20/05/2011

Superamento del ‘maschilismo’ nelle istituzioni

Come in qualsiasi altra situazione anche il superamento dell’egemonia esercitata dai ‘maschi’ nella società organizzata (nelle istituzioni ‘pubbliche’ – cioè esterne alla ‘famiglia’) avviene con il graduale prevalere delle condizioni ‘naturali’ che privilegiano l’affermarsi degli apporti ‘femminili’ a beneficio dell’interesse generale del sistema complesso che costituisce la società civile.

Per avere contezza sul piano intellettuale del progredire del fenomeno occorre, come in ogni altra situazione, avere chiare le ragioni per cui nel tempo si è consolidata in modo ‘naturale’ l’egemonia ‘maschile’ rispetto al sesso così ‘essenziale’ per la crescita della società umana. Questo ‘privilegio’, di cui hanno goduto i ‘maschi’ in ogni sistema umano organizzato deve dipendere infatti dalla maggiore ‘adeguatezza’ delle loro peculiarità a garantire la sopravvivenza e la crescita di sicurezza e benessere della società nell’interesse generale sia dei ‘maschi’ che delle ‘femmine’ che la compongono.

In assenza di questa comprensione razionale sulle diversità esistenti nelle doti che la ‘natura’ ha attribuito in modo diverso e peculiare ai due sessi, o al contrario nel rifiuto di ammettere l’esistenza di quella ‘diversità’, ogni azione di accelerazione sull’evoluzione di quel processo di revisione della forma e dei contenuti in cui si manifesta il passaggio dall’egemonia ‘maschile’ a quella ‘femminile’ conduce a due esiti altrettanto perversi: la ‘selezione’ innaturale dei nascituri per evitare che la società debba subire l’avvento di un fenomeno che è considerato di carattere permanente e deteriore e ristretto al puro piano demografico (come l’eugenetica di stato di Sparta, capostipite di tutti i regimi para-fascisti ieri o della Cina, ultimo relitto ‘scientifico-socialista’ oggi); oppure l’inserimento nelle istituzioni di ‘quote’ di soggetti divisi per ‘genere’ imposte in modi acritici e indifferenziati che hanno l’unico effetto di ridurre l’autostima del privilegiati dalle ‘quote’ e la complessiva produttività del sistema viziato nelle sue opportunità meritocratiche.

Il ‘laissez faire’ invece se applicato senza vincoli imposti dal buonismo intellettuale al sistema organizzativo aziendale potrebbe gradualmente inserire nelle sue strutture impostate su gerarchie di valori ‘maschili’, le donne dotate di analoghe motivazioni e più produttivamente motivate a vincere la sfida dell’inserimento.

Inizialmente tale graduale inserimento non potrebbe avere grandi ripercussioni sullo stile di management prevalente del mondo industriale, infatti l’apporto genuino ed innovativo dei pochi e selezionati esemplari di manager femminili difficilmente riuscirebbero a far emergere le diversità del loro approccio ‘femminile’ alla soluzione dei problemi aziendali sul campo. Proseguendo tuttavia nell’inserimento di risorse ‘femminili’ in un contesto ‘maschile’ sia di struttura che di procedure, i loro apporti innovativi alla soluzione dei molti tipi di problemi interni (procedure e stili di management) o esterni (relazioni coi fornitori e i clienti) potrebbero emergere come asset vincenti per superare le sfide poste all’azienda dal mercato competitivo. Emergerebbe allora più evidente il ‘valore aggiunto’ schiettamente ‘femminile’ apportato alla competitività operativa e alla qualità del clima aziendale dai contributi innovativi impostisi sull’impostazione ‘monoculturale’ di stile ‘maschile’ attuale.

Questa applicazione dell’approccio ‘laissez faire’ alle relazioni produttive è già cominciata ed ha causato le differenze di sensibilità nei confronti della percezione dei problemi e delle priorità da rispettare nel progetto di soluzioni aziendali. L’apporto di contenuti psicologici al fianco di quelli economici consente di proporre tipi di valutazione dei bilanci aziendali e bilanci nazionali più aperti ad aspettative tipicamente ‘femminili’ come il clima aziendale, la fedeltà commerciale, la motivazione professionale, lo stile comunicativo. Questi apporti riescono a incidere su procedure e organizzazione aziendale tramite fattori come lo stile manageriale e la partecipazione diffusa a migliorare la qualità competitiva del prodotto aziendale.

Anche il traumatico avvento nel diritto del lavoro dei reati di stalking e mobbing sono evidenza dell’apporto che l’inserimento crescente della popolazione femminile provoca su assetti e culture pienamente maschili.

Indipendentemente dal fatto che le modifiche possano essere vissute come ‘positive’ o ‘negative’ dai singoli, esse certamente modificano lo stato delle cose nel mondo della produzione e sul mercato. Queste modifiche sono certamente frutto dell’affiancamento graduale di una percezione femminile della realtà.

Questa integrazione di sensibilità percettive al fianco di quella maschile, egemone nel passato, certamente riesce a comunicare meglio con la metà dei produttori, risparmiatori e consumatori che un tempo si doveva adattare ad una realtà meno diversificata a ricca di possibilità di scelta. Si tratta certamente di un progresso civile e foriero di maggiori apporti di creatività e crescita anche se può costare contingenti costi e rinunce.

Uscire da questo processo ‘naturale’ nello spirito del laissez faire di ingresso graduale delle donne nel mondo istituzionale di carattere maschile tramite forzature demagogiche del tipo delle ‘quote rosa’ non solo umilia le donne con la sua proposta di aiuto, ma offre l’occasione ai demagoghi di poterne sfruttare l’uso a proprio beneficio sostituendo il giudizio personale alla selezione del migliore che ha luogo in assenza di privilegi di legge. La tendenza di lungo termine non subirebbe forse deviazione ma le modalità dell’affiancamento delle donne ai maschi creerebbe aggiuntive, dannose e inutili fasi di reciproco sospetto e ostilità.