27/05/2011

Avvento del capitalismo-liberista in Italia

È ormai sempre più frequente l’accettazione in tutti gli aambienti industriali e finanziari di linguaggi e prospettive ‘liberiste’ in sostituzione delle vecchie figure keynesiane.

Sia i sindacati datoriali (soprattutto dopo la morte dell’associazione statalista Intersind), sia quelli operai (in particolare i riformisti socialdemocratici in UIL, CISL e socialisti in CGIL) non si attendono più verso i problemi che l’avvento della competizione industriale pone loro di fronte, soluzioni ispirate ai vecchi approcci protezionisti, finanziati da programmazioni dei redditi a spese della fiscalità generale.

Le soluzioni ai problemi vengono invece correttamente localizzate nello spirito del capitalismo-liberista in aumenti di produttività innanzitutto tramite una attenta revisione dei costi del lavoro imposti all’industria dai vecchi contratti nazionali di lavoro. In seconda battuta poi le soluzioni vengono localizzate in moderazioni contrattuali e in incentivi salariali legati alla crescita di redditività industriale.

Tutti aspetti direttamente legati alle specifiche condizioni in cui operano le singole aziende, nei singoli comparti d’industria e nei singoli contesti operativi ‘locali’.

Solo in terza e quarta battuta le soluzioni vengono indicate in innovazioni delle istituzioni di livello gerarchico esterno alle aziende ed alle economie ‘locali’ con la richeista di maggiore disponibilità di risorse finanziarie a costi competitivi e nella successiva richiesta di erogazione di servizi alla produzione di migliore rapporto costo/qualità forniti alle aziende da istituzioni di pubblico interesse (sia statali che private).

Sembra ormai essersi consolidata la consapevolezza dei produttori industriali che la loro produttività e la redditività del loro risparmio dipenda in modo prioritario dal più ‘locale’ ambito di assunzione di comportamenti nuovi e di aspettative più confacenti con l’aumentato potenziale di crescita e con la maggiore competitività del mercato industriale.

Ogni modifica del contesto esterno a quello aziendale e ‘locale’ ci si rende conto finalmente che dipenda da scelte sempre più condizionate dal passato e dal nuovo.

Due elementi ‘esogeni’ rispetto a qualsiasi capacità di governance nazionale; il primo in quanto risiede nel costo derivante dal debito accumulato nei decenni passati da un’’irresponsabile’  programmazione dei redditi incompatibile con la sostenibilità economica e inefficiente, parassitaria in quanto gestita sul puro piano demagogico, l’altro in quanto imposto dalla globalizzazione industriale che è ancora priva di ogni efficace forma di governance soprannazionale – comunque scarsamente gestibile in ottica nazionale.

Ciò che, al più, si riesce a leggere sulla stampa industriale da parte degli economisti sono solo ricette liberiste che suggeriscono di accelerare la riduzione del costo del debito alienando proprietà statali o almeno del loro uso industriale in modo da farne fruttare il loro potenziale di redditività sul mercato da parte di aziende capaci di saperne ricavare reddito., oppure di ricorrere a forme temporanee di garanzia finanziaria da collocare sul mercato globale in piena analogie coi rimedi già positivamente sperimentati da Beneduce con l’IRI fascista nella crisi del 1929-1933.

Finalmente la globalizzazione sta riuscendo a educare al capitalismo-liberista sia i sindacati (con sacche di sterile resistenza del nucleo più stalinista della FIOM-CGIL), sia gli organi di emissione monetaria.

Evviva la Angela Merkel, evviva Mario Draghi ma, prima di loro, evviva la Margaret Thatcher ed evviva Ronnie Reagan.