11/11/2011

Unione Europea, fine della sovranità politica degli Stati Nazione

La lotta politica interna agli Stati Nazione cerca di arroccarsi attorno al concetto della ‘sovranità nazionale’ che, indipendentemente dal’europeismo o anti-europeismo che ispira i diversi partiti nazionali, è chiaro sia ormai tramontata grazie agli interessi della stessa sopravvivenza dei loro sistemi industriali. Ormai troppo strettamente dipendenti dal mercato globale; sia che si tratti dei paesi ‘trasformatori’ più industrializzati, sia invece si tratti dei paesi in via di sviluppo industriale nel cui ambito molte industrie delocalizzano le fasi più man-power-intensive con impianti tecnologici più ‘maturi’ sviluppando redditi che, a loro volta, generano una massiccia e nuova domanda di beni e servizi capace di attivare la crescita produttiva, la generazione di ulteriori redditi, nuovi risparmi e nuovi investimenti produttivi.

Si è messo in moto un enorme volano soprannazionale che è impossibile arrestare senza ripercussioni sulla stabilità politica internazionale ed interna ai singoli Stati Nazione coinvolti.

Questa nuova macchina produttiva ha consolidato un sistema industriale strettamente interdipendente ed esterno alla governance dei vecchi Stati Nazione e quindi dotato di proprie aspettative di stabilità politiche e istituzionali estranee alle ragioni ‘provinciali’ dei vecchi sottosistemi industriali e politici nazionali. Quelle ragioni che legittimavano nell’epoca morente degli Stati Nazione la sovranità decisionale dei singoli paesi.

Battere moneta, levare forze armate, legiferare e giudicare le infrazioni a quelle leggi, sono ormai concetti svaniti col prevalere degli interessi economici soprannazionali sulla pretesa di conservare diritti giustificati dai vecchi equilibri autarchici, imperiali o colonialisti di un’epoca passata.

Ciò vale primariamente per quei paesi che, nel disperato e irragionevole tentativo di conservare privilegi non più sostenibili dal bilancio statale, si sono indebitati oltre ogni credibile possibilità di ripagare il debito grazie al recupero di produttività del sistema industriale nazionale incapace perfino di conservarsi competitivo nel contesto soprannazionale privo delle vecchie tutele protezioniste dei propri Stati Nazione.

L’indebitamento nei confronti dei propri contribuenti, che ne garantiva la solvibilità fondata sul volume dei capitali disponibili all’interno del paese è stato gradualmente esteso dalla liberalizzazione internazionale del mercato ai risparmiatori esteri che ne possono reclamare il rimborso alla scadenza se il sistema industriale nazionale mostra di perdere la capacità di ripagare il debito accumulato e gli interessi sullo stesso tramite la nuova emissione ‘sovrana’ di titoli (vere e proprie ‘cambiali’ a circolazione internazionale).

La perdita di credibilità di poter rimborsare il debito con crescita di produttività del sistema nazionale spinge anche parte dei risparmiatori nazionali a investire all’estero; ciò accelera la perdita di credibilità e la stessa sostenibilità del bilancio statale fondato sul debito e il deficit.

Quando questa situazione diventa evidente, il sistema politico nazionale è chiamato ad accelerare oltremodo l’allineamento ai criteri e vincoli dettati dalla competitività industriale sul libero mercato soprannazionale (e abbandonare ogni resistenza alla cancellazione dei vecchi e insostenibili privilegi corporativi) oppure affidare ai detentori esteri del debito (e della ulteriore concessione di credito) le linee di un rientro finanziario che sia in grado di implementare quel rientro nella competitività.

Nel primo caso il sistema politico nazionale può conservare un certo grado di autonomia nella scelta dei criteri secondo i quali rientrare nella competitività.

Nel secondo caso i criteri e le priorità saranno stabilite a fronte del piano di rientro definito coi creditori esteri.

In nessun caso si può però parlare di sovranità del paese; i suoi rimasugli sono pari al livello di credibilità della residuale competitività del suo sistema industria-stato. Un residuo che scema unitamente all’esodo dei produttori e dei capitali nazionali che si insediano anch’essi in altri paesi.

In definitiva non si può parlare di sovranità nazionale senza valutarne il grado sulla base della competitività sul mercato internazionale, né oggi né in precedenza. Una vera sovranità richiede autarchia totale oppure la egemonia totale sui mercati. Entrambi casi limite utopici in ogni epoca. Anche Cuba dipende dall’estero dove deve vendere lo zucchero, i sigari e il Rum per sopperire alla carenza di beni e servizi primari, anche l’Impero spagnolo dipese dalle sue colonie sud-americane per poter conservare l’egemonia; e crollò per le coalizioni di altri Stati Nazione. L’unico sistema industria-stato in grado di conservare stabilità geopolitica millenaria è stato il sistema politico a carattere ‘federale’ globale come l’Impero di Roma che crollò per perdita d’efficacia delle sue istituzioni soprannazionali che ne indebolì gli associati sistemi di difesa militare e giurisdizionale.

Oggi il sistema globale in fieri è il solo che potrà fondare un’analoga nuova stabilità soprannazionale con gli stessi criteri ‘federali’ quando questi saranno in grado di negoziare nel nuovo ‘parlamento globale’ decisioni condivise relativamente ai tre elementi su cui si fonda la stabilità ‘sovrana’; regolare l’emissione globale di moneta, la difesa interna al sistema e la tutela giuridica delle regole legali. Nel frattempo tutti i vecchi Stati Nazione devono gradualmente accettare il ‘fatto’ che la loro passata sovranità è stata logorata e devono per amore o per forza devolvere ad organismi soprannazionali sempre più aggregati la legittimità di decidere le modalità di rientro nella competizione libera abbandonando ogni residua forma di protezionismo.

Ciò vale per la Grecia indebitata come per l’Italia, la Francia e gli USA ma vale anche per la Cina creditrice in quanto la stabilità geopolitica è garanzia anche per i creditori del recupero della solvibilità dei suoi debitori.

La ‘pax romana’ è in via di essere ripristinata nel terzo millennio sottoforma di ‘pax occidentalis’ per il crollo di tutte le sovranità nazionali; non è una maledizione, è una benedizione che potrebbe garantire un lungo periodo di prosperità e di pace – seppure condizionata da criteri universalmente condivisi a sostegno della massima crescita industriale grazie alla redditività ottimale delle scarse risorse finanziarie disponibili.

L’unico meccanismo che sappia garantire a debitori e creditori questi due elementi è il capitalismo-liberista cui è strettamente associato il regime liberal-democratico. Non si tratta di ‘esportare la democrazia’ ma di consolidare su base globale regole capitaliste-liberali capaci di aumentare il reddito complessivo accelerando la crescita di quelli più poveri rispetto al tasso di crescita di quelli più ricchi.