04/07/2011

Miracoli del laissez faire

Anche sul piano più ‘locale’ la politica del ‘laissez faire’ sta dimostrando la sua ammirabile funzione di stimolo alla creatività che anima ogni individuo – anche quelli più stigmatizzati da fatalismo e pigrizia.

A Napoli, il rifiuto della classe politica tradizionale sul piano elettorale amministrativo ha costretto quella grande città di poeti, filosofi e cantanti a rifiutare tutte le soluzioni ispirate alla fiduciosa attesa di paterne cure del buon sovrano (impianti di smaltimento dei rifiuti urbani e industriali).

Questo atteggiamento di classica ‘ribellione’ al sovrano che viene scoperto non ‘buono’ come ipotizzato e di suo dovere, si è quindi tradotto per la prima volta nella storia di Napoli, in una serendipity, un’eterogenesi dei fini.

Il rifiuto del ‘paterno sovrano’ ha rifiutato anche tutte le ‘soluzioni tecnologiche’ per affrontare il problema delle scorie prodotte da qualsiasi insediamento umano, ciò costringe ora il ‘masaniello’ a cavalcare la rivolta per convertirla (speriamo) in una stabile conversione della creatività partenopea dal suo tradizionale ambito folcloristico, spettacolare e scenografico a quello più confacente collo sfruttamento delle sue risorse in modo più pragmatico nella partecipazione alla competizione industriale globale.

L’inizio della ‘rivoluzione culturale’ è stato ammirevole. Rifiutato (o negato) ogni aiuto dall’esterno il nuovo Masaniello si è trovato per la prima volta nella storia di Napoli privato del ruolo di capo-popolo di lazzaroni fedeli al sovrano e oppressi dai suoi perversi governanti che si appellano alla sua bontà e munificenza perché ripristini il ‘buon-governo’ top-down.

A Napoli la scelta ‘rivoluzionaria’ dell’elettorato lo ha costretto a responsabilizzarsi nei confronti del più ‘locale’ dei problemi, l’eliminazione dei rifiuti prodotti da esso stesso. Si sono viste iniziative ‘creative’ prese utilizzando le tecnologie che l’industria privata ha posto da tempo sul mercato (apparati di compostaggio condominiali) e comportamenti ‘virtuosi’ che agevolano soluzioni di trattamento collettivo che eliminano i passi più inquinanti di raccolta e trattamento successivo dei rifiuti (raccolta differenziata). Tutte iniziative volontarie, finanziate da privati ed animate da comportamenti responsabili che mai si erano visti in tempi precedenti e che avevano concorso a etichettare i napoletani di ‘incivili’ animati da inferiorità antropologica.

Sono i miracoli del ‘laissez faire’ cui la globalizzazione ha fortunatamente costretto gli ambiti sociali più remoti grazie all’impossibilità degli amministratori (lo stato) di poter più alimentare la propria avidità ed il proprio potere clientelare tramite risorse fiscali negate dal rigore contabile imposto alle oligarchie italiane dal travolgente successo della globalizzazione industriale. Le abitudini ‘locali’ cambiano grazie all’uso delle più elementari tecnologie prodotte da piccole industrie ‘locali’ già libere dal servaggio che opprime il sistema del paese di dimensioni maggiori ed ‘organico’ alla spesa dello stato sociale; un sistema inefficiente che nutriva la creazione assistita di lavori socialmente utili di nessuna utilità economica.

Anche in Italia finalmente il ‘combinato disposto’ della crescita industriale globale e del graduale isterilirsi delle vecchie istituzioni corporative (dall’industria clientelare, a quelle della ‘programmazione dei redditi’, al sindacalismo più settoriale, alle nicchie dei privilegi dello stato monopolista, alle mafie adiacenti alla politica più locale) riesce a sviluppare con gradualità una nuova cultura individuale e collettiva capace di isterilire le stesse fonti primarie cui si abbevera l’immobilismo istituzionale.

Si tratta di una gradualità che si traduce nelle nuove generazioni in assenza di credibilità verso ogni vecchia istituzione (partiti, sindacati, stato, clan, parrocchia, etc.) e gli associati meccanismi di raccolta del consenso in chiave demagogica (raccomandazioni, clientele, etc.). Una trasformazione comportamentale che inaugura anche in Italia consapevolezza che il proprio futuro debba essere fondato solamente sulle proprie capacità di impegno individuale alimentate dai contenuti professionali e non dal valore legale del diploma. Siamo alle soglie della competitività industriale non tanto grazie all’adattabilità delle tradizionali aziende a carattere di famiglia (che dipende dall’incerta abilità ereditata tra le generazioni che si avvicendano nella loro proprietà) ma grazie alla sempre maggiore disponibilità delle nuove generazioni di ‘intraprendere’ assumendosi piene responsabilità individuali (contando cioè solo sulla responsabile valutazione ‘sul campo’ del proprio livello di competitività professionale).

In questo senso la rubrica sostiene che, al semplice trascorrere del tempo e grazie all’immobilismo politico, il ‘combinato disposto’ di rigore contabile statale (fenomeno ‘esogeno’ perché è imposto dalla globalizzazione industriale) e della graduale sostituzione capillare e diffusa di scetticismo nei confronti della vecchia cultura dello sviluppo programmato centralmente sta riuscendo ad avviare anche in Italia l’alba del capitalismo-liberista; concreta fondamenta della liberal-democrazia.

I meccanismi culturali sono chiari ed elementari. Al loro nascere concorre solamente il ‘combinato disposto’.

Tuttavia per consolidare questa cultura emergente occorre una diffusa disponibilità di risorse finanziarie ed a questo con altrettanta gradualità supplisce il costante isterilirsi dei vecchi meccanismi istituzionali di spesa e raccolta del risparmio ed il parallelo, graduale convogliarsi delle risorse necessarie a sostegno delle nuove intraprese a carattere individuale o collettivo che emergono quotidianamente in ogni comunità ‘locale’.

Si tratta di meccanismi pienamente ‘liberali’ in quanto si servono in modo surrettizio di vecchie procedure di finanziamento personale e canali di finanziamento istituzionale marginali, in genere estranei ai controlli tradizionali del sistema bancario organico al sistema oligarchico dei vecchi finanziamenti industriali.

Il drenaggio del risparmio riduce le spese voluttuarie individuali tra le quali figura anche l’enorme consumo di alcool, prostituzione e droga che alimenta le ‘mafie’ più capillari e diffuse. Contemporaneamente, la forte stretta repressiva del sistema industriale in mano alla ‘criminalità organizzata’ (di grande importanza anche per l’obbligo della gestione rigorosa delle risorse nazionali – imposto dal fenomeno ‘esogeno’ della economia globalizzata), gradualmente sollecita quella fascia illegale dell’economia industriale (presente in ogni paese sviluppato), a ‘riciclare’ le risorse che non vengano confiscate giudiziariamente. Questo è un meccanismo di graduale disincentivo capace di convincere che investire legalmente anche se a tassi di rendita più prossimi a quelli legali su un’economia in crescita e solida, è più conveniente che lucrare a tassi usurai ma con elevati livelli di rischio.

Negli USA questo fenomeno ha generato il travaso nella legalità del comparto d’industria entertainment delle risorse mafiose (gioco d’azzardo, spettacolo, alcool, prostituzione, etc.) con la nascita di Las Vegas quel ‘regno del peccato’ visitato annualmente anche dai Mormoni. È il meccanismo virtuoso del libero mercato che traduce in legalità industriale anche le attività alimentate dalle propensioni di qualità di vita più edoniste e dissolute. Il libero mercato che trasforma i vizi privati in pubbliche virtù senza forzosi prelievi fiscali che da sempre inducono invece in tentazione anche i più integerrimi riformisti della corrotta natura umana.