| 14/11/2011 |
Realtà Naturale e Disegno Intelligente La scienza non può riuscire ad analizzare ciò che trascende la sua natura biologica e cioè ad di la dei limiti dei suoi strumenti percettivi che sono limitati ad estrinsecarsi entro il potenziale sensoriale con cui essa si relaziona all’ambiente. Anche se l’evoluzione di questo potenziale bio-logico-neurale arricchisce col crescere della complessità culturale le strutture demandate ad estendere le capacità percettive, le capacità d’analisi sul piano logico e razionale restano tuttavia vincolate all’inevitabile vincolo temporale nel cui ambito la scienza è obbligata ad accumulare la gerarchia di concetti in ordine crescente verso la trascendenza del sapere oltre i vecchi confini dell’oggettualità fisica per includere nei suoi modelli rappresentativi elementi che inizialmente le più prudenti e riduttive visioni positiviste avevano escluso dalla dignità di scienza. Il mezzo ‘scientifico’ che permette alla natura umana di abbattere i suoi limiti ampliando gradualmente il paradigma della conoscenza è l’estensione concettuale dell’epistemologia; dall’oggettività delle osservazioni empiriche, alla falsificabilità dei costrutti astratti, alla paradigamicità dei processi di astrazione. La crescente capacità della scienza di modificare il carattere astratto dei paradigmi permette all’uomo di rappresentare la Natura secondo costituenti fondamentali ed elementari per consentirgli di integrare discipline (in precedenza ritenute separate) come aspetti marginali di modelli sempre più generali e unitari. Ciò libera la creatività umana dai vincoli della percezione fisica e consente intuizioni rappresentative capaci di proiettare sulle forme e trasformazioni osservabili tipi di astrazioni concettuali suggestivamente indotte dalle osservazioni sensoriali ed elaborate secondo le impressioni più individuali e soggettive subite dai singoli studiosi. Si tratta di meccanismi di descrizione delle ‘impressioni’ vissute e di rappresentazioni ‘espresse’ da psiche creative sotto la suggestione di incoerenze fascinose e da una innata aspirazione a ridurre in termini semplici la crescente complessità che circonda ogni osservatore della Natura. In altri termini l’osservatore della Natura non è parte terza del processo d’osservazione ma vi partecipa in modo riduttivo tramite la parzialità delle sue capacità percettive (anche se potenziate dalla strumentazione che gli garantisce un’estensione delle capacità come una sorta di protesi dei sensi). Non solo, l’osservatore è anche condizionato dal suo bagaglio culturale alla-data. Questo bagaglio culturale non incide solamente sul paradigma imperante nell’accademia della sua epoca come sottolinea il paradigmatismo epistemologico ma lo attrezza d’un individualissimo profilo psicologico che inconsciamente ciascuno proietta su ciò che osserva al suo esterno deformando ciò che vede generando una sorta di avatar della realtà esterna. Le osservazioni di questo avatar arricchiscono ogni specifico profilo psicologico di suggestioni capaci di stimolarne la creatività percettiva ed agevolare diversissime ipotesi di semplificazione rappresentativa fonte di ulteriori e successive analisi matematiche per tradurre la rappresentazione ipotizzata in modello comportamentale da sottoporre al processo di validazione/falsificazione. La stessa scelta del linguaggio matematico da adottare per tradurre la percezione rappresentativa in modello scientifico è condizionata dal profilo culturale dello scienziato che gli stimola una preferenza rispetto a altri linguaggi matematici alternativi; la specifica scelta conduce a dare alla ipotesi rappresentativa una formalizzazione che risulterà più riduttiva rispetto alla potenza descrittiva intrinseca al carattere innovativo della rappresentazione ipotizzata. È ciò che accadde con la intuizione dei campi energetici di Faraday a metà del 1800; la formalizzazione di quella ipotesi scientifica venne curata da Maxwell scegliendo un linguaggio matematico (quaternioni) di grande contenuto innovativo e compatibile ante-litteram con la teoria della relatività di Einstein. Lorenz tradusse poi quella teoria scientifica in un più agevole linguaggio per l’uso didattico universitario (più familiare all’epoca in quanto adottato per descrivere i modelli della relatività newtoniana) riducendo la potenza descrittiva della teoria originaria. La psiche in definitiva costituisce essa stessa una protesi percettiva capace di potenziare l’immaginazione e la creatività dello scienziato che anticipa il suo ruolo di codificatore in scienza esatta con quello di artista che intuisce un assetto innovativo delle sue conoscenze pregresse ipotizzando per la realtà una struttura capace di rivoluzionare il vecchio e consolidato avatar sostituendolo con altro più inclusivo di cui tutti i vecchi non si dimostreranno altro che sottoinsiemi compatibili ma parziali. Crescendo in questo modo la potenza percettiva che la cultura scientifica acquisisce relativamente alla realtà si estende anche nel tempo la capacità rappresentativa, la creatività e la sensibilità umana; si arricchisce anche la dotazione dei sensi di cui l’uomo dispone. Dai primordiali cinque sensi ritenuti capaci di garantire un’osservazione oggettiva e positivista si estendono le capacità di associazione e di integrazione che la psiche riesce ad arricchire ai semplici dati strumentali; le neuroscienze suggeriscono anche la possibilità che il crescere delle conoscenze influenzino anche la struttura interna demandata dei compiti percettivi e logici con la nascita di nuove connessioni e funzioni potenziate del sistema psico-neuro-endocrino-immunologico che si traducono in potenziamento del soggetto che osserva la Natura facendone parte integrale e continua; una sorta di crescita del firm-ware capace di potenziare il soft-ware umano. Questo processo di crescita del potenziale percettivo e rappresentativo umano è lo strumento disponibile per la nostra costante trascendenza delle conoscenze. Ora possiamo riconoscere la sterilità dell’ipotesi materialista ed atea rispetto a quella spiritualista e religiosa. L’uomo ricercatore non può per definizione sottoporre enti che lo trascendono (Dio) ad un’osservazione scientifica diretta. Ciò che egli può fare è applicare il metodo scientifico alla costante maggiore percezione del trascendente negli aspetti a esso addebitabili; la metafisica e le discipline che la compongono possono curare questa ricerca da parte della ragione adottando medesimi criteri scientifici nella formulazione delle ipotesi da sottoporre ad una critica falsificante. Non potendo l’uomo essere certo né dell’esistenza di un altro-trascendente, né dalla sua inesistenza egli è costretto ad aderire a due ipotesi alternative ed entrambe a-priori o dogmatiche; Dio esiste oppure no. La prima ipotesi offre una più ricca gamma di opportunità alle ipotesi scientifiche che la seconda invece esclude a-priori. Vediamo come agisce la seconda isterilendo il progresso scientifico delle conoscenze umane. Sia la scienza positivista che la religione concordano sul fatto che l’universo che noi osserviamo oggi sia un insieme ricco di oggetti diversificati mentre in origine l’unica realtà primordiale fosse un unico insieme di energia indifferenziata e caotica (non sottoponibile ad osservazione); nei miliardi d’anni dal Big-Bang s’è poi gradualmente generata la crescente diversificazione di oggetti fino a offrirci l’ordine osservabile oggi attorno a noi. La religione propone in forma poetica questa analogia; all’inizio era il Caos poi Dio separò luce e buio, acque e terra e la sequela di creature viventi fino all’uomo preordinandolo alla devota gestione della Natura. Ebbene la scienza segnala anche con la termodinamica che al passare del tempo (un’entità che solo di recente siamo riusciti a rappresentarci come semplice dimensione naturale, non privilegiata se non solo nei processi biologici – grazie all’avatar della relatività einsteiniana) le trasformazioni fisiche avvengono con una crescita di disordine rispetto al suo contenuto di partenza; ciò non spiega come sia avvenuto un ‘naturale’ aumento di ordine dal caos totale primordiale del Big Bang. La scienza riesce a spiegarci oggi (grazie all’avatar fisico della quanto-elettrodinamica relativista) che l’unica realtà ultima in Natura è il campo di energia e che al trasformarsi dell’energia nelle sue molteplici forme da noi osservabili, il capitale d’energia non cambia; nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Cioè la quantità d’energia presente nello stato caotico primordiale è la stessa presente oggi nell’enorme stato d’ordine osservabile (e in costante crescita sottoforma di complessità psichica e culturale nell’umanità). Per giustificare questa incongruenza scientifica di crescita dell’ordine universale rispetto al degrado costante ipotizzato dalla termodinamica i due paradigmi a-priori (dogmatici) sono costretti ad ipotizzare due strade alternative; il materialista ateo deve addebitare la crescita dell’ordine a una successione di eventi casuali che, provenendo dal campo energetico primordiale in costante trasformazione, provoca mutazioni capaci di fare crescere nuove specie biologiche con una semplice e casuale successione tra eventi favorevoli alla crescita (più rari) e quelli normalmente distruttivi dell’ordine (la stragrande maggioranza), lo spiritualista devoto invece ipotizza una possibile esistenza di un Ente creatore (Dio) che abbia dotato il campo energetico sin dal Big Bang di un intrinseco meccanismo naturale capace di promuovere nel tempo la crescita di ordine fisico e psichico secondo le linee di un Disegno Intelligente capace di giustificare la coesistenza di scienze fisiche e di scienze meta-fisiche tra loro congrue e quindi penetrabili entrambe con la ragione umana in una graduale, costante crescita del potenziale psico-percettivo. Quest’ultima ipotesi consente all’uomo di studiare con pari attenzione scientifica sia i fenomeni naturali sia i messaggi poetici delle sacre scritture. La prima invece è costretta a rifiutare ogni fenomeno o messaggio non materiale in quanto etichettato a-priori di mitologico e superstizioso; quindi da rifiutare tra quanto analizzabile scientificamente. Mentre la ipotesi positivista atea al crescere dell’ordine vede ridursi la probabilità cumulativa che eventi casuali possano proseguire nei millenni a comporsi in catene d’ordine maggiore e compatibile col precedente l’ipotesi spiritualista deve porsi il problema scientifico di riuscire a decodificare la logica secondo la quale si è manifestato nei millenni il Disegno Intelligente; data la disponibilità crescente di evidenze accumulate sul suo modo di svilupparsi lungo la linea del libero-arbitrio delle scelte umane. Negare ogni possibilità d’esistenza a Dio risulta essere una scelta crescentemente improbabile sotto il profilo dello stesso calcolo scientifico (statistica) mentre accettare la possibile esistenza del trascendente offre più grandi occasioni di indagine scientifica e possiede gradi di maggiore complessità risultando scientificamente più attraente rispetto all’indimostrabile ipotesi riduttiva alternativa. È anche per questo che i maggiori scienziati sono possibilisti e coltivano le scienze metafisiche invece di escluderle dal loro bagaglio culturale personale. Gli scettici non risolvono il dilemma e rinunciano solo a scegliere sapendo che non potranno farlo sulla base di prove scientifiche; si condannano in definitiva ad un relativismo culturale permanente rispetto alle due scelte intellettuali possibili.
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