06/01/2012

‘Cinismo o Etica a guida della missione ‘Politica’

Il ‘senso comune’ ha storpiato spesso il senso delle più nobili scuole filosofiche di grande tradizione greco-romana. Un caso emblematico è il significato assunto dal ‘cinismo’ quale ispiratore di scelte politiche in un contesto liberal-democratico; cioè di decisioni da negoziare in ambiente di libera contesa.

Socrate, Platone e Aristotele hanno stabilito le fonti del corretto comportamento umano come fondamenta della convivenza secondo i criteri della democrazia e del reciproco rispetto nella società; al di la dei diversi e personali credo che ogni società libera deve rispettare per definirsi liberal-democratica.

Queste fonti dell’etica politica definiscono i confini tra regimi liberali opposti ai regimi che si fondano sulla ortodossia dottrinaria definita da un’etica politica alla quale occorrerebbe educare i soggetti politici.

Questa divisione di paradigmi legittima due diversi criteri da rispettare nello sviluppo delle trattative di governo della vita politica; privilegiare il conseguimento di finalità eticamente corrette, oppure cercare di conservare il più grande distacco personale possibile per non inquinare di tracce di personalismi egemoni nella negoziazione solo in funzione del ruolo ricoperto. Se la politica è una disciplina scientifica, non un’arte creativa e incontrollabile, essa deve risultare il più possibile priva di apporti individuali capaci di prevaricare il loro mandato di servitori delle proprie constituency elettorali; prevaricando le quali risulterebbe monarca convinto che la propria missione possa essere legittimata dalla propria visione illuminata del bene comune contro ogni resistenza cui inevitabilmente assegnerebbe scopi perversi o comunque meno illuminati. Ne deriverebbero tendenze a manipolare la lotta politica e le relative comunicazioni sociali al fine ‘superiore’ di far trionfare un’etica di stato superiore rispetto alle contingenti visioni riduttive e miopi degli elettori, sia di quelli dell’opposizione che di quelli che hanno eletto a proprio rappresentante il leader ’illuminato’.

La tentazione dei ‘rappresentanti’ eletti di trasformarsi il leader illuminati per guidare la società verso più luminosi orizzonti è tanto più pericolosa per la sopravvivenza della liberal-democrazia quanto più unici sono i poteri ‘delegati’ all’ufficio che essi ricoprono; è per questo che in regime liberal-democratico ogni ‘magistratura’ deve ricevere ‘mandati’ rigorosamente definiti e sottoposti al controllo di interessi opposti; il check & balance è il principio che legittima il carattere liberal-democratico perfino di ‘magistrature’ estreme come la ‘dittatura’.

Perché tuttavia i ‘rappresentanti’ politici possano ritenersi garanti dello spirito liberal-democratico nel loro ‘servizio’ alla società che li ha eletti, occorre che essi aderiscano ad un profilo culturale, comportamentale e comunicativo che risulti compatibile coi limiti imposti dalla rappresentanza di servizio in luogo dell’arbitrio cui si ispira ogni guida egemone nell’adempimento dei suoi compiti di governo.

I regimi etici giustificano il compito di educatori a guide provvidenti legittimando funzioni decisionali anche se prive di consenso sociale assunte da oligarchie aristocratiche per meriti riscontrati sul piano della cultura (i governi dei filosofi), militare (i regimi stratocratici), economico (le oligarchie commerciali), finanziario (le oligarchie bancarie) o spirituale (le teocrazie).

I regimi liberal-democratici all’opposto privilegiano il buon senso come facoltà innata in tutti gli elettori che li rende capaci di scegliere liberamente (in piena responsabilità personale) i propri rappresentanti e valutarne le decisioni e compromessi raggiunti con rappresentanti opposti al fine di confermare o negare il mandato; è il rifiuto della ‘guida dall’alto’ confidando più nell’espressione di numerose scelte individuali, purché tutte in piena responsabilità, ispirate dal ‘buon senso’ innato che hanno il potere di aggregasi statisticamente entro scelte complessive la cui tendenza esprime lo spontaneo grado di fiducia, di auto-stima e tendenze collettive che ispirano liberamente i consumatori senza che si reprimano le preferenze più stravaganti ed eterodosse.

Perché questa libertà diffusa e capillare che legittima la liberal-democrazia possa essere rispettata occorre che tutte le istituzioni che vi si ispirano (primissima quella del ‘libero mercato’) siano sottratte a qualsiasi tipo di condizionamento che non sia al servizio delle aspettative espresse dai singoli produttori (imprese e maestranze), consumatori (famiglie e aziende), risparmiatori (individuali o istituzionali) ed elettori.

Questo per dire che ogni tipo di ‘programmazione’ che non sia direttamente al servizio di libere tendenze ed aspettative manifestate dai ‘consumatori’ in merito a tutti i servizi che offre il ‘mercato’ (beni materiali e servizi di ogni tipo fino a quelli politici, sindacali e religiosi) rischia di divenire una forma si dirigismo non palese e subdola forma di plagio delle libertà di scelta individuale; la ‘sapienza’ tecnica dei vertici istituzionali si trasforma da ‘servitore’ ed ‘esecutore’ di un mandato in ‘guida carismatica’ (negato dal regime liberal-democratico tranne che nelle ‘magistrature straordinarie’ come la dittatura a termine anch’essa ‘vincolata’ nei fini da conseguire – per questo i ‘rappresentanti’ eletti rifiutano tendenzialmente il concetto di ‘mandato vincolante’. Ogni ‘rappresentante’ eletto deve agire quindi entro precisi e controllati limiti di autonomia e in un ambito di responsabilità individuale – tanto più sanzionata o remunerata quanto più critico risulta il mandato per la stabilità delle istituzioni di interesse pubblico (private o statali – da quelle politiche, a quelle sindacali, a quelle finanziarie e assicurative, a quelle educative e religiose, a quelle sanitarie o aziendali).

Questa ‘responsabilità’ individuale verso il mandato ricevuto più o meno formalmente obbliga i responsabili in ogni istituzione a svolgere le proprie mansioni manageriali sulla base di confini ‘tecnici’ e non su quelli dettati dalla percezione di fini e criteri personali – probabilmente non condivisi dagli interlocutori sociali.

Ciò significa che le negoziazioni di compromessi -  che costituiscono l’elemento chiave di qualsiasi compito manageriale – devono aderire a criteri tecnicamente ortodossi nella gestione della specifica istituzione in cui il compito è svolto; ogni elemento personale e soggettivo che possa perturbare gli scambi di interessi che si trovano a confliggere nel corso della gestione delle istituzioni, si deve estromettere dai processi manageriali per non rischiare (anche in buona fede) di inquinare di ‘demagogia etica’ le proprie mansioni con ricadute non desiderate sugli interlocutori.

Il cinismo tecnico deve regnare nella costruzione delle decisioni che si negoziano tra istituzioni, lasciando i criteri etici alle decisioni che colpiscono in modo ristretto il responsabile ed il solo referente diretto coinvolto dalla decisione – dimissioni, licenziamenti, assegnazione di pesi e priorità a scale di valori non condivisi, etc..

Il ‘cinismo’ è scuola filosofica che insegna a raggiungere e conservare il proprio rigore morale grazie alla più piena autonomia dall’ambiente ed al massimo controllo su sé stessi per non riverberare in modo arrogante i propri personalissimi punti di vista su interlocutori possibilmente contrari alle nostre valutazioni e che non condividono i comportamenti secondo noi ‘corretti’; e magari occupanti posizioni meno privilegiate.

Regimi fondati sul perseguire un’etica socialmente ortodossa risultano autoritari ed intolleranti verso ogni minoranza mentre i regimi fondati sul cinismo tecnico riescono a tutelare la efficienza del sistema comune che alimenta ogni autonomia individuale col devolvere ai singoli individui l’onere di massima responsabilità che possa derivare loro dalle personali e libere scelte più quotidiane e occasionali.

Se è vero che non c’è legittima tassazione senza diritto di rappresentare le proprie istanze si deve tradurre il concetto di "no taxation without representation" anche in “no representation without burden” cioè non c’è legittima rappresentanza delle istanze sociali se ogni ruolo di rappresentanza degli interessi sociali non viene responsabilizzato sul più rigoroso piano individuale.