16/09/2011

Spontanea’ ricomposizione di un Nuovo Ordine Globale

La rubrica sostiene da sempre l’assenza d’una vera ‘crisi’ epocale del sistema ‘Occidentale’ fondato sul solido paradigma industriale del capitalismo-liberista e delle associate istituzioni liberal-democratiche a sostegno del più efficace ‘sfruttamento’ del potenziale di valore aggiunto che offre il costante abbattimento dei vecchi privilegi difese da frontiere protezioniste geo-politiche sia ‘virtuali’ (oligarchie protette), sia ‘reali’ (doganali, monetarie e fiscali). I ‘disagi’ percepiti sono dovuti solo ad una ‘crisi congiunturale’ caratterizzata dal lento superamento dei vecchi parassitismi che ostacola il concreto maturare dei benefici potenzialmente derivanti dal pieno sfruttamento delle opportunità offerte a tutti (Sud e Nord) dal mercato globale.

La lentezza della fase congiunturale è prolungata dal perdurare d’una serie di ‘resistenze’ opposte dalle varie istituzioni corporative connesse alla governance dei sistemi nazionali industria-stato degli agonizzanti Stati Nazione all’irreversibile avvento della globalizzazione industriale. Il prolungarsi nel tempo delle ‘resistenze, resistenze, resistenze’ (sia ‘de destra’ che ‘de sinistra’) mentre non riesce a rallentare il parallelo consolidarsi del libero mercato globale, rallenta anche lo spontaneo consolidarsi delle nuove istituzioni soprannazionali necessarie per affiancare al sistema industriale globalizzato forme di controllo istituzionale non settarie che accelerino la crescita del reddito eliminando le fonti di ‘rischio esogeno’ che l’instabilità politica fa incombere sulle scelte finanziario-industriali (i ‘project financing’ connessi ai trasferimenti e sostituzioni tecnologiche su base globale).

In altri termini, la presunta ‘crisi’ non è né finanziaria, né industriale ma solamente delle vetero-istituzioni al governo di Stati Nazione la cui stabilità interna è minacciata dalla fase di accelerato progresso industriale i cui benefici ‘scavalcano’ i tradizionali compromessi politici nazionali offrendo nuove opportunità a masse precedentemente marginalizzate a spese delle oligarchie che si legittimano con la tutela di privilegi non più sostenibili e non estensibili alle masse ancora escluse da quei benefici elitari.

È evidente che il meccanismo tenda a condannare le vecchie oligarchie istituzionali nazionali alla crescente marginalità e superamento grazie alla nascita di più redditizi, condivisi, accessibili servizi istituzionali che il ‘libero mercato’ soprannazionale ‘crea’ a misura e efficacia di servizio di esigenze industriali e di aspettative sociali compatibili al di la di tutte le vecchie frontiere settarie (lingua, nazione, etnia, razza, religione, ceto, genere, cultura, etc.).

L’inglese Internet è il ‘nuovo latino’ e lo stile di vita redditizio da soddisfare, in quanto auspicato dalle masse più vaste dei consumatori globali, è diffuso dai video, dai più accessibili consumi di massa, dagli scambi dei beni e servizi che rappresentano emblematicamente la cultura ‘giovanile’ degli USA che, massimo contesto ‘liberale’ di accoglimento di ogni etnia, nazionalità, religione e cultura, si rende universalmente accettabile come nuova sede geo-politica della ‘Roma Imperiale’ del terzo millennio. Non si tratta di pure ‘percezioni’ ma di concrete offerte di adattamento al nuovo contesto globale che i comportamenti delle istituzioni USA propongono alle analoghe istituzioni di meno reattivi Stati Nazione. Chi riesce ad allinearsi per primo si arricchisce di dosi di competitività superiori rispetto ai ritardatari. In conseguenza di ciò anche i sistemi industria-stato dei vecchi Stati Nazione vengono cambiati nel loro precedente grado di competitività sul mercato globale; varia la competitività e varia coerentemente il reciproco ‘peso politico’.

Di fronte a questo processo ‘naturale’, e cioè estraneo a vincoli politici pregressi ma governato solo dai meccanismi liberisti dei flussi finanziari, è anche ‘naturale’ che gli Stati Nazione più reattivi e competitivi ostacolino la nascita di qualsiasi istituzione soprannazionale con procedure ‘negoziate’, la loro capacità di adeguare le proprie istituzioni nazionali di governance a quelle che il ‘libero mercato’ consolidano in piena autonomia adeguate al solo spirito del capitalismo-liberista più ‘selvaggio’, è tale da aumentare il livello della competitività dei loro sistemi industria-stato senza dover pagare aggio alle esigenze di sistemi meno competitivi e tendenzialmente soccombenti rispetto a quello nazionale.

È quanto accade alla Germania che non ha alcun interesse ad appesantire la propria competitività aiutando i sistemi industria-stato in difficoltà per pure ragioni di insostenibili privilegi settari rispetto al proprio.

L’egemonia che la Germania già possiede sul sistema industriale dell’UE per la minore competitività dei restanti sistemi nazionali, sconsiglia il governo tedesco ad agevolare ogni iniziativa tendente a rallentare la sua espansione sul mercato globale per agevolare la negoziazione di ricompattamento di sistemi industria-stato oberati da oneri parassitari ottocenteschi ed ispirati da aspettative di conservare insostenibili grandeur di paesi vetero-colonialisti.

Attendere che il tempo passi agevolando l’avvento ‘selvaggio’ di meccanismi di libero mercato dettati dal fenomeno ‘esogeno’ della globalizzazione industriale, sembra essere la strategia più conveniente sia per la Germania che per gli USA e la Cina, i tre protagonisti più vitali sul mercato globale del terzo millennio. Gli altri paesi dovranno tentare di accelerare le proprie reattività nazionali per collegarsi ad un convoglio , il G3, che procede solidalmente al traino del procedere delle decisioni finanziarie sviluppate in modo autonomo dai meccanismi della ‘speculazione finanziaria’; gli unici in grado di condizionare dinamicamente i flussi delle risorse necessarie ad alimentare la crescita industriale secondo il criterio della massima redditività.

L’egemonia del ‘libero mercato selvaggio’ finanziario sta imponendo infatti a tutte le decisioni politiche nazionali di aderire a criteri privi di inquinamenti ideologici estranei alla logica della remunerazione dei fattori produttivi che garantisce una sana economia industriale; il ‘buon senso’ economico prevale cioè su qualsiasi altro ‘senso comune’ imposto da dottrine sociali legittimate da ideologie astratte ed illiberalmente imposte dall’alto da governi autoritari e da clientelismi fondati sul welfare state bismarckiano.

Possiamo osservare il graduale aumento di decisioni finanziarie nazionali dettate da ragioni di sostenibilità dei bilanci statali e al contemporaneo diminuire delle proteste finanziate dalle vecchie istituzioni corporative sempre più emarginate e disertate dalle nuove generazioni e dai ceti produttivi emergenti; in ogni paese da USA a Cina, passando attraverso Spagna, Grecia, Portogallo e Italia.

Il ‘laissez faire’ del liberismo ‘selvaggio’ sta dimostrando la sua autonoma capacità di imporre il progresso industriale e la diffusione globale della civiltà ‘Occidentale’ a dispetto delle ‘resistenze, resistenze, resistenze’ delle oligarchie liberali o autoritarie dei tempi passati.