| 24/06/2011 |
Sistema industria-stato Come al solito l’’accademia’ si sprofonda in analisi sempre più riduzioniste e ‘raffinate’ relative allo studio di una realtà – quella dell’economia – studiandone le manifestazioni sul piano macro-scopico e tentando di ricondurle a modelli descrittivi che, inevitabilmente, sono impostati su due concetti di fondo entrambi errati – il carattere ‘razionale’ dei comportamenti che compongono le micro-decisioni il cui aggregarsi riproduce le manifestazioni macro-scopiche osservate e la possibilità di giungere a descrivere l’aggregazione delle micro-decisioni e delle loro aggregazioni macro-scopiche in modelli matematici capaci di garantirne una previsione che abbia carattere ‘prescrittivo’ in analogia con le previsioni matematiche sviluppati in comparti scientifici più familiari tra i quali i fenomeni dettati dalla gravitazione secondo la relatività newtoniana e dall’elettro-magnetismo secondo la ‘teoria semplificata’ di Lorenz. In realtà, per il bene della stabilità politica dei sistemi socio-economici, occorrerebbe che si riuscisse invece a chiarire al vasto corpo elettorale, quindi anche sul piano ‘divulgativo’, che la scienza ha accertato lo stabile stato ‘caotico’ che domina tutti i sistemi termodinamici complessi nella loro pseudo-stabilità ‘locale’ (cioè in termini di spazio ma anche di tempo) e nelle loro dinamiche evolutive. Una ‘caoticità’ dotata di intrinseche capacità di auto-regolare la successione delle proprie transizioni lungo una gerarchia di stati pseudo-stabili caratterizzati da profonde analogie di ‘forma’; una sequenza quindi di ‘catastrofi’ temporanee che sfociano in imprevedibili crolli ‘locali’ che perdono i vecchi assetti per assumerne altri nuovi ed analoghi ma di cui è imprevedibile esattamente il come ed il quando. Questa caratteristica di ‘prevedibilità qualitativa’ ma di contemporanea ‘imprevedibilità prescrittiva’ è il nuovo paradigma che governa tutte le scienze, vecchie e nuove, se le si osserva dall’ottica non riduzionista che prende in considerazione il ‘libero arbitrio’ che caratterizza tutti i fenomeni micro-scopici elementari e le loro scelte ‘locali’; un paradigma che governa la nuova epistemologia scientifica post-positivista che rivela come tutti i sistemi termodinamici complessi siano animati da micro-strutture dotate di capacità evolutive che, libere di scambiare reciproche relazioni di causa-effetto, modificano la distribuzione elementare interna d’energia secondo una ‘logica locale’ di decisioni micro-razionali che s’aggregano in una gerarchia di micro-strutture di crescenti complessità e governate da analoghe ‘logiche locali’ evolutive fino a comporsi nelle più macro-scopiche manifestazioni osservabili dalla scienza tradizionale. La ‘prevedibilità prescrittiva’ della Natura è solo un wishful thinking ‘proiettato’ dalla psiche degli studiosi e reso credibile dalla rozzezza delle loro osservazioni che riuscivano a cogliere solamente le manifestazioni più macro-scopiche di fenomeni composti invece da un caotico aggregarsi di eventi micro-scopici. Trasferire allo studio delle micro-strutture il determinismo che era stato ipotizzato e solo erroneamente riscontrato nelle dinamiche delle macro-strutture gravitazionali, è stato rivelato impossibile alla luce della più approfondita analisi condotta dalla fisica nel corso di tutto il ‘900. Questa evoluzione delle conoscenze ha pervaso ormai tutte le discipline che studiano i sistemi complessi ma non è ancora accettata sul piano politico per evidenti ragioni di conservazione della legittimità a governare tramite una gerarchia di ruoli che garantiscono alle oligarchie il diritto di ‘programmare’ le scelte industriali e finanziarie nei vecchi Stati Nazione. Le oligarchie politiche, e quelle accademiche che ne traducono le scelte in programmi dettagliati di atti fiscali e normativi destinati a condizionare il ‘corretto’ sviluppo industriale, hanno ogni interesse a garantire l’opinione pubblica di possedere la capacità di ‘prevedere’ la ‘logica’ seguita dal sistema economico per svilupparsi e di potere condizionare tale ‘logica’ tramite macro-decisioni efficaci. Questa menzogna ha condotto al costante fallimento di tutti i tentativi scientifici di ‘governare’ la crescita dell’economia agendo sulla macro-descrizione della sua struttura; ogni azione esercitata secondo logiche che non nascono dall’interno del sistema economico crea le premesse per reazioni ispirate a comportamenti di opportunismo che si appropriano dei benefici immediati senza garantire quelli auspicati dagli accademici (fatta la legge, trovato l’inganno). Insomma il ‘mercato’, che costituisce l’oggetto della macro-economia si ispira alle avidità e ai tornaconti più ‘locali’ che si appropriano tempestivamente (brevissimo termine) delle risorse disponibili e che le investono al di la di qualsiasi ipotizzabile ‘prudenza’, ‘razionalità’ o ‘altruismo’ che trascenda i puri e strettissimi vincoli della famiglia biologica. Assistiamo oggi in Italia alla replica della farsa ‘programmatrice’ e del suo relativo fallimento. Tremonti e Brunetta sono accademici di ottima levatura e tentano in buona fede di aiutare il sistema industria-stato in Italia di recuperare vitalità rispetto ai competitori esteri. Le loro iniziative fino ad oggi sono state compatibili con il ‘naturale’ approccio del laissez faire che dovrebbe ispirare ogni regime realmente liberale e tutte le sue istituzioni liberal-democratiche. Infatti le iniziative da essi condotte sono state indirizzate a raggiungere la parità di bilancio dello stato e ad aumentarne l’utilità al servizio del sistema industriale del paese. Le ‘leggi’ che governano il mercato sono banali se lette nella stretta ottica liberale del laissez faire; cioè al di la di ogni altro obiettivo ‘non economico’ anche se nobilitato dall’attribuzione di fini politically correct. La ‘legge di Say’ definisce la ‘naturale’ tendenza che anima ogni sistema in cui gli scambi siano realmente ‘liberi’ a raggiungere l’equilibrio e pieno impiego di ogni suo fattore; inglobando anche la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio dei singoli fattori produttivi. La legge di Say evidenzia il ruolo protagonista dell’industria ‘privata’ nel generare il reddito nazionale tramite decisioni ‘locali’ e elementari assunte in piena responsabile autonomia e rischio. Il comparto dei servizi bancari e assicurativi ma anche di consulenza permette di ‘aggiungere valore’ alle scelte autonome se non ne riduce i costi del rischio o la responsabilità individuale; è per questo che ogni sostegno statale risulta deteriore per garantire ‘valore aggiunto’ alle scelte del settore privato e questa è la ragione per cui i liberisti auspicano la sollecita ‘devoluzione’ alla sussidiarietà del privato non appena sia possibile sostituire lo stato nei ruoli che risultano ‘obbligati’ dall’inadeguatezza delle tecnologie del momento. In coerenza con questa assunzione elementare di base la legge di Armey indica le ragioni ‘economiche’ per cui i costi dei servizi erogati dallo stato devono essere mantenuti entro un massimo (variabile nelle epoche in funzione del potenziale di servizi privati in sussidiarietà) oltre il quale le risorse sottratte all’iniziativa privata non solo riducono il potenziale di sviluppo ma appesantiscono la redditività di quelle già impiegate per la crescita del reddito. Ad integrazione della legge di Armey, la legge di Laffer chiarisce che un calo delle aliquote fiscali permetta di aumentare le entrate fiscali grazie al fatto di tradursi in crescita complessiva del reddito prodotto dai privati; tramite responsabile investimento delle risorse disponibili grazie al calo delle aliquote cui erano soggetti. Sofisticazioni accademiche di queste poche leggi di base che, come la ‘legge degli investimenti’ di Keynes, si prefiggono di iniettare razionalità nelle logiche del mercato al fine di ‘ottimizzare’ l’impiego delle risorse e di evitare le crisi periodiche del sistema termodinamico complesso, sono tutte fallite e si sono sempre tradotte in stabili forme di statalismo parassitario e di clientelismo che crea stabile appesantimento alle capacità del sistema industriale di superare in autonomia le inevitabili crisi; oltre ad essere a-scientifiche proprio nei loro scopi dottrinari che sperano di poter eliminare le fasi di crisi che invece sono la caratteristica manifestazione di ogni sistema complesso dotato di intrinseche e libere capacità evolutive. Programmare il futuro è possibile solo per sistemi artificiali e privi di capacità innovative e di sinergie creative. Ciò che alla data un governo ‘liberale’ potrebbe realizzare in Italia a beneficio del rilancio della competitività del sistema industria-stato del paese è solo proseguire nella meritevole opera iniziata da Tremonti, Brunetta e …. udite, udite da Marchionne! Infatti ciò che Marchionne ha iniettato in Italia è un’ottica contrattuale del lavoro che, tramite porzioni del salario, premia la produttività individuale, aziendale e settoriale in una gerarchia di istituzioni che evita la permanenza di concertazioni industriali intellettualizzate ed estranee alle concrete sostenibilità ‘locali’; ogni ‘fuga in avanti’ per istituire ‘ope legis’ normative avanzate e politicamente corrette generano mercato nero, contrabbando, evasione, elusione, opportunismi parassitari – tutti fattori che frenano l’avvento di benessere e di progresso civile. Una legge che sostenesse l’estensione, anche nello stato, dei criteri di diritto del lavoro scelte dai lavoratori di recente in Fiat a ogni azienda che ne proponesse la libera scelta referendaria ai propri addetti, aumenterebbe la produttività degli addetti, la redditività delle aziende, la disponibilità di risorse finanziarie per investimenti e l’aumento di entrate fiscali anche a parità di aliquote. Certo tutte le corporazioni parassitarie ‘de sinistra’ insorgerebbero dai sindacati datoriali meno competitivi, ai sindacati prestatoriali più clientelari, alle caste statali e para-statali più ottocentesche, ai sinedri ortodossi dei consulenti accademici alle amministrazioni pubbliche fino agli enti no profit alimentati da finanziamenti i più irresponsabili. Siamo sicuri che anche gli addetti agli sportelli col pubblico (banche, posta, anagrafe, etc.) aderirebbero con entusiasmo e aumenti di produttività ad una proposta salariale basata su un fisso al 50% dell’attuale ed un premio a cottimo legato alla produzione individuale che potrebbe raddoppiarne il reddito attuale; oltre che essere tassato a livelli inferiori di aliquota come incentivazione del nuovo diritto del lavoro. I lavori usuranti e la precarietà del lavoro sarebbero elementi destinati a cadere nel dimenticatoio come truffe organizzate per ragioni di consociativismo politico nel 1900 nell’Italia para-fascista del presunto post-fascismo. |