18/06/2011

Evidenze crescenti del Nuovo Ordine Globale

Lentamente ma sempre più chiaramente si intravvedono i bagliori del consolidarsi di una coerente volontà di definire i criteri della nuova governance politica globale. Ciò emerge dal propagarsi di analoghi fenomeni di crollo del vecchio ordine all’interno di tutti gli Stati Nazione e da tre compatibili tendenze che ispirano le decisioni politiche assunte, dall’alto della piramide gerarchica, dai paesi protagonisti per il loro ‘ruolo’ nella globalizzazione industriale, dalle istituzioni soprannazionali, nel mutare dei loro orientamenti geopolitici e, dal basso della piramide gerarchica, dai singoli Stati Nazione in politica interna.

I primi abbandonano sempre più chiaramente il paradigma nazionale di riferimento per le loro decisioni che riconoscono essere sempre più influenzate dalle tendenze industriali alla cui stabilità di sviluppo agganciano i loro atteggiamenti individuali concertandone la sostenibilità in reciproca compatibilità nel mutuo interesse di consolidare il proprio ruolo gerarchico.

Le seconde assumono atteggiamenti di sostegno alla crescita in ogni paese di un clima sociale e culturale che sia compatibile con la crescita della globalizzazione e con la universale partecipazione di tutti i sistemi stato-industria alla cooperazione e competizione industriale in ogni paese indipendentemente dal regime politico che ne ispira le istituzioni nazionali.

I terzi si trovano invece, in coerente conferma delle due tendenze indicate, sempre più ridotti ad assumere in ogni istituzione statale, politica o industriale, linee politiche di ‘resistenza’ all’avvento della globalizzazione industriale nel tentativo di agevolarne l’adeguamento alle nuove aspettative ed esigenze del sistema sociale e industriale nazionale affetto dalla globalizzazione ma non più adeguatamente sostenuto dal sistema delle vecchie istituzioni politiche nazionali in graduale obsolescenza anche se su di esso resta ancorata la stabilità politica nazionale fondata su equilibri di interessi corporativi non più sostenibili alla luce delle compatibilità dettate dalla competitività industriale internazionale.

Esempi di graduali cambiamenti nelle decisioni politiche dei principali paesi interessati a definire le linee della nuova stabilità soprannazionale si possono riscontrare nelle iniziative che Barack Obama ha assunto, sia in politica estera, sia all’interno del suo paese. Il nuovo Cesare nella prospettiva di conquistare il suo secondo, ultimo mandato elettorale ha ormai aderito saldamente alle politiche consolidate da ‘W’ Bush in vista della stabilizzazione degli interessi USA coi prioritari protagonisti emergenti nello scenario geopolitico globale.

L’intervento militare e dell’intelligence USA in Iraq, Afghanistan e Pakistan incentrato sulle linee strategiche consolidate con successo crescente da Gates, Petraeus e McChrystal ha prodotto effetti sempre più positivi di recente con l’offerta alla Turchia (probabile membro dell’UE e membro chiave nell’alleanza NATO) di un ruolo da protagonista regionale in un’area di grande turbolenza politica con le rivolte nel mondo islamico e con la posizione critica di Israele tra Africa, Medio Oriente e Africa. A questa strategia inoltre si è adeguata la strategia di politica estera USA sulle istituzioni politiche soprannazionali (ONU, FMI, BMI e NATO) e su quelle nazionali di tutti i paesi coinvolti costringe doli gradualmente ad aderire a scelte più compatibili con le esigenze del nuovo, auspicato scenario geopolitico.

Il coinvolgimento militare USA in Libia tramite la NATO è stato rispettato per mantenere solida la vigenza di quella istituzione, unico credibile strumento militare di sostegno alle politiche globali e già impegnato da ‘W’ Bush in Asia Centrale, Africa e Medio Oriente. Tuttavia gli USA hanno segnalato con chiarezza loro posizione di dissenso verso quell’iniziativa marginale rispetto ai nuovi interessi geopoliticamente prioritari addebitandone la sterilità al protagonismo di Francia (e Regno Unito) dettato da pura ‘conservazione’ della stabilità per le istituzioni politiche di quello Stato Nazione che è più restio ad accettare il ridimensionamento del suo passato ruolo ad uno secondario cui lo relega il confronto sulla base della competitività relativa tra i diversi sistemi industria-stato sul nuovo scenario globale.

L’ONU di Ban Ki-moon sta gradualmente aderendo all’uso militare per assicurare interventi ispirati ad instaurare un’equità di motivazioni di intervento fondate sull’instaurazione di regimi più rispettosi delle aspettative di diritti civili e libertà diffuse da Internet e gradualmente diffuse dalla globalizzazione stessa in ogni paese di maggiore benessere e libertà economiche e individuali; al di la degli specifici regimi che oggi le conculcano.

L’UE, sollecitata dalle esigenze di rigore finanziario (un frutto dell’ottimizzazione di quella scarsa risorsa per la crescita della globalizzazione) emerse dagli operatori della ‘Wall Street Estesa’ – brokers, gruppi finanziari società di rating – ha attuato colle sue istituzioni soprannazionali di livello regionale azione d’adeguamento dei bilanci statali degli Stati Nazione membri che, colla stabilità della moneta comune controllata dalla BCE, si è tradotta in un’obbligata tendenza dei vecchi sistemi istituzionali industria-stato nazionali (stati, banche, sindacati, etc.) a ridurre i vecchi clientelismi per elevare la competitività produttiva sul mercato condiviso.

I singoli paesi gerarchicamente secondari rispetto ai maggiori paesi industrializzati, hanno dovuto accelerare la loro azione di adeguamento alle nuove regole della governance globale assumendo decisioni politiche non popolari che hanno creato forme di instabilità congiunturali ‘imposte’ dal fenomeno esogeno del nuovo ordine globale in divenire.

Tra questi paesi il nuovo scenario geopolitico in corso di consolidamento offre specifiche opportunità ai singoli paesi coinvolti di ricavarsi ruoli di protagonismo regionale. Un’opportunità potenziale che potrebbe tradursi in realtà secondo probabilità condizionate dal grado diverso di credibilità che caratterizza la loro possibilità di coprire la distanza istituzionale necessaria per poter ricevere il sostegno politico a quel ruolo da parte dei paesi circostanti che ne dovrebbero accettare la leadership regionale.

La distanza tra possibilità offerta dalla loro collocazione nel contesto geopolitico e probabilità di successo di un loro impegno in tal senso dipende, oltre alla collocazione geografica, da fattori che è necessario adeguare alle nuove aspettative esterne ma che è difficile modificare per non perdere consenso interno al paese; fattori quali demografia, livello di industrializzazione, armonia culturale con i paesi circostanti, flessibilità delle istituzioni all’adattamento culturale, etc..

La Turchia sembra ad esempio privilegiata rispetto all’Iran o all’Egitto ad assumere una leadership geo-politica regionale tra Asia Centrale, Medio Oriente, Africa ed Europa. Il Pakistan potrebbe essere privilegiato nel suo tentativo di svolgere un ruolo di leadership in Asia Centrale tra Cina, India e stati in via di sviluppo della regione intermedia tra Medio Oriente e Russia.

Tuttavia ciò che inibisce un’efficace sfruttamento delle opportunità che la globalizzazione offre a paesi che si trovano casualmente privilegiati dalla loro posizione geografica, è in genere la resilienza culturale delle loro istituzioni troppo poco ‘laiche’ e quindi facili ad assumere posizioni di conservazione o perfino di reazione fondamentalista di fronte ad un cambiamento di abitudini e comportamenti sociali imposti da fenomeni alieni e quindi ritenuti distruttivi dell’integrità istituzionale tradizionale del paese.

È per questo motivo ad esempio che un paese come la Turchia si trova privilegiato rispetto ad Egitto o Iran molto meno abituati a svolgere le proprie tradizioni religiose in un contesto multiculturale e governato da istituzioni tradizionalmente multinazionali.

Altri paesi, come la Russia, sono condannati a un ruolo marginale collegato all’UE invece di poter assumere un ruolo di autonomo protagonismo geopolitico regionale, per il profilo antropologico consolidatosi ormai in due millenni di separazione politica e di oscillazione culturale tra Europa ed Asia. Le residuali risorse di cultura imprenditoriale esistenti nel paese e le enormi risorse naturali, non possono essere sufficienti per lo sviluppo accelerato industriale del paese; occorrerebbe l’apporto di selettiva immigrazione di imprenditori e di professionisti oltre che l’investimento di enormi risorse finanziarie dall’estero per ottenere la crescita della Russia sul piano industriale e occorrerebbe un contemporaneo adeguamento della cultura istituzionale che aiuti a perdere il nazionalismo paranoide dei russi e delle loro istituzioni attorno al feticcio della Santa Madre Russia. È proprio questa difficoltà a modificare il ‘patriottismo’ russo che inibisce l’afflusso di risorse  umane e finanziarie dall’estero. La Russia, pur collocata in ottima posizione geografica, dotata di risorse enormi (territorio, miniere, livello culturale, etc.) sarà ridotta ad un ruolo surrettizio rispetto a UE, USA e Asia in qualità di attore-spalla cioè co-protagonista al fianco del ‘capocomico’ UE a sua volta ‘spalla’ degli USA in qualità di protagonista globale. Infatti, non ostante i tentativi di stabilire un rapporto con la Francia per stabilire una strategia alternativa in campo militare e industriale fondata sulla condivisione privilegiata di tecnologie industriali e di materie prime, l’arretratezza russa, la scarsa competitività francese e la loro scarsità di risorse finanziarie, condurrebbe quel tentativo a fallire generando due esiti entrambi perdenti: un ritardo di integrazione politica dell’UE con ulteriore marginalizzazione dell’UE come partner globale di USA ed UK, oppure la frammentazione dell’UE in quanto a unione politica con l’emergere di un’egemonia della Germania nel mercato interno europeo ed il suo ruolo come ‘spalla’ regionale del protagonismo USA-UK in campo globale.