| 12/05/2011 |
Strategie ‘locali’ nella globalizzazione industriale Dal momento che la globalizzazione industriale è un fenomeno ‘esogeno’ rispetto alla capacità di influenza che possano opporre le istituzioni dei vecchi Stati Nazione e dal momento che i vecchi Stati Nazione saranno costretti a devolvere parte delle loro inadeguate funzioni di governance a istituzioni soprannazionali sarebbe conveniente che i politici cercassero di aggregare il consenso delle constituency elettorali ‘locali’ attorno a tipi di proposte incentrate sulla partecipazione del sistema industriale del proprio collegio elettorale a quel fenomeno ‘esogeno’ senza subirne troppi disagi e sapendone cogliere le migliori occasioni di crescita. Il problema non è complesso a meno di non volerlo irrigidire attorno a proposte ideologiche di egemonia o di resistenza sullo sviluppo d’un fenomeno per entrambe le quali le risorse finanziarie e psichiche disponibili su base ‘locale’ risulterebbero assolutamente inadeguate. Il problema di identificare tipi di proposta comportamentale adeguati a ricevere consenso delle constituency locali è agevolato dalla scarsa mobilità che caratterizza quei contesti radicati attorno alla ‘conservazione’ di abitudini, tradizioni, lingua, assetti produttivi e religiosi che inoltre, di fronte all’avvento di fenomeni rapidi e traumatici – come la globalizzazione industriale ed i fenomeni migratori che essa apporta –, sono contesti geopolitici che tendenzialmente si chiudono in modo conservatore sulle proprie tradizioni. Queste tendenze delle comunità ed economie ‘locali’ sono fattori di stabilità attorno ai quali si può costruire una linea politica pragmatica e ‘conservatrice’degli interessi senza lasciare libero il terreno all’azione politica più demagogica impostata sui fondamentalismi ideologici (religiosi o secolari) sempre sterili alla luce della compatibilità degli interessi ‘locali’ con gli sviluppi ‘esogeni’ dalla globalizzazione. Il rifiuto di forti dosi di immigrazione può essere compatibile con la ‘chiusura’ su se stesse delle comunità periferiche ma anche funzionale con una proposta di azione politica a beneficio dello sviluppo armonico di tutte le comunità locali. La perdita infatti di masse significative delle più dinamiche ed intraprendenti energie umane non crea solo disagi nel contesto delle comunità ospitanti ma creano irrecuperabili danni a spesa delle comunità cedenti. Una linea di politica industriale a misura della conservazione del consenso e stabilità politica presso le due comunità (ricevente e cedente) potrebbe promuovere joint venture idonee a sviluppare nel tempo i potenziali produttivi di entrambe le comunità. Si tratta di progettare un impegno congiunto di consulenze industriali ben integrate coi reciproci sistemi produttivi. Un potenziale di creatività e di abilità professionali che oggi è trascurato dai principali gruppi di corporate service che svolgono le loro attività al servizio dei maggiori gruppi industriali multinazionali. Questo tipo di servizi professionali si presta a garantire occupazione a giovani professionisti nelle economie ‘locali’ dei due paesi ed a garantire la crescita di know how industriale al servizio dello sviluppo industriale regionale. Un prerequisito per assicurare consenso politico oltre che per ridurre la propensione dei giovani verso l’emigrazione deteriore sia per la comunità cedente quelle risorse umane sia per la comunità ricevente che pretende una maggiore gradualità di inserimento di manovalanza estera. D’altronde costruire una struttura di professionalità e di imprenditoria ‘locale’ nei paesi in via di sviluppo industriale, agevola anche gli interessi dei grandi gruppi garantendo loro nel tempo la disponibilità di un ‘indotto’ capace di svolgere attività di servizio a beneficio della redditività di insediamenti produttivi di più ambiziosi obiettivi industriali. Ciò anticipa nel tempo la maturazione di un mercato periferico di consumi di dimensioni maggiori di quello su cui si fondano le valutazioni di ritorno degli investimenti di maggiore dimensione. Una rapida crescita del mercato di consumatori caratterizzato da migliori redditi in tempi accelerati, favorisce d’altronde la crescita globale degli interessi economici; oltre a garantire maggiore consenso sociale attorno ad ogni altra iniziativa che, in generale, viene sostenuta invece da costose forme di lobbying presso una ristretta cerchia di leader politici centrali con rischio di generarvi tentazioni di corruzione altrettanto costosa quanto capace di alienare le simpatie delle comunità locali e dei relativi leader politici al processo della globalizzazione. Un’anticipata crescita occupazionale e industriale di medie dimensioni saldamente insediata nelle economie ‘locali’ anticiperebbe anche la maturazione di aspettative nei confronti di reti tecnologiche infrastrutturali di dimensione regionale e nazionale; con relativa crescita delle opportunità di investimento corredate da vasto e diffuso consenso sociale periferico e centrale. Questo abbinamento di crescita economica periferica e centrale nei paesi in corso di industrializzazione, consente di generare un abbinamento di interessi economici ed aspettative sociali meno conflittuali di quelli che in genere invece risultano dall’avvio dei soli accordi industriali di maggiori dimensioni che, in assenza di altre opportunità occupazionali in periferia, distruggono la stabilità sociale del paese attraendo ampie masse di manovalanza professionalmente impreparata a migrare per inurbarsi priva di opportunità di reddito. Criminalità, disagio sociale, costi economici, reazioni delle comunità urbane e di quelle periferiche riescono a destabilizzare l’armonia politica nazionale che in genere genera due opposte reazioni negative nei confronti della industrializzazione proveniente da paesi di maggiore benessere: un rifiuto delle oligarchie centrali che le lobby estere hanno corrotto e il rifiuto della industrializzazione in quanto sospetta di veicolare un tipo di cultura (quella ‘Occidentale’) aliena a quella tradizionale del paese. La prima reazione aliena all’’Occidente’ le elite centrali del paese in via di sviluppo che, essendo state escluse dai benefici della corruzione, destabilizzano il regime autoritario danno precarietà ai futuri sviluppi e creano nuovi tipi di rischio politico a spese dei maggiori investimenti già in corso. La seconda reazione aliena alla ‘cultura ‘Occidentale’ le masse più vaste e stabilmente arroccate sul territorio le quali vengono strumentalizzate facilmente sul piano politico da proposte ‘reazionarie’ di segno religioso integralista destinate a creare problemi di resistenza di lungo termine e grandi fratture interne alle comunità stesse tra le giovani generazioni affascinate dalle comunicazioni di massa e le generazioni legittimate dalla tradizione a governare le istituzioni in spirito ‘patriottico’ (nazionalismi) o ‘fondamentalista’ (ortodossia). Sembra in definitiva conveniente, oltre che socialmente più soddisfacente, programmare un abbinamento di iniziative industriali tra partner di dimensione ‘locale’ nei rispettivi paesi al fianco (e sostegno) di quelle di maggiore dimensione curate dai gruppi multinazionali; ciò nell’interesse della conservazione e crescita della stabilità politica globale. Agevolare le dirette relazioni industriali tra economie ‘locali’ presenta tuttavia un problema che presenta aspetti poco familiari. Infatti nel contesto dei singoli Stati Nazione si sono raccolte esperienze su molti tipi di agevolazioni a sostegno dello sviluppo industriale (IRI in Italia, TVA negli USA) che, anche nei migliori casi, dopo un primo effetto congiunturale positivo, si sono trasformati nel tempo in strumenti utili alla politica per acquistare consenso elettorale a spese del contribuente o per dare sostegno ad indirizzi ideologici di uno sviluppo economico programmato centralmente (siderurgia, cantieristica, mineraria). Il grado di sviluppo che caratterizza le molte economie ‘locali’ è molto ampio e diversificato nei suoi fattori interni. Ciò non costituisce un limite all’avvio di potenziali cooperazioni produttive grazie alla vastissima gamma di ‘soluzioni’ tecnologiche ed organizzative a disposizione delle aziende di media dimensione che in ‘Occidente’ costituiscono il capitale imprenditoriale più fertile, intraprendente, creativo, dotato di autonome risorse anche finanziarie e libero da condizionamenti ideologici nazionali. L’ostacolo principale alla nascita di relazioni dirette tra imprenditori ‘locali’ nei paesi più industrializzati e in quelli in via di sviluppo risiede nel costo ‘tecnico’ che presenta la fase di avvio delle venture industriali (una fase di verifica di fattibilità) e nei costi collaterali richiesti durante tutte le fasi di realizzazione degli impianti e del loro corretto funzionamento (formazione delle maestranze e impianto del sistema di coordinamento). Si tratta di due aspetti di ‘consulenza’ e di avviamento professionale che devono essere sostenuti da servizi estranei alle strette disponibilità finanziarie dei partner industriali cui compete la totale ‘responsabilità’ di concordare le specifiche venture. Si tratta di ‘servizi’ di alta specializzazione che tuttavia possono ricevere sostegno da parte di istituzioni che già svolgono attività nelle rispettive realtà ‘locali’; istituzioni private, e quindi non politicamente inquinate di elementi ideologici, del mondo delle libere professioni (studi tecnici) o di quello del volontariato (scuole di formazione professionale). Il loro apporto di fiancheggiamento alle specifiche iniziative potrebbe ricevere un risarcimento in corso d’opera da parte delle singole intraprese industriali (qualora avviate) nell’ambito dei relativi project financing. L’istituzione di un centro di cooperazione internazionale allo sviluppo economico per condurre le verifiche di fattibilità necessarie per stabilire graduali mutue relazioni tra potenziali partner industriali, potrebbe essere un’iniziativa altrettanto privata assunta (sulla traccia delle IRI nazionali) da singole istituzioni industriali (o consortili) o del volontariato umanitario (secolare o religioso). L’obiettivo è virtuoso in quanto si propone obiettivi di libero mercato (che non finiscano per gravare poi in modo permanente sulla fiscalità generale) e di accelerare la crescita economica assicurando maggiori dosi di consenso politico generale al fenomeno ‘liberista’ della globalizzazione industriale.
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