| 28/08/2011 |
Economia ed Etica I recenti interventi di Santa Madre Chiesa in Spagna sono rivelatori delle difficoltà attraversate in piena era di globalizzazione ad incarnare l’insegnamento cristiano nel rispetto della continuità millenaria senza però contravvenire il trionfante paradigma del capitalismo-liberista. Da un lato si riconosce il dovere di agevolare l’universale crescita di benessere assicurato ad ogni paese dallo sviluppo globale dell’industrializzazione, dall’altro si cerca di salvaguardare le aspettative di gradualità nel suo sviluppo a contenimento dei disagi congiunturali che esso riversa sui redditi delle famiglie nei singoli paesi prima che i nuovi assetti produttivi e distributivi abbiano raggiunto una stabilità universalmente accettata innanzitutto sotto il profilo economico e, grazie a ciò, successivamente sotto quello della futura governance politico-istituzionale. Da un lato la Chiesa deve sollecitare in ogni vecchio Stato Nazione l’’accoglienza’ di nuovi immigrati di tale dimensioni, disomogeneità nazionale, etniche e culturali che si manifestano con ritmi temporali e difficoltà di assimilazione che sono causa di grande tensione sociale, economica e politica. D’altro lato si richiede alle attività produttive (aziende e dipendenti) di incentrare lo sviluppo dando priorità alle esigenze umane prima che a quelle strettamente economiche. È evidente l’intelligente inserimento del messaggio evangelico nel contesto di universale disagio attraversato da ogni paese, indipendentemente dal suo specifico regime di governo e dalla ideologia su cui è radicata la legittimità del suo potere; integralismo religioso, assolutismo secolare, welfare state socialista, liberismo di laissez faire, solidale o compassionevole che sia. Al di la dell’intelligenza pedagogica con cui viene diffuso l’insegnamento risultano evidenti i molti paradossi che incontra questo messaggio sia se letta in chiave nazionale sia se letta, invece, in chiave soprannazionale. In chiave nazionale infatti i disagi percepiti dalle famiglie derivano da due fattori; l’insostenibilità del vecchio paradigma del welfare state degli Stati Nazione ottocenteschi e dalla scarsa competitività dei vecchi assetti produttivi industriali rispetto al nuovo contesto geopolitico globale. L’insostenibilità economica dei privilegi del Nord può essere compensata solo lentamente trattenendo dosi di reddito provenienti dal maggiore livello di redditività degli investimenti industriali riorganizzati secondo la nuova ripartizione delle fasi produttive tra quelle capital-intensive (più convenienti al Nord – anche se dopo un lento processo di riconversione professionale e strumentale) e quelle man-power intensive (più adeguate al profilo reddituale e professionale del Sud). Trattenere a Nord per conservarne i privilegi del welfare state a spese d’una crescente redditività cui ha contribuito il Sud sembra certamente indice di un’assenza diffusa di solidarietà cristiana – oltre che rallentare l’avvento al Sud di opportunità di lavoro che, a sua volta, sono la fonte della maggiore redditività degli investimenti industriali su base globale. La scarsa competitività dei vecchi assetti produttivi discende dall’eccessivo costo delle risorse umane. La cui causa sono le tutele di welfare state che assorbono dosi di reddito tali da rendere impossibili investimenti in nuovi assetti produttivi capital intensive che sostituiscono tecnologie e organizzazione del lavoro vecchi con altri serviti da maestranze meno numerose, meglio remunerate e professionalmente più qualificate ma dopo lunghi, costosi processi di riqualificazione di addetti privilegiati dalle tutele del welfare state stesso e oberate da istituzioni corporative ed ormai parassitarie. Chiedere al Sud di rallentare la crescita del suo reddito per conservare gli attuali privilegi del Nord non suona proprio armonico con l’insegnamento cristiano. La globalizzazione suggerirebbe di accelerare la delocalizzazione degli impianti industriali dedicati alle fasi produttive più man power intensive al Sud sia per evitare le ondate di emigrazione da quei paesi con forti disagi sia per gli emigranti che per chi li accoglie, sia per accelerare la crescita di reddito al Sud e la riduzione dei costi dei prodotti industriali con conseguente aumento generale di scambi commerciali nei due sensi tra Sud e Nord. Rallentare questo processo nella speranza di conservare i vecchi privilegi del Nord sempre meno sostenibili conduce a prolungarne l’agonia nel tempo ottenendo due risultati penosi; per il Nord la lenta fine del welfare state e prolungato stagnazione di nuovi investimenti occupazionali, per il Sud spinte verso tipi di disperata emigrazione e sfruttamento economico in paesi ad elevato costo di vita, alieni culturalmente e con la perdita delle più intraprendenti risorse umane da parte dei paesi di emigrazione. Inoltre l’insostenibilità del welfare state, associata al rallentamento della globalizzazione industriale conduce a conservare fasce di privilegio delle generazioni più anziane e già occupate o pensionate e a associate forme di sfruttamento delle generazioni più giovani, dei disoccupati e degli immigrati. Fenomeni incoerenti con la solidarietà cristiana. Pretendere d’altronde che sia l’avidità dei ricchi a impedire un’equa distribuzione dei redditi, oltre a contraddire alcuni principi cristiani e generare invidia sociale, risulta sterile sul piano pratico per l’esiguità di quei capitali se ridistribuiti per alimentare consumi comunque insostenibili rispetto alla loro fertilità se invece investiti nell’economia globale con risultati positivi sul complessivo aumento del reddito di Nord e Sud ma assolutamente insostituibili relativamente alla crescita creata per il reddito del Sud. D’altronde una predicazione di Santa Madre Chiesa che abbracciasse incondizionatamente il paradigma del capitalismo-liberista risulterebbe contraria alla stessa missione evangelica ed al suo spirito della solidarietà ‘comunitaria’ evangelico che richiede che sia la graduale educazione cristiana a forgiare in pieno ‘libero arbitrio’ nuovi soggetti umani caratterizzati da micro-comportamenti quotidiani compatibili sia coi principi fondanti della macro-economia industriale cristiana in cui il ‘buon senso’ individuale si aggreghi in forme di consumi parsimoniosi e rispettosi dell’interesse generale, oltre che della crescita del benessere ‘locale’. Il desiderio di accelerare l’avvento dell’‘utopia’ rispetto alle reali motivazioni che ispirano i comportamenti attuali, conduce al paradossale messaggio di difendere i privilegi acquisiti del Nord (trascurandone l’origine di sfruttamento del Sud) per auspicarne il trasferimento (insostenibile) a tutti gli esclusi attuali (disoccupati, giovani, donne e Sud). Inoltre Santa Madre Chiesa si trova a fare i conti col fatto che anche a Sud esista avidità che privilegia taluni a spese di altri e che tale sfruttamento si traduce in forme ben più disumane rispetto a quelle imposte dalla fisiologia della globalizzazione e ripartite (con beneficio generale) tra Nord e Sud per diversi motivi tecnici e con diverse modalità sintomatiche. Anche qui vale la massima: “it’s the economy, stupid!”.
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