| 29/07/2011 |
Il ‘terribile’ sospetto della politica in Italia La rubrica vorrebbe sollevare un ‘terribile’ sospetto relativo alla permanente menda che affligge la storia politica in Italia sin da prima della tardiva fondazione dello Stato Nazione ma più evidente a chi osservi quel seppur breve ma tormentato periodo. Il desiderio di acquisire all’interno delle istituzioni statali il ‘potere’ di decidere sui destini della nazione ha da sempre afflitto in modo maniacale ma utopistico i ‘leader’ o i rappresentanti eletti più rivoluzionari contro ogni ragionevole, credibile analisi circa l’effettiva possibilità di successo di questa ambizione. Quest’ambizione, legittima per ogni nazione unitaria, è sempre risultata sterile per l’Italia per due ragioni: le origini dell’unica ‘civiltà’ che la cultura italiana è riuscita a generare nella sua storia - l’Impero di Roma, e la stessa originale ‘cultura’ nazionale che quella ‘civiltà’ ha generato. La prima ragione è restata profondamente radicata in tutte le più peculiari diversità provinciali del paese ed è stata agevolata nella sua persistenza dalle condizioni climatiche e orografiche del paese che hanno favorito il ‘provincialismo’ in ogni campo della cultura – dalle scuole di pensiero, a quelle delle arti e dei mestieri, alla culinaria, gastronomia, enologia. Neanche il mare è riuscito a unificare la cultura marinara e ittica. Mentre le montagne sono riuscite a conservare in modo eccellente le diversità ‘locali’ – nei dialetti, nella letteratura, nelle manifestazioni artistiche, artigianali, professionali, organizzative e tecnologiche. La scarsa ‘mobilità’ tra culture ‘provinciali’ si è tradotta e radicata in orgogli campanilisti sulle cui basi si sono fondate potenti Signorie e ‘clan’ politici persistenti che sono stati riconosciuti una ricchezza da tutto il mondo estero e un insormontabile ostacolo alla ‘unificazione’ armonica degli ‘italiani’ anche dai fondatori dello stato unitario; Cavour aveva convinzioni federative, come Pio IX, Carlo Cattaneo e molti altri consapevoli studiosi della realtà antropologica italiana. I pochi leader che hanno tentato consapevolmente di unificare l’Italia (Federico II, Gioacchino Murat, Massimo d’Azeglio, Giuseppe Garibaldi, Benito Mussolini) hanno scoperto che ‘l’Italia è fatta, ora occorre fare gli italiani’; oppure hanno fallito miseramente il loro utopico obiettivo. La seconda ragione è la più preziosa risorsa di cui ancora gode l’Italia; le immiscibili diversità che connotano il valore aggiunto italiano alla cultura mondiale e che, se distrutto, ridurrebbe il paese a qualunque altra nazione storica; le vivaci ostilità campaniliste che animano la Toscana ne hanno garantito la vitalità e la creatività nei millenni – lo stesso può riscontrarsi nell’ambito di ogni altra regione geo-politica al di la delle diverse epoche prese in considerazione. Il sospetto che emerge ora tramite la rubrica è che questa caratteristica nazionale che rende l’Italia ostile a qualsiasi regime unitario nazionale o estero sia il collante stesso della vitalità produttiva nazionale in tutti i comparti in cui si esprime la cultura frammentando al livello ‘familiare’ le dimensioni più dotate di capacità di: adattività, creatività, competitività; commercio, industria, artigianato, letteratura, arte, etc.. Opporsi a questa caratteristica nazionale pretendendo di fondare in Italia aggregazioni di potere industriale adeguate a sostenere la competizione estera è non solo utopia perché pretende di superare la stessa cultura nazionale, è anche puro masochismo culturale in quanto annullerebbe la peculiarità nazionale per assorbire l’egemonia di culture aliene e più compatibili con le esigenze massificanti dei grandi gruppi industriali che hanno dato origine agli Stati Nazione dopo il crollo di Roma Imperiale. Il sospetto aggiuntivo è che i veri episodi politici ‘italiani’ nella storia nazionale sono stati scritti da tutte le forme provinciali di governo, sotto ogni regime e in ogni epoca. Perfino nell’ambito della Chiesa (‘italiana’ in quanto erede di Roma sotto molti aspetti) si sono manifestate sempre forme ‘locali’ di leadership e rituali che si sono conservati nei secoli e continuano a caratterizzare la vivace dialettica teologica e dottrinaria di quella istituzione soprannazionale. Nessuna provincia italiana si è mai ribellata spontaneamente al dominio ‘nazionale’ né imperiale, né di stati nazionali esteri se non per ragioni strettamente limitate all’offesa dei costumi di clan e famiglia. Tutte le culture provinciali sono peraltro riuscite ad assorbire le nazioni estere dominanti sul piano politico con il mirabile esito di aumentare la ricchezza delle diversità nazionali nella conservazione del comune spirito di federazione di provincie inaugurato da Roma Repubblicana col suo lungimirante rispetto delle oligarchie commerciali, professionali, industriali e culturali che esaltavano il valore aggiunto che Roma poteva offrire su base globale grazie alla sua organizzazione ‘liberal-democratica’ delle reti infrastrutturali imperiali. Tutte le comunità ‘provinciali’ hanno garantito consenso politico al leader egemone ‘locale’ aderendo alle lotte per l’egemonia in spirito campanilista anche se spesso truculento e drammatico nelle manifestazioni. Ciò è restato valido anche in epoca di partiti politici nello stato unitario fino al doroteismo che ha garantito l’egemonia interna alla DC ed è stato caratterizzato dal federalismo tra ‘famiglie locali’ contro la pretesa dei rari statisti che, in quel partito, hanno tentato di costruire governi stabili sul piano nazionale; tranne forse Alcide De Gasperi che aveva acquisito una cultura politica nell’Impero Austro-Ungarico – l’ultimo erede del SRI di nazione germanica che ha fatto sopravvivere lo spirito soprannazionale fino al termine dell’era degli Stati Nazione. Nessuna comunità provinciale in Italia si è mai omologata culturalmente né politicamente allo stile del leader politico egemone al momento; il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie, il Papato dei Cardinali provinciali ed esteri, la Repubblica di Venezia e le sue molteplici ‘colonie’ dalmate e nell’Egeo ma anche lo stesso Regno di Sardegna ne sono chiara dimostrazione - tutti italiani (anche se talvolta sotto regimi esteri) ma tutti diversi ed orgogliosi delle loro autonomie provinciali. La pretesa di costruire un ‘moderno’ paese industriale sul cui potere riuscire a fondare lo Stato Nazione italiana è non solo un’utopia ma un’utopia solo elitaria e contraria alla natura stessa di quella cultura nazionale ‘provinciale’ che garantisce la vitalità e il valore aggiunto italiano nel mondo. La rubrica nutre il sospetto inoltre che l’utopia nazionale contrariamente a quanto viene contrabbandato sui libri della storia ufficiale non sia un fenomeno ispirato da ideologie di ‘destra’ bensì da demagoghi di ‘sinistra’ che hanno cercato di dare legittimità a quella loro utopia appellandosi a ideologie le più fantasiose (in piena espressione creativa della loro cultura ‘italiana’). Crispi era di ‘sinistra’ così come Mussolini ed entrambi cercavano per pure ragioni utopiche di fondare dei poteri Imperiali che riuscissero a dare sostegno alle ambizioni di Stati Nazione tardivi ed improbabili già nel 1800. Bettino Craxi ma prima di lui anche Enrico Mattei o Amintore Fanfani hanno perseguito politiche di potenza sullo scenario geopolitico globale o regionale opponendosi anche alle strategie di più solidi e datati Stati Nazione; tutti personaggi di ‘sinistra’. Ecco il sospetto attuale; anche gli odierni esponenti di ‘sinistra’ che infettano la scena politica nazionale (in entrambi gli schieramenti) e che sono dotati di capacità da ‘statista’ appartengono alla ‘sinistra riformista’. Tutti quei leader politici perseguono politiche di potenza nazionale al cui servizio tentano di conservare il loro controllo di potere centrale per la restaurazione dello Stato Nazione in piena epoca di globalizzazione industriale. Opponendosi all’estensione accelerata del ‘libero mercato’ per pure ragioni di nazionalismo in stile Stato Nazione quei leader ostacolano l’avvento finalmente di un moderno capitalismo-liberista anche in Italia cercando di difendere un’indifendibile in quanto ma conseguita autonomia decisionale politica del tardivo e anti-storico Stato Nazione; che pur ci ha dotato, durante il ‘deprecato ventennio’ delle infra-strutture tecnologiche e istituzionali sulle quali nel secondo dopoguerra il paese ha potuto beneficiare del solo periodo di incipiente capitalismo-liberista nella breve epoca del ‘miracolo economico’. Insomma, i veri sostenitori di una resistenza all’avvento della globalizzazione potrebbero essere sempre stati in Italia proprio i socialisti ‘riformisti’ cocciutamente orientati a ‘fare gli italiani’ che risultassero idonei a vivere nell’Italia potenza politicamente autonoma come ogni altra nazione dei suoi luminosi destini? Mentre i soli internazionalisti vissuti da sempre in Italia sarebbero forse i due ‘blocchi sociali’ (entrambi italianissimi) che da sempre sono risultati ‘perdenti’ sulla scena politica nazionale (PCI e PMI)? I primi dei due infatti hanno accettato di buon grado l’ideologia a carattere ‘imperiale’ dell’URSS in puro stile di guelfi-ghibellini, militando per l’’Imperatore’ di Mosca con tenacia; pur creando nello stile di Roma-federale, forme di dissenso (i ‘neri’ e i ‘bianchi’ d’antan) che autorizzassero l’esistenza di ‘principati locali’ in un ordinato ‘mugugno’ nazionale (o euro-comunismo). I secondi sempre coscienti di doversi allineare alle ragioni del ‘mercato’ e consapevoli che le maggiori offerte venissero da altri centri decisionali rispetto a quelli nazionali, hanno sempre ‘eluso’ le illiberali leggi imposte dal potente di turno in Italia per ‘servire’ le esigenze provenienti dall’estero in ogni campo dell’intraprendere umano (Eugenio di Savoia, Leonardo, Cristoforo Colombo, Salieri, Mazzarino, Marchionne) arricchendo così in pieno ‘liberismo’ tutta la cultura mondiale e in ogni epoca riuscendo ad arricchire (non ostante le utopie ‘nazionaliste’) il globo dell’egemone unica ricchezza nazionale la ‘cultura provinciale’? Non si spiega altrimenti la resistenza dei ‘post-comunisti’ oggi ancora relitti restanti dell’elite del PCI ad accettare l’avvento del travolgente successo del capitalismo-liberista in Italia tentando di imporre l’idea che ‘pagare le tasse’ sia bello costringendo i contribuenti (le PMI) a sostenere un recupero di sovranità nazionale (mai realmente posseduta né auspicata dagli ‘italiani’ più schietti) in un’epoca in cui ogni Stato Nazione ha dovuto devolvere due delle stesse prerogative caratterizzanti la sovranità stessa; il battere moneta e la difesa armata dei ‘sacri’ confini territoriali (?!? dopo la cessione delle italianissime enclavi Rodi, Istria e Dalmazia). Non si spiega altrimenti la resistenza di Tremonti (un socialista craxiano) ad alienare la proprietà di istituti industriali di carattere istituzionale para-fascista come l’Eni o l’ENEL (nazionalizzata dal primo governo di ‘centro-sinistra con PSI e DC). Alienare quei gruppi italiani a gruppi industriali soprannazionali anche se originariamente di proprietà di altri Stati Nazione, condurrebbe celermente al risanamento del debito pubblico accumulato dai costi di una scelta politica che ha impedito per molti decenni l’’alternanza’ politica alla guida del paese nel tentativo di erodere il potere centrale dell’alleato-avversario di governo (o del partner consociativo nell’appeasement di maggioranza al governo e opposizione sulla piazza in epoca successiva DC-PCI). Mentre i ‘riformisti di sinistra’ sono al governo nazionale (anche oggi l’unico vero ‘conservatore’ sembra ormai essere Berlusconi – già proprietario di un gruppo industriale soprannazionale – dopo l’abbandono di Martino) il tessuto delle PMI più competitive continua a crescere integrandosi alla nuova ‘economia imperiale’ grazie alla intraprendenza dei tycoon ‘provinciali’ e alla ribellione delle maestranze di ogni livello che rifiutano le strategie ‘reazionarie’ che le corporazioni para-fasciste ‘di sinistra’ tentano di imporre al paese. La Lega Nord, l’elettorato ‘locale’ in ogni provincia e le maestranze occupate nelle PMI ‘locali’ (ma anche quelle dei recenti ‘contratti Marchionne’ negli impianti Fiat) hanno dato più di un segno di ad attività e di flessibilità e buon senso (pur protestando nella migliore tradizione del ‘mugugno’) e di avversione per la ‘casta’ la cui maggiore menda non è quella del parassitismo ma quella di opporsi al ‘libero intraprendere’ dei sudditi federati sotto un regime che non è mai stato nello stato unitario né migliore né peggiore del regime dei Borboni o di quello di Cecco Peppe; è semplicemente stato difforme da quello ‘italianissimo’ di Roma Imperiale o della Repubblica di Venezia – veri prototipi dello stato agli occhi della civiltà italiana ( e di quella cioè ‘Occidentale’). Grazie all’avanzare accelerato della seconda versione della ‘globalizzazione’ stiamo riuscendo a ripristinare in vita lo spirito della governance originario di Roma Imperiale; anche questo è un segno dell’immortalità del dono che l’Italia è riuscita ad erogare al mondo sul piano della storia della cultura civile.
|