15/07/2011

Non esiste ‘crisi industriale’, è solo in crisi la vecchia Governance

La rubrica sostiene da sempre che non esista nessuna crisi ma solo una celere riorganizzazione industriale indotta dalla globalizzazione sulla testa delle vecchie, obsolete istituzioni che presiedevano alla ‘governance’ nell’era degli Stati Nazione sulla base di criteri clientelari, oligarchici e corporativi ormai non più sostenibili alla luce della competitività imposta a tutti i sistemi industria-stato nazionali da quel nuovo fenomeno cui aderiscono ormai tutti i paesi con enorme successo per la crescita del reddito globale e dei redditi individuali soprattutto nei paesi precedentemente più esclusi, emarginati, sfruttati e diseredati.

Infatti le risorse finanziarie disponibili ad alimentare progetti industriali sono disponibili e costrette a stazionare nell’ambito di investimenti speculativi in attesa che maturino le iniziative produttive sulle quali convergere. La manovalanza affamata e disponibile ad assumere l’onere delle fasi più man-power intensive della produzione industriale più ‘matura’ e troppo costose al Nord esiste in quantità inesauribili. Le abilità professionali necessarie per alimentare nuovi assetti organizzativi fondati sulla delocalizzazione e su una cooperazione internazionale tra fasi produttive man-power intensive a Sud e capital-intensive a Nord sono disponibili. Le capacità imprenditoriali di carattere familiare disponibili a stabilire venture internazionali con partner esteri in grado di penetrare mercati diffusi e scarsamente conosciuti sono disponibili in tutti i paesi. La speculazione finanziaria non può ‘resistere’ a lungo nelle nicchie dei beni rifugio se il sistema industriale dovesse essere impedito di rilanciare la crescita del reddito globale ‘impiegando’ i beni rifugio stessi; ciò sta costringendo il sistema bancario (solo strumentale alle decisioni dei grandi gruppi finanziari) a modificare le proprie procedure allineandole alla stabilità del sistema soprannazionale; la nuova governance globale sta quindi consolidandosi e si allinea alle aspettative diffuse dei consumatori globali e del potenziale sommerso di sviluppo industriale diffuso e stabile sul medio-lungo periodo. Le reti tecnologiche infrastrutturali di cui ha necessità uno sviluppo industriale di lungo periodo esistono e sono ancora utilizzate per fini marginali; comunicazioni (reti sociali orizzontali), trasporti (low cost e turismo di massa), distribuzione di massa (beni di consumo e di edutainment).

Tutto converge nel potere affermare che non esista una crisi industriale e che quella finanziaria che incombe sui bilanci dei vecchi Stati Nazione (tutti dagli USA alla Cina alla Grecia) non sia una crisi interna ma solo il modo tramite il quale la globalizzazione industriale ormai irreversibile e matura possa riuscire a costringere le vecchie istituzioni in carico della passata governance a modificare i propri criteri politici dalla tutela di ipotetici diritti egalitari ‘dalla culla alla tomba’ (welfare state) allo scambio di precarietà con meritocrazia e la responsabilizzazione più capillare delle scelte comportamentali e decisionali. Si tratta dell’alba della sola vera libertà a livello globale. Infatti le vecchie istituzioni del lobbying industriale si sono isterilite come tutte le altre sui piano interni agli Stati Nazione e quindi, l’unico modo efficiente (apparentemente anche efficace universalmente) in mano alla ‘globalizzazione’ per costringere i vecchi stati a convergere attorno alla nuova sostenibile e condivisa ‘governane’ è tramite la speculazione finanziaria che possiede un unico strumento di comunicazione ‘trasparente’; i gruppi di ‘rating’ della sanità economica dei singoli sistemi industria-stato.

L’unica vera CRISI quindi è solo quella delle istituzioni obsolete di una governance clientelare, corporativa e demagogica dell’era degli Stati Nazione; grazie alla globalizzazione industriale i politici sono obbligati ad abbandonare abbandonare i vecchi assetti parassitari, oligarchici fondati su ideologie astratte e fallite dettate da ideologie secolari (comunismo) o religiose (cristiana o islamica) ed aderire (sia se di ‘destra’ o di ‘sinistra’) a criteri decisionali allineati solo sulle aspettative ‘tecniche’ dei consumatori e dei produttori industriali.

Ne sono evidenza gli atteggiamenti diffusi a Sud e a Nord degli elettori che assegnano maggiore credito alla globalizzazione piuttosto che alle loro vecchie ‘caste’ politiche e sindacali.

Sarebbe ora di finirla con la ‘crisi’ e le sue ‘emergenze’ che sono solo l’ultima spiaggia dietro la quale vecchi assetti corporativi cercano di ‘resistere, resistere, resistere’ all’avvento del nuovo e della libertà industriale; si veda la difficoltà dei governi al Nord di varare provvedimenti legislativi realmente utili a ‘liberalizzare’ i sistemi industriali (diritto del lavoro, ‘liberalizzare’ l’apertura dei negozi, eliminare gli ordini professionali, etc.) o a ‘privatizzare’ i vecchi sistemi clientelari (aziende statali, para-statali, monopoli, oligopoli, etc.).

Il re è nudo e ogni ‘resistenza’ corre il rischio di trasmettere (grazie alla speculazione e all’avidità miope dei politici) la ‘crisi politico-istituzionale’ a spese del sistema industriale in ogni nazione.