| 23/12/2011 |
Decisioni pragmatiche (di ‘buon senso’) o secondo prassi (nel ‘senso comune’) Il ‘buon senso’ costruisce il domani sulla base di valutazioni pragmatiche mentre il senso comune pretende di migliorare la situazione odierna sulla base di abitudini acquisite e ritenute irreversibili o diritti acquisiti. Il buon senso esamina il margine disponibile ‘localmente’ hic et nunc per destinare il risparmio ovvero la differenza tra le risorse consumate, quelle investite in conservazione o ‘manutenzione’ e quelle dissipabili in consumi ‘ofelimi’ o felicità e quelle spendibili ad auspicabili finalità di crescita o in ‘investimenti’ produttivi auspicati come strumento per conseguire il sogno di un futuro migliore; esaltare la crescita verso la felicità individuale che esalta il divario esistente di profili motivazionali, attitudinali e di ambizione e gratificazione. Il ‘senso comune’ invece trattiene tutte le risorse disponibili su fini di conservazione delle abitudini di spesa già acquisite chiedendo che, per riequilibrare i divari esistenti, si investano le risorse sottratte alle fasce più benestanti e ridistribuirle alle fasce più indigenti difendendo gli equilibri produttivi già consolidati dai rischi celati dal ‘cambiamento’ facile esca destinata a perpetuare i divari tra fasce sociali; concertare l’uguaglianza come realizzazione della felicità o pace sociale garantita da uguali panieri di consumo. È la libertà di scegliere l’acquisto di belle cravatte, rispetto alla libertà dall’indigenza di accedere ad astratti consumi ‘essenziali’, a governare il concetto di felicità, seppure labile. Liberare dall’ansia della precarietà della propria felicità è un concetto astratto che costa a ciascuno molto più dell’accettazione quotidiana di un elemento che, dalla nascita alla morte, caratterizza la stessa vita umana. Non rinunciare al carattere utopico dello ‘statuto dei lavoratori’ e perfino dell’’articolo 18’, si traduce solo in diverse forme di privilegio selettivo e settario contro altri protagonisti meno favoriti senza ledere i più dotati che ‘inventano’ nuove forme di tutela della propria crescita di benessere ed addirittura si appropriano del ruolo di Philippe Egalité nell’ambito delle oligarchie ‘rivoluzionarie’. Abbiamo emblematiche illustrazioni di questa realtà nelle due versioni ‘illuministe’ della Rivoluzione Scientista; la Rivoluzione Francese che si è tradotta in imperialismo senza mutare l’evoluzione delle monarchie in liberal-democrazie e la Rivoluzione d’Ottobre che s’è tradotta nel più sanguinario, opprimente autoritarismo rallentando l’avvento della liberal-democrazia; entrambe ‘rivoluzioni’ che si proponevano di erogare ‘libertà, uguaglianza e fratellanza’ a tutti i diseredati nel mondo grazie all’azione egemone di oligarchie ‘illuminate’ responsabili di governi etici. La sola intuizione corretta della sostenibilità del ‘senso comune’ che ispirava quelle fallite iniziative utopiche è stata indicata da Leon Trotskij col concetto di ‘rivoluzione permanente’ da estendere non solo in luogo ma anche come metodo permanente contro l’egemonia egoista ed avida del ‘buon senso’ che anima l’essere umano in ogni epoca e livello culturale; l’alternativa al socialismo trotzkista insomma sono i nazional-socialismi staliniani o hitleriani ben noti. Così come l’alternativa ‘rivoluzionaria’ al progresso liberal-democratico fondato sul paradigma del ‘libero mercato’ e sul ‘buon senso’ del capitalismo-liberista sono il radicalismo e l’utopia anarchica. Il ‘buon senso’ pragmatico e il ‘senso comune’ etico sono due paradigmi interpretativi dei concetti formulati in modo apparentemente analogo dalle medesime carte costituzionali dei regimi autoritari e di quelli liberali; o dai programmi elettorali proposti dai partiti politici ‘progressisti’ o ‘conservatori’. I negoziati che governano gli accordi politici in ogni parlamento liberal-democratico si ispirano a convergere su decisioni che devono necessariamente rispettare il criterio del ‘buon senso’, cioè della praticabilità di varie proposte alternative alla luce della disponibilità delle risorse che si riescono a raccogliere; ovvero alla luce della sostenibilità dei programmi. Si può dire che il progresso segue tappe caratterizzate da fasi ‘conservative’ ispirate dall’esigenza di creare nuove risorse sul cui impiego possano essere negoziati successivamente altri compromessi di crescita o di ridistribuzione capaci di armonizzare il consenso interno smussando l’inevitabile ampiezza dei disagi vissuti dalle diverse fasce di reddito e di intraprendenza. Sono l’ambizione e l’avidità ad animare la crescita economica e l’invidia sociale, la pavidità e l’ignavia ad ispirare e legittimare l’intervento paterno di interventi illiberali di ridistribuzione dall’alto del reddito prodotto da altri difeso da ragioni di un’etica egalitaria capace di delegare ad oligarchie opportuniste, anche se animate da buoni intendimenti e magari in buona fede.
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