05/08/2011

Generalizzazione: il prerequisito di ogni scienza

Una delle conseguenze più nocive provocate dal ‘politically correct’ risiede nello stigma ‘razzista’ gettato sul concetto di ‘generalizzazione’.

Ora chiunque abbia non dico svolto attività di ricerca ma anche solamente avuto modo di riflettere con un minimo di ‘buon senso’ ai fenomeni che ci presenta la realtà quotidiana, non può ignorare l’importanza che ha il ‘catalogare’ le esperienze vissute per gruppi che ne riescano a caratterizzare le caratteristiche collettive e così evitare di incorrere sempre negli stessi errori di comportamento quando incontrassimo fenomeni che potremmo ritenere avere un’analoga natura. È evidente che tutti ma proprio tutti, per sopravvivere o avere successo, sono abituati a ‘generalizzare’ anche se tutti ma proprio tutti siamo abituati a sospettare sempre che la nostra ‘generalizzazione’ possa condurci in errore; nessuno versa polvere bianca nel latte con assoluta fiducia nel recipiente da cui la versa – il sale spesso presenta analoghe caratteristiche ma soddisfa diverse esigenze. Ogni volta la generalizzazione presenta rischi a fronte di taluni insostituibili benefici pratici. Non si può rinunciare ai benefici per eliminare a-priori ogni rischio ‘vietando’ l’uso stesso della generalizzazione dalla comunicazione scientifica e divulgativa; non è vero che ogni caso sia diverso dagli altri altrimenti non saremmo riusciti a codificare le ‘scienze’ (esatte e umane tra cui politica, economia, sociologia, psicologia e il diritto) in ‘leggi’ anche se ogni scienza progredisce proprio grazie all’insorgere di ‘rari’ casi anomali rispetto a ogni classificazione precedente che ‘falsifica’ le vecchie leggi richiedendo di sostituirle con altre più capaci di includere i fenomeni inesplicabili in una categoria più sofisticata ed inclusiva; ma sempre impostata sulla classificazione dei fenomeni per gruppi – dopo una loro più acconcia ‘generalizzazione’.

Rinunciare per tema di ‘razzismo’ a distribuire i limitati presidi di intervento in modo concentrato sulle comunità afflitte da morbilità specifiche (fatto che richiede una generalizzazione del fattore ‘rischio’ su uno specifico raggruppamento umano) eleva i costi dell’assistenza sanitaria oppure aumenta l’esposizione al rischio della comunità di cui si è volutamente trascurato di studiare i fattori che la espongono al rischio.

È evidente che parlare di ‘negri’, di ‘bianchi’, di ‘gialli’ e di pellirossa sia una generalizzazione forse rapida e semplice da fare ma sia troppo grossolana e inutile per qualsiasi trattamento scientifico. Ma è altrettanto vero che talune comunità di qualsiasi continente, etnia o specie siano afflitte (per ragioni più o meno recenti e rimovibili o per altre più difficili da tracciare scientificamente e da correggere) da tipi di morbilità o dotate di caratteristiche peculiari che ne compongono le doti o le tabe inabilitanti.

Trascurare il fatto che in Sardegna si addensi la maggiore frequenza di talassemia mediterranea rispetto alle valli alpine impedisce di istituire unità di prevenzione e cura nelle sedi più utili.

Standardizzare l’arredamento di interni di scuole, ospedali, sale mediche, refettori, sulla base delle peculiari caratteristiche (fornite da valori statistici emersi da misure ‘generalizzate’) della comunità soccorsa nel terzo mondo è essenziale per evitare che i watussi siano obbligati a stare con le gambe piegate in ogni momento o che i pigmei debbano arrampicarsi sulle scale per nutrirsi.

D’altronde, pretendere di trovare caratteristiche comuni tra somali, nigeriani, watussi, pigmei, nubiani solo partendo dalla ‘generalizzazione’ che la loro pelle abbia colore scuro è un’evidente assenza di ‘buon senso’.

Di nuovo anche in campo ‘divulgativo’ (non si fa ‘scienza’ – cioè nuove scoperte – senza precedentemente avere garantito una corretta ‘divulgazione’ verso gli interessarti dell’erudizione precedentemente acquisita in materia) il ‘buon senso’ locale suggerisce di trarre conseguenze dal confronto tra il ‘senso comune’ che la nostra conoscenza ha ormai consolidato sulla base delle generalizzazioni trasmesse dalle esperienze passate e la singola esperienza ‘hic et nunc’ (locale) che ci troviamo a trattare.

Fare ‘politica’ non solo richiede ma impone di generalizzare per definire con chiarezza la base sociale sul cui consenso ci si appresta ad erogare le nostre capacità ed energie psichiche. La ‘classe operaia’ o il ‘ceto medio’ sono da ridefinire nel tempo grazie al progresso tecnologico ma non per questo si possono indirizzare in modo confuso. È poi evidente che, in assenza di un potere politico totalitario, siamo costretti a negoziare le leggi sulla base di concessioni di risorse a soddisfare altre esigenze di quelle della nostra base elettorale onde poter ottenere benefici prioritari per le istanze da noi sostenute; ciò richiede di conoscere altrettanto bene le altre basi elettorali per poter ottenere il consenso dei loro rappresentanti politici in sede legislativa – o poter loro sottrarre il consenso elettorale a beneficio della nostra base elettorale (le cui generalizzazioni dovranno però cambiare per trovare nuove forme di comunanza di aspettative.

Educare le nuove generazioni impone una generalizzazione sulle attitudini che ne caratterizzano i diversi gruppi di difficoltà di apprendimento onde poter definire non solo i programmi di formazione (che sono in parte obbligati dal contesto verso il quale esse si avviano a svolgere le loro attività adulte) ma soprattutto le metodiche pedagogiche (vera scienza che deve essere ‘personalizzata’ ai profili più diversi degli alunni al fine di non escludere nessuno dal completamento soddisfacente del curriculum o appiattire i più dotati su corsi demotivanti che ne distruggano l’entusiasmo e li dissuadano dal progredire verso livelli di formazione di eccellenza.

In definitiva se è vero che si debba sempre offrire la possibilità di ‘casi anomali’, discutere di qualunque tipo di problema d’interesse diffuso, richiede di riferirsi a quadri ricavati da ‘generalizzazioni’ sulle caratteristiche che ‘fotografano’ la realtà in questione sulla base di rilevazioni statistiche. Un approccio che converte gli aggregati di esperienze ricavate ‘localmente’ su base occasionale, in elaborati scientifici capaci di rilevare la ‘generalizzazione’ sulla base di frequenze e di valori standard integrati dalla probabilità che hanno i singoli casi di divergere dai valori standard che caratterizzano la popolazione presa in esame.

La raccolta di dati e la loro elaborazione con gli strumenti scientifici della statistica è il prerequisito per ogni decisione razionale. Impedire la rilevazione di dati associati a eventi quotidiani relativi ad una popolazione in difesa di presunte minacce di stampo ‘razzista’ impedisce la formazione di opinioni scientificamente fondate su cui impostare strategie politiche correttive ma non disinnesca (anzi ne rafforza l’egemonia) altre forme di ‘generalizzazione’ più emotive, occasionali e ‘locali’.

Affermare che i ‘filippini’ siano una popolazione mite e laboriosa oppure che ‘ Rom siano invece dediti al furto e all’accattonaggio o che i cinesi siano laboriosi ma afflitti da malavita organizzata che si fonda sulla omertà di quella popolazione, sulla sua chiusura alle istituzioni esterne e sull’accettazione dello ‘schiavismo’ come loro contratto di avviamento al lavoro o che gli albanesi e i sudamericani siano proclini a praticare tipi di criminalità contro la proprietà e sfruttamento della persona in modo anche violento, o che i ‘negri’ siano i più miti e disponibili tra gli immigrati e i più frequentemente ‘sfruttati’ come manovalanza commerciale, manovale e criminale da altri gruppi etnici o nazionali, sono ‘pregiudizi’ che si possono correggere e combattere solo creando un filtro più strutturato delle notizie allarmistiche che si diffondono dalle esperienze quotidiane per strutturarsi in ‘generalizzazioni’ emotive; ma non si può agire contro quel tipo di pregiudizi se non elaborando in modo più scientifico le stesse esperienze quotidiane che hanno originato la ‘generalizzazione’ emotiva stessa. Occorre giungere ad una nuova generalizzazione che si fondi sulla trattazione dei dati invece di proibire che si discuta sulla base delle generalizzazioni condivise oggi anche se, forse, esagerate nella loro percezione.

Insomma, fare politica è sempre impostare le proprie scelte su ‘pre-giudizi’; ovverosia su solide convinzioni personali dalle quali si stabiliscono le priorità dei fini, i loro pesi relativi ad altri fini, le loro interdipendenze e i criteri da rispettare nel corso degli scambi tra priorità che avvengono nel negoziare accordi con avversari e alleati. Senza solidi pre-giudizi la politica scade nel puro scambio di affari; che almeno i pregiudizi della politica siano fondati su basi accertate scientificamente invece che su testi ricchi di ispirazioni ideologiche e condizionati da illiberali tabù religiosi.

Ciò vale soprattutto in ambito politico in cui è meglio che sia il più ‘locale’ pregiudizio fondato sul ‘buon senso’ che ispira la prudenza innata in ogni elettore a decidere liberamente i comportamenti da tenere a fronte di ogni fenomeno ‘alieno’ lasciando alla successiva, graduale aggregazione gerarchica delle scelte individuali la composizione delle reazioni in un crescente ‘senso comune’ agevolato da liberi scambi di opinione sulla cui base si formi un consenso crescente di linee politiche da negoziare in sede di mediazione tra pregiudizi liberi e ‘giustificati’ da aspettative e motivazioni non astratte ma saldamente connesse alla stabilità del corpo sociale; la liberal-democrazia deve procedere dal basso per conservare la responsabilità individuale delle decisioni di cambiamento.

‘Scomunicare’ la generalizzazione dalle discussioni divulgative (tutte lo sono in politica) significa esaltare il rischio che le discussioni scadano nel vero e proprio ‘pollaio mediatico’ che caratterizza media e parlamento oggi; diseducando le giovani generazioni da qualsiasi spirito critico fondato su fatti statistici e non su mode ideologiche – il paradiso dei demagoghi e l’inferno della liberal-democrazia.