| 20/05/2011 |
Una modesta proposta alla Jonathan Swift per le prossime elezioni in Italia Dal crollo del muro di Berlino in tutto il mondo ‘Occidentale’ le ‘sinistre progressiste’ e le ‘destre moderate’ hanno dovuto adeguare le proprie proposte politiche e leadership alla realtà globale che, libera dal duopolio della ‘guerra fredda’, permetteva ormai l’espansione su un unico scenario geopolitico dell’unico paradigma sopravvissuto al confronto economico; il capitalismo liberista. Ciò costringeva a modificare le istituzioni liberal-democratiche per garantire una nuova governance globale che potesse raccogliere il consenso al Sud e al Nord essendo ormai scomparsa l’alternativa Est-Ovest. Il crollo del muro era stato favorito e anticipato dai principali protagonisti del capitalismo industriale, negli USA da Ronald Reagan che innescò drammaticamente una travolgente era espansiva industriale, nel Regno Unito da Margaret Thatcher che rianimò il protagonismo finanziario e industriale britannico in chiave globale e in Vaticano da Karol Wojtyla che indirizzò le relazioni interconfessionali in coerenza con il trionfo geopolitico di un sistema industriale capace di liberare dalla povertà i fino ad allora diseredati dell’Est e del Sud ma a rischio di smarrire totalmente i valori umani che, secondo Santa Madre Chiesa, legittimano le relazioni sociali al di la degli assetti produttivi ‘occasionali’. Dopo quella prima fase pionieristica i leader successivi sia di ‘destra’ e di ‘sinistra’ hanno potuto aggiustare le loro proposte ad un processo di globalizzazione industriale ormai sempre più inarrestabile ed ‘esogeno’ rispetto alle capacità di controllo di qualsiasi vecchio Stato Nazione. Blair nel Regno Unito e la Merkel in Germania ne sono esempi evidenti di leader ‘progressisti’ o ‘moderati’ capaci di ‘cavalcare la globalizzazione’ a beneficio del loro paese. In altri paesi invece i sistemi politici sono restati bloccati dalla ‘resistenza’ opposta all’avvento inesorabile del nuovo da parte di istituzioni nazionaliste e para-fasciste in cui l’egemonia delle corporazioni ottocentesche bismarckiane fondate sul ‘welfare state’ era troppo forti per essere esautorate e sostituite da altre fondate su paradigmi produttivi più sostenibili alla luce delle opportunità e della competitività industriale globale. L’Italia non è l’unico ma è forse il più emblematico caso di studio. Il tessuto industriale prevalente di medie imprese a carattere locale e familiare è anche il meno significativo sul piano del lobbying politico mentre le più grandi industrie nazionali non trovando più adeguate le politiche nazionali, per poter partecipare con successo alla competizione sul mercato globale, fuggono dal paese per non poterne modificare l’ispirazione politica, legislativa e giurisdizionale ‘reazionariamente’ resistente su una costituzione ormai inadeguata e ‘conservatrice’ del ‘compromesso storico’ catto-comunista tra dottrina sociale marxista e cristiana unite nel comune intento di ‘programmare’ lo sviluppo industriale in spirito illiberale e tramite istituzioni centrali di carattere ‘fascista’ (IRI, SSN, INPS, INAIL, INA, etc.). Il graduale progredire della globalizzazione industriale evidenzia in modo crescente l’insostenibilità di quella scelta ormai non più definibile né si ‘sinistra riformista’ né di ‘destra nazionalista’ alla luce delle crescenti e nuove aspettative sociali ed economiche del paese. Le istituzioni più solide di un tempo sono ormai morenti e costrette alla difensiva (FIOM-CGIL) rispetto a iniziative di investimento che le obbligano ad assumere linee negoziali non ideologiche (Fiat-Chrysler), mentre il tentativo di irrigidire sul piano giurisdizionale le tutele in vigore costringe i gruppi esteri a non investire o a disinvestire in Italia (IKEA, Tyssen). Mentre questa insostenibile guerra di resistenza all’avvento del nuovo impedisce ai leader di ‘sinistra’ di mutare le loro proposte politiche in coerenza con ciò che è invece avvenuto nei principali paesi industriali concorrenti dell’Italia sui mercati, i leader di ‘destra’ vengono ad assumere maggiore credibilità agli occhi della maggioranza moderata del paese, ciò indipendentemente dal fatto di riuscire o meno a realizzare ciò che promettono. Tutti auspicherebbero una Thatcher, un Reagan o una Merkel oppure un Blair, un Clinton o un Obama in Italia e promettere di ridurre il peso fiscale di un welfare state causa di sprechi, clientele e disservizi è molto popolare sia se proposto da ‘sinistra’ o da ‘destra’ purché denunci l’inadeguatezza delle vecchie corporazioni del passato (le ‘caste’). Basta proporsi contro le istituzioni del passato Stato Nazione per ottenere successo elettorale tra gli elettori più ‘estremi’ (grillini, di-pietrini, ecologisti, etc.) o più ‘moderati’ (berlusconiani, bossiani). L’insuccesso degli ‘innovatori’ li affligge marginalmente in quanto esso è attribuito, almeno parzialmente, alle resistenze opposte dalle vecchie ‘caste’. Intanto nella stagnazione politica, il fenomeno esogeno dell’industrializzazione erode gradualmente il potere delle vecchie istituzioni su cui si fonda la sostenibilità del compromesso catto-comunista col vecchio sistema istituzionale para-fascista del welfare state dello Stato Nazione. I leader di ‘sinistra’ in Italia son condannati a attendere la morte per consunzione del potere di interdizione delle vecchie corporazioni nazionali prima di riuscire ad adeguare le proprie proposte politiche a quelle già ormai collaudate e rodate in altri paesi. Per questi motivi è assodata ormai l’inutilità delle varie tornate elettorali sia amministrative che politiche, sia parziali che nazionali, tranne che per l’accertamento dei sintomi di estinzione del potere di veto delle caste sulla libertà della politica ad appropriarsi della guida del paese in uno spirito compatibile con la realtà globale e sostenibile alla luce delle compatibilità produttive italiane. Questa è la ragione per cui ogni tornata elettorale, anche la presente, possono essere giudicate alla luce del primo turno senza attendere l’altrettanto inutile tornata dei ballottaggi. Questa è anche la ragione per cui la rubrica suggerisce una lettura della recente tornata elettorale parziale e amministrativa nel linguaggio paradossale ma ironico, quindi portatore di un ‘verace’ distacco dalla politica ‘politically correct’ del loro tempo, di quei grandi scrittori che hanno segnalato la sterilità in cui il dibattito politico aveva cacciato la società nella loro epoca; evidentemente una sterilità costante che caratterizza sempre i politici professionisti. La recente tornata elettorale ha confermato una tendenza politica in tutto il paese; non si può sperare di vincere un solido leader con mezzi extra-politici (conventio ad excludendum, spallate giudiziarie, character assassination) almeno in un paese non ispirato da logiche farisaiche e puritane come l’Italia. Ciò che è avvenuto infatti sono due fatti politici significativi ad entrambi i partner del bipartitismo vigente: a ‘destra’, l’invio d’un ‘messaggio subliminale’ al Cavaliere da parte del suo elettorato di accelerare l’avvio delle riforme strutturali da cui dipende il rilancio del benessere individuale e collettivo del paese (pensioni, diritto del lavoro, diritto civile, diritto penale, liberalizzazioni, innovazione delle infrastrutture tecnologiche e gestionali dello stato, legislazione fiscale); a ‘sinistra’ l’allentamento della capacità organizzativa degli ex-comunisti di controllare il dissenso entro una logica gestita centralmente dal partito (cooperative, sindacati, media, dissenso anti-sistema dei centri sociali, dissenso nel radicalismo giustizialista, programmazione dei redditi). Il messaggio di ‘destra’ otterrà certamente l’effetto di accelerare l’attenzione del Cavaliere nei confronti del programma di riforme, sempre rinviate ma sempre confermate, da lui proposte per raccogliere consenso elettorale; pena un crollo dei consensi con parziale esodo verso la Lega, di ‘avatar’ politico ancora troppo ‘locale’ per catturare i ‘moderati’ da Nord a Sud e la perdita dell’ancora solida leadership del blocco ‘liberal-libertario’. Ciò causerà una maggiore compattezza di PdL e Lega attorno alle riforme in corso nell’interesse comune di confermare la loro credibilità agli occhi dell’elettorato nazionale nel 2013; indipendentemente dal leader che potrà condurre la campagna elettorale (Berlusconi, Tremonti o chiunque altro considerato utile a conseguire quello scopo). Il messaggio di ‘sinistra’ invece potrebbe risultare foriero di due conseguenze entro la tornata elettorale del 2013 (lo show-down all’OK Corral). Qualora infatti prevalesse nel PD la logica di gestione del cartello delle sinistre come protagonista ‘maggioritario’ nel suo ambito i movimenti ‘emergenti’ avrebbero un’inevitabile tentazione di sfruttare al meglio ogni spazio per distinguersi dagli altri ed ottenere maggiore peso e credito elettorale a spese del partito ‘protagonista’ e quindi costretto a ‘mediare’ tra istanze conflittuali ed estreme. Si vedrebbe perciò una ‘sinistra patchwork’ crescere ‘localmente’ evidenziando le connotazioni più estreme e spesso illiberali e para-fasciste (come quella dei ‘grillini’, dei ‘dipietrini-demagistrini’, dei movimenti anti-capitalisti – dai sindacati ‘duri e puri’ agli ‘ecologisti’ ai dissidenti dei ‘centri sociali’). Con ciò riceverebbe un danno anche l’immagine del PD, che gode ancora di credibilità a livello nazionale e trasversale a tutti i ceti sociali, nella qualità di coordinatore centrale di un incontrollabile aggregato composito e caotico di istanze sulla base d’un apparato ormai non più efficiente come quello di cui, in epoca post-comunista, si conserva ancora la memoria di tradizionale pragmatismo politico che caratterizzò il PCI; ben più ‘moderato’ perfino dei socialisti di epoca ‘pre-craxiana’. Qualora invece nel PD prevalesse la logica di egemone propositore di una linea politica indipendente dalle molte forme di ribellismo viscerale o di antagonismo fondamentale, esso dovrebbe condurre una azione lenta, attenta e graduale di ripristino del suo ruolo tradizionale di credibile pragmatismo politico sia verso i sindacati che le altre tradizionali associazioni del volontariato legato alle esigenze più ‘locali’ prima di poter riacquisire l’ormai perduta egemonia politico-intellettuale sui movimentisti di ogni specie che distruggono la credibilità anche se raccolgono a-rete una messe crescente di voti (quando sono all’’opposizione’) senza però agevolarne il coordinamento sul piano della stabilità e dei contenuti con proposte di politica nazionale (quand’anche riescano ad andare al governo). Insomma, l’’insuccesso’ del Cavaliere nella tornata elettorale amministrativa non sembra essere il ‘tracollo’ auspicato dal popolo composito e disomogeneo dei ‘gufanti-rosiconi’, mentre certamente propone difficili scelte a ‘sinistra’ soprattutto a chi, in quell’area, ha perso certamente il ruolo egemone su base ‘locale’. Questa analisi sembra confermata proprio per i successi ‘locali’ che invece hanno gratificato il PD grazie alla sua credibilità ed al suo ancora riconosciuto (o piuttosto ‘sperato’ in modo trasversale dall’elettorato) ruolo politico necessario per affrontare situazioni che, pur ‘locali’ e ‘settoriali’, sono di livello nazionale e chiedono una visione moderna del contesto soprannazionale in cui si giocano relazioni industriali già avviate e ancora contestate da vetero-istituzioni un tempo ‘de sinistra’ ma oggi semplicemente ideologiche e ‘reazionarie’. A Torino infatti un esponente del PD di riconosciuti comportamenti politici ‘moderati’ come Fassino ha raccolto una messe di voti in un’area in cui la Lega ha dato dimostrazione di crescere di consenso presso la popolazione delle maestranze, delle piccole imprese e degli artigiani; una città in cui si sta svolgendo uno dei pochi fenomeni di grande interesse politico per il futuro dello sviluppo economico del paese grazie alla Fiat di Marchionne con le sue proiezioni industriali soprannazionali e i suoi impatti sulle scelte necessarie presso le istituzioni ancora radicate in Italia nell’ottocento paleo-industriale (giustizia civile, diritto sindacale, leggi fiscali, liberismo amministrativo, etc.). I programmi (sempre disattesi) che ha sempre proposto Berlusconi al suo elettorato oggi deluso ma sempre pronto a riaffidargli la guida del paese in mancanza di leader che oltre che alternativi risultino anche credibili alla luce degli sviluppi d’un fenomeno ‘esogeno’ rispetto a qualsiasi possibile reazione delle obsolete istituzioni del vecchio Stato Nazione; la ‘globalizzazione industriale’ da cui dipende il futuro della crescita industriale – prima ancora che il futuro di partiti politici la cui credibilità è tramontata con l’era delle ideologie e i cui destini sono assolutamente indifferenti all’elettorato. Un PD capace di trasformare le sue istituzioni ad immagine di quelle del Partito Democratico negli USA avrebbe pari titolo per proporsi alla guida del paese, altrimenti il Cavaliere continuerà a vincere al di la del cavallo che dovesse cavalcare al momento (Forza Italia, PdL, o altro). Leggendo l’ennesima conferma di vittoria acquisita dal Cavaliere in Italia e la sequenza di comportamenti ‘politically incorrect’ assunti da leader politici (DSK da buon ultimo dopo la congerie dei JFK e Clinton negli USA), esponenti religiosi (non occorre citare nomi data la ricca messe – magari esaltata da ragioni di astio - in cronaca internazionale e nazionale), tycoon industriali (la cronaca del mobbing in azienda è ricca) o solo semplici esponenti intellettuali di ogni colore e razza (Roman Polanski), potrebbero emergere le seguenti, poche conclusioni relative alle scelte pratiche che si offrono alla politica italiana per il prossimo futuro. Visto che Berlusconi vince in pratica ‘contro’ tutti anche i suoi stessi ‘alleati’ contingenti e visto che ‘tutti’ gli altri ritengono che sia proprio Berlusconi la causa dell’inceppamento politico in Italia, non restano che due scelte utili per il paese; fino all’esistenza in vita certificata del Cavaliere vincente e fortunato. Conservando vigenza al ruolo da ‘notaio’ che è attribuito dalla vigente costituzione al Presidente della Repubblica, emarginarvi il Cavaliere garante dogli una gratificazione individuale conquistatasi sul campo e liberando con ciò il campo stesso dall’unico ‘intralcio’ all’avvento del luminoso sole dell’avvenire. Oppure, adeguando la costituzione secondo la tendenza di sempre maggiore responsabilità per il ruolo del Presidente della Repubblica da Cossiga a Napolitano, orientiamo la costituzione al regime ‘presidenziale’ ed affidiamo finalmente quella forma democraticamente compatibile di ‘dittatura a termine’ (di sette anni, non rieleggibile) a chi riuscirà a vincere le immediatamente successive elezioni politiche di elezione del Presidente, l’onere di condurre il paese oltre l’impasse politica che dura ormai dal crollo del muro di Berlino con la connessa fine del paese di Bengodi autorizzato per ragioni esogene di geopolitica a vivere al di sopra delle sue possibilità. Berlusconi vincerebbe di nuovo ma almeno il paese vedrebbe al suo vertice un ottimista, vincente e di consolidate capacità personali economico-industriali saldamente connesse al contesto industriale globale contrariamente a qualunque altro astratto intellettuale che abbia finora guidato a crescente rovina il paese dal termine dell’unico breve periodo liberista del ‘miracolo economico’ promosso proprio grazie alla assenza di ‘programmazione industriale’.
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