24/06/2011

Inesorabile trionfo della civiltà ‘Occidentale’

Osservando lo sviluppo dell’industrializzazione globale ed i suoi graduali, inesorabili riflessi sulle istituzioni interne ai singoli Stati Nazione coinvolti e su quelle soprannazionali coinvolte nell’impegno di garantire una condivisa governance di quell’irreversibile crescita economica possiamo trarre auspici ottimisti sulla crescita e sulla diffusione globale dello spirito peculiare della civiltà ‘Occidentale’ nel mondo.

Gli studi più dotti sulla conservazione di controllo politico sulla crescita in corso illustrano spesso gli aspetti più critici che si manifestano sulle istituzioni nazionali e sull’inadeguatezza di quelle soprannazionali; e da ciò gli scenari geopolitici traggono deduzioni pessimiste e spesso nefaste sull’evoluzione liberal-democratica nel futuro.

È naturale che, alla luce di un fenomeno macroscopico che vede l’evoluzione di un sistema termodinamico complesso in rapida trasformazione (cambiamento di forma) negli assetti produttivi, come spesso indicato dalla rubrica, le capacità ‘previsionali’ degli specialisti nelle varie discipline coinvolte nella sua analisi, non riescano a ‘proiettare’ gli sviluppi lungo le linee di evoluzione che hanno caratterizzato la pseudo-stabilità dei sistemi industriali nel contesto geopolitico dell’era degli Stati Nazione. Ciò desta sgomento e suggerisce anche agli scienziati più freddi visioni pessimiste sulla stabilità futura d’una governance globale nel rispetto dei criteri della liberal-democrazia e del capitalismo-liberista che ne ha forgiato la crescita e l’espansione fino ad oggi nella storia dell’umanità.

Gli specialisti di geopolitica paventano soprattutto che sia possibile il ‘naturale’ (nel senso cioè di ‘libero’ da ‘sagge’ guide dall’alto) consolidarsi d’una nuova governance liberal-democratica di fronte ai crolli di vecchie istituzioni che, negli Stati Nazione dell’’Occidente’ industriale, hanno richiesto secoli prima di trovare i loro, pur inadeguati, attuali assetti liberali.

Ciò denota l’incultura scientifica ed il profondo carattere ‘illiberale’ che anima le razionalizzazioni svolte dai sinedri preposti a definire i criteri delle nuove istituzioni che dovrebbero governare la stabilità del sistema industriale soprannazionale.

Il ‘laissez faire’ che dovrebbe essere alla base dello spirito istituzionale viene paventato come inadeguato ad ispirare la futura governance proprio nel momento in cui è quel criterio ad avere abbattuto le resistenze dei protezionismi nazionalisti, corporativi dei privilegi consolidatisi nella storia passata di un ‘Occidente’ che ha potuto riservare i benefici dell’industrializzazione ai paesi più industrializzati sottoforma di welfare state; il meccanismo para-fascista che ha legittimato i governi ‘top down’ in tutti gli Stati Nazione – con esclusione forse (fino ad oggi) dei soli USA non ostante i tentativi di FDR, di JFK e di Barack Obama.

L’incultura dei sinedri geopolitici è illustrata da capillari anche se apparentemente incoerenti manifestazioni come la denuncia da parte della magistratura della colpevole ‘previsione’ di catastrofi naturali (terremoto de l’Aquila). Infatti è ormai nota l’impossibilità scientifica, sia sul piano epistemologico e sulla sua descrizione in linguaggio matematico, di ridurre l’evoluzione dei sistemi termodinamici complessi a modelli che diano ‘previsioni prescrittive’; cioè illustrative dell’intensità, delle dimensioni e delle tempificazioni dei fenomeni.

Sembra che la teoria del caos di Ilya Prigogine e quella matematica dei sistemi autoregolati di Per Bak non si siano consolidate nel patrimonio culturale degli studiosi di macro-economia, sociologia e politica. Ciò è uno stile caratteristico del conservazione che ispira l’ortodossia delle accademie, ma è una grave lacuna alla luce dell’analisi delle trasformazioni ‘liberali’ che sono in corso nel sistema termodinamico ‘globale’.

Il carattere illiberale che ispira i sinedri attorno ai responsabili delle decisioni politiche invece è comprensibile in quanto è la caratteristica illiberale di tutti i legittimi governi e relative istituzioni dei vecchi Stati Nazione che hanno ruolo nel negoziare la definizione dei nuovi assetti della governance globale in modo che soddisfi prioritariamente le aspettative delle vecchie lobby e corporazioni rispetto a quelle nuove che hanno ormai pervaso diffusamente la società civile su base globale oltre ogni vecchio confine nazionale, generazionale e culturale. Si tratta del paradigma illiberale che governa la conservazione dei privilegi passati in ogni sistema istituzionale indipendentemente dal grado di liberal-democrazia raggiunto dallo specifico paese. Tuttavia, anche se comprensibile sul piano storico e della natura umana, la diffidenza nei confronti del laissez faire è grave proprio per l’ostacolo che essa costituisce per l’affermarsi della liberal-democrazia e della stabilità del consenso politico ‘locale’ in ogni paese coinvolto dall’irreversibile crescita dell’industrializzazione e per il suo potere di gratificare le aspettative diffuse di crescita di maggiore benessere e libertà sollecitate proprio dallo sviluppo ‘liberale’ che ha caratterizzato l’avvio della globalizzazione priva di freni efficaci esercitabili dalle vecchie istituzioni della governance espressione del protezionismo e della conservazione dei privilegi elitari e nazionali più radicati.

Vediamo di esaminare l’evoluzione, attualmente ancora governata dall’egemonia degli interessi industriali, in una prospettiva che non sia inquinata da pessimismo ‘conservativo’ o ‘reazionario’.

Si paventa la perdita di egemonia dei vecchi Stati Nazione ‘Occidentali’ a beneficio di paesi emergenti e non ispirati da istituzioni liberal-democratiche.

Mentre questa perdita di egemonia è ‘naturale’ se letta nell’ottica della gerarchia di ‘utilità’ che ogni sistema industria-stato verrà ad assumere nel nuovo contesto globale composto di produzione-consumo-risparmio …. e di stabilità politica interna. Il ‘valore aggiunto’ che caratterizza il peso di ogni sistema nazionale sarà sempre legato alla credibilità e stabilità dei comportamenti istituzionali che lo governano. Occorrerà sempre rispettare l’intero coacervo di know how professionale su cui si fonda la competitività dei diversi sistemi produttivi unitamente al know how istituzionale che rende ad esempio intoccabile Hong Kong per la Cina continentale. Nessuna azione di forza potrebbe sovvertire questo confronto complessivo tra stili produttivi che caratterizza i comportamenti affidabili dei singoli paesi interagenti per raggiungere un comune fine; la crescita economica interna da cui dipende la stessa permanenza di consenso politico e stabilità del reddito.

La Cina che non è ancora liberal-democratica, è però soggetta a maggiore instabilità sistemica (industriale e istituzionale) rispetto alla Svizzera, all’Italia o alla Grecia. Di ciò la politica cinese dovrà tenere adeguato conto senza tentare improbabili fughe conservatrici in avanti di carattere militare che, come ha dimostrato il crollo dell’URSS, non è sostenibile a spese di restrizioni del benessere e non è necessario se il benessere ed il consenso politico sono privilegiati; come negli USA del 1942 quando fino a Pearl Harbor sembrava che esso fosse il paese più imbelle e perdente sul piano militare rispetto all’Impero del Tenno e al Terzo Reich – o alle stesse potenze coloniali in Europa.

La Cina oggi e per molti decenni ancora sarà ‘ostaggio’ del know how e della stabilità finanziaria dei gruppi industriali ‘Occidentali’ da cui dipenderà la stabile crescita economica interna da cui, a sua volta, dipenderà la stabilità istituzionale nazionale. Quest’ultima sarà costretta ad addolcire i criteri della governance sia per adeguarli alle esigenze degli investitori ‘Occidentali’, sia per adeguarli alle aspettative di maggiore benessere e libertà che andranno a crescere al suo interno in modo disomogeneo – e pertanto non standardizzabile – in diverse aree e culture che compongono l’apparente unitarietà del ‘cinese’. In piena analogia con le diversità che caratterizzano l’essere negro in Africa da Somali, ad Hutu, ai Tutsi, ai Nigeriani, ai Bantu, ai Sudanesi.

La stessa disomogeneità si può riscontrare nell’ambito dei paesi ‘islamici’ tra i quali sono incompatibili le differenze comportamentali nei confronti delle istituzioni civili e industriali tra Turchi, Iraniani, Pakistani, Egiziani o Tunisini, Libici, Algerini e Marocchini.

La Russia che nella storia ha dato dimostrazione di un’inadeguatezza antropologica a tradurre in pratica il patrimonio di risorse racchiuso nella sua enorme estensione territoriale, verrà trascinata finalmente nella cultura liberal-democratica alimentata dal capitalismo-liberista occidentale abbandonando la sua costante sterilità istituzionale arroccata su visioni satrapiche di governo dall’alto su sudditi fedeli e capaci di sacrifici nazionalisti e para-fascisti verso la Madre Russia idolatrata oltre ogni ragionevole soglia. Se la Russia avesse anche oggi, dopo la caduta del muro di Berlino, la determinazione di impegnare le energie delle sue risorse umane ‘giustificate’ dalla stessa visione antropologica che permise agli USA in pochi decenni la conquista di un intero continente ostile e meno ricco di risorse naturali creando la nazione più ricca, performante ed egemone che conosciamo e che continua ad attrarre sempre nuove ondate di immigrazione, la Russia potrebbe replicarne l’epopea ed attrarre manovalanza e imprenditorialità da ogni regione arricchendo loro e se stessa con un fenomeno sociale che ne cancellerebbe la paranoica chiusura culturale da sempre eretta sia a Est che ad Ovest. La perdita del paranoico nazionalismo para-fascista da parte della cultura russa, sarebbe il modo per accelerare la civilizzazione libera-democratica ed avviare l’era della seconda globalizzazione dopo quella di Roma Imperiale. La Chiesa di Roma ha percepito l’inesorabilità di questo percorso ed ha stabilito le sue nuove relazioni internazionali in un’ottica geopolitica che privilegia le relazioni con la sede del nuovo Cesare (la Casa Bianca), l’obiettivo di riappropriare alla Sede di Pietro del ruolo egemone del potere spirituale col graduale recupero degli anglicani e dei greco-ortodossi ed avviando un terzo tentativo di ‘conversione’ spirituale dell’Asia confuciana dopo quelli di Giovanni da Montecorvino, Matteo Ricci, Francesco Saverio ed Alessandro Valignano. La Chiesa di Roma ha avviato anche da tempo una coerente azione di egemonia in materie relative all’etica-politica fondandone le radici nella riabilitazione delle scienze metafisiche al fine di contrastare i residui dell’egemonia accademica e nella cultura politica e istituzionale del riduzionismo ateo generato dalla Rivoluzione Francese con la deviazione scientista che ha fatto perdere temporaneamente il carattere ‘umanista-rinascimentale’ all’Illuminismo. Anche in questo si è ristabilita la relazione tra fede e ragione (Dio e Cesare) che, proibita in modo autoritario nei regimi ‘laicisti’ post 1789, s’è confermata invece saldamente negli USA e nel Regno Unito; i protagonisti del crollo dei regimi ‘autoritari’ e laicisti nel 1945 e nel 1989 ed i protagonisti nell’attuale globalizzazione industriale ispirata alla diffusione nel mondo della civiltà ‘Occidentale’ tramite il liberismo capitalista e le sue istituzioni liberal-democratiche. Gli anglicani si riuniscono alla Chiesa di  Roma, la Chiesa di Roma ripristina nelle accademie la compatibilità tra ragione e fede e alimenta riconoscimenti scientifici internazionali in scienze teologiche confutando il riduzionismo che pretendeva di spiegare l’evoluzione della Natura in chiave esclusiva di materialismo scientifico; col ‘disegno intelligente’ ed instaurando una integrazione tra discipline metafisiche e fisiche in materie sempre più legate all’etica sociale. Una nuova legittimazione delle decisioni umane nell’ottica della trascendenza e della ‘legge naturale’.

L’egemonia istituzionale dell’’Occidente’ resterà garanzia per l’interesse globale e la crescita economica sta già creando spinte culturali interne ai singoli paesi in direzione di aspettative favorevoli all’adozione di stili di vita secondo criteri ‘Occidentali’ presso le giovani generazioni e le donne. È un’evoluzione indotta dalla crescita della globalizzazione cui nessuna elite integralista, autoritaria o fondamentalista potrà opporre ostacoli se non a spese della propria crescita di competitività e di consenso interno – i soli che si traducono in maggiore peso geopolitico.

Analogamente le sorti dell’Italia sono studiate e lette in ottica pessimista per l’immobilismo cui è costretta sul piano delle riforme istituzionali dalle vecchie corporazioni ‘conservatrici’ o ‘reazionarie’.

In realtà ciò che sarà impossibile fare sarà frenare l’avvento della globalizzazione come contaminante della cultura produttiva nazionale, né sarà possibile costringere la maggioranza degli italiani ad emigrare per poter partecipare dei benefici della globalizzazione; ergo sarà inevitabile che la Confindustria dopo CISL e UIL accolga gradualmente i criteri contrattuali di Marchionne che condannano alla sparizione i residui della concertazione e del consociativismo su cui si fonda tuttora la governance alla luce del welfare state con la ‘programmazione dei redditi’ e dello sviluppo industriale. La FIOM-CGIL è già stata emarginata dalla realtà delle decisioni industriali ed è frammentata al suo interno. Che i referendum impediscano di installare nuovi impianti nucleari in Italia non avrà alcun effetto relativamente al progressivo inserimento del sistema della sua produzione industriale nel contesto della globalizzazione, né influirà sulla competitività del sistema stesso ma si limiterà ad arricchire le industrie che producono all’estero (magari di proprietà italiana) ed a rendere gradualmente il sistema produttivo italiano preda di gruppi insediati all’estero il cui interesse sarà comunque di garantire la competitività degli impianti produttivi insediati in Italia ma di proprietà estera. D’altronde la globalizzazione rende indifferente sia la proprietà degli impianti sia la loro sede decisionale, come è stato indifferente una volta unificata l’Italia che la proprietà degli impianti nel Lazio o in Sicilia fosse laziale o siciliana. La globalizzazione rende indifferente la dislocazione delle sedi decisionali e degli impianti produttivi, almeno nella situazione equilibrata a regime, cioè se non esistono più differenze di carattere politico per le conseguenze ‘tecniche’ delle decisioni. Che Wall Street resti a New York oppure sposti il suo baricentro decisionale a Zurigo, a Londra o, un domani, a Singapore, Tokio o Hong Kong o anche, un dopo-domani, a Shangai o Pekino sarà indifferente per una produzione industriale che sarà governata da criteri che si limiteranno a privilegiare solo criteri di scelta fondati su parametri di produttività operativa e di di redditività degli investimenti. Questo in un’ottica geopolitica che nessuno Stato Nazione riuscirà più ormai ad intralciare o rallentare a meno di non subire le conseguenze nocive delle sue decisioni.

La Germania è di nuovo il paese ‘Occidentale’ egemone nel mondo coi suoi know how e competitività di sistema industria-stato. Cercare di irretirne l’egemonia entro istituzioni dell’UE che siano incompatibili con il paradigma istituzionale che le garantisce la governance e il successo industriale è pura utopia, soprattutto se l’opposizione proviene da sistemi inefficienti, nazionalisti e protezionisti come quello della Francia.

Il rilancio dell’economia USA dimostra un adattamento già avvenuto alle esigenze di competitività imposte dalla globalizzazione; non ostante i tentativi di Barack Obama di soddisfare le aspettative delle componenti più parassitarie dei suoi elettori (popolo dei food-stamp degli slum mobilitati da Acorn, immigrati illegali) o di quelle più flessibili ma minacciate dalla competitività industriale estera (sindacato automotive UAW) o di quelle più esposte dagli investimenti a rischio che hanno dato avvio e sostegno alla globalizzazione (gruppi finanziari esposti con ipoteche immobiliari e con gli hedge funds).

Oggi finalmente, insediato saldamente nella sala di regia, Obama ha eseguito una conversione di rotta che, per ottenere un secondo mandato, gli impone di privilegiare le ragioni di strategia geopolitica già inaugurate da ‘W’ Bush. La guerra in Iraq ed in Afghanistan devono proseguire per garantire il decollo dell’economia in Asia centrale e per offrire una via di sbocco alle relazioni internazionali a Pakistan, Iran e Medio Oriente nel rispetto dei principi istituzionali che consentano una crescita dell’economia in UE e negli USA al fianco di quelle dei paesi asiatici e la penetrazione in Africa di protagonisti industriali concorrenti della Cina. Anche gli USA insomma, indipendentemente dalle aspettative nutrite dall’elettorato nazionale, sono costretti dalla globalizzazione ad accettare la competizione pagando il costo di protagonista dettato dall’egemonia del loro ruolo nella gerarchia internazionale a beneficio del valore aggiunto erogato a beneficio di tutti i partecipanti al gioco, sia sotto l’aspetto della crescita del reddito complessivo sia sotto quello della necessaria stabilità della governance geopolitica globale.

Finita l’era degli Stati Nazione e delle loro astratte ideologie sociali necessarie per legittimarne il ruolo di leadership ed espansionismo nazionalista, gli unici criteri che guidano la negoziazione dell’ordine globale sono quelli del comune interesse ad uno sviluppo capace di non escludere nessuno in modo preconcetto; la globalizzazione industriale disinnesca la necessità di danneggiare il gioco comune per tentare di ricavare dei benefici nazionali magari sostenendo azioni di ‘blitz krieg’ nella speranza di sfruttare una temporanea superiorità militare. Sono finite la prospettive di benefici derivanti dai bluff di politicanti ambiziosi e tutti sono costretti a investire su scelte che aumentino la solidità del proprio sistema industria-stato nel contesto più appropriato alla luce delle relazioni internazionali che offre una geopolitica fondata sulla propria storia, sulla credibilità dei propri principi culturali e sulla loro capacità d’attrarre consenso presso la popolazione di produttori-consumatori-risparmiatori …. ed elettori senza più alcun confine nazionale o privilegio di casta.

Vera e propria restaurazione dell’epoca di Roma Imperiale incentrata sul federalismo a garanzia dei tipi più ‘locali’ di interessi economici, culturali e religiosi e sul peace keeping come garanzia della praticabilità delle reti tecnologiche infrastrutturali (trasporti, diritto, moneta, informazione, etc.).