| 04/11/2011 |
Unione Europea e gradualità La globalizzazione impone la graduale armonizzazione dei criteri produttivi industriali oltre ogni vecchio confine esistente nell’era morente degli Stati Nazione e da essi difeso sulla base di un criterio geopolitico di sovranità reso obsoleto dall’espansione dei flussi industriali e delle relative risorse finanziarie necessarie per alimentare la riorganizzazione dei processi produttivi e degli scambi destinati a soddisfare le aspettative dei consumatori che ormai compongono il mercato soprannazionale. L’esplosione dei servizi low cost e delle comunicazioni satellitari stanno consolidando scambi commerciali virtuali via rete e ciò ha avviato la creazione di una rete logistica globale destinata ad estendere i suoi servizi a sostegno di forme sempre più flessibili di produzione industriale in ogni comparto. Ciò avviene in assenza di iniziative ‘programmate’ dai vecchi regimi nazionali che vengono colpiti nella loro base di legittimità istituzionale dalla loro inadeguatezza a soddisfare le nuove aspettative emergenti nei loro tradizionali bacini elettorali tramite vecchi strumenti protezionisti fondati sul paradigma del welfate state; gli Stati non possono più erogare inefficienti servizi a spese dei contribuenti e limitate al loro beneficio. Il successo della inarrestabile globalizzazione industriale costringe quindi tutte le vecchie istituzioni (statali e private) degli Stati Nazione a sostituire i loro assetti e procedure operative con altri più adeguati a garantire la competitività complessiva del sistema industria-stato nazionale rispetto agli altri coinvolti dal nuovo assetto industriale globale. Questa sollecitazione da parte di un agente ‘esogeno’, genera uno stato di ‘crisi congiunturale’ che riceve una valutazione di adeguatezza da parte del flusso soprannazionale delle risorse finanziarie che discrimina in modo costante i rispettivi livelli di competitività che intercorrono tra i sistemi nazionali industria-stato coinvolti nel comune contendersi le risorse finanziarie (e non solo) disponibili su base mondiale. I criteri adottati per rendere trasparente e ‘scientifica’ questa valutazione sono quelli pragmatici propri del capitalismo-liberista privi di qualsiasi elemento ‘illiberale’ che non sia dettato ‘dal basso’ (bottom up) dalle libere e responsabili scelte dei micro-produttori (aziende e consumatori) sulla base dei loro individuali profili umani e culturali; ogni parametro imposto ‘dall’alto’ (top down) tramite ortodossie astratte dettate da ideologie para-religiose (secolari o trascendenti). Il micro-cosmo degli individui deve essere pienamente libero (responsabile) delle sue scelte quotidiane ed assumere individualmente ogni costo e beneficio derivante dalle sue scelte di consumatore, produttore, risparmiatore, elettore; le ‘istituzioni’ devono adeguare i loro servizi alle aspettative che, su loro responsabilità, devono interpretare per assumere nuovi assetti ed adeguarsi in modo flessibile ad un futuro che viene quindi creato in modo spontaneo dal basso, anziché ‘programmato’ dall’alto da astratte ‘previsioni prescrittive’ del futuro. Il tipo di moneta che misura i flussi delle risorse non è essenziale per condurre una valutazione del mutuo livello di competitività intercorrente tra i sistemi industria-stato nazionali, tuttavia, l’uso di un’unica valuta costringe a vincoli di maggiore omogeneità tra chi la adotta per uso interno all’area di libero scambio. I vincoli interni che regolano le operazioni industriali nei sistemi che adottano un’unica valuta (come l’euro) discendono dall’esigenza di garantire correttezza nella competizione industriale. Ciò richiede a chi aderisce alla moneta unica di abbandonare dosi di sovranità nazionale che alimentano comportamenti influenti sulla libera competizione; occorre quindi assumere comuni regole doganali, bancarie, fiscali, amministrative e giudiziarie. Ciò impone di modificare il diritto nazionale e renderlo compatibile coi criteri liberal-democratici che animano il capitalismo-liberista. La ‘crisi congiunturale’ attraversata dalle istituzioni nazionali è destinata a durare finché i sistemi nazionali abbiano adottato normative compatibili con le esigenze di una corretta concorrenza industriale e diritto a contendersi in reciproca competizione l’appropriazione delle risorse disponibili per sostenere gli investimenti industriali. Le aziende di rating assicurano una misurazione ‘scientifica’ del reciproco livello di competitività tra sistemi inizialmente disomogenei privilegiando l’afflusso dei flussi finanziari nei sistemi caratterizzati da maggiore redditività e stabilità; i sistemi meno competitivi devono attraversare fasi più o meno lunghe e onerose per poter ricevere maggiori risorse finanziarie. È evidente che, per quei sistemi industria-stato troppo disomogenei dagli altri associati, l’uso di un’unica valuta quindi risulti immediatamente troppo oneroso e destabilizzante qualora l’allineamento alle nuove normative comuni venisse accelerato imponendo costi sociali traumatici. Il buon senso suggerisce che, di fronte all’evidenza di distanze istituzionali eccessivamente protettive tra i sistemi in reciproca competizione, si ricorra a fasi distinte di graduale integrazione; un primo gruppo (il più omogeneo) di sistemi nazionali dovrà armonizzare ogni istituzione economica e politico-industriale; la moneta unica cioè deve sollecitare un’accelerata integrazione politica interna all’area di libero scambio. Un secondo gruppo di sistemi nazionali può adottare la stessa moneta per gli scambi privilegiati tra esso ed il gruppo più integrato politicamente ma conservare una certa sovranità di cambio tra la moneta nazionale e quella ‘comunitaria’; pur di sottostare a verifiche istituzionali concordate col primo gruppo dei partner già integrati. Un terzo gruppo invece può beneficiare di taluni privilegi commerciali e industriali conservando la sovranità tranne che per particolari vincoli accettati tramite accordi bilaterali col gruppo dei già integrati. È ciò che inevitabilmente dovrà accadere nella cosiddetta Unione Europea pena il crollo totale ed inutile della moneta unica e dell’area di libera circolazione. Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia saranno inevitabilmente ‘salvati’ dai paesi più stabili per la loro reciproca omogeneità culturale e produttiva. Paesi troppo diversi sul piano culturale e industriale (Turchia, Bulgaria, Georgia, Ucraina) dovranno attendere invece che le loro istituzioni giuridiche, amministrative, fiscali, doganali possano essere adeguate a quelle dei partner senza riverberare traumi insostenibili sulla stabilità del loro sistema politico-istituzionale. La realtà è semplice, se i sistemi istituzionali statali e politici risponderanno in Italia e in Grecia col rifiuto, per il momento, di cancellare i privilegi corporativi nazionali essi dovranno, per questione di sopravvivenza, prolungare una fase di sovranità limitata finché ciò comunque avvenga ma resteranno pienamente nell’UE, gli altri più disomogenei invece costituiranno un’area di liberi scambi accelerando la loro piena adesione con un ritmo differenziato di adeguamenti istituzionali compatibili con le aspettative sociali e la stabilità politica interna. Berlusconi (e gli italiani) può dormire tra due guanciali.
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