| 10/06/2011 |
Inutilità della politica in Italia-DisneyWorld Le recenti manifestazioni referendarie hanno confermato la famosa considerazione circa ‘l’inutilità di governare gli italiani’ sintetizzata in varie forme dai tempi del ‘panem et circenses’ fino al ‘festa, farina e forca’ per concludersi con la distribuzione di scarpe per completare il paio in modo dilazionato alla lettura dei risultati elettorali del ‘Laureame di Napoli’. Di fronte a problemi concreti ma affrontati in modo eccellente da Tremonti (con priorità per il ‘rigore’ che sta risultando preziosa per recuperare credito internazionale anche se, per ridurre il rapporto Deficit/PIL, rischia di agire solo sulla raccolta fiscale e trascurare la crescita del reddito nazionale – ma Tremonti non è Reagan, anche lui è socialista, quindi bene o male sempre … ‘de sinistra’), gli elettori hanno voluto sfogare la propria permanente insofferenza per ogni forma di ‘governo’ con una tornata elettorale all’insegna di un ‘forno delle grucce’ in pieno 2000. Mentre è giustificatissimo il risultato trasmesso a Berlusconi in quanto personalmente ‘responsabile’ delle mancate promesse di avviare la seconda epoca liberale che, liberando da ‘lacci e lacciuoli’ le forze produttive del paese, inauguri un’autonoma crescita del benessere e recupero della competitività internazionale dopo il ‘miracolo economico’ di Einaudi-Menichella-Costa, il corrispondente ‘schiaffo’ all’opposizione ‘keynesiana’ sembra privo di coerenza. Governare significa infatti scegliere nell’alternativa di amministrare l’economia del paese tramite le tasse e lo stato con criteri ‘top down’ legittimati dall’ipotesi che un sinedrio di accademici onesti e sapienti possieda la capacità di ‘prevedere’ in modo scientifico i comportamenti del mercato per ‘programmarne’ la crescita sulla base di modelli ‘prescrittivi’ dei flussi interni; oppure ridurre in ogni modo possibile i costi sull’erario dello stato (deregulation, alleggerimento fiscale, sussidiarietà, privatizzazione, liberalizzazione, etc.) contando sul ‘laissez faire’ per inventare il futuro con la piena applicazione ‘responsabile’ del ‘buon senso’ individuale che deve animare quotidianamente i cittadini, unici responsabili di se stessi e del proprio futuro con la caotica, libera aggregazione ‘bottom up’ delle loro micro-decisioni in tendenze macro-scopicamente osservabili come il sintomo finale dello sviluppo già in corso di realizzazione. Nelle due alternative è chiara la divisione delle responsabilità e dei comportamenti di governo: la ‘top down’ si attende dallo stato la creazione di opportunità occupazionali e di erogazione egalitaria dei redditi; quella ‘bottom up’ invece attribuisce allo stato ogni difficoltà di crescita del reddito individuale e del suo aggregato nazionale. Nella prima il governo è legittimato a raccogliere per via fiscale dal PIL tutte le risorse disponibili per stimolare la crescita e l’equità del benessere a beneficio dei sudditi ottenendone il consenso (è il criterio di welfare state incentrato sul patto sociale di Bismarck e giustificato ‘scientificamente’ dalla teoria di Keynes). Nella seconda il governo è obbligato a ridurre in modo costante le trattenute fiscali su un reddito nazionale e individuale del quale solo i cittadini hanno merito, ne sostengono l’onere e ne sopportano i rischi. Esso è legittimato solo a conservare le trattenute per servizi che, alla luce delle attuali conoscenze tecnologiche ed organizzative, non possano essere affidati in modo più redditizio ed efficace ai privati (fari costieri e in modi sempre più ridotti anche porzioni della difesa, della polizia, della giustizia, della scuola, etc.). Negare simbolicamente il voto amministrativo a chi ha deluso la fiducia elettorale di liberare il paese dai ‘lacci e lacciuoli’ per affidargli la piena responsabilità di ‘inventare’ il futuro è quindi comprensibile in una visione matura del paese. Trasmettere tuttavia un segnale di ‘protesta’ di segno totalmente contrario nella votazione sui referendum, è segno di protesta nello spirito del ‘forno delle grucce’. L’assenteismo elettorale dei delusi dal governo di Berlusconi avrebbe confermato le pur deboli tracce di liberismo dei provvedimenti che col superamento del quorum sono stati invece cancellate. Ciò legittimerà in futuro ogni governo a due incoerenti comportamenti; finanziare senza vincoli di remunerazione sia la ricerca che le infrastrutture ed attribuire l’assenza di risultati di quegli investimenti statali a connessi, inadeguati comportamenti privati. E demotiverà ogni ulteriore tentativo di conservare la linea di rigore tremontiana. Altrettanto specularmente ‘a sinistra’ sembra da ‘forno delle grucce’ lo schiaffo assegnato ovunque (tranne forse a Torino con Fassino in chiave anti-FIOM/CGIL ma indebolendolo con lo schiaffo stesso al suo partito) all’anima ex-/post-comunista che ancora riesce faticosamente a conservare la credibilità derivante dalla sua storia organizzativa, anche se fallita sul piano ideologico. Insomma bocciare gli scarni segni di rigore gestionale in materia di acqua (tra l’altro promosse dallo stesso Bersani) ed eleggere ‘contro’ il PD a Napoli e a Milano esponenti ispirati a vecchie ideologie stataliste e neo-comuniste non sembra proprio coerente con una ribellione all’inazione ‘liberale’ ventilata da programma elettorale di Berlusconi. Ma questa è la ‘politica’ a DisneyWorldItalia. Esaminate le ragioni di DisneyWorld deducibili dalla tornata elettorale, occorre leggerle come segno della ‘ribellione’ generale che vivono tutti gli Stati Nazione nell’attuale turbolento contesto di consolidamento della globalizzazione, un processo che la rubrica considera positivo proprio per le difficoltà che crea alla sfera della politica internazionale e dei singoli Stati Nazione coinvolti grazie all’esigenza di supplire alla scarsità delle risorse finanziarie disponibili per alimentare una crescita industriale che ha il merito di gratificare tutti i paesi al di la delle frontiere geo-politiche erette dalle vecchie istituzioni di governance del sistema industriale limitate allo sviluppo del Nord a spese (o al meglio trascurando) quello del Sud. Infatti l’esiguità delle risorse finanziarie disponibili come valore di scambio (non valore d’uso) a fronte delle esigenze di crescita e di riorganizzazione industriale, non potendo essere finanziata in modo inflattivo (colla creazione di nuova valuta), deve essere soddisfatta grazie ad un più efficiente e redditizio impiego di quelle esistenti (preferibilmente nel Nord industriale). Questo significa l’abbandono graduale di paradigmi politici fondati sulla ‘conservazione’ del consenso nei singoli Stati Nazione tramite legislazione keynesiana e criteri di servizi in stile welfare state; l’abbattimento dei confini nazionali vi rende impossibile la tutela degli egoismi corporativi e ormai parassitari. Ogni stato è costretto a ridurre il suo peso sul sistema industriale nazionale per rilanciarne la competitività e ciò significa ridurre gli oneri fiscali sul sistema produttivo e la porzione di risorse fiscali trattenuta per il bilancio statale. Il rapporto Deficit/PIL deve ridursi e la crescita di competitività costringe, anche nei servizi un tempo monopolizzati dallo stato, ad elevare la produttività o ridurre i servizi. Elevare la produttività e mantenere i servizi ne suggerisce l’affidamento sempre maggiore al privato in sussidiarietà per immettere sul mercato nazionale risorse finanziarie necessarie per l’innovazione del sistema industriale. Questo è un approccio obbligato e irreversibile che costringe tutti i paesi a aderire a politiche di governo più rigorose, più liberali e meno demagogiche; indipendentemente dalle ispirazioni ideologiche dei governi in carica. Gli effetti di questa improvviso obbligo a maggiore produttività unita a maggiore rigore di spesa si traduce in crescente disagio politico e sociale all’interno dei paesi più industriali che, inizialmente, si indebitano con la speranza di una crescita del PIL tale da rendere compatibili i deficit dei bilanci con le richieste di maggiore rigore, successivamente, a causa della crescita dell’esposizione debitoria ed al rallentamento che questa crea sulla crescita dei PIL, tutti i sistemi industria-stato si trovano costretti a rientrare dal debito in tempi tanto più traumatici quanto più deboli fossero i sistemi dei singoli paesi; Grecia, Irlanda, Portogallo, Islanda, etc.. L’impossibilità di soddisfare l’esigenza di ottimizzazione delle risorse finanziarie in altro modo che esuli dal maggior rigore e maggiore produttività crea gradualmente le premesse per il crollo delle corporazioni che si erano fondate su privilegi non più compatibili con la crescita dell’economia industriale sul mercato globale. Il crollo dei sindacati datoriali e prestatoriali, dei partiti ‘di sinistra’ e populisti, delle corporazioni bancarie e delle aziende protette da legislazioni preferenziali nei singoli paesi si traduce in perdita di consenso politico e in temporaneo prevalere di ‘localismi’ nel corpo elettorale di ogni vecchio Stato Nazione. Questa ondata di disagio prodotta dall’ondata forzata di rigore finanziario gradualmente riesce a maturare la cultura di tutti i paesi coinvolti spingendola ad ispirarsi alla responsabilità individuale e al fai-da-te per la soluzione di ogni problema quotidiano. Ciò stimola la nascita di piccole aziende ‘artigiane’ capaci di dare Come detto, dopo avere esaminato le ragioni di DisneyWorld deducibili dalla tornata elettorale, cerchiamo di leggerle alla luce dell’’inutilità del governare in Italia’ pur giustificata dalle turbolenze della globalizzazione. Infatti in tutti gli altri Stati Nazione, al passare degli anni, i sistemi industria-stato sono danneggiati dalla totale inazione politica indirizzata ad innovare le vecchie istituzioni, sia statali che private che davano il loro sostegno alla produzione industriale. Nei paesi più industrializzati (Regno Unito, Germania, Francia e anche Scandinavia, Austria, Svizzera e Paesi Bassi) i sistemi industria-stato nazionali si erano infatti sviluppati nei secoli integrando le aspettative dettate dagli interessi di sostegno competitivo dei maggiori gruppi industriali (privati cui partecipavano anche le oligarchie istituzionali) sui mercati internazionali in chiave protezionista con le aspettative dettate dagli interessi nazionali del complesso di aziende minori (private) che garantivano la produttività e la redditività del complessivo sistema produttivo e, con ciò il consenso diffuso alle politiche di ‘potenza’ decise dalle oligarchie al governo. In Italia invece la troppo breve e turbolenta storia nazionale e la tradizionale frammentazione provinciale del tessuto produttivo principale (le PMI più creative e produttive e le solidarietà cooperative) non si sono mai consolidate in un sistema organico e moderno industria-stato. Le oligarchie al governo nel periodo pre-fascista avevano scarsi interessi industriali e il loro ruolo si è sempre tenuto distante da strategie industriali analoghe a quelle consolidatesi nei principali paesi concorrenti del paese sui mercati internazionali. Si sono formate istituzioni burocratiche poco sensibili alle aspettative di crescita industriale e molto organiche alle direttive dei salotti delle oligarchie snob del potere politico latifondista e aristocratico (tra l’altro in costante, sorda lotta per il reciproco contrasto nel tentativo di stabilire i rapporti di forza o di egemonia politica). Le oligarchie al governo nel periodo fascista erano fondamentalmente di due tipi: quelle dell’era precedente che hanno cercato di indirizzare le strategie di crescita industriale del nuovo regime in chiave parassitaria e protezionista consolidando un sistema illiberale e parassitario di opportunismo industriale a spese dell’erario sul quale si sono costruiti i principali gruppi industriali (privati) fino alle soglie della globalizzazione (Fiat, Pirelli, Cirio, Martini, Campari, etc.) e quelle direttamente dirette dalla burocrazia para-statale volute dal regime alle quali si deve la profonda modernizzazione del sistema produttivo e infrastrutturale del paese su cui si è fondato lo sviluppo fino al consociativismo catto-comunista cui è da ascrivere l’attuale profondo e solido immobilismo corporativo di una burocrazia statale clientelare e parassitaria (aziende IRI, RAI-TV, Federconsorzi, Alitalia, Ferrovie, ANAS, ENI, etc.). Il tessuto delle PMI si è sviluppato in modo autonomo grazie a iniziative che sono state sfruttate sul piano fiscale per alimentare le esigenze del clientelismo politico oppure sul piano produttivo come ‘indotto’ produttivo capace di compensare la mancanza di competitività dei gruppi industriali più grandi. Le poche aziende indipendenti (Piaggio, Lancia, AlfaRomeo, Agusta, Caproni, Ferruzzi, Costa, Lauro, DeLaurentiis, Del Vecchio, Gucci, Immobiliare, Superesse, MIVAR, Fininvest, etc.) sono state assorbite dai gruppi più grandi o hanno dovuto svilupparsi ‘contro’ le resistenze opposte dal sistema protetto dalle istituzioni statali. Né le istituzioni statali né quelle private hanno mai privilegiato l’integrazione delle esigenze di sviluppo di questa fascia industriale maggioritaria con quelle, fondamentalmente ‘protezioniste’, dei gruppi più grandi politicamente egemoni in Italia. Data questa affrettata ma credibile analisi del sistema industria-stato italiano possiamo facilmente capire le ragioni per cui, in Italia, paradossalmente l’attuale immobilismo istituzionale che accompagna l’accelerata globalizzazione industriale sia assolutamente virtuoso rispetto a ciò che avviene in altri paesi, ivi incluso la Spagna. Infatti l’Italia è paese industrializzato e trasformatore privo di risorse autonome costretto ad acquistare all’estero materie prime e servizi di ogni tipo per riuscire ad ‘inventare’ costanti innovazioni tecnologiche che gli consentano di conservare la propria competitività sui mercati esteri. Ciò avviene al di la dei servizi erogati dalle istituzioni direttamente gestite dallo stato il cui costo è oggi costretto a calare per ragioni che sono imposte alla politica nazionale dall’adesione a istituzioni estranee alla conservazione dei suoi interessi parassitari. La globalizzazione detta le sue ragioni anche ai principali gruppi industriali che gradualmente stanno abbandonando il paese (ENI, Fiat, ENEL, Alitalia, Fininvest, Banche, Assicurazioni, etc.) sottraendo il loro sostegno alle istituzioni para-statali e illiberali. La globalizzazione attrae con sempre maggiore forza le iniziative industriali delle PMI più competitive e costrette dalla loro dimensione e struttura proprietaria a restare insediate saldamente nei contesti provinciali nei quali le istituzioni statali e private trovano sempre maggiore interesse ad assicurare i loro servizi in modo coerente con le aspettative di quei bacini elettorali piuttosto che restare solidali col vecchio sistema istituzionale abbandonato in alto dai gruppi maggiori. Il risultato complessivo è una crescente frammentazione politica e la perdita graduale di obbedienza alle due ideologie egemoni nel passato ed ormai costrette a ‘resistere, resistere, resistere’ per non perdere i propri privilegi. Al passare degli anni, in assenza di una vera riforma del sistema statale, l’economia italiana sta trovando, per mancanza di alternativa, una sempre maggiore integrazione col sistema soprannazionale di servizi cui gli stessi accordi internazionali consentono di surrogare le inadeguatezze nazionali in legittima concorrenza. Il combinato-disposto di questa duplice perdita di sintonia colle esigenze nazionali e coi dettami globali della competitività associato ai vincoli imposti dal rigore di gestione del bilancio statale, agisce come una sorta di ‘decisione liberista’, una sorta di ‘laissez faire’ obbligato e odiato dalle vecchie e parassitarie istituzioni para-statali, che al passare degli anni conduce ad un’innovazione istituzionale non programmata centralmente e quindi pienamente liberale. Sarà questo processo liberale e sofferto ad instillare anche negli italiani una cultura della responsabilità su cui potrà nascere una consapevolezza politica adeguata alla nascita di comportamenti elettorali finalmente compatibili con la liberal-democrazia; anche in Italia la globalizzazione industriale imposta dalla crescita del capitalismo-liberista inietta dosi crescenti di liberal-democrazia nelle istituzioni che presiedono alla governance nazionale del sistema industria-stato. Un vero e proprio miracolo economico del 2000. Ciò spiega la soddisfazione di un liberista al concetto che sia ‘inutile governare gli italiani’; infatti anche loro sanno imparare senza essere diretti da saggi sinedri accademici e leader politici politically correct.
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