| 18/11/2011 |
Sovranità nazionali: dote innata o conquista permanente? È di moda oggi rivendicare la ‘sovranità’ della nazione in piena epoca di globalizzazione industriale. Apparentemente questa rivendicazione resta confinata alle istituzioni ormai morenti dei vecchi Stati Nazione e alla sfera delle corporazioni politiche che su di esse conservano la loro legittimità residuale a ricoprire ruoli decisionali in un contesto sempre più preda dell’egemonia dei flussi industriali e finanziari soprannazionali. In realtà prima di rivendicare la sovranità occorrerebbe domandarsi come la si sia perduta nel corso degli ultimi decenni. La sovranità non è un diritto naturale inalienabile, né è un bene assoluto ma, come la libertà personale, deve essere negoziato in piena responsabilità decisionale in un bilanciamento tra concessioni di reciproco interesse nell’ambito delle relazioni sociali che caratterizzano le proprie doti individuali o nazionali a fronte delle altrui esigenze pragmaticamente commisurate al contesto geopolitico del momento. Una libertà assoluta, come una sovranità assoluta, è utopia raggiungibile solo con un’egemonia assoluta nel contingente contesto sociale e produttivo oppure restringendo quel contesto nei limiti che lo rendono sostenibile in una logica di scelte che obbliga a condizionare le proprie aspettative e motivazioni a fronte di una sostenibilità autarchica; l’imperialismo di Roma Imperiale da un lato e l’autarchia degli Imperi coloniali della tramontata era degli Stati Nazione. Ogni altra soluzione si deve pragmaticamente collocare tra le due utopie e definire la propria sostenibilità nell’ambito di alleanze militari e trattati commerciali sempre dinamici che adeguino alla turbolenza del contesto geopolitico la tutela reciproca di interessi comuni; CEE, NATO, EFTA, Comecon, NAFTA, etc.. Le alleanze mutano come i trattati commerciali e con essi si modificano le condizioni cui deve soggiacere la sovranità; come accade per la libertà individuale. Qualora i trattati e le alleanze assumano carattere rigido e non denunciabile unilateralmente senza troppe ripercussioni sul benessere e sulla sicurezza nazionale, si parla di un loro carattere federale o confederale a seconda che gli Stati Nazione associati siano legittimati a conservare proprie rappresentanze internazionali o meno ed a stipulare ulteriori accordi bilaterali entro i confini legali imposti dall’alleanza; entrambe le forme accettano comunque in generale un unico sistema di difesa comunitario ed un’unica valuta tutelata da un suo organismo di emissione centrale garante del debito interno accumulato dall’alleanza nei confronti dei suoi creditori esterni. Si tratta di decisioni autonome (sovrane) a carattere politico gradualmente assunte da singoli Stati Nazione aderenti che ‘devolvono’ porzioni di sovranità a beneficio di un maggiore interesse nazionale nell’ambito di una comunità di Stati Nazione. Che queste decisioni politiche siano assunte formalmente e volutamente oppure si tramutino gradualmente e inconsapevolmente in vincoli di fatto alle future decisioni politiche a cause del lento ma inesorabile crescere dei legami soprannazionali di carattere economico industriale, resta il fatto che accettare i benefici di una moneta unica e di un libero mercato di circolazione di capitali, beni, servizi e persone, consolida un sistema soprannazionale industria-stato di carattere ‘virtuale’ ma i cui interessi risultano sempre più preordinati a quelli dei singoli sistemi nazionali originari; anche se questi si siano ostinati a mantenere immutate le loro prerogative connesse ad una ‘sovranità’ sempre meno legittima alla luce delle nuove aspettative, esigenze e motivazioni sociali ed economiche. Come i mitici struzzi, non è possibile nascondere la testa sotto la sabbia per eludere l’incombente arrivo del nuovo da oltre confine; se i vecchi privilegi nazionali non sono più sostenibili gli Stati Nazione si vedono obbligati a rientrare dai loro ‘irresponsabili’ comportamenti nazionali sollecitati da nuove istituzioni sopra-nazionali, anche estranee ai tradizionali canali dello stato liberal-democratico ma sostenute dalle esigenze che si sono accumulate nel corso dei decenni sul mercato degli scambi globali in piena libertà decisionale dei singoli consumatori, risparmiatori, produttori; istituzioni soprannazionali e di interesse pubblico quali le borse valori mobiliari, i gruppi finanziari e assicurativi, le aziende multinazionali, etc.. I comportamenti ‘irresponsabili’ vengono considerati tali da quelle istituzioni autonome e generatrici di crescita del reddito reale in quanto ‘insostenibili’ da parte di vecchi sistemi industria-stato nazionali che non possono sostenere la competitività sul mercato globale e vengono tenute in vita coi privilegi corporativi loro associati grazie a crescente indebitamento garantito da Stati Nazione non più solvibili ai creditori esteri e non più rappresentativi degli interessi generali dei loro elettori ma arroccati come gli struzzi attorno a una tenace difesa dei privilegi delle generazioni passate a scapito delle prospettive delle loro generazioni venture. La ‘sovranità politica’ dei vecchi Stati Nazione risulta così evaporata nel nuovo contesto soprannazionale e ciò tanto maggiormente quanto meno competitivi risultano i loro sistemi industriali nazionali. A questo punto occorre recuperare credibilità internazionale accettando che la propria sovranità sia ormai ridottissima. Per recuperare credibilità occorre dimostrare di saper recuperare competitività industriale e ciò può avvenire eliminando i privilegi insostenibili ed accettando il fallimento o il ridimensionamento delle aziende e delle istituzioni parassitarie ed improduttive; Stato e aziende assistite. L’austerità conduce alla riduzione del benessere interno, alla precarietà occupazionale ed a periodi di minore reddito per tutti i cittadini. Se l’austerità si accompagna ad una piena accettazione delle regole industriali della competizione e della redditività del risparmio, allora nuovi capitali sono attratti dall’estero ad investire in nuove intraprese industriali capaci di compensare la maggiore precarietà con crescita di opportunità professionali. Rinunciare a questi rimedi ‘imposti dall’estero’ a causa della perduta sovranità nazionale porta ad aumentare l’imposizione fiscale, alla fuga dei capitali nazionali, al degrado qualitativo dei servizi di welfare state insostenibili per il livello carente di qualità/costo ed a un prolungato stato di austerità privo di prospettive di rilancio economico nazionale; si trasforma il paese ormai non più sovrano a semplice teatro passivo di decisioni estere. Ciò è sempre accaduto in Italia dal crollo dell’Impero Romano con la politica nazionale sempre divisa in due fronti partigiani di autorità sovrane estere; Imperatore-Chiesa, Francia-Spagna, Imperi Centrali-Triplice Intesa, Terzo Reich-Liberal Democrazie, USA-URSS. Le scelte ‘sovrane’ dell’Italia si sono sempre dimostrate inaffidabili e scarsamente credibili fino alla data di nascita del mercato comunitario nel secondo dopoguerra che tuttavia ha sperimentato un atteggiamento da struzzi da parte delle ‘sovrane’ istituzioni nazionali che si sono ‘limitate’ a definire le procedure ‘tecnico burocratiche’ della Unione Europea lasciando all’economia soprannazionale le decisioni industriali. Questo comportamento miope e pavido si è tradotto in una veloce prevaricazione delle esigenze industriali soprannazionali su quelle condannate dalla minore competitività ad ancorarsi a forme sempre meno sostenibili di protezionismo, concertazione e programmazione dei redditi degli occupati corporatizzati ed a trascurare le aziende di minori dimensioni ed i disoccupati delle nuove generazioni; l’80% dei cittadini. La speculazione finanziaria ha trovato legittimità e facile azione ad esigere il rientro nella responsabilità dei comportamenti politici nazionali; a partire dai sistemi industria-stato meno competitivi e più indebitati. Occorrerebbe oggi elevare un peana alla speculazione finanziaria ed alle decisioni ‘sovrane’ dei Marchionne e Steve Jobs che sono riusciti a imporre finalmente ai ‘parchi buoi’ recintati nei parlamenti nazionali decisioni politiche ‘controllate’ da tecnici che godono di credito da parte delle nuove istituzioni ormai consolidate di un interesse pubblico e generale (FMI, BMI, BCE, etc.) anche se inevitabilmente esse risulteranno gestite da CdA in cui prevarranno le decisioni dei soci più credibili e dei sindacati di riferimento come accade in tutte le istituzioni pubbliche e private tramite gruppi ed accordi di sindacato che eleggono i loro rappresentanti in quei consessi decisionali. Monti non rappresenta la ‘sovranità politica’ nazionale ma certamente illustra le decisioni da implementare, se avrà successo l’Italia sarà stata ricondotta alla ragione, se fallirà si apriranno due strade inaugurate dalle elezioni politiche (e sovrane); il corpo elettorale esprime una maggioranza che riporta al governo Berlusconi (anche se rappresentato da Alfano) per attuare ‘sovranamente’ il medesimo programma di Monti, oppure il corpo elettorale esprime una maggioranza bloccata ed incapace di implementare quelle riforme ed il paese resta in una prolungata situazione di ristagno economico mentre l’economia globale prosegue nella sua corsa emarginando ogni azienda italiana che non sia riuscita a sfuggire dal sistema parassitario nazionale. La speculazione finanziaria condurrà a svendere beni solidi del paese a garanti del debito esteri che sapranno usarli in modi economicamente produttivi sostenuti da servizi pubblici e statali erogati da istituzioni estere. L’Italia sperimenterà un ruolo di prezioso Disneyland sotto tutela e gestione ‘straniera’ che tale non può tuttavia più essere considerata grazie alla costante accettazione e diffuso consenso sociale di cui gode la globalizzazione industriale. Ipotizzare un improvviso ed anti-storico mutamento dei comportamenti ‘sovrani’ della politica italiana sembra realmente utopico, è più probabile che si finisca di nuovo sotto una saggia amministrazione germanica in cui Bismarck è stato sostituito dalla Merkel e Radetzky avrà un suo omologo odierno per la gestione della sicurezza interna. Dov’è il problema! Nessuno può sostenere che sarebbe un’esperienza inedita nella storia nazionale (ed in quella dello Stato Nazione); anzi forse i migliori periodi sono stati quelli in cui ‘localmente’ prevalsero i regimi sostenuti da potenze e culture ‘estere’ – tranne forse la Repubblica di Venezia che di per se fu uno stato multinazionale e mercantile in continuità con le tradizioni dell’Impero di Roma e morto prima della tardiva e sterile unione nazionale. D’altronde ipotizzare che la cultura quadratica media italiana si possa convertire dalle sue tradizionali abitudini millenarie di individualismo polemico e bizantineggiante nei tempi rapidi che imporrebbe il rientro nella competitività ‘Occidentale’ sembra essere un puro pio desiderio (o wishful thinking). In realtà le risorse umane che caratterizzano l’Italia sono animate da individualismo creativo ma insofferente nei confronti di ogni allineamento conformista alle esigenze dell’ambiente più ‘locale’. Questa insofferenza stimola la nascita costante di espedienti anti-conformisti che concorrono alla crescita dell’innovazione tramite idee sempre nuove e suggestive ma che sono rese sterili nel loro potenziale applicativo pratico industriale proprio dal loro carattere ‘artigianale’ anche se di alta qualità e originalità; ciò a tutti i livelli professionali, dalla bottega d’arte artigiana, allo studio d’arte, allo studio professionale, alla piccola azienda familiare, fino ai circoli di qualità che operano nei grandi gruppi aziendali senza riuscire ad alimentare un’innovazione stabile ed efficace della competitività industriale. Tutta l’innovazione resta al livello di ammirevole creatività e intuizione progettuale ed alimenta episodi individuali di vivacità imprenditoriale che raramente si riescono a tradurre in stabili sistemi industriali (ENI, Fiat, Pirelli, Mediaset). Il successo dei singoli casi tramonta con la morte del fondatore e viene sopraffatto dall’invidia sociale o dalle lotte interne alle oligarchie del comparto industriale. Lo scenario industriale in Italia è quello di un ‘atanor’ vivacissimo capace di tradurre il piombo meno colto in oro zecchino grazie all’apporto di valore individuale, sempre innovativo grazie alla diffusissima, capillare disponibilità nelle culture ‘provinciali’ di stimoli ambientali di ogni sorta (gastronomia, culinaria, pittura, scultura, architettura, filosofia, saggezza contadina, etc.). È semplicemente impossibile forzare questo carattere nazionale italiano locale, campanilista e devoto in una cultura laica e industriale; né d’altronde sarebbe utile cancellare il valore aggiunto italiano ad una forma massificata di globalizzazione che saprà apprezzare sempre più l’apporto della creatività individuale, fonte di ogni crescita industriale – ne sono emblema l’apporto di Steve Jobs al successo della Apple, quello di Tesla al successo della Edison, quello di Fermi al successo dell’industria nucleare. Lo scoppiettio brillante di idee innovative prodotto in Italia resta evidente nelle forme d’arte in tutti i comparti; teatro, musica, pittura, scultura, styling, filosofia. È una condanna alla sterilità, se ci si propone lo sfruttamento sul piano industriale competitivo, è invece una peculiarità preziosa e invidiabile, se la si mantiene nel suo contesto ludico-didattico come è sempre stato in Italia in ogni epoca posteriore al crollo di Roma Imperiale. Essere sede privilegiata di una attraente Disneyland mondiale nell’era della seconda globalizzazione potrebbe non essere una condanna ma un’invidiabile ruolo para-universitario e di turismo di alta cultura.
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