10/06/2011

Maverick vs. Anime Belle

Cerchiamo una volta tanto di mettere ordine in questa materia chiarendo le diverse posizioni assunte sul piano quotidiano dal ‘maverick-conservatori’ alla Davy Crockett o dalle anime-belle ‘de sinistra’.

Tutti gli individui nutrono gli stessi sentimenti di sofferenza e le stesse pulsioni di ribellione di fronte alle quotidiane manifestazioni di ingiustizia, di sopraffazione e di sofferenza che ci presenta il convivere con altri individui in un mondo organizzato che ci lascia sempre troppo limitati spazi per l’esercizio di scelte prodotte in responsabile, libero arbitrio.ùi ‘maverick-conservatori’ sono animati dal ‘buon senso’ che essi ipotizzano sia una dotazione naturale in quanto ‘innata’ in ogni individuo adulto e normale.

Le ‘anime belle’ invece sono animate dal ‘senso comune’ che è il frutto di un’educazione somministrata dalle istituzioni esterne alla famiglia ed egemoni all’esercizio dell’educazione in quanto legittimate dall’ortodossia ‘politically correct’ vigente al momento.

I maverick , irriducibili ‘conservatori del buon senso’, sono sempre animati da un’innata diffidenza per tutto ciò che ‘hic et nunc’ cerca di condizionarlo a manifestare la sua ribellione verso ogni ingiustizia di cui egli ritiene che siano le stesse istituzioni ad essere lo strumento principale proprio grazie alla loro mancanza di sentimenti e di responsabilità umane in termini chiaramente localizzabili ed individuali.

Le anime belle seguono invece il ‘senso comune’ che le rassicura in quanto ne agevola l’intrupparsi entro comportamenti ortodossi (politically correct) e rassicuranti a tutela del senso di colpa che nasce dal sentirsi parte responsabile di ogni sofferenza ed ingiustizia. Nelle anime belle il male infatti viene aiutato ad essere attribuito ‘istituzionalmente’ a chiunque ostacoli l’avvento di luminosi futuri che costituiscono la stessa legittimità della ‘parte’ nel cui ambito esse si trincerano; talvolta convinte d’una superiorità antropologica.

Il risultato è che tendenzialmente ogni reazione dei ‘maverick’ è di carattere individuale contro o a favore che essa sia, mentre quelle delle ‘anime belle’ è organizzata entro le istituzioni da esse prescelte in quanto ad esse vengono attribuite, a lume di ‘senso comune’ ma contro ogni ‘buon senso’, la peculiarità di potere rappresentare il bene contro il male che le circonderebbe senza infettarle.

È evidente che questa schematizzazione tra individualisti conservatori e gruppettari progressisti, presenta un’ampia fascia di comportamenti che devono pervadere anche le istituzioni nel cui ambito ognuno, che sia ‘maverick’ o ‘anima bella’, è costretto ad esercitare il proprio libero arbitrio in modi più o meno ortodossi e politically correct forzando il suo modo di vedere e agire.

Tuttavia, anche nella loro partecipazione ‘forzata’ alla vita istituzionale, emerge la netta diversità tra anime belle o maverick negli atteggiamenti e scelte nel corso della loro partecipazione volontaria.

Ogni maverick, consapevole della necessità di aggregare i contributi individuali per poterne garantire adeguata visibilità, efficacia e successo, tenderà a dare il proprio contributo ad istituzioni che siano le meno sospette di poter distorcere il senso della propria solidarietà e partecipazione individuale.

Per lui, le istituzioni sono tutte sospette di appropriarsi dei contributi offerti dai singoli per ragioni umanitarie e dirottarli illecitamente ad impieghi non condivisibili dettati da puro opportunismo corporativo di sopravvivenza istituzionale o di sostegno a politiche demagogiche o di lotta politica decisa da vertici irresponsabili in spirito ‘individualista’.

I partiti e i sindacati in primis ma anche le altre istituzioni umanitarie, scientifiche o di beneficenza come i movimenti ecclesiali e gli istituti religiosi.

Per queste ragioni i maverick privilegiano di devolvere le offerte ad istituzioni che, come la Chiesa Cattolica, hanno dimostrato di sapere investire le risorse, pur in modi distorti dalle prevaricazioni individualiste dei vertici incontrollabili, a sostegno di obiettivi e politiche di lungo periodo. I suoi duemila anni di esistenza la rendono agli occhi dei maverick-conservatori, più credibile di quanto non siano invece istituzioni molto più ‘innovative’ dedite a perseguire obiettivi la cui durata, non ostante la ventilata superiore eticità, si isterilisce tuttavia nell’arco di pochi decenni com’è stato caso frequente dei movimenti organizzati a sostegno delle più ‘rivoluzionarie’ ideologie della storia umana; ateismo, giacobinismo, scientismo, socialismo, comunismo, nazional-socialismo).

È fondamentalmente errato classificare i maverick tra i rivoluzionari; essi in genere sono rigorosamente alla ricerca di ‘conservare’ integri gli spazi per esercitare decisioni sotto la responsabilità più individuale possibile e rifiutano quindi qualsiasi tentativo di incanalare le decisioni nell’ambito di condizionamenti collettivi.

Anche se ovviamente questi tentativi di raggruppare il consenso a-priori attorno a proposte politicamente corrette possa essere dialetticamente illustrato in modo che quel ‘senso comune’ possa risultare migliore di ciò che invece suggerirebbe il ‘buon senso’.

È altrettanto fondamentalmente errato classificare di ‘democratico’ l’approccio di conquista del consenso su posizioni politicamente corrette alla luce del ‘senso comune’ più razionalmente difendibile.

Infatti il vero fondamento della ‘democrazia’ è la convinzione che tutti possiedano innato il dono del ‘buon senso’ al di la dello specifico grado di conoscenze disciplinari e di educazione formale posseduto. Posporre un tale principio al criterio della gerarchia delle conoscenze tecniche o delle abilità dialettiche degli oligarchi, sovverte il concetto di ‘democrazia’ e lo sostituisce con quello storicamente abusato di aristocrazia nel quale gli ottimati governano a beneficio dei sudditi più sprovveduti invece di rispettare il criterio ‘democratico’ in cui i più dotati garantiscono ‘servizio’ a scelte decise a maggioranza da uomini liberi, in piena responsabilità in quanto dettate dall’aggregarsi delle loro indipendenti valutazioni alla luce del buon senso individuale non coartato da demagogiche promozioni d’un senso comune formulato da oligarchi.

Per un maverick, nella vita è meglio sbagliare da soli piuttosto che far bene per merito altrui; i costi sono gli stessi ma solo nel primo caso si realizza il progresso della civiltà.

Per i sudditi dei sistemi collettivi, la vita è costantemente tutelata da una gerarchia di ‘pastori’ che, assistiti dai loro ‘sinedri’ e dalle loro ‘accademie’, falliscono sempre nelle loro previsioni e decisioni ma restano saldi al governo grazie al meccanismo dell’’autocritica’ fondata sulla ‘confessione’ della propria limitatezza e di quella delle conoscenze scientifiche dell’epoca. Stranamente un meccanismo che trova la sua fondatezza nel ‘buon senso’ democratico che assume proprio in quella inadeguatezza l’illogicità del governo dei migliori.

Insomma, se si sceglie di rifiutare le centrali nucleari non ha alcun senso poi impiccare per i piedi chi ha proposto quel referendum una volta che si scoprisse di essere stati tratti in inganno.

In definitiva sul piano delle motivazioni politiche ciò che distingue il ‘conservatore’ dal ‘progressista’ è ben illustrato dai comportamenti elettorali negli USA ed è ben trasferibile in ogni altro paese indipendentemente dal livello di reddito nazionale o individuale o dal grado liberal-democratico delle sue istituzioni.

Infatti ciò che ispira le scelte ‘politiche’ quotidiane del ‘conservatore’ non è la determinazione di conservare il benessere attuale ma l’autonomia delle scelte individuali contro ogni promessa di presunte protezioni che sia offerta da ‘istituzioni collettive’ tanto più rifiutate quanto più distanti risultano dalla cerchia quotidiana di propria, diretta familiarità e misurabilità.

Il ‘conservatore’ quindi sceglierà meglio di cambiare azienda o residenza piuttosto che affidarsi all’azione del sindacato o del sindaco per migliorare una situazione che si è visibilmente degradata rispetto a ieri. Ma lo stesso ‘conservatore’ prima di assumersi l’onere e le responsabilità d’una tale drastica scelta di ‘ricominciare’ da capo ma ‘conservando’ integra la propria autonomia decisionale in ogni scelta più ‘locale’ (libertà), sarà disponibile ad assicurare il suo sostegno selettivamente a chi ha acquisito il suo rispetto umano verificato alla luce della credibilità e coerenza dei comportamenti individuali (solidarietà compassionevole). Aiuti che in prima istanza sono erogati dal ‘maverick’ con diretti contributi di collaborazione (lavoro fisico) o di prestiti (elemosina) fiduciari e, solo in seconda istanza affidando ad istituzioni riconosciute affidabili alla più diretta verifica personale dosi di proprio contributo fisico (sorveglianza e assistenza in emergenza) o finanziario (banche cooperative o cooperative di lavoro) o perfino dosi limitate di credito politico (tea party, cariche elettive dirette).

Le ‘anime belle’ invece sono sempre affascinate dai grandi sogni proposti per risolvere definitivamente i problemi creati costantemente in ogni ambiente dal ‘male’ incarnato nei comportamenti ‘egoisti’ ed ‘avidi’ di chi è riuscito ad acquisire uno status sociale o economico migliore. Quella diviene la prova che chi stia meglio abbia migliorato il suo status ‘a spese’ dei più ‘miti’ o meno ‘privilegiati’. Le anime belle negano così che attitudini e carismi personali siano doti innate attribuite dalla natura umana in diversa misura e che l’uguaglianza di diritti non può significare uguale redistribuzione forzata d’un reddito che ciascuno si deve procacciare con l’impegno in piena responsabilità delle proprie attitudini (lavoro) o risorse (risparmio).

Le scelte politiche delle ‘anime belle’ sono sempre intellettualmente più ammirevoli in quanto definitive ed eticamente ‘giustificate’ alla luce di ‘dottrine sociali’ ispirate da altruismo e dedizione disinteressata e di cui si auspica una vigenza universale (cattolicesimo, comunismo) e la graduale ‘educazione’ di tutti al rispetto dell’ortodossia.

Le ‘anime belle’ infatti si intruppano sempre nell’ambito di istituzioni aperte a tutti i diseredati ed al di sopra d’ogni diversità culturale che caratterizza i ‘localismi’ meno comprensibili. Sono quindi nobili e da rispettare i ‘diversi’ per ragioni naturali (i ‘diversamente abili’) e anzi da ‘privilegiare’ i diversi in quanto minoranze di usi e costumi (il diritto a essere giudicati sotto la ‘sharia’ e non sotto le leggi liberal-democratiche).

Sono da ammirare i ‘leader’ politici più ‘illuminati’ sono invece deprecabili i comportamenti ‘speculativi’ e ‘pirateschi’ dei tycoon industriali; anche se entrambi sono caratterizzati dall’uso spregiudicato di analoghe doti naturali che ne garantisce il successo come leader. Non è il loro successo ad attrarre il consenso delle anime belle ma ciò che essi si propongono di raggiungere. È per questo che i più demagogici programmi politici (giacobinismo, islamismo, nazional-socialismo, comunismo) e i leader più idealisti (Stalin, Hitler, Mussolini, Che Guevara) ottengono entusiastico consenso delle ‘anime belle’ per subire successivamente la totale damnatio memoriae (a meno che la improvvisa morte non ne faccia veri e propri simboli eterni come il Che o lo stesso JFK).