partiti, sindacati, corporazioni industriali, etc.).

Per compensare il deflusso estero di risorse finanziarie senza rinunciare alla sopravvivenza dei vecchi schemi industriali protetti, ogni Stato Nazione è istintivamente spinto ad aumentare gli oneri fiscali nazionali col duplice risultato di agevolare la fuga di risorse finanziarie verso comparti d’industria internazionalizzati e di contribuire alla minore competitività del proprio sistema industria-stato nazionale.

Questo processo perverso di aumento del debito statale grazie all’accumularsi costante dei deficit annuali del bilancio cresce fino al momento in cui la situazione debitoria d’uno Stato Nazione giunge ad esaurire la sua credibilità di emettere ulteriori richieste di finanziamento sul mercato internazionale; il paese è dichiarato un soggetto a rischio di insolvenza.

La rubrica sostiene che il processo di globalizzazione industriale avviato in pieno spirito di laissez faire che legittima il capitalismo-liberista e la legittimità delle istituzioni liberal-democratiche il cui compito è di ‘dare servizio’ al sistema sociale caratterizzato dalla massima libertà possibile alla luce delle autonome capacità di sviluppo offerte dall’intraprendenza e dalle tecnologie disponibili alla data, è dimostrazione dell’autonomia e del potenziale di crescita del paradigma capitalista al di la di ogni confine fisico o ideologico di altre dottrine.

I disagi quindi avvertiti all’interno di ogni vecchio Stato Nazione, sono puramente dovuti alla ‘congiuntura’ che è in corso e che costringe ad abbandonare i vecchi assetti produttivi per assumerne altri più sostenibili in un sistema industriale globalizzato; la ‘congiuntura’ è transeunte e la sua prolungata agonia è dovuta solo a ‘resistenze al cambiamento’ opposte da vecchie istituzioni i cui costi non sono più sostenibili sul piano economico ma alimentano ancora la sopravvivenza delle ‘oligarchie’ ottocentesche al governo degli Stati Nazione.

Dopo queste premesse di pura cronaca, possiamo esaminare ciò che sta accadendo nell’ambito dell’UE.

L’accettazione della moneta unica e l’accentramento a Francoforte della Banca di Emissione Centrale ha privato gli Stati Nazione membri dell’unico elemento di sovranità disponibile in tempo di pace e la libertà di circolazione di persone, merci e capitali ha attenuato considerevolmente anche la loro sovranità in materie giurisdizionali e legislative.

L’imposizione di rigidi vincoli nella gestione del bilancio statale inoltre ha lasciato ai singoli Stati Nazione la sola sovranità di imporre tasse col risultato di frustrare l’elettorato, scoraggiare gli imprenditori e stimolare la fuga di professionisti e capitali.

La ricerca di ulteriori risorse finanziarie internazionali a copertura dell’emissione di titoli di debito sovrano è ormai giunta a trovare un ostacolo insormontabile nelle valutazioni di insolvibilità emesse dai gestori del credito privato internazionale. Resta solo appellarsi alla solidarietà tra Stati Nazione chiedendo ulteriori dilazioni del credito a spese dei contribuenti degli Stati più competitivi per conservare privilegi insostenibili a clientes politici in Stati meno competitivi; una richiesta di associazione dei più virtuosi ad un processo perverso che ha già eroso la competitività dei meno virtuosi e che, senza modifiche, non potrebbe che replicare quegli effetti nocivi.

Il ‘problema’ che attualmente colpisce la Grecia ma che in realtà affligge tutti gli Stati Nazione industriali è quindi riepilogabile in modo molto ‘semplice’.

Ciò che la libera finanza internazionale nega agli Stati Nazione non sono risorse finanziarie nelle quantità necessarie per riavviare i loro sistemi industria-stato; le risorse sono disponibili così come la disponibilità dei finanziatori a rilanciare economie ben rodate a scapito di sistemi non ancora stabilizzati e caratterizzati da livelli di rischio meno valutabili e gestibili.

Ciò che la libera finanza internazionale richiede agli Stati Nazione non sono contropartite fantasiose (isole, monumenti, miniere, etc.). Ciò che essa richiede alle istituzioni politiche nazionali degli Stati Nazione che attraversano crisi di solvibilità sono atti politicamente credibili di abbandono dei vecchi meccanismi vetero-industriali che compongono l’insostenibilità economica del modello produttivo fondato sul welfare state di bismarckiana memoria.

Il ‘salario’ non è cioè una ‘variabile indipendente’ nel sistema produttivo industriale a meno che non volesse privilegiare alcune maestranze ‘sfruttando’ la precarietà di altre in altri paesi o comparti d’industria.

Insomma è il pieno fallimento del ‘sessantotto’ che segue a ruota l’altrettanto clamoroso (ma ‘naturale’) auto-collasso della dottrina marxista.

La libera finanza internazionale non pone vincoli a chiunque volesse conservare il paradigma produttivo marxista ed accetta di scambiare beni e servizi anche con quei sistemi industria-stato, solo non accetta di privilegiare le sue scelte di investimento sulla base di criteri fondati su dosi di minori redditività e maggiore presunta felicità definita sulla base di dottrine ortodosse imposte in modo illiberale da governi ‘top down’ invece che misurate in modo liberale sul libero mercato in cui si sviluppa la raccolta di risparmio ‘bottom up’ col libero (anche se nero, inviso o illegale) sostegno dell’evasione fiscale, del riciclo di capitali e di offerta di titolo ‘speculativi’ cui aderiscono sia singoli privati, aziende private o pubbliche e perfino enti statali; it’s the economy, stupid!’.

Il problema attuale, ridotto all’osso, si può riepilogare nella disponibilità della libera finanza internazionale a finanziare ogni richiedente indipendentemente dall’ammontare richiesto; non viene chiesto loro ‘Quanto’ si può chiedere ma solo ‘Come’ essi si devono impegnare a spendere.

Non si richiede agli Stati sovrani di fornire garanzie immobiliari suggerite dalla più scatenata fantasia (isole, monumenti, opere d’arte, beni ambientali e paesaggistici) ma solamente di dare dimostrazione ‘politica’ di scelte compatibili con la ‘responsabile’ gestione delle risorse; gestione quindi che dia garanzia del rilancio del sistema economico industriale liberato dai vincoli esogeni di natura ideologica (statuto dei lavoratori, IRAP, consociativismo, assemblearismo, etc.).

Si pretende cioè che essi aderiscano ai criteri industriali del capitalismo-liberista, anche se non sono retti da regimi liberal-democratici. Non si vuole interferire su dottrine politiche, solo sulla solvibilità del debitore a tutela del risparmiatore; compito cui tutte le istituzioni di diffuso interesse pubblico dovrebbero adempiere con spirito oggettivo e non settario. Una vera lezione di correttezza nei confronti delle istituzioni statali che sono troppo spesso ‘organiche’ alle linee di ispirazione politica dei governi in carica. Una indicazione sulla possibilità di sostituire il ruolo delle istituzioni statali con quelle private (in reciproca competizione) anche in materie relative alla governance del sistema industriale.