15/07/2011

Il ‘modello politically correct’ sconfitto sul campo dalla ‘realtà della natura umana’

La rubrica da sempre cerca di evidenziare come anche nelle scienze umane – tra cui economia, psicologia e sociologia – vale la regola che ‘se gli eventi naturali divergono dalle previsioni di un modello scientifico, sia da cambiare il modello piuttosto che la realtà naturale’.

Il ‘modello’ fondato sull’etica dettata da astratti principi ‘politically correct’ sui quali si è fondata la raccolta del consenso politico nell’era degli Stati Nazione (uno a spese dell’altro ed i più ricchi a spese dei più poveri) che hanno gestito l’ordine mondiale nell’interregno tra la prima versione (Impero Romano) e quella attuale della ‘globalizzazione industriale’ e che è ormai in graduale estinzione, sta mostrando la sua insostenibilità negli stessi confronti dei principi legittimanti che non possono essere estesi a beneficio delle masse migranti dei diseredati dal Sud al privilegiato Nord.

‘Resistere, resistere, resistere’ nella difesa ad oltranza di un modello economicamente insostenibile alla luce di un fenomeno che sta ricevendo crescente consenso da parte di masse fino a ieri emarginate dal benessere che solo lo sviluppo industriale in regime di capitalismo-liberista riesce a coincidere con la crescita del PIL sia su scala globale che (anche se con maggiore difficoltà proprio a causa delle ‘resistenze’ corporative dettate dal tentativo di conservare privilegi oligarchici che si arroccano nelle istituzioni della governance dei vecchi Stati Nazione) nazionale sta dimostrandosi una strategia universalmente perdente e insostenibile che inoltre, paradossalmente, agevola l’accelerato avvento del Nuovo Ordine Globale dettato dall’esigenza dello sviluppo industriale tramite la ottimizzazione dell’allocazione delle scarse risorse finanziarie sottratte alla reazionaria avidità delle vecchie oligarchie nazionali dalla ‘speculazione’ finanziaria in piena coerenza con i criteri della redditività industriale e colle motivazioni ‘naturali’ che ispirano tutti (ma proprio tutti) i risparmiatori nelle loro scelte; egoismo, avidità, ambizione, etc..

Il paradigma sul quale si è fondata la raccolta di consenso politico nei morenti Stati Nazione è riassumibile in sintesi nel welfare state che legittima ogni spesa statale a spese fiscali da parte di istituzioni collettive che non hanno alcuna ‘responsabilità’ personale; un ribaltamento dei criteri di base della democrazia che fonda la legittimità delle istituzioni liberal-democratiche sulle scelte individuali; scelte ‘responsabili’ nel senso che i costi di scelte errate devono pesare direttamente sull’errante in ogni campo decisionale.

Senza una diretta, costante, capillare e immediata conseguenza penalizzante il responsabile delle scelte, non si giustifica la governance bottom up che caratterizza i regimi democratici contro quelli (magari ‘etici’) top down di ogni paternalismo autoritario.

La legittimità delle istituzioni democratiche (sindacati, chiesa, comune, provincia, esecutivo, legislativo, giurisdizionale, media, etc.) deriva da scelte responsabili da cui ogni singolo individuo, in ogni sua scelta di investimento delle risorse in sua disponibilità ‘attuale’ riceve un risultato benefico (in caso di scelta corretta) o dannoso (in caso di errata valutazione dei rischi) o intermedio (in caso di rispetto della sua valutazione tra rischio e benefici).

L’esposizione al rischio individuale e personale legittima la fonte delle conseguenze sulla collettività politica prodotte dalle scelte quotidiane; sia elettorali, sia economiche, sia comportamentali, sia etiche, sia educative.

Ogni surrogato ‘collettivo’ (istituzionale) all’assenza di dirette e quotidiane responsabilità individuali genera forme di dirigismo dall’alto oppressive delle libertà personali; non importa quanto sofisticate possano essere le procedure per giungere al consenso diffuso nello stabilire regole che sappiano definire l’illiceità o la liceità dei comportamenti ‘ortodossi’.

L’imposizione di comportamenti ‘standard’ ed eticamente corretti richiede forme di controllo e di educazione che caratterizzano in diverso grado il livello autoritario dei regimi illiberali.

Solamente il ‘naturale’ rifiuto dei singoli soggetti sociali a privilegiare comportamenti ‘irresponsabili’ riesce a costruire nei secoli un tipo di società più rispettosa delle diversità dei singoli.

È solo l’abitudine di ognuno ad assumere su di se i rischi derivanti dalle conseguenze delle proprie scelte che riesce a pesare sulla ‘responsabilità’ dei comportamenti quotidiani in modo costante e capace d’auto-educare i singoli al rispetto di se e dei suoi simili; il ‘libero mercato’ è il solo strumento ‘trasparente’ che impone ai singoli produttori-risparmiatori-consumatori-elettori quotidiane dosi costanti di ‘responsabilità decisionale’ tali da evitare scelte maggioritarie poco sostenibili.

In definitiva sembra che la globalizzazione e tutti gli strumenti caratteristici del libero mercato (tra cui la speculazione finanziaria è protagonista) stia riuscendo a imporre come fenomeno esogeno, equo e libero da ideologie etiche un Nuovo Ordine Globale in sostituzione graduale dell’obsoleta governance caratteristica dei vecchi Stati Nazione; la libera circolazione di merci, capitali e servizi riesce a sottrarre all’avidità egoista dei vecchi privilegi le risorse necessarie per alimentarli a beneficio delle oligarchie nazionali – oltre ogni confine.

Barack Obama è stato costretto a rinunciare al suo demagogico tentativo di gratificare le aspettative delle fasce più ‘irresponsabili’ del suo elettorato (gli attivisti di Acorn e i lobbisti dell’immigrazione illegale) grazie alla sua proposta di riforma sanitaria che avrebbe esteso i poteri del governo federale sulla base del criterio del welfare state proprio al tramonto degli Stati Nazione e causa della travolgente insostenibilità economica che affligge la vecchia Europa.

In Europa tutti i vecchi Stati Nazione stanno cercando di recuperare competitività dei propri sistemi industria-stato riducendo l’invadenza del governo centrale e del welfare state per rientrare nei limiti della sostenibilità economica del bilancio statale.

Tranne la Germania, che ha proceduto a integrare il socialismo saldamente nella linea del capitalismo-liberista sin dal congresso di Bad Godesberg, e che oggi riesce ad essere competitiva sul mercato globale al di la della valuta usata per gli scambi, tutti gli altri Stati Nazione si trovano nella necessità di tagliare i costi del debito accumulato a causa di demagogiche provvidenze dello stato sociale.

Il Regno Unito, che ha parzialmente beneficiato della rivoluzione di Margaret Thatcher ma ha l’opposizione laburista ancora scarsamente allineata alla linea inaugurata con successo da Tony Blair e troppo legata alle ideologie ottocentesche paleo-industriali, trova ancora difficoltà a rendersi competitiva sul piano industriale.

La Francia che ha sempre goduto di un forte stato centrale e di uno spirito protezionista industriale sta cercando di rilanciare il proprio ruolo di protagonista geo-politico tramite iniziative combinate industria-stato sostenute dall’efficienza burocratica e dall’esperienza tecnologica ma oberate da un debito pubblico che non permette di rientrare nella sostenibilità economica di fronte alla crescente concorrenza di sistemi molto più integrate nel sistema globalizzato.

L’Italia, la Grecia, il Portogallo e gli altri Stati Nazione caratterizzati da minori tradizioni amministrative si trovano costretti ad operazioni di rientro nella sostenibilità del bilancio pubblico con processi più traumatici o fidando nella reattività dei propri sistemi industriali abituati ad assumere decisioni al di la da riferimenti al sostegno dello stato (per ciò che concerne le esportazioni); il restante sistema industriale nazionale trova un naturale sbocco autonomo verso l’estero (ENI, Fiat, ENEL, Del Vecchio, Bulgari, etc.) assorbendo o venendo assorbito da gruppi soprannazionali oppure gradualmente si estingue per crescente scadimento della propria redditività non più compensabile da interventi statali a spese del fisco.

In tutti i paesi comunque i vecchi privilegi corporativi, non più sostenibili dalla fiscalità generale, devono essere sostituiti da istituzioni ispirate a criteri più compatibili con la logica del capitalismo-liberista (diritto industriale, diritto societario, diritto amministrativo, diritto sindacale, etc.).

Lentamente ma inesorabilmente l’insostenibilità economica del vecchio modello di governance fondato sulla ideologia ‘etica’ del welfare state ne crea la morte e la esigenza di sostituirlo col modello ‘naturale’ fondato sulla responsabilità individuale di fronte alla ‘precarietà’ che caratterizza la vita di tutti i sistemi complessi esistenti in natura.

Come in tutte le altre discipline, anche in economia e in sociologia la verifica dei modelli sul campo riesce a confutarne la supposta ‘superiorità’ rispetto alle leggi naturali che non consentono di sostituire con l’utopia la realtà pragmatica e inesorabile d’compatibilità tra comportamenti responsabili e promesse demagogiche.