21/11/2011

Il Mercato se possibile: lo Stato se necessario

Di fronte alla stasi autolesionista della politica nelle mani delle obsolete corporazioni ottocentesche sempre più inutili e quindi parassitarie a difesa dei propri vecchi assetti conservabili solamente nella caparbia difesa degli ormai insostenibili privilegi delle rispettive clientele elettorali, si assiste a crescenti reazioni innovative del ‘libero mercato’; sia in politica che in economia; all’insegna dello slogan che legittima lo stato liberale.

Specialmente in Italia, dove lo stato unitario è stato sempre alieno ad aderire alle istanze rivoluzionarie che ispirano il capitalismo-liberista, il crescente disagio sociale sta manifestando evidenti segni creativi di rifiuto delle vecchie istituzioni sociali e le mette in crisi tutte in ogni comparto; sindacati, partiti, media e fisco.

Sono evidenti le crescenti adesioni dei giovani alla nuova realtà globale che si riflettono nel calante tasso di sindacalizzazione, nel prevalere del consenso a forme contrattuali che privilegiano la competitività aziendale su astratte ispirazioni ideologiche di contrattazione nazionale all’insegna di improbabili programmazioni industriali o perfino di programmazione dei redditi negoziate dalle oligarchie ottocentesche sulla base di una concertazione che visibilmente ha lasciato il passo al più bieco personalismo ed all’anti-berlusconismo (che tra l’altro danno evidenza del prevalere dell’avidità individualista anche in ambito politico istituzionale).

Nessun partito riesce ormai a governare le vecchie manifestazioni con cui si aggregava il consenso sociale e ciò si manifesta a ritmo accelerato. Dapprima i partiti tradizionali hanno dovuto cedere l’egemonia all’anti-politica dei più disparati movimenti folcloristici e spettacolari dal popolo viola, ai girotondini, ai grillini, al giornalismo-giustizialista; tutti movimenti di grande successo mediatico-spettacolare che hanno costituito i nuovi ‘partiti’ di nuovi protagonisti politici; da Di Pietro a Santoro, a Grillo, a Travaglio, a Saviano.

Successivamente le gerarchie dei partiti sono state destabilizzate da movimenti organizzati all’interno del vecchio sistema coll’adesione dell’elettorato più sperimentato a nuovi partiti o a leader interni ma ribelli alle vecchie logiche top-down dell’organizzazione del consenso; dall’esodo dell’elettorato verso la Lega Nord, ai fenomeni ‘locali’ e incontrollabili di Vendola, De Magistris, Pisapia e Renzi.

Infine sta manifestandosi la crescente mobilità interna al parlamento di singoli eletti tra i gruppi in cui sono stati eletti.

Analoga sorte hanno avuto i sindacati dietro le pressioni del libero mercato industriale con Marchionne ed i suoi contratti aziendali che stanno destabilizzando sia la Confindustria sia i sindacati prestatoriali e il diritto del lavoro.

Il controllo ‘organico’ al vecchio sistema istituzionale del sistema mediatico sta definitivamente perdendo il suo appeal presso la pubblica opinione grazie alla destabilizzazione del libero mercato che Craxi-Berlusconi hanno iniettato nella vecchia Italia para-fascista del consociativismo illiberale con la nascita delle TV-libere che, abbattuto il monopolio statale, lo stanno arricchendo dapprima col duo-polio RAI-Finivest e poi con le nuove iniziative di Murdoch.

Le vecchie oligarchie non possono fare altro che lamentarsi pateticamente dello ‘strapotere’ del tycoon leader di Forza Italia e ostinatamente farsi prendere dalla paranoia impolitica del suo abbattimento giustizialista e mediatico; senza rendersi conto della crescente sterilità delle due corporazioni in carico di quel gioco illiberale che non godono certo di credibilità o di consenso presso l’elettorato del paese; la giustizia è meno apprezzata dei partiti e dei sindacati da almeno quattro decenni. Questa paranoica ‘resistenza’ anti-berlusconiana crea inoltre un’oggettiva rinuncia dei partiti obsolescenti a rilanciare i propri assetti e i propri programmi per il loro rilancio sull’agone elettorale.

In economia, vista la impotenza delle istituzioni politiche, il libero mercato sta cercando una nuova forma di governance compatibile con la realtà del mercato globalizzato.

È sempre il libero mercato a dimostrare la sua egemonia intellettuale nella ricerca di nuovi meccanismi di carattere liberista che permettano di avviare il rilancio della produzione mantenendo un rispettoso rispetto dei vincoli imposti a tutti i paesi dalla finanzia soprannazionale per la gestione virtuosa del bilancio statale.

Il sistema industria-stato nel paradigma liberista stabilisce la priorità di responsabilità decisionale al sistema industriale al cui ‘servizio’ poi lo stato deve assumere iniziative capaci se possibile di agevolare il successo in assenza di vincoli ed interferenze; il privato se possibile, lo stato se necessario. La sovranità e le libertà sono diritti dei produttori-consumatori-risparmiatori-elettori che devono quindi sostenerne il costo personale su base di scelte individuali e responsabili. Lo stato deve agevolare con la sua minima interferenza ed onere le scelte che assumono i privati e che vengono liberamente aggregate dal libero mercato.

In quest’ottica, vista e condivisa la stasi politica che impedisce il rilancio dell’economia senza rinunciare alla gestione rigorosa del bilancio statale verso il raggiungimento della parità, la creatività individuale di un economista non ‘organico’ ai sinedri istituzionali (Giorgio Dell’Arti) ha concepito un eccellente meccanismo liberista capace di risolvere la quadratura del cerchio.

Partendo dalla situazione virtuosa che caratterizza il paese, e cioè di un grande debito statale affiancato da un grande e diffuso risparmio privato libero da debiti e partendo dal riconoscere come interesse generale la soluzione del rilancio produttivo senza aumentare il debito statale Dell’Arti suggerisce che lo stato assuma eccellente un’iniziativa minimale di intervento legislativo che non voglia ‘guidare’ ma solamente ‘scatenare’ la libera creatività produttiva industriale sul libero mercato.

Agevolare ope legis ogni proprietario di beni immobiliari ad aderire ad una proposta; versare all’erario una parte del credito ricevuto da un’ipoteca bancaria da accendere su parte del capitale posseduto, garantita dallo stato su un arco di cento anni e usare la parte restante del credito erogato in piena libertà sul mercato dei consumi. Il meccanismo proposto sembra risolvere extra-istituzionalmente il problema della valutazione di solvibilità dei sistemi industria-stato valutati dalle società di rating fino a oggi nell’ottica della compatibilità dei bilanci statali dalla competitività complessiva dei sistemi industria-stato per la separatezza in cui i due si gestiscono l’uso delle risorse finanziarie disponibili internamente. Il meccanismo d’altronde sembra rispetti i criteri della autonomia legislativa nazionale e quello della compatibilità soprannazionale; ogni sistema deve poter sovranamente disporre dei capitali nazionali per risolvere compatibilmente con la sua stabilità politica il problema del rientro nella competitività globale sostenendo in autonomia il maggiore rigore statale senza rinunciare al rilancio del suo sistema industriale.

Ciò che ostacolerà l’accettazione pratica della misura creativamente ineccepibile sarà al solito la viscosità e inefficienza del sistema legislativo e quella del sistema amministrativo che non riusciranno ad adeguare con la necessaria rapidità i vincoli normativi nazionali e le procedure che presiedono oggi ai processi del credito; non mancano cioè le garanzie offerte dalla solidità dei sistemi nazionali, né manca la potenziale capacità dei sistemi economici nazionali, mancano nuovi comportamenti politici e delle istituzioni degli Stati Nazione.