29/07/2011

Politiche ‘democratiche’ delle scelte scientifiche

Oscar Giannino ha di recente organizzato una discussione sul tema delle relazioni tra ‘politica’ e decisioni di priorità dei finanziamenti che ogni stato deve assumere per finanziare i programmi di avanzamento della ricerca in tutti i suoi più difformi comparti disciplinari; dalle scienze esatte a quelle umane, dal diritto alla filosofia in tutte le sue ripartizioni.

Alla rubrica sembra che le posizioni prevalenti si misurino in modo sterile in quanto attorno ad un concetto non condiviso del termine ‘scienza’.

La posizione positivista-materialista esclude il diritto dell’onore di ‘scienza’ ad altre discipline che non siano quelle ‘oggettuali’ la cui metodologia cioè non sia riducibile a sperimentazioni di laboratorio destinate a valutare la correttezza di leggi a carattere ‘prescrittivo’ circa le conseguenze emergenti da cause ben definite.

Questa posizione discende da una visione riduttiva della ‘scienza’ imposta dalla Rivoluzione Francese e dal positivismo che esclusero dalle ricerche universitarie tutte le discipline che elaborino invece concetti astratti.

Ciò è da sempre stato in contrasto con la dignità di ‘scienza’ riservata alla matematica; suprema scienza esatta in ogni epoca – anche se il suo linguaggio è spesso stato usato da discipline esoteriche per le ricerche metafisiche.

L’epistemologia (branca della filosofia) si è evoluta dall’epoca positivista e il paradigma galileiano fondato sulla convinzione che le leggi di natura fossero tutte a carattere prescrittivo grazie alla ricerca scientifica di Karl Popper ed alla confutazione che la fisica quantistica ha dato di quel carattere con Werner Heisemberg.

Oggi sappiamo che ogni disciplina è capace di elaborare ricerca scientifica se formula le sue proposte logiche in modo confutabile; ‘falsificabile’; e la ricerca epistemologica prosegue rispetto a quel traguardo.

Anche le discipline che svolgono ricerca in ambiti metafisici sono ‘scienza’ se aderiscono a quel tipo di para-digma; la ‘ragione’ non deve necessariamente escludere aprioristicamente la teologia (ovvero la ricerca della ‘trascendenza’ dalla dignità di scienza accademica – come la tradizione universitaria ha fatto fino all’atto ‘politico’ imposto dal materialismo a partire dalla fine del 1700.

Un banale criterio ‘liberal-democratico’ imporrebbe il rispetto di questa considerazione ad ogni comitato che volesse decidere le priorità di assegnazione delle risorse disponibili con criteri equi invece di decidere a-priori di negare fondi a qualunque ricerca disciplinare estranea alla pura materialità della natura. Questa sarebbe una decisione ‘politica’ ed inoltre scorretta in quanto privilegerebbe la conservazione di egemonia a un para-digma obsoleto ed impedirebbe di recuperare un carattere umanistico ed olista alle considerazioni sviluppate dal pensiero umano.

Questa decisione politica, oltre che ‘scorretta’, sarebbe inoltre contraria alla riconosciuta tendenza in atto da tempo d’arricchire molte scienze sociali di contenuti ‘etici’; dal management, alla medicina, alla biologia alla sociologia e all’economia. Escludere chi sviluppa considerazioni sulle motivazioni e sulle aspettative umane nel momento in cui si cerca di definire ciò che sia ‘eticamente corretto’ e di fondarvi perfino la legittimità del potere legislativo e dell’esecutivo, sembrerebbe paradossale; un ‘paradosso’ intrinseco all’esclusione a-priori (dunque di carattere ‘dogmatico’ – proprio delle religioni) delle scienze metafisiche dalla dignità della ricerca e della ‘ragione’ logica.

Si pretende di stabilire linee e criteri decisionali di carattere ‘a-politici’ per la selezione e le procedure interne cui dovrebbe aderire ogni elemento strutturale del comitato di assegnazione delle risorse finanziarie alla ricerca scientifica.

Ogni comitato in carico di decidere sui criteri di priorità tra discipline disomogenee non può che svolgere un ruolo ‘politico’ per eccellenza. Escludere dalla sua partecipazione membri che non siano ‘organici’ ad un tipo di visione della ricerca è ‘politicamente scorretto’ e dannoso per la ricerca stessa; oltre che perpetuare i criteri di carattere positivista e riduzionista egemoni per privilegio ‘storico’ ma non certo razionale di acquisizione dei fondi. S’accelererebbero i progressi scientifici che hanno alimentato il prevalente carattere tecnologico del capitalismo-liberista; consumista e anti-ecologico.

Escludere dal diritto e privilegio di tenere la sua lectio magistralis ad una delle menti più acute del pensiero universitario come Joseph Ratzinger, è segno di intolleranza, di timore di perdere i propri privilegi, di evitare il confronto sulla base dell’uso a tutto campo della ‘ragione’ che si pretenderebbe l’unico strumento umano disponibile lungo la ricerca della verità; un traguardo che non può non essere unitario attorno a una natura che ha di per se carattere olistico anche per i materialisti.

Negare diritto per via legislativa alla ricerca ‘negazionista’ sui fatti denominati ‘olocausto’ e negare diritto di dignità universitaria a chi svolge ricerca in discipline metafisiche sono due segni eclatanti dell’intolleranza di tipo para-fascista che domina la società intellettuale oggi.

Migliorare questa società escludendo ogni riconoscimento ai molti solidi ponti costruiti ormai dai ricercatori più noti in discipline quali la psicologia, la logica, la fisica stessa nelle sue congetture quantistiche e cosmo-logiche non è semplicemente possibile in quanto nega la stessa possibilità di arricchire il linguaggio adottato dalla scienza per scambiare conoscenze di alta suggestione tra discipline che resterebbero inevitabilmente in caso diverso sterili patrimoni settoriali; non ‘universitari’.

Se quello di cui discutevano Giannino ed i suoi ospiti fosse un comitato incaricato di fissare con le sue scelte di assegnazione delle risorse finanziarie disponibili, le politiche della ricerca, non lo si può affidare a deputati e senatori ma deve disporre di una sua autonomia decisionale; ciò per gli impatti indiretti che le sue scelte hanno sul sistema industriale del paese e sui comportamenti dei consumatori nazionali nel lungo termine.

Per lo stesso motivo però non ve ne possono essere esclusi proprio i cultori delle conoscenze di minore peso diretto sugli aspetti tecnologici che resterebbero quindi i monopolisti nella determinazione d’una crescita industriale che risulterebbe alla mercè del solo positivismo materialista oggi egemone della scena scientifica.

Occorre rendersi ormai conto che la ricerca costruisce un nuovo potere istituzionale che deve ricercare un equilibrio di pesi e contrappesi coi tre tradizionali ‘poteri’ (esecutivo, legislativo, giurisdizionale).

Ma per analogia la discussione ha sollevato un simile problema esistente oggi nei moderni regimi liberal-democratici; il potere della ‘divulgazione scientifica’ – o media.

Analoga dignità (e responsabilità istituzionali) infatti dovrebbe finalmente ricevere anche il ‘quarto potere’ denunciato con suggestiva chiarezza divulgativa da Orson Welles in ‘Citizen Kane’. Esso non può essere assoggettato a direttive politiche ma, se lasciato istituzionalmente ‘irresponsabile’, è esso a prevaricare gli equilibri instabili correnti tra i tre tradizionali cui è affidata la sopravvivenza della ‘liberal-democrazia’ Occidentale.