| 09/12/2011 |
Sviluppo industriale e capitalismo-liberista Non ostante gli storici fallimenti delle utopie religiose o secolari che ipotizzavano di sostituire il paradigma del capitalismo-liberista che sta oggi trionfando su base globale dopo avere consolidato le istituzioni liberal-democratiche abbattendo all’interno della civiltà ‘Occidentale’, in modo graduale ma irreversibile e costante nel corso della Storia, tutte le permanenti ‘resistenze corporative’ erette da oligarchie illiberali all’insegna di regimi di governo top down miranti a realizzare società ‘più eque, solidali e felici’. Regimi istituzionali basati su dottrine sociali e su stili autoritari legittimati da filosofie austere e ‘politically correct’ anche se contrarie alla ‘natura umana’ che imponevano quindi ‘temporanei’ periodi di transizione necessari per ‘rieducare’ i sudditi spurgandone le pulsioni più egoiste, avide ed aggressive fonte primaria di ogni disagio sociale. Le sofferenze imposte da quegli interminabili periodi autoritari di ‘transizione’ e il contemporaneo, graduale consolidarsi di privilegi nelle oligarchie egemoni della ‘programmazione dei redditi’ altrui ha sempre avviato la nascita di forme illegali di libero mercato responsabili della soddisfazione delle aspettative di consumo non soddisfatte dal sistema produttivo legale e eticamente corretto ma inefficiente se commisurato ai bisogni più appetiti da consumatori poco ‘ortodossi’; la nascita di un sistema produttivo illegale ma legittimato dalle diffuse aspettative sociali – il paese reale, ha sempre creato una crescente perdita di consenso politico verso le istituzioni formalmente legittimate a governare ma sempre meno produttive – il paese legale. I costi del paese legale sono sempre cresciuti ed il loro peso è stato travasato su contribuenti sempre meno disposti a finanziare la sopravvivenza delle sue istituzioni corporative e parassitarie; il crollo delle istituzioni politiche legali ha sempre generato progressi in termini di maggior contenuto di libertà individuali e di livelli di crescita economica. È ciò che sta avvenendo oggi in ogni Stato Nazione grazie all’internazionalizzazione dei processi industriali – la globalizzazione - che ha destabilizzato tutte le vecchie istituzioni politiche finora arroccate sull’acquisto periodico di consenso elettorale a spese fiscali tramite il paradigma del welfare state di ottocentesca, bismarckiana memoria sempre meno sostenibile sul piano economico in quanto ne affida la produzione e la distribuzione dei servizi al monopolio di Stato; creando un mercato illiberale, inefficiente e fonte di deficit di bilancio responsabili di accumularsi in debiti statali insostenibilmente onerosi dai sistemi produttivi nazionali. La ‘crisi’ insomma è solamente una ‘crisi’ delle vecchie istituzioni politiche (dalle statali, alle sindacali, alle ecclesiali) che sono ormai inadeguate a garantire la passata stabilità ai sistemi industriali nazionali ormai coinvolti in contesti competitivi soprannazionali ed alla ricerca di assumere assetti produttivi spesso contro le vecchie regole e procedure dettate dalla governance degli Stati Nazione. La crisi industriale dettata dalla diversa competizione, dalle diverse aspettative e dalle diverse opportunità che si presentano ai produttori, risparmiatori e consumatori è in via di superamento e fa parte della stessa fisiologia del capitalismo-liberista; si tratta cioè di una crisi congiunturale provocata dalla vitalità stessa di mercati e tecnologie in ogni tempo. La crisi istituzionale invece richiede alle oligarchie politiche di abbandonare i vecchi strumenti di raccolta del consenso sociale modificando la stessa produzione ed offerta di servizi politici a quel peculiare ‘mercato’ che periodicamente si traduce in competizione sull’arena elettorale ma che quotidianamente predispone offerte di comportamenti sociali ‘giustificati’ da obiettivi capaci di legittimare i costi necessari per conseguirli in fasi negoziali credibili e sostenibili. Ciò che si può osservare oggi è il più diffuso veloce progredire dei comportamenti sociali assetti di consumo, produzione e risparmio compatibili con il carattere soprannazionale dell’economia industriale (adattamento dei giovani e delle donne alle nuove offerte di lavoro, ricerca di servizi low cost di beni e servizi, collocazione del risparmio sui prodotti più innovativi nel mercato soprannazionale, etc.) ed all’opposto un reazionario o passivo arroccarsi delle istituzioni politiche su proposte comportamentali ormai obsolete o non sostenibili sul piano sia economico, sia dottrinario (diritti acquisiti, tutele costituzionali, stato sociale, privilegi settari, etc.) in un contesto che non consente più limitazioni geopolitiche nazionali (dogane, frontiere, cittadinanze, etniche, culturali, ideologiche, etc.). Questa distonia tra le velocità di adeguamento alla nuova realtà contestuale da luogo a situazioni patetiche nei comportamenti politici e crea ridicoli paradossi nelle relative comunicazioni sociali. Le più eclatanti inadeguatezze istituzionali si manifestano ovviamente principalmente nei paese più viziati da privilegi insostenibili sul piano delle compatibilità rispetto al livello di competitività del proprio sistema industria-stato sul mercato globale; paesi spesso anche caratterizzati dall’arrogante presunzione di avere un più elevato grado di sensibilità e di etica sociale; l’Italia in questo può vantare un primato nei millenni. Il carattere patetico dei comportamenti istituzionali è evidente nel rifiuto della politica nazionale ad aderire a schemi di comportamento compatibili con l’esigenza di recuperare la competitività nazionale nel nuovo contesto (svolta di ‘Bad Godesberg’, denuncia dello ‘statuto dei lavoratori’, rinuncia alla ‘concertazione’ delle decisioni, potenziamento ‘decisionista’ dell’esecutivo, etc.), ma il trionfo è emerso dalla rinuncia dei politici a concordare (pur essendo stati gli ‘inventori’ della concertazione) un’assunzione condivisa di responsabilità in materia di modifiche istituzionali necessarie per adeguare il proprio strumento operativo alle aspettative in via di maturazione nell’opinione pubblica abbandonandola così a se stessa. La politica italiana ha scelto di non assumere responsabilità di scegliere negando perfino all’homo novus l’onore/onere di traghettatore pro tempore del sistema istituzionale verso un assetto più compatibile con le nuove esigenze riversando poi su quel politico alieno ogni stigma per le immediate conseguenze negative della transizione. La politica italiana invece ha preferito dichiare la propria impotenza ad agire delegando ad un sinedrio di accademici e manager l’attuazione delle riforme proposte dagli anni ’80 fino a ieri dal binomio Craxi-Berlusconi; patetico e sterile sul piano stesso dell’intelligenza politica. Analoga sterilità ed impotenza delle istituzioni politiche in Italia è evidente in materia di comunicazioni sociali che rendono paradossale e ridicolo lo stesso linguaggio rispetto alla nuova realtà. È paradossale ad esempio che, di fronte al travolgente, autonomo e celere successo della globalizzazione industriale in tutto il mondo al di la delle vecchie divisioni ideologiche e diversità culturali ed economiche, i responsabili politici delle istituzioni industriali (sindacati datoriali e prestatoriali) preferiscano perdere contatto coi propri iscritti (aziende e lavoratori) piuttosto che ammettere il fallimento sul campo del loro approccio (‘programmazione industriale’) rispetto al più efficiente (‘capitalismo liberista’). Ciò da luogo a lunghi defatiganti dibattiti sulla ‘crisi’ come dimostrazione del fallimento del modello capitalismo-liberista la cui agonia sarebbe in corso in attesa che venga finalmente accolto il provvidenziale avvento su base globale del modello del capitalismo-pianificato da un sistema superiore di governance ispirato da criteri di equità e correttezza politica capace di garantirne il consenso e la stabilità concertando le decisioni di sviluppo industriale e di benessere sociale. Analogo carattere paradossale anima le comunicazioni sociali delle istituzioni religiose che sono costrette ad adeguare la presentazione selettiva della stessa dottrina sociale alle diverse audience nazionali; sollecitando l’accoglienza di masse emigranti destabilizzatrici invece di delocalizzare impianti industriali verso i paesi più popolosi; sostenendo la conservazione di costi industriali insostenibili invece di offrire opportunità di reddito più compatibili con la crescita del reddito globale e la diminuzione dei relativi gap nazionali, suggerendo la austerità e il pauperismo invece di stimolare la conquista e superamento dei limiti nel rispetto dell’ambiente tramite una sempre più solida ‘padronanza’ sul Creato – sulla traccia dell’insegnamento biblico, etc.. In realtà, al di la della presentazione di ‘casi strappalacrime’ individuali sempre sanabili in ‘compassionevole’ assistenza caritatevole (cioè non istituzionalizzata a spese della fiscalità generale) le attuali ‘crisi finanziarie’ avvertite dai bilanci statali (cioè delle istituzioni politiche) è facilmente riepilogabile nella vecchia saggezza del ‘buon senso’ popolare: “è povero chi spende un euro in più di quelli guadagnati, è ricco chi risparmia un euro di quelli guadagnati”. Ciò responsabilizza, e quindi da’ contenuto, alle libertà individuali, alle forme di mutualità, alle scelte di ‘governo dal basso’ (bottom up), alle decisioni di consumo, risparmio e sviluppo dei propri ‘talenti’ sul mercato più appropriato a remunerarli; tutti valori liberali e rispettosi del libero arbitrio in spirito evangelico – l’austerità di costumi e comportamenti deve essere una libera scelta per essere virtù cristiana, l’’imposizione’ di comportamenti religiosamente o ideologicamente ‘ortodossi’ non attribuisce alcun merito né a chi li impone, né a chi è obbligato ad aderirvi. Cogliere l’occasione della ‘crisi congiunturale’ per modificare le istituzioni politiche in senso ‘liberale’ è un atteggiamento virtuoso nello spirito liberal-democratico, pretendere invece di interpretare i disagi generati dalle istituzioni illiberali, parassitarie, irresponsabili, corporative ed insostenibili del welfare state dei vecchi Stati Nazione come ‘fallimento del capitalismo-liberista’ è la più demagogica truffa per tentare di imporre a livello globale lo spirito illiberale della ‘programmazione industriale’ e della redistribuzione dei redditi. Tentativo demagogico sia in quanto tenta di affermare l’utopia fallita negli Stati Nazione contro il successo pragmaticamente raccolto ‘sul campo’ dal paradigma industriale del capitalismo-liberista, sia in quanto non sarebbe possibile istituire a dimensione globale l’analogo delle fallite istituzioni illiberali che hanno tentato di consolidare il welfare state negli ambiti nazionali sotto riconosciute sovranità degli Stati Nazione; il ‘grande fratello’ su base nazionale è stato tentato tramite regimi etici e totalitari tutti falliti storicamente, tentare di istituire una ‘programmazione industriale’ su base globale sarebbe impossibile e il suo tentativo sarebbe solo un paravento per legittimare una governance top down a difesa degli interessi di oligarchie ideologiche tramite il ‘senso comune’ diffuso da dottrine sociali estranee alle capacità dimostrate invece dall’attuale globalizzazione di soddisfare le esigenze e le aspettative espresse sul ‘mercato’ dalle scelte dei produttori, consumatori, risparmiatori sulla base del loro ‘buon senso’; l’eterno tentativo demagogico di imporre l’egemonia del ‘senso comune’ di accademie e sinedri sul ‘buon senso’ innato in ogni individuo libero.
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