23/09/2011

Eterne farse della politica in Italia

Stiamo assistendo in Italia ad una prolungata agonia del ‘sessantotto’ che perdura da quasi un ventennio al grido di battaglia di ‘resistenza, resistenza, resistenza’ contro l’egemone avvento sempre meno contrastabile della globalizzazione industriale che, lentamente, impone alle istituzioni di interesse pubblico modifiche che le rendano più adeguate a dare sostegno al rilancio della competitività del sistema industria-stato nazionale.

Con questo atteggiamento reazionario rispetto ad un fenomeno estremamente progressista e apportatore di crescente benessere e libertà individuali, le istituzioni ottocentesche del vecchio Stato Nazione si rendono pur se inconsapevolmente, complici del carattere pienamente ‘esogeno’ che assumono i cambiamenti industriali in Italia. Le iniziative politiche restano bloccate sul tentativo di ‘conservare’ presunte superiorità etiche della governance fondata su un insostenibile welfare state e, così facendo, dissipano le sempre più scarse risorse disponibili in iniziative destinate a fallire. Ciò sottrae le residue risorse a investimenti in ammodernamenti istituzionali senza i quali il sistema industriale più competitivo è costretto a collegarsi ai servizi erogati da istituzioni estere o soprannazionali dimensionate da decisioni assunte all’estero. Le capacità di controllo di cui dispongono le istituzioni politiche italiane si riducono al passare del tempo e il paese deve subire diktat decisi altrove, non sempre ‘neutrali’ rispetto ai sistemi industriali che li subiscono.

Le decisioni che ogni Stato Nazione deve assumere nella fase di transizione tra la vecchia era e quella della economia globalizzata sono semplici e chiare a chiunque si interessi di economia della società industriale.

La redditività è l’elemento sul quale si fondano le decisioni che governano le dinamiche dei flussi finanziari internazionali. Aspettative di maggiore redditività attraggono maggiori dosi di capitali e la redditività delle produzioni industriali impone di ottimizzare la remunerazione delle risorse che contribuiscono a produrre i beni e i servizi che possono circolare liberamente sul mercato globale. Ottimizzare la remunerazione delle risorse umane impone di trasferire le fasi produttive meno sofisticate a maestranze caratterizzate da minore grado di qualificazione che, più abbondanti, abbattono i costi unitari degli addetti a produzioni man-power-intensive. Ciò inoltre remunera masse di neo-lavoratori industriali in paesi densamente popolati e poveri del Sud e li inserisce nel mercato dei consumi di base e di ogni genere di beni ormai saturi nei mercati del Nord.

Le nuove masse di consumatori rilanciano la produzione industriale del Nord fornendo le risorse necessarie per innovare le tecnologie, l’organizzazione industriale e le infrastrutture soprannazionali che utilizzano le nuove cooperazioni industriali internazionali. Tutti impegni industriali che richiedono investimenti elevati (‘capital intensive’).

Occorre chiudere vecchi impianti, rieducare le maestranze addette a quelle produzioni ‘mature’ e trasferite al Sud dove sono servite da maestranze più economiche mentre, al Nord, occorre ridurre drasticamente (cioè velocemente e massicciamente) ogni forma di ‘privilegio’ non più sostenibile in quanto ‘garantito’ da carte costituzionali fondate sul welfare state a spese di una fiscalità generale non più compatibile con la struttura del mercato industriale globale.

Occorrerebbe cioè che la ‘politica’ decidesse di revocare l’intero ‘statuto dei lavoratori’, non solo l’articolo 18 famigerato, trasformasse l’assicurazione sanitaria obbligatoria in strumento privatistico capace di assegnare a ognuno il costo dei servizi richiesti, trasformasse ogni altro servizio d’interesse pubblico in analoga forma istituzionale privatistica, trasformasse l’assicurazione pensionistica in analoga forma imponendo da subito la stessa età data di quiescenza per uomini e donne tenendo conto dell’allungamento della vita (65-67 anni).

Con una tale, repentina riforma istituzionale si ridurrebbe drasticamente la durata della ‘crisi finanziaria’ che affligge gli Stati Nazione meno virtuosi nel passato e si riuscirebbe a rilanciare la produzione industriale colla disponibilità di risorse finanziarie destinate alla crescita dei redditi nazionale e individuali in ogni paese.

Per realizzare una tale, repentina riforma le istituzioni ‘politiche’ dei vecchi Stati Nazione dovrebbero agire in parlamento in modo unitario per il bene comune degli elettori-produttori-risparmiatori-consumatori.

In Italia invece stiamo assistendo a una lunga farsa all’insegna del moralismo come tentativo di assegnare per via extra-elettorale il governo alla ‘sinistra’ che mai è riuscita a vincere nelle urne le regolari sfide, né prima del ‘deprecato ventennio’, né durante le prime fasi di vita dell’Italia liberata col fallimento del ‘fronte popolare’, né nel successivo periodo dell’Italia democratica del ‘miracolo economico’, né con gli sterili tentativi successivi di scalata al potere in stile gramsciano, fino al fallimento dell’illiberale consociativismo di Moro-Berlinguer conclusosi nel sangue delle Brigate Rosse, né il tentativo di liberarsi dell’opposizione d’ogni altro partito storico per via giudiziaria post-Craxi, né quello di ottenere legittimo mandato elettorale con la ‘gioiosa macchina da guerra’ d’Occhetto sconfitta in tre mesi dall’homo novus tuttora al potere, né coi tanti complotti di salotto nel sempre fallito tentativo di detronizzare Berlusconi con ‘ribaltoni pilotati’, con fallite persecuzioni civili e penali perseguite con illiberali intercettazioni telefoniche e ambientali.

Si è creata ormai una farsesca situazione di stallo nella politica italiana. Una situazione in cui non si può né detronizzare legalmente il leader politico vincente, né sospendere gli sterili tentativi extra-istituzionali per negoziare provvedimenti unitari e condivisibili da maggioranza e opposizione per allineare il sistema Italia alle nuove aspettative sociali ed alle esigenze della produzione industriale. Il parlamento quindi è costretto a restare inerte di fronte alle reali esigenze legislative per concentrarsi su temi di carattere bizantino riferiti alle presunte inadeguatezze del premier.

Intanto la globalizzazione progredisce come fenomeno esogeno rispetto alle capacità delle istituzioni italiane di contribuire a forgiarne la nuova governance.

Al passare degli anni il sistema industriale impara ad agire in autonomia senza potersi rivolgere ai servizi delle istituzioni statali. La ‘politica’ perde gradualmente ogni ruolo egemone cui era abituata all’epoca della governance degli Stati Nazione. Nuove istituzioni soprannazionali emergono ed affermano la credibilità dei propri servizi al sistema produttivo scavalcando il tradizionale ruolo monopolistico delle vecchie istituzioni di stato.

Ciò che potrebbe accadere all’Italia continuando in questa situazione farsesca di distrazione ostile all’unico leader politico affermatosi dopo la caduta del muro di Berlino (Berlusconi) e di conseguente stasi totale della ‘politica’, potrebbe essere analogo a ciò che sta accadendo alla Grecia. Altre istituzioni soprannazionali si sostituirebbero a quelle nazionali nell’imporre scelte ben note a tutti ma rifiutate dai parlamenti nazionali per i veti reazionari imposti dalle lobby delle corporazioni parassitarie.

In Italia saremmo ancora in tempo per assumere un’iniziativa di sovranità politica nazionale ed avviare poi un programma legislativo efficace a partire dall’anno in corso con voto bipartisan senza bisogno d’attendere un’improbabile ‘passo indietro’ da parte dell’unico leader vincente da oltre tre lustri.

L’iniziativa di sovranità politica dovrebbe erogare un’amnistia indiscriminata come richiesto dai radicali di Pannella che risolverebbe il conflitto tra poteri autonomi innescato con ‘mani pulite’ e prolungatosi fino ad oggi con la conseguente riduzione ad ostaggio della politica da parte di una debordante e ‘irresponsabile’ magistratura. Immediatamente dopo questa soluzione politica arbitraria ma efficace dello scontro tra poteri il parlamento potrebbe rapidamente varare poche leggi (diritto del lavoro, vendita ai privati d’ogni possibile asset statale tra i beni inutilizzati e di costosa manutenzione, allineamento dell’età pensionabile ai 65 anni di età per donne e uomini).

Con questi soli atti le disponibilità finanziarie aumenterebbero immediatamente permettendo di abbattere il debito ed i costi della sua manutenzione e di rendere disponibili ai canali del credito risorse adeguate a dare il rilancio della produzione industriale.

Successivamente a questi provvedimenti sarebbe poi possibile avviare un programma di riforme strutturali ispirate alle diverse priorità che animano la lotta politica tra i partiti ‘di destra’ e quelli ‘di sinistra’ (riforma della carta costituzionale, legge elettorale, etc.), riavviando così anche nell’arena nazionale una normale, più stretta dialettica ‘politica’, libera dalle farsesche ossessioni personaliste nazionali; anti-Mussolini, anti-De Gasperi, anti-Craxi, anti-Berlusconi (tutti personaggi odiati in quanto politicamente vincenti).

Ma l’Italia è benedetta da una classe politica scadente e incapace di accettare il suo mestiere di professionisti in un ‘normale’ agone politico per perseguire scontri da stadio e dialettiche da bar dello sport invece di espungere i dibattiti ‘politici’ da ogni sterile inquinamento prodotto da categorie che politiche non sono.