| 04/07/2011 |
La Globalizzazione ed il trascorrere del tempo Sempre più chiaramente anche in DisneyLandItalia si stanno manifestando con nitidezza i sintomi delle graduali adesioni delle istituzioni e della cultura alle esigenze imposte dal consolidarsi della globalizzazione industriale. Ciò avviene non solo in Italia ma nel resto della DisneyLandEuropa; si salvano forse solo i paesi del Nord – Germania, Scandinavia, Regno Unito - da sempre affini come cultura. È un problema di affinità culturale più che non quello di reddito pro capite a stabilire la nuova gerarchia sia nella velocità di adesione al nuovo contesto geopolitico sia di ricerca dei propri nuovi ruoli nazionali. La cultura più ispirata al pragmatismo non disperde le sue obsolescenti risorse in battaglie di ‘resistenza’ e si predispone a partecipare alla sfida globale attrezzando il proprio sistema industria-stato con gli elementi che sono necessari per risultare competitivo in quel contesto. La cultura più restia ad accettare il prevalere della realtà sulla teoria tende ad arroccare tutte le sue residuali risorse a difesa di modelli ideali astrattamente definiti ‘superiori’ non ostante l’inadeguatezza dimostrata nel laboratorio della storia. In Italia anche la CGIL ha aderito agli accordi sul nuovo diritto del lavoro auspicato da Confindustria e dagli altri più pragmatici sindacati prestatori ali per rendere possibile ai grandi gruppi industriali internazionali di investire risorse in Italia – riduttivamente definito in DisneyLandItalia ‘accordi Marchionne’. In Italia il governo finalmente è riuscito a consolidare un programma di interventi finanziari che soddisfi le aspettative ‘esogene’ poste dall’irreversibile globalizzazione industriale (pareggio del bilancio dello Stato e rientro del debito nazionale) ispirandosi a una graduale riforma strutturale del peso fiscale – in piena coerenza con lo spirito degli ‘accordi Marchionne’. L’età pensionistica è stata slittata e l’irragionevole divario tra età delle donne e degli uomini è stato rifiutato, una responsabilizzazione individuale sulle spese sanitarie è stata reintrodotta per calibrare quell’altrimenti enorme baratro fonte di ‘irresponsabile’ saccheggio delle risorse fiscali. La riforma fiscale è stata affidata a un’iniziativa governativa dopo avere confermato il rifiuto di aumentare il livello del prelievo globale che costituisce una delle maggiori cause dell’evasione fiscale e dei ridotti afflussi di investimenti industriali dall’estero. La sospensione di nuove assunzioni nello stato e blocco temporaneo degli aumenti salariali. Sono tutte iniziative strutturalmente compatibili col rientro del debito e parità del bilancio che agevoleranno l’aggancio del sistema industria-stato del paese all’ancora incerto ma irreversibile sviluppo economico globale. Entro due anni, unitamente alle modifiche ‘autonome’ (nel ‘laissez faire’) in via di consolidamento in campo industriale, la crescita economica e la riduzione dei costi statali si potrà tradurre in aumento del PIL indotto dal rilancio delle esportazioni e in diminuzione del rapporto tra debito e PIL che inciderà sui costi del debito stesso. Inoltre, questa graduale crescita del sistema economico in spirito ‘liberale’ costituirà un’insormontabile barriera contro ogni tentativo delle vecchie oligarchie illiberali di ripristinare il fallito modello di ‘programmazione dei redditi’ fondata su insostenibili elargizioni dall’alto di un welfare state ottocentesco fonte di tutti i parassitismi corporativi ben noti che hanno gradualmente stimolato la ‘rivolta elettorale’ fino ai più recenti ed eclatanti casi Napoli e Milano. È evidente che la ‘sinistra’ sia sempre più costretta alle corde e che i suoi residui vecchi schemi di consenso elettorale si arrocchino attorno a istanze sempre più estreme e sempre meno compatibili con la sostenibilità economica. Il risultato entro due anni sarà inevitabilmente una ‘sinistra frammentata in proteste sempre più ‘localiste’ (ecologismo, anti-industrialismo, assistenzialismo, etc.), sempre meno sostenibili e sempre più inadeguate a legittimare il governo di un moderno sistema industria-stato ormai libero di svilupparsi al di fuori dei vecchi schemi della concertazione e del consociativismo nazionale. In Grecia, il governo di ‘sinistra’ ha varato una moderata (anche se dolorosa per le rinunce cui costringe gli elettori) riforma del bilancio statale che riduce drasticamente le spese mentre apre al mercato privato risorse monopolizzate in modo improduttivo dallo stato sperando di ridurre il costo dell’enorme debito pubblico ed attrarre risorse imprenditoriali capaci di rilanciare il sistema produttivo del paese. In Francia il governo si arrocca attorno a sterili ed auto-lesioniste iniziative che, come l’intervento in Libia, dissipano le già ridotte risorse finanziarie del paese all’inseguimento di un ruolo da protagonista che ormai la globalizzazione ha cancellato definitivamente ai singoli Stati Nazione d’Europa. La Spagna è ormai ridotta a rivedere drasticamente lo stesso modello di welfare state grazie alle follie di un governo ‘de sinistra’ ormai alle corde. La Germania, ormai saldamente risanata e competitiva sul mercato globale, rifiuta di alimentare con le proprie risorse la sopravvivenza di schemi ottocenteschi in altri paesi dell’UE e attende che gradualmente si consolidi la sua egemonia su paesi della stessa area geo-politica i cui sistemi industriali non siano ancora competitivi in quanto costretti a stagnare per l’insostenibile onere dei rispettivi stati nazionali. Si attende il cadavere dell’avversario sulla riva del fiume. La Cina, grazie alle enormi riserve valutarie accumulate in dollari ed euro, è costretta a finanziare il rientro dal debito dei paesi più esposti alla speculazione finanziaria globale (grazie ad essa) acquistando titoli di nuova emissione che evitino ripercussioni economiche molto più dannose degli eventuali default nazionali. Come sostiene la rubrica (‘it’s the economy .. stupid’) è l’avvento dell’innovazione tecnologica industriale a forgiare la storia della civiltà ‘Occidentale’ abbattendo inesorabilmente ogni resistenza parassitaria opposta dalle oligarchie in ogni tempo; più o meno arbitrariamente etichettate di ‘democratiche’. La ‘liberal-democrazia’ progredisce gradualmente dai regimi più mono-cratici a quelli più pluralisti, sempre oligarchici, al traino del progresso industriale come un convoglio in cui il capitalismo-liberista traccia la rotta e le istituzioni si adeguano ‘di conserva’ con le esigenze del nuovo sistema. È il trionfo del ‘laissez faire’ contro ogni astratto schema intellettuale ‘buonista’ che s’auto-etichetta sempre di politically correct; una legittimazione preventiva sostenuta dall’’auto-critica’ ottima per scaricare ogni responsabilità in caso di fallimento delle iniziative programmate. La globalizzazione ha fatto chiudere questo gioco irresponsabile di governo ‘top down’ programmato dalle caste di ‘esperti’ al servizio delle oligarchie dei ‘migliori’. La liberal-democrazia cresce di conserva col crescere del ‘laissez faire’ cui il maggior rigore nella gestione delle risorse finanziarie costringe in modo sollecitato da quel fenomeno ‘esogeno’ le oligarchie al governo in ogni paese indipendentemente dall’attuale livello di liberalismo che ne caratterizza il regime politico. Tunisia, Egitto, Siria, Spagna, Grecia, Italia sono tutti paesi in cui le istituzioni sono costrette ad arroccarsi su costituzioni inadeguate, obsolete e illiberali. USA, Regno Unito, Germania sono paesi in cui il pragmatismo politico ha superato agevolmente le rigidità pregresse ed ha avviato schemi comportamentali più compatibili con la competitività globale e con l’uso più oculato delle risorse finanziarie a beneficio dello sviluppo del PIL globale cui è agganciato irreversibilmente il PIL nazionale. La Cina, la Russia ma anche l’Iran sono paesi in cui la dipendenza della stabilità politica nazionale dipende in modo crescente dalla continuità dello sviluppo industriale alimentato dal Nord e di precipuo beneficio per il PIL del Sud. Le decisioni dei loro governi sono sempre più attente ad attribuire priorità alla stabilità della globalizzazione a costo di modificare le istituzioni nazionali in coerenza con le esigenze ‘esogene’. È la libertà che avanza non ostante il disagio delle oligarchie più illiberali. Gli unici paesi reazionari restano quelli i cui sistemi economici non si fondano sulla sinergia industria-stato ma piuttosto si alimentano in modo parassitario della vendita al Nord industriale delle loro risorse naturali. L’Arabia Saudita, la Libia ma anche l’Iran e la Columbia Nel mezzo si collocano i paesi i cui sistemi industriali risultano marginali rispetto al reddito derivante dalle rendite parassitarie come il Venezuela, gli Emirati Arabi Uniti o anche Singapore, Hong Kong e gli altri paesi In i cui servizi finanziari sono predominanti rispetto agli altri comparti industriali. La globalizzazione costringe anche le oligarchie più medievali ad avviare un sistema industriale interno alla nazione che consenta la sopravvivenza delle loro rendite parassitarie destinate a ridursi gradualmente grazie all’estinzione delle scorte, alla competitività delle risorse succedanee e ai travolgenti progressi indotti dalla innovazione tecnologica in ogni comparto di industria. Una soluzione improvvisa della disponibilità a basso costo di fonti energetiche indurrebbe un drammatico crollo dei regimi più monocratici e feudali che fondano il loro potere sulla vendita di idrocarburi al Nord. L’energia esistente in natura (pressoché ‘gratuita’ e disponibile ovunque) qualora resa disponibile in modo accessibile universalmente, sarebbe causa di un drammatico periodo di instabilità politica e istituzionale su base globale i cui aspetti deteriori supererebbero di gran lunga nel breve termine quelli più proficui per la crescita diffusa di benessere sociale. |