16/09/2009

Contabilizzare la Felicità

Finalmente la demagogia politica si sta impegnando a distruggere il mito centrale della liberal-democrazia. Ciò richiede di attribuire una qualità alle scelte economiche per poterne stigmatizzare talune ed osannare altre. La libertà infatti conduce le scelte più quotidiane e individuali a perseguire quei consumi che ciascuno ritiene in piena responsabilità più meritevoli rispetto agli altri che attirano la sua attenzione. La libertà da a ognuno la possibilità di raggiungere un temporaneo stato di felicità. La responsabilità della scelta che egli ha espresso per raggiungere quel temporaneo stato di felicità costituisce invece il fattore che costringe in futuro a mutare la scelta tra consumi alternativi o a confermarne la collocazione nella scala delle priorità. Le libere scelte sono insomma un mezzo per apprendere a proprie spese modi errati o corretti di scegliere i nostri stili di vita sulla base dei pentimenti o dei rinforzi che riceviamo lungo un percorso di illusioni di felicità che non sarà mai raggiunta proprio grazie al fatto che le scelte ed i conseguenti cambi di gusto modificano anche le aspettative ed auto-educano secondo le tortuose ma libere ricerche di appagare la personalissima “ricerca della felicità” la cui aspirazione è promessa dalla Carta dei diritti del 1776 USA.

Quest’accezione liberale del patto sociale che lega individui liberi e orgogliosi della propria libertà a operare nell’ambito di un sistema di istituzioni di interesse pubblico, non attribuisce allo Stato alcuna priorità sulle altre istituzioni di pubblica utilità. Né riserva allo Stato alcuno spazio privilegiato per le sue istituzioni se non legittimate direttamente dal voto popolare diretto. Sia la polizia che il giurisdizionale devono essere su base elettiva ricevendo dal-basso la loro legittimità. Né le forze armate possono essere ruolo riservato allo Stato. I cittadini con il loro diritto a portare armi anche da guerra nel proprio domicilio devono mostrare la loro lealtà al sistema istituzionale cui liberamente partecipano offrendosi volontariamente a partecipare ai conflitti armati che il Paese legittima. Le forze armate inoltre possono affidare a istituzioni private ruoli di integrazione o sussidiarietà nella conduzione dei conflitti armati.

Una tale concezione liberal-democratica dei diritti e doveri del cittadino impone ad ognuno di contribuire al pubblico interesse non tramite imposizione fiscale del governo centrale (che resta un dovere giustificato solo dal male necessario di attribuire allo Stato certe funzioni non sussidiate dall’iniziativa privata sul libero mercato) ma soprattutto tramite servizi diretti di volontariato civile e con versamenti volontari a sostegno di quelle iniziative che i privati intraprendono anche per scopi non lucrativi (chiese, enti assistenziali, scuole, militanza civile, cooperazione umanitaria, tutela ambientale, etc.). Ogni contributo deve essere offerto in funzione delle proprie possibilità insindacabili da qualsivoglia entità esterna e deve dare evidenza sociale del proprio “patriottismo” rinunciando a porzioni del proprio reddito a beneficio della comunità nella chiave di lettura più personale e insindacabile che motiva i versamenti del singolo. Ciò conduce a misurare ciascuno in funzione della propria visibile disponibilità a contribuire al bene comune senza che questo concetto possa essere legittimato da altri se non i propri vicini di casa nella specifica comunità in cui si è liberamente scelto di risiedere. Pecunia non olent! Il danaro è il mezzo tramite il quale si può acquistare ogni bene e servizio che consente di definire il personalissimo concetto di “bene comune” o “qualità di vita” a misura del proprio personalissimo concetto di “felicità”. Ognuno concorre a rendere possibile l’accesso a quello che lui in modo molto personale ritiene un contesto capace di assicurare la “felicità”. Si rinuncia a consumi edonistici per dare sostegno a Madre Teresa di Calcutta o San Giovanni Bosco, ma si compiono stesse rinunce individuali per creare musei, istituire borse di studio, promuovere la superiorità della razza ariana, costruire la chiesa di Satana, cooperare ad Alcolisti Anonimi o a qualsiasi altra apparentemente stravagante finalità perseguire la quale assicura ai singoli volontari contribuenti una seppur volatile dose di “felicità”.

Dovendo tenere assolutamente separati tra loro i doveri ad aumentare le risorse necessarie a ciascuno per perseguire la sua dose di “libertà” che costituisce il diritto inalienabile fondazione del patto sociale, occorre che sia garantito il privilegio di salvaguardare la propria “diversità” individuale pur di contribuire in modo “egalitario” a produrre e ad accedere alla pecunia necessaria per acquistare la propria dose di “felicità” nei contenuti secondo cui ciascuno la vede composta. Il “melting pot” quindi non diventa lo strumento per costruire una “comune visione” della “felicità”. Al contrario esso costituisce il contesto produttivo che tutti possono accettare proprio in quanto non presenta elementi ideologici di definizione dell’onorabilità degli stili di vita più settoriali e individuali. L’ambiente produttivo premia chi meglio e più produce attribuendo dosi crescenti di “pecunia” commisurata alle provate maggiori abilità produttive di ognuno. Una volta che ognuno abbia “guadagnato” la sua dose di pecunia, egli sarà insindacabilmente libero e responsabile di privarsene per barattarla con beni e servizi a-misura delle proprie aspirazioni.

È chiaro che gli strumenti di valutazione della abilità di ciascuno a produrre ricchezza debbano quindi essere rigorosamente assenti da componenti etiche. La pecunia è la misura della ricchezza e non di come essa viene spesa nella produzione e acquisto di reddito che tutto compone il Prodotto Nazionale Lordo.

A fronte di questa visione di liberal-democrazia si pone quella scritta nella carta dei diritti della Rivoluzione Francese che essendo una rivoluzione elitaria, attribuisce ai sapienti il ruolo di definire ciò che possa al meglio comporre la “felicità” per i cittadini al di la delle loro materialiste e sempre imperfette pulsioni del momento. Per garantire a tutti l’accesso a quella “felicità” si attribuisce allo Stato laico (e cioè non inquinato da ispirazioni irrazionali, ascientifiche e superstiziose) il diritto di raccogliere fiscalmente le risorse necessarie per erogare in quantità e qualità i servizi ritenuti prioritari per comporre la “felicità”. Raccogliendo le risorse fiscali secondo una scala di “equità” che costituisce una delle componenti della “felicità” in quanto assicura anche ai meno abili la disponibilità di risorse per accedere a pari dosi di “felicità”. “Pretendere di più da chi è più dotato, erogare di più a chi è meno dotato”. È un paradigma innaturale ed eticamente “giustificato” da una ideologia secolare che giunge al paradosso di negare Dio per “venerare” la Scienza (la Dea Ragione). Inoltre una tale visione ha il difetto illiberale di proporsi di definire saggiamente i contenuti del paniere che è capace di assicurare la “felicità” a tutti indipendentemente dalle loro, rispettabili pur se imperfette, credenze, aspettative ed aspirazioni. Lo Stato “illuminato” si fa carico di “parificare” l’etica sociale penalizzando per via fiscale i consumi meno virtuosi e incentivando quelli più prossimi al criterio ufficiale di “felicità”.

Dovendo premiare e penalizzare le produzioni e i consumi, è evidente che, in questo tipo di paradigma di liberal-democrazia la misura delle abilità produttive debba riuscire a distinguere le produzioni secondo una scala di virtuosità. Il Prodotto Nazionale Lordo fondato sulla sola pecunia prodotta non è sufficiente allo scopo e quindi ecco il Presidente della Repubblica Francese (la storica controparte della civiltà ‘Occidentale’ a partire dalla frattura culturale e politica prodottasi nel 1789 tra mondo libertario anglosassone e mondo dirigista latino) suggerire di sofisticare la misurazione del Prodotto Nazionale Lordo arricchendone la misura con elementi astratti di definizione etica. Nora, nulla questio a che gli attuali PIL vengano integrati da nuovi strumenti ideologici che definiscano i PIF (prodotti Interni di Felicità) occorre solo evitare di distruggere l’efficacia funzionale dei PIL attuali con un loro inquinamento di fattori opinabili e intangibili. La prova è che se dessimo il compito di definire e di misurare i PIF ai regimi meno liberali otterremmo paradossali attribuzioni dei regimi politici ad una scala di civiltà assolutamente aliena dalla ‘Occidentale’ che, nel bene o nel male, errando o meno, attrae tutte le popolazioni diseredate in patria ad aspirare di farne parte. Sin dalla nascita degli USA e non-ostante i molteplici tentativi dei regimi “illuminati” di ricercare soluzioni migliori; dalla Rivoluzione Francese, a quella Fascista fino a quella Comunista.

Grazie Signor Sarkozy, la “pecunia” ci basta, non insista a convincerci che Cuba eroghi maggiore “felicità” ai cubani di quanta non ne abbiano trovata in Florida!