| 25/11/2011 |
Superamento della ‘crisi’ finanziaria Prosegue la farsa mediatica dei commenti più disparati sulla soluzione della ‘crisi’ che affliggerebbe tutti i vecchi Stati Nazione provocata dalla perversa ‘speculazione finanziaria’ soprannazionale. La rubrica sostiene un punto di vista che ritiene più ‘liberale’ ed equanime nella valutazione degli aggettivi da utilizzare in una disamina ‘scientifica’ dell’evoluzione in corso su piano globale; un punto di vista che sia comunque riferito alla ‘fisiologia’ dei più individuali comportamenti umani che alimentano su un piano di ‘buon senso’ quotidiano e scevro da influssi imposti per via astratta e ispirata dal ‘senso comune’ auspicato dall’ortodossa adesione a dottrine intellettuali ed elitarie. Il punto di vista proposto è valido al di la di ogni regime o ideologia in vigore alla data e viene privilegiato in grazia di un ‘buon senso’ che anima in Natura gli esseri umani dotandoli di fiducia e di prudenza che essi dosano sulla base delle esperienze loro tramandate per via indiretta e di quelle sperimentate per via diretta; dosaggi sempre revocabili ed ispirati da fisiologiche motivazioni ‘naturali’ – avidità, affetti, orgoglio, timori, affinità, etc.. Come in ogni altro comparto di conoscenza ‘scientifica’ per riuscire a comprendere le dinamiche osservabili sul piano macro-scopico di tutti i sistemi termodinamici complessi, occorre capirne le dinamiche più micro-scopiche responsabili, con la loro graduale e ‘libera’ aggregazione in sottosistemi via via più organizzati, del manifestarsi osservabile di tutti i fenomeni in cui siamo coinvolti irreversibilmente proprio grazie alle più intime leggi di Natura che assegnano privilegio e priorità alle responsabilità che il libero arbitrio individuale traduce in modo ‘bottom up’ sul sistema complesso in modo non ‘irregimentabile’ né ‘prevedibile’ in modo prescrittivo; tutelando in tal modo anche il dono naturale della ‘libertà individuale’ strettamente associata a dosi corrispondenti di ‘responsabilità individuale’. Detto ciò, la rubrica ritiene che le regole del ‘senso comune’ siano sottoposte a costante revisione in ogni campo delle conoscenze alla luce dell’autonomo modificarsi del sistema complesso sotto pressione di scelte micro-scopiche precedenti sviluppatesi alla luce del libero ‘buon senso’ (anche se spesso ritenuto illegale dal ‘senso comune’ prevalente alla data); e che il ‘buon senso’ sia da privilegiare rispetto al ‘senso comune’ non solo per il suo ruolo di innata salvaguardia della libertà individuale rispetto all’inevitabile propensione di tutti i ‘sensi comuni’ a conservare il paradigma intellettuale e dottrinario su cui fondano la legittimità del proprio potere ‘top down’, ma anche in quanto è proprio il ‘buon senso’ il detentore del patrimonio di doti che ispirano al ‘cambiamento’ del ‘senso comune’ che ispira la società a conservare stili di vita di ieri e che il ‘buon senso’ irriverente ed eterodosso ritiene ormai non più soddisfacenti per il proprio domani. In altri termini è la ‘follia’ del buon senso degli Steve Jobs in ciascuno di noi a spingerci ad assumerci dosi di rischio ‘irragionevoli’ (adesione agli hedge funds così come imbarcarci sui barconi dei boat people) per poter soddisfare le nostre aspettative di libertà che riteniamo conculcate in modo inaccettabile dal ‘senso comune’ vigente nel contesto in cui siamo costretti a vivere. In altri termini è il ‘buon senso’ espresso quotidianamente nelle istituzioni di pubblico interesse (aziende, famiglia, tempo libero) cui la democrazia demanda la costruzione del progresso civile e la nascita del futuro tecnologico e organizzativo (il ‘libero mercato’ – sia esso legale o illegale è sempre legittimo per definizione) a destabilizzare gradualmente ma inesorabilmente la legittimità delle vecchie istituzioni di pubblico interesse (politica rappresentativa e governance oligarchica top down) ed a pretenderne la sostituzione con nuove più congeniali coi criteri della nuova legittimità democraticamente espressa con scelte aggregate che sono state capaci di formulare in modo diffuso e partecipato la nuova scala di priorità da rispettare per nuovi assetti politico-istituzionali. In paziente attesa che i responsabili delle vecchie istituzioni politiche accettino queste nuove aspettative chiaramente formulate dalle mutate propensioni sul ‘libero mercato’, i responsabili della ‘rivoluzione democratica’ (i produttori, consumatori, risparmiatori – gli stessi che periodicamente, in sede elettorale, esprimono scelte condizionate dall’obsoleto ‘senso comune’) si ritraggono concentrati sui valori più arroccati alla tradizione ‘locale’ (famiglia, parrocchia, clan, azienda). È una visione fondata sull’innata dinamica che motiva ogni uomo a mutare le proprie libere propensioni lungo la scala di Maslow in cui è la richiesta di stabilità a creare negli individui crescente fiducia nei confronti di istituzioni sempre più distanti da quelle in cui essi si muovono con maggiore partecipazione e libertà discrezionale; la famiglia, il clan, la comunità locale, la comunità ecclesiale, l’azienda o, nel suo ambito, il proprio team di lavoro, etc.. Pretendere fiducia in tempo di ‘crisi politica’ nei confronti di istituzioni che si sono opposte alla nascita del nuovo e che lo criminalizzano come rimedio ‘reazionario’ invece di modificare se stesse, sarebbe non solo privo di senso logico ma soprattutto contrario alla vera democrazia liberale che richiede allo stato un ruolo di ‘servizio’ discreto e sussidiario a quello formulato sul ‘libero mercato’ da libere scelte quotidiane; si tratta di una proporzione tra la libera numerosità degli atti di consumo e risparmio provenienti dal mercato e la periodica e condizionata espressione di atti elettorali in occasione delle tornate elettorali; in cui in Italia si è manifestata inoltre una divergenza tra le indicazioni fornite dall’oligarchia rappresentativa e l’espressione di voto degli elettori in tutti i partiti. Ciò chiarirebbe anche le indagini sui comportamenti (reazioni) degli italiani che risultano incomprensibili anche a Oscar Giannino; privilegio del familismo emblematicamente rappresentato dall’elevato indice di ascolto degli italiani allo spettacolo di Fiorello. Il privilegio a Fiorello rispetto alla cosiddetta ‘crisi’ globale diventa solo un ‘giusto peso’ che viene attribuito dalla pubblica opinione ai contorcimenti incomprensibili delle oligarchie istituzionali rispetto a cambiamenti che procedono non ostante quei contorcimenti e con l’approvazione generale espressa, forse inconsciamente, tramite il libero manifestarsi e graduale aggregarsi d’individuali, quotidiane preferenze per scelte produttive, di consumi e risparmio che, accumulandosi, generano l’incompatibilità tra il ‘buon senso’ che le ha ispirate e il vecchio ‘senso comune’ che legittimava la governance top down di un passato ormai insostenibile. D’altronde è chiarissimo a chiunque provvisto di normale comprendonio che la cosiddetta ‘crisi’ non sia né una crisi industriale, né una crisi finanziaria ma solo una crisi di tutte le istituzioni politiche renitenti ad adeguarsi alle nuove esigenze di una globalizzazione industriale che trascende ogni loro capacità di gestione sulla base dei vecchi schemi negoziali condotti da corporazioni arroccate nella difesa di privilegi non più sostenibili dai bilanci statali e non più compatibili con il rilancio competitivo della produzione industriale dei vecchi Stati Nazione. Infatti è chiaro che la crisi non sia industriale in quanto i capitali esitano a finanziare nuovi impianti solo in paesi appesantiti da privilegi sindacali e previdenziali rispetto a quanto avvenga in altri paesi industriali; ivi incluso gruppi industriali che, come Fiat, hanno avviato revisioni contrattuali unilaterali dovendo uscire dal vecchio sindacato datoriale per spezzare la caparbia opposizione di sindacati prestatoriali ispirati da ideologie anti-capitaliste ed anti-industriali all’insegna del ‘salario variabile indipendente della produzione’. È d’altronde altrettanto chiaro che la crisi non sia finanziaria in quanto paesi industriali come la Germania si oppongono ad addossare ai propri contribuenti l’onere di garantire l’irresponsabile gestione del bilancio statale dei paesi gravati da onerosi debiti e deficit; almeno prima che questi ultimi abbiano provveduto ad avviare definitive riforme istituzionali che siano garanti della fine di un’epoca in cui ha prevalso la filosofia della redistribuzione del reddito tramite inflazione e ‘programmazione concertata dello sviluppo industriale e dei redditi nazionali’. I capitali sono disponibili ad assistere durante la fase di conversione istituzionale e di consolidamento delle riforme fiscali, amministrative, giurisdizionali e di diritto industriale assunte dai paesi che dimostrassero di aderire al recupero della competitività industriale sul mercato globale. Si chiede che le loro istituzioni modifichino dapprima i loro criteri di gestione politica del sistema industria-stato nazionale e, solo successivamente, potranno beneficiare del sostegno proveniente dal risparmio prodotto dai cittadini di altri più virtuosi Stati Nazione; ciò sembra equo in un’ottica di globalizzazione dei mercati e di graduale devoluzione di porzioni di sovranità nazionale ad istituzioni soprannazionali ancora in fieri. D’altronde se si desidera la globalizzazione industriale non ci si può opporre alla devoluzione delle vecchie sfere di sovranità nazionale; dopo l’unificazione dello Stato Nazione in Italia non ha avuto più senso ritenere ‘emigrazione’ la accettazione di un’occupazione a Firenze per un professionista siciliano o di accettare di trascorrere le ferie a Taormina per una famiglia di Milano, né investire in vigneti in Toscana per un bergamasco ha più potuto significare ‘esportare’ i capitali in altre economie. Se si è stabilita la base legittima per un’economia europea senza limiti di comparti industriali con la creazione di un’unica valuta ed abbattimento dei protezionismi doganali, non sembra ragionevole voler conservare disparità di trattamento fiscale né per l’insediamento di impianti industriali né per il sistema previdenziale degli addetti né infine per le normative e i servizi offerti alla produzione indipendentemente dalla localizzazione geografica degli impianti. È più che ragionevole che i risparmiatori e contribuenti tedeschi pretendano che la Grecia o l’Italia provvedano “prima” ad unificare il loro sistema previdenziale e fiscale e solo “successivamente” saranno disposti a contribuire a finanziare il rientro del debito accumulato in precedenza acquistando obbligazioni che risulterebbero prive del rischio di insolvenza addebitabile all’irresponsabile e insostenibile sistema legislativo capace di ‘privilegiare’ solo sulla carta i dipendenti italiani rispetto a quelli tedeschi chiamati a sanare il debito. È invece chiaro che la crisi sia esclusivamente delle istituzioni politiche di tutti i paesi - poco e molto virtuosi che siano; infatti in ogni paese si manifestano chiari i sintomi di perdita del consenso sociale nei confronti di tutte le tradizionali istituzioni nazionali colla parallela richiesta di istituire nuovi assetti soprannazionali di governance che risultino più favorevoli a ridurre gli ostacoli al libero flusso dei capitali con conseguente più accelerata crescita dei redditi globale e nazionali senza che ciò debba incidere sul livello di maggiore benessere né delle maggiori libertà individuali già raggiunto. I micro-atti di libera scelta che i produttori, consumatori e risparmiatori hanno manifestato nel corso dei decenni in cui si è consolidato il macro-fenomeno della globalizzazione industriale si sono aggregati in una modifica di comportamenti ed aspettative oltre ogni vecchio confine nazionale; ciò ha creato un ‘mercato’ sociale soprannazionale che domanda beni e servizi (anche di rappresentanza politica) e stabilità sociale che i vecchi sistemi istituzionali nazionali non possono più garantire. Questi drastici cambiamenti di aspettative sociali pretendono la stabilità da un sistema di governance soprannazionale che deve nascere superando i criteri di sovranità tramontati con l’autonomia industriale degli Stati Nazione (quindi in pratica soprattutto per i paesi ‘trasformatori’ sin dalla fine del colonialismo alla ricerca di un’improbabile autarchia ed a partire dall’inaugurazione delle Comunità Economiche in Europa – CECA, Euratom – sigh! -, MEC, CEE, BCE, Atto Unico Europeo, etc.). Dobbiamo ringraziare le libere decisioni dei risparmiatori europei che, negando fiducia ai propri sistemi industria-stato nazionali, hanno acquistato titoli a rischio sempre più elevato offerti dalla finanza inter-nazionale ed hanno con ciò composto la ‘speculazione finanziaria’ che è sfociata oggi in strumento esogeno di pressione sulle istituzioni politiche nazionali che le costringe a dare avvio ad un adeguamento virtuoso che da sole esse non avrebbero mai intrapreso. Il meccanismo di aggregazione nei decenni delle libere scelte individuali che hanno dato linfa a flussi di risorse finanziarie tacciati di ‘speculazione finanziaria’ è stato il più democratico meccanismo concepito dal libero mercato capitalista. L’adesione alle offerte è stata animata da sfiducia nei sistemi nazionali e da più benevole aspettative nei confronti del mercato globale. né quelle aspettative si sono necessariamente tradotte in perdite finanziarie. Così come oggi infatti si propone ai risparmiatori nazionali di acquistare obbligazioni ad elevato tasso di interesse (ed alto rischio potenziale di insolvenza) per finanziare il rientro del debito negli stati meno virtuosi ipotizzando una sicurezza nell’avvenuta resipiscenza istituzionale che eliminerebbe ogni rischio ipotetico, anche in passato titoli a rischio elevato si sono dimostrati solidi in quanto fondati sul decollo di sani sviluppi produttivi capaci di remunerare la fiducia liberamente offerta dai risparmiatori.
|