13/01/2012

Che fare per rilanciare la vitalità industriale in Italia?

Come in ogni altro comparto disciplinare, la soluzione di situazioni di crisi temporanea, che affliggono tutti i sistemi complessi dotati di intrinseche doti di costante vitalità, deve risultare semplice e comprensibile in modo da poter ricevere un consenso diffuso da parte della maggioranza delle micro-cellule che compogono i suoi diversi sotto-sistemi interni, senza la cui adesione funzionale ai nuovi assetti imposti dalla soluzione le capacità del sistema complesso di conservare l’omeostasi fisiologica svaniscono generando ‘catastrofi’ più o meno estese e di minore o maggiore durata e conseguenze strutturali al suo interno.

Tutti i sistemi industria-stato nei vecchi Stati Nazione sono entrati in crisi per la perdita di competitività in un mercato globale che, date le enormi dimensioni del potenziale di consumatori, risulta assolutamente più appetibile per la crescita economica d’ogni comparto industriale rispetto alla conservazione dei vecchi assetti (al Nord) e per l’offerta di impensabili nuove opportunità di crescita del reddito individuale e nazionale (al Sud); per non parlare della crescita di libertà individuali connessa allo sviluppo globale in ogni paese senza alcuna distinzione di regime politico-istituzionale.

Questa premessa è un ‘fatto’ che viene illustrato con evidenza quotidianamente dalla cronaca coi regime change in corso in tutto il mondo nei regimi più autoritari, con la travolgente crescita delle dimensioni del mercato globalizzato e della sua accessibilità emblematicamente illustrata dall’adesione dei consumatori in tutti i paesi alle reti sociali (un miliardo di utenti FaceBook), alle libere comunicazioni multimediali (due miliardi di utenti U-Tube ed SMS via cellulari), alle offerte e-commerce associate agli scambi più individuali del risparmio con pagamenti e-money, con l’esplosione dei servizi di trasporti e leisure low cost, etc..

La crisi che affligge i sistemi industria-stato  dei vecchi Stati Nazione non è quindi una crisi del sistema che cura la produzione industriale (il paradigma del capitalismo-liberista si è infatti esteso anche ai paesi ‘ex-comunisti’) ma è solo ‘crisi politico-istituzionale’ che costringe ad adeguare le vecchie istituzioni politiche ad adeguare i ‘modelli ideologici’ cui ispirano la legittimità delle proprie decisioni, alla sostenibilità dei costi che ne derivano ai criteri della crescita economica globale; cioè alla redditività ed alla credibilità inclusiva degli elementi di rischio politico che affliggono i criteri decisionali che finanziano i nuovi investimenti industriali.

La valutazione della credibilità e adeguatezza con cui i singoli vecchi sistemi politico-istituzionali assumono quegli adeguamenti viene curata dalle agenzie di rating che stimano quindi il grado di competitività relativa tra i sistemi nazionali alla luce delle ‘riforme istituzionali’ che sono già state assunte (non solo ‘promesse’) e non si limitano (nell’interesse dei risparmiatori suggerendo loro il diversificato rischio associato ad ogni paese) a valutare in astratto il ‘potenziale’ industriale o del risparmio posseduto dai singoli paesi come fosse un parametro disgiunto dai condizionamenti imposti alla sua collocazione sul mercato dal sotto-sistema politico-istituzionale vigente.

I rating attribuiti ai singoli sistemi nazionali industria-stato risultano perciò valutazioni complessive e cioè ‘politiche’ nella visione della vecchia sovranità decisionale (corporativa e protezionista) egemone nell’era dei vecchi Stati Nazione; quindi i rating sono discreditati ed invisi da tutte le istituzioni politiche in ogni paese ma godono di grande credito presso tutto il comparto industriale finanziario in cui le banche alimentano in modo coerente con l’attribuzione dei rating le richieste di credito sia da parte degli stati, sia da parte di quei progetti industriali che risultano esposti in modo diverso al rischio di insolvenza nazionale; penalizzando i finanziamenti sottoposti a regimi meno competitivi (e meno redditizi) di altri. Con ciò adempiendo a uno dei primi obblighi del capitalismo-liberista – l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse.

Questa visione ‘semplice’ è legittimata su base sociale per le dimensioni dei consumatori globali che possono godere dei benefici che derivano dalla crescita di reddito, diffusione del benessere e libertà individuali.

Le ‘crisi’ sono quindi solamente settoriali (confinate cioè alla sfera delle istituzioni politiche), contingenti ed indipendenti dalla ‘crisi congiunturale’ che costringe ogni comparto industriale ad adeguarsi ai nuovi criteri di competitività sul mercato. Pur essendo indipendenti dalla crisi congiunturale le ‘crisi politiche’ affliggono e condizionano la transizione dei sotto-sistemi industriali in ogni vecchi Stato Nazione ad assetti che spesso sono vietati dalle leggi nazionali. Si tratta di un condizionamento che tendenzialmente svanisce col crescere dell’integrazione dei sistemi industriali nazionali col più vasto, nuovo sistema produttivo globalizzato ma si tratta di meccanismi giuridici che ancora vincolano i sistemi produttivi nazionali ma alimentano la stabilità sociale interna ai singoli paesi; stabilità che è ancora la ragione stessa della legittimità politico-istituzionale di corporazioni e strutture statali.

Per adeguare rapidamente e in modo soddisfacente (e ricevere quindi valutazioni migliori dalle agenzie di rating) la competitività dei sistemi industria-stato nazionali occorrerebbe in definitiva ridurre al minimo le spese statali e devolvere quelle risorse finanziarie a sostegno di ‘responsabili’ investimenti industriali; il problema risiede nell’impossibilità di distruggere le istituzioni politiche tagliando a zero le loro fonti di consenso sociale (stato, clientele, corporazioni – legittimate dal paradigma dello stato erogatore del welfare) prima di avere consolidato la crescita di sistemi economici nazionali capaci di supplire le vecchie forme di stabilità sociale fornendo accessibili e responsabili servizi di welfare di libero mercato (sussidiarietà verticale ed orizzontale allo stato). Il processo di conversione dal paradigma para-fascista bismarckiano del ‘welfare state’ a quello del ‘socialismo di mercato’ sostenibile dal capitalismo-liberista egemone sul mercato globale è tanto più lento quanto maggiori sono le resistenze reazionarie opposte all’avvento delle drastiche riforme istituzionali da parte delle vecchie corporazioni clientelari e parassitarie e quanto minori sono le risorse che possono essere investite dai songoli paesi nell’alimentare la crescita industriale senza chiedere ‘credito’ estero (che, inevitabilmente viene penalizzato da valori di rating ancora elevati in mancanza di credibili segni della ‘transizione’ dal vecchio, insostenibile paradigma al nuovo di capitalismo-liberista).

Cosa dovrebbero fare quindi i paesi coinvolti nella globalizzazione ma ancora poco competitivi per avviare un recupero della vitalità del sistema industriale nazionale?

La risposta è semplice; cancellare con azione chirurgica (che rende credibile la decisione politica ben più che le tradizionali promesse retoriche) ogni forma di welfare state istituendo in sostituzione quelle future (art. 18, statuto dei lavoratori, pensioni privilegiate, prebende connesse alla rete di aziende di stato e municipali, etc.), liberare il sistema privato dai lacci e laccioli che ostacolano i finanziamenti del credito industriale (in tema di giustizia civile, autorizzazioni amministrative, tasse, accise, IVA, ICE, etc.), raccogliere le risorse necessarie a questa soluzione semplice ma traumatica con misure compatibili coi criteri liberal-democratici.

Quest’ultimo diventa il solo problema che i politici nazionali si trovano a dover concordare per conservare la credibilità della soluzione agli occhi del mercato globale (agenzie di rating – squallide, avide o fallaci che esse possano essere ritenute).

La soluzione di questo problema-chiave dipende solo da un accertamento preliminare “dispone il sistema nazionale delle risorse necessarie per alimentare l’abbrivio iniziale del processo di transizione?”.

La risposta a questo quesito demarca la linea tra paesi cui è permesso tentare di devolvere all’UE la propria sovranità pur di non essere ricacciati in condizioni di sottosviluppo industriale e restare quindi nella zona euro (o euro/dollaro con USA/UK/Scandinavia) e quelli invece che non potendosi permettere quel privilegio, sono costretti a ricorrere a finanziamenti alle agenzie ONU per i paesi meno sviluppati, tornare alle proprie vecchie valute nazionali, svalutarle a misura dei valori attribuiti dalle agenzie di rating per risalire la dura china dell’industrializzazione in competizione coi paesi emergenti. La Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, l’Italia e forse perfino qualche altro paese dei Balcani e la Grecia potrebbero certamente riuscire a non rivivere le fasi dure ed austere dell’industrializzazione negli anni cinquanta.

Parlando quindi più direttamente del caso Italia, la soluzione praticabile è semplice sul piano tecnico grazie al grande risparmio privato esistente e al suo generale interesse a investirsi in modo privilegiato sul rilancio del sistema industriale nazionale piuttosto che affrontare in piena competizione soprannazionale l’esodo in investimenti ‘speculativi’ temporanei per un successivo rientro ricco di rischi. La forzata ‘vendita’ di azioni emesse dallo stato a fronte di beni disponibili alla collocazione sul mercato (aziende municipalizzate,di stato e parastato, immobili, reti di servizi, etc.) sarebbe certamente preferito rispetto ad una tassazione sui capitali (in specie se immobiliari). Quelle risorse, se ben ripartite, potrebbero alimentare la drastica riduzione del debito statale - e quindi un virtuoso futuro e immediato calo dei costi del rifinanziamento – ed aiutare nella transizione tra vecchie provvidenze di stato e nuove di libero mercato in materia di welfare. Il rating sarebbe migliore e stabile per il sistema Italia e la zona euro potrebbe omogeneizzarsi escludendo i paesi condannati a retrocedere nel limbo della industrializzazione e giungere rapidamente a un’unità politica che è l’elemento ancora assente nell’UE. Infatti come avviene in marina per tutti i convogli troppo disomogenei, il naviglio più lento resta indietro e la velocità media risulta più lenta di quanto possibile risultando quindi preda più facile per gli U-boot che inizialmente eliminano i navigli di coda più lenti. Eliminati quelli, la velocità media del convoglio aumenta e gli U-boot hanno maggiore difficoltà a inseguire e affondare i restanti che possono raggiungere lo scalo finale.

Per imporre questa drastica (esiste un arco di un anno e poco più di tempo) occorre ottenere il consenso dei vecchi partiti; le corporazioni che stanno ‘resistendo’ alla riforma istituzionale.

Queste corporazioni sono in teoria il raccordo con il paese reale col compito di governare le istituzioni della governance nazionale secondo i criteri condivisi dalla maggioranza. Il nefasto periodo degli Stati Nazione ha inquinato quel concetto di maggioranza decisionale e minoranza di controllo con soluzioni auto-definite più ‘democratiche’ dalle oligarchie stesse che pretendono una frammentazione proporzionalista delle minoranze più ‘locali’ e una concertazione assembleare per ogni decisione di interesse pubblico (rafforzata dal concetto di ‘irreversibilità’ dei diritti acquisiti).

Le resistenze si localizzano diffusamente nell’ambito dei vecchi partiti politici, essi tuttavia sono sempre composti da vertici ridottissimi e cerchi di ordine gerarchico inferiore ad essi connessi da spinte variabili nel tempo fino ai cerchi più periferici strettamente connessi agli interessi del paese reale. Questa struttura gerarchica agevola nell’attuazione della soluzione qualora ai vertici operassero leader sufficientemente spregiudicati (ne possiamo avere la quasi certezza).

Orbene la loro posizione di vertice risulta minata dalle prossime elezioni amministrative oltre che da minori scontenti di ordine più politico generale (legge elettorale, corporazioni esistenti, etc.). le prossime elezioni infatti punirebbero i partiti oggi egemoni delle decisioni di riforme istituzionali impedendo il decollo della nuova realtà industriale prima di avere superato il trauma delle austerità imposte per uscire dalla vecchia economia.

Occorre quindi un’iniziativa politica che dilazioni le elezioni amministrative unendo i turni elettorali delle elezioni politiche con quelle amministrative (per ragioni di risparmio), possibilmente avvii una rapida riforma della legge elettorale (che richiede un adeguato aggiustamento dei regolamenti parlamentari e della costituzione) e, grazie a questo prioritario sforzo vincolato ad estinguersi entro un massimo di tre anni da oggi, stabilisca una prorogatio della carica di Capo dello Stato e dei parlamentari in carica fino alla data di accettazione referendaria delle riforme. Entri i tre anni dalla data odierna sarebbe certamente possibile avere dato dimostrazione della validità della conversione del sistema Italia dal vecchio al nuovo paradigma ed avere anche consentito ai partiti di rivedere i propri messaggi e legami con le basi elettorali e con analoghi partiti europei,