| 20/01/2012 |
Il ‘nocciolo’ del problema politico in Europa Alla radice della lunga ‘crisi politica’ di adeguamento alla trionfante globalizzazione in quasi tutti i vecchi Stati Nazione (ma prioritariamente nell’UE grazie al suo immediato coinvolgimento nella competitività sul mercato globale), esiste IL problema che obbliga le istituzioni nazionali radicate al paradigma illiberale del ‘welfare state’ a rinunciare alle loro posizioni oligarchiche della vecchia stabilità ‘politica’ per assumere altri assetti più compatibili con la sostenibilità economica dettata dalla competitività industriale che, priva d’ogni ideologia, segue da sempre sotto ogni regime istituzionale, le regole del paradigma del capitalismo-liberista. In realtà tutto si riduce a una patetica ‘agonia politico-istituzionale’ contro una inevitabile sconfitta del suo paradigma sul campo misurata in termini di tasso di crescita della generazione di ‘benessere’ (cioè maggiore accessibilità e disponibilità di beni e prodotti innovativi e desiderati dai consumatori) a fronte d’un associato, ineluttabile trionfo finale del sistema industriale. Ineluttabilità della sconfitta/trionfo finale che è misurata dalla misura dei limitati ‘flussi finanziari’(liberi di scegliere quale dei due sistemi alimentare di quella risorsa essenziale per la sopravvivenza) che decidono di alimentare la crescita di sistemi governati dai due distinti ‘modelli di sviluppo’; quello del capitalismo-liberista o quello della ‘programmazione dei redditi’. I flussi di risorse finanziarie orbitano attorno al criterio della maggiore redditività che non è ‘programmata’ da autorità illiberali di istituzioni autoritarie e repressive nei confronti delle aspettative egemoni su scala globale sotto ogni regime in tutti i risparmiatori (istituzionali o individuali); aspettative che privilegiano la redditività del capitalismo-liberista rispetto a quella appesantita dai ‘costi della politica’ – pesi di fiscalità e di inefficienti apparati corporativi parassitari legittimati da concetti demagogici e irrigiditi da quello dei ‘diritti acquisiti’. Si tratta quindi in modo palese per qualsiasi osservatore della realtà sociale in evoluzione che si ispiri al solo ‘buon senso’ senza essere accecato dal ‘senso comune’ del welfare state, d’una sfida patetica che, quanto più si prolunga, tanto più ritarda la crescita negli Stati Nazione che ritardano di adeguare le proprie istituzioni alla nuova competitività industriale; agevolando la crescita degli investimenti negli Stati Nazione più celeri nel ‘riformare’ le proprie. Detto ciò è evidente che il libero flusso di risorse finanziarie circolanti nel mercato globale (la ‘famigerata’ speculazione) modifichi la sua propensione all’affluire sulla crescita industriale dei diversi Stati Nazione in funzione della credibilità’ che essi dimostrano di abbandonare i vecchi e insostenibili paradigmi (denominati pomposamente ‘modelli di sviluppo’ alternativi); modifica di credibilità che è espressa dalla ‘speculazione soprannazionale’ in termini di ‘spread’ o differenziale di costo dei titoli di debito emessi da ciascuno di essi. Questa è la realtà in corso ed illustra in modo eccellente che la cosiddetta ‘crisi’ non sia dimostrazione di una crisi del modello del capitalismo-liberista (come demagogicamente suggerito dai politici arroccati sui vecchi modelli alternativi della programmazione dei redditi e dello sviluppo industriale) bensì una semplice crisi congiunturale di diversa intensità e durata che affligge i sistemi produttivi nazionali in funzione del diverso grado di velocità delle rispettive istituzioni politiche a riformarsi adeguandosi alla compatibilità competitiva dei sistemi industria-stato sul comune mercato; una ‘crisi congiunturale’ dettata dalla durata dell’’agonia del vecchio ‘modello alternativo’ – spesso battezzato ‘terza via’ per guadagnare tempo per l’agonia. È evidente che i capitali finanziari soprannazionali (ma anche quelli raccolti sul piano fiscale e gestiti dai governi dei paesi che più velocemente si sono adeguati alla nuova realtà e sostenibilità industriale come la Germania, gli USA o il Regno Unito ed i paesi scandinavi …. per non parlare della Confederazione Elvetica e delle ‘dipendenze di City/Wall Street come Singapore, Hong Kong e Dubai) non siano sensibili a semplici dichiarazioni retoriche e promesse di ‘riforma’ ma siano ben più attente alle ‘decisioni’, seppure di semplice valore simbolico – come la ‘cancellazione’ dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori – che i parlamenti dei vecchi Stai Nazione assumono per celebrare formalmente l’abbandono del modello anticapitalista che ancora ostacola la redditività degli investimenti industriali nella nuova era globalizzata. In Italia è inutile protestare contro la Merkel o sollecitare Monti a finanziare lo sviluppo per diminuire il rapporto deficit/PIL fintantoché le corporazioni non accetteranno ‘riforme’ liberiste che affliggano quella forma di socialismo dirigista e di servizi di welfare fondati sull’egemonia dello stato sulle redditività degli investimenti industriali. Speriamo che l’eutanasia volontaria acceleri l’avvento dei benefici derivanti dalla globalizzazione invece di prolungare l’attesa d’una morte per lento e penoso logoramento della vitalità delle agonizzanti istituzioni politiche illiberali ereditate dall’era degli Stati Nazione cui l’Italia ha fortunatamente dovuto partecipare per soli 150 mai consolidatisi in un unicum politico-amministrativo d’un paese legale condiviso dal paese reale.
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