03/11/2011

Sterile ‘resistenza politica’ fonte dell’attuale impasse internazionale

Questa rubrica rifiuta di ghettizzare la ‘scienza politica’ in un ruolo di inferiorità rispetto alle altre discipline positiviste che stanno dimostrando, grazie alla loro egemonia sui progressi  tecnologici, di detenere tuttora, grazie all’autonomia dei flussi finanziari sopranazionali, la conduzione incontrastata sull’avanzamento del processo di globalizzazione industriale.

Un processo di spontanea (liberamente selvaggia) estensione a dimensione globale del paradigma che fonda la libertà sull’inalienabile responsabilità individuale più ‘locale’ e quotidiana e la sovranità politica sulla fede nel ‘buon senso’ innato che legittima le forme liberal-democratiche di governo ‘bottom up’ contro ogni tipo di governo oligarchico che presume la superiorità razionale del ‘senso comune’ dei sinedri e delle accademie sulla mancanza di discernimento delle ‘masse’ soggette ad ogni forma di superstizioso ‘oppio dei popoli’.

È in atto sull’agone politico soprannazionale uno scontro tra due visioni della politica: quella fondata sulla visione tradizionale dell’umanesimo rinascimentale delle città-stato che ha generato, nutrito e portato la civiltà ‘Occidentale’ al trionfo finale con l’attuale globalizzazione industriale soprannazionale e autonoma rispetto ad ogni vecchio confine di privilegi oligarchici fondati sul paradigma di governance ‘top down’ e la visione dirigista e illiberale legittimata dal welfare state degli Stati Nazione che impone dall’alto panieri di beni e servizi egalitari sulla base d’una ‘concertata programmazione dei redditi’ destinata a stigmatizzare la natura ‘peccaminosa’ (etica) oltre che ‘penale’ di ogni eversiva contravvenzione alla programmazione come elemento capace di sancire l’ortodossia dei comportamenti sociali ‘politicamente corretti’; regresso ai criteri ispiratori delle ‘satrapie’ precedenti l’avvento della civiltà ‘Occidentale’.

La rubrica infatti crede fermamente della superiore sensibilità che caratterizza da sempre il profilo umano dei ‘politici’ anche di quelli che hanno assunto ruoli da protagonisti nell’attuale agone caotico ma privo di altre fonti di successo estranee alle personali doti ‘creative’ ed ‘artistiche’ dettate dall’intuito individuale di qualunque leader di successo (Merkel, Berlusconi, Tremonti) che voglia migliorare la sua sfera di potere per sopravvivere alle costanti aggressioni provenienti dai più diversi avversari animati da frustrazione, gelosia, avidità e presunzione comparabili (anche se ingiustificate – cfr. Bersani, Bindi, Franceschini, Di Pietro, Fini).

Presumere la superiorità dell’avversario è da sempre l’assunto più prudente in materia di geopolitica e, dopo oltre tre lustri di successi costanti, sarebbe bene che le ‘opposizioni’ assumessero l’ipotesi che Berlusconi è caratterizzato da acclarate superiorità sui suoi competitori; ma ciò è destinato a fantasmi proprio in quanto la rubrica ritiene che anche i protagonisti dell’opposizione siano animati da adeguata sensibilità e che quindi le loro apparenti goffaggini (richiesta di ‘dimissioni’ del leader legittimo e sempre vincente su ogni ostacolo di carattere meta- o para-politico) siano solo destinate a disinformare la pubblica opinione sul vero scontro che affligge in modo ‘trasversale’ i due raggruppamenti politici internazionali; il ‘programmatore’ e quello ‘liberista’.

Passiamo allora a illustrare lo scontro reale che si svolge dietro le quinte del palcoscenico ‘mediatico’ mirato a non fare chiarezza sulle motivazioni che ispirano i veri interessi strategici di indirizzo futuro della nuova governance in chiave ‘liberale’ o ‘socialista’.

L’attuale posizione dei protagonisti ‘socialisti’ è quella sintetizzata da Obama (sostenuto dai programmi dei liberal-radicali USA più vetero-socialisti che socialisti-riformatori) e da Tremonti (socialista-craxiano come molti dei protagonisti politici presenti ‘trasversalmente sia all’opposizione che con Berlusconi in questi tre lustri sofferti); la ‘crisi finanziaria’ è stata scatenata da un sistema finanziario avido e criminale in quanto alieno ad ogni meccanismo di controllo istituzionale che ha saccheggiato il virtuoso sistema del credito con conseguenze visibili sui sistemi produttivi industriali di ogni paese – la soluzione della crisi è che i sistemi che hanno maggiormente beneficiato della crisi, si assumano in gerarchia l’onere di rifinanziare lo sviluppo dei sistemi più deboli. Emblema di tale strada ‘virtuosa’ è quella della Germania rispetto alla crisi di Grecia, Portogallo, Spagna, Italia – si sintetizza questa posizione con un messaggio politico chiaramente percepibile Angela Merkel è sempre più sola e priva di contatto con la realtà e dovrà aderire al risanamento finanziario dei bilanci statali in crisi.

La posizione (da sempre minoritaria ma sempre vincente nelle sue applicazioni storiche fino ad Einaudi ed a Reagan nel 1900) dei protagonisti ‘liberali’ è invece scarsamente influente per la rarità dei suoi cultori tra gli intellettuali ‘organici’ alla politica istituzionale; un ambito che si nutre di welfare state e di governance top-down dei sistemi industria-stato. Tale posizione tuttavia è facilmente riepilogabile nel riconoscimento che la ‘crisi’ percepita sia solo una ‘crisi politica’ dettata da corporazioni parassitarie ed illiberali che si oppongono in ogni modo a lasciare i propri privilegi ‘irresponsabili’ fondati sulla ‘programmazione’ dei redditi altrui a vantaggio proprio e dei clientes che assicurano loro il sostegno elettorale. La presunta ‘crisi finanziaria’ non è attribuibile ad alcun complotto o cricca di gnomi ‘speculatori’ ma solamente ad una naturale esondazione del sistema industriale dagli stagno dei mercati protetti nazionali ad un oceano di maggiori opportunità per i consumi e per la produzione; mercato capace di garantire quindi anche incomparabili maggiori fonti di raccolta e di collocazione del risparmio. In nessun modo questa esondazione avrebbe potuto essere attuata da uno Stato Nazione sulla traccia degli Imperi Coloniali di passata memoria; né si sarebbe potuto sperare in una replica storica del fenomeno di Roma Imperiale – stato soprannazionale fondatore della civiltà ‘Occidentale’ a noi nota oggi. Infatti l’unico paese caratterizzato da uno stato non-nazionale ed aperto a graduali adesioni da parte di altri paesi ed ispirato da una cultura pienamente ‘Occidentale’, gli USA, è privo di quelle motivazioni espansioniste che costituirono la spinta di Roma alla conquista militare del globo.

La ‘globalizzazione industriale’ invece, certamente portatrice di cultura ‘Occidentale’ realizza maggiori dosi di benessere più rapidamente di ogni altro meccanismo e, la reciproca competitività dei sistemi industriali in un ‘libero mercato’, garantisce il flusso di beni, persone, idee, servizi al di la di ogni possibile barriera etnica o ideologica; ciò garantisce la crescita di libertà, di benessere e di aspettative nei confronti dell’avvento stesso della globalizzazione. Questo crescente consenso potenziale di produttori e consumatori inoltre si è unito ad un successo preliminare raccolto in modo ‘libero’ dalla diffusione soprannazionale sui normali canali del credito di titoli di investimento ad elevato margine di rischio che hanno consentito di finanziare il processo della globalizzazione industriale. Quei titoli a elevato margine di rendita sono stati diffusamente sottoscritti da risparmiatori sotto la spinta della loro avidità (dote naturale che anima ogni umana creatura) e da enti collettivi sia statali che privati (anche gestori di risparmio altrui e perfino di fonti erariali). La raccolta infine della valuta in cui i titoli erano emessi, è stata liberamente decisa da sistemi bancari dotati di ogni mezzo di valutazione dei rischi associati. Questa sequenza di scelte responsabili esclude che oggi si possa addebitare il salvataggio dei sistemi (banche, finanziarie o stato-industria) più oberati da un passato ‘irresponsabile’ a soggetti dimostratisi più prudenti o virtuosi; il ‘fallimento’ è parte fisiologica di ogni sistema complesso che si rinnova proprio grazie alla estinzione di elementi meno efficienti rispetto a altre che si ingrandiscono a spese di chi soccombe rinnovando la vitalità e la competitività del sistema. La sopravvivenza non può essere ‘assicurata’ in nessun organismo vitale la cui natura è proprio quella della ‘precarietà’ che responsabilizza le sue scelte con conseguenze che incombono sulla sua integrità e incolumità individuale; senza poter scaricare sugli altri i costi delle proprie irresponsabili scelte – neanche sul piano assicurativo (come è dimostrato dagli hedge funds). Se una banca fallisse, una più sana di lei potrebbe assorbirne le mansioni sul mercato con solo danno/beneficio per gli azionisti dei due istituti; essendo i risparmiatori/clienti tutelati da programmi che assicurano il risparmio – non la gestione ‘speculativa’.

Ora vediamo perché la Merkel resiste ad accettare il meccanismo ‘tecnico’ dell’emissione degli euro-bond.

La Merkel gestisce l’unico Stato Nazione europeo che si è imposto con successo sui mercati globali grazie ad una gestione virtuosa del bilancio statale. L’esposizione finanziaria a rischio colpisce soprattutto qualche banca del circuito dei laender federali spinti al protezionismo da governi locali ‘socialisti’. Accettare che lo stato Europa benedica lo spirito irresponsabile ‘socialista’ di addebitare i costi delle cicale alle più virtuose formiche sarebbe l’avvio di coerenti, successivi provvedimenti che consoliderebbero sul piano legislativo tale spirito illiberale, fonte di scarsa competitività su un mercato in cui invece occorre esaltare in ogni modo la capacità di competere con nuovi paesi industriali dinamici e favoriti da costi interni risibili rispetto a quelli che oberano il sistema industriale europeo.

Tremonti d’altronde (ed Obama con altri interlocutori disponibili tra cui Marchionne e Bernanke) afferma che sia la Germania a dover accogliere l’universale richiesta (universale di governi in cui i socialisti sono la maggioranza anche nel cosiddetto governo di ‘centro-destra’ di Berlusconi) di contribuire in proporzione corrispondente al peso del suo PIL su quello europeo a finanziare il risanamento dei più diseredati.

Il criterio è analogo a quello che legittima la fiscalità iper-proporzionale che ha contribuito a distruggere la competitività dei sistemi ‘socialisti’ rispetto a quelli ‘liberali’. Ora anche su piano umano e personale sperare che Angela Merkel, che ha sperimentato il ‘socialismo’ sulla sua pelle, possa aderire a questa richiesta è una follia. Probabilmente Angela Merkel accetterebbe di partecipare a meccanismi di rientro dal debito qualora i paesi-cicala dessero dimostrazione di cancellare ogni ricordo dei vecchi paradigmi assistenziali dei welfare state più irresponsabile. Così come in Italia in cui Tremonti privilegia aumenti fiscali a discapito di rinunce a privilegi insostenibili (ma ‘socialisti’) del tipo allungamento immediato dell’età di quiescenza per uomini e donne a 65 anni oppure cancellazione dei privilegi contenuti nello statuto dei lavoratori fondati sul concetto fantasioso (la fantasia al potere sessantottina) che il salario sia una variabile indipendente della produzione industriale o ancora le provvidenze sanitarie più oscene come quelle che sono divenute un diritto acquisito sotto forma di ‘ferie termali’ dall’originario concetto di cure termali a spese erariali che convertirono una fonte di reddito nazionale (il turismo termale delle SPA) in baratro di debito statale ed onere industriale.

Ciò che distingue le due parti in lotta nell’agone politico ‘Occidentale’ oggi è la sopravvivenza del paradigma assistenziale oppure l’astensione a tutto l’’Occidente’ del paradigma originario di ‘responsabilità individuale’ come fonte d’ogni legittimità politica (governance bottom up) ed economica (diretti e personali abbinamenti tra le scelte di consumo-risparmio-rischio e costi associati).

I provvedimenti da intraprendere per dare rapida soluzione alla ‘crisi finanziaria’ sono evidenti e condivisi, ciò che manca è il coraggio dei protagonisti istituzionali (governo, sindacati, partiti, chiesa, etc.) di decidere la soluzione della ‘crisi politica’ senza la quale nessun provvedimento può essere deciso. Dare una soluzione endogena rigettando l’insostenibile modello del welfare state ottocentesco, oppure attendere l’avvento di una inevitabile soluzione esogena imposta dalla globalizzazione che costringerà i Don Abbondio ad ‘adeguarsi’ col mugugno ad un diktat Amerikano?

Nel primo caso la Germania dovrebbe rinunciare a ricoprire il ruolo di interlocutore privilegiato conquistato in campo internazionale con dedizione, responsabilità e fatica dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale per rientrare con angoscia nel periodo d’instabilità economica weimariana. Invece nel secondo caso sarebbe conveniente restare in passiva attesa che si consolidi un ‘nuovo ordine globale’ accettandovi il ruolo primario tedesco per allinearsi al nuovo paradigma col beneficio di poter incolpare i soliti krukki della loro fredda insensibilità umana.

Invece se un paese-cicala desse irrevocabile dimostrazione legislativa di mutare i propri comportamenti di spesa in senso ‘responsabile’, sarebbe interesse universale (da Cina a Germania lungo tutti i paesi intermedi ormai tutti coinvolti nelle medesime sorti) di partecipare al rifinanziamento del suo debito con meccanismi atti a restituire le risorse erogate sotto forma di minore rendita ma di maggiore stabilità, certezza e minore aleatorietà sistemica globale.

D’altronde è facile capire che, l’efficiente estensione della industrializzazione su base globale, abbia coinvolto tutti i paesi in un comune meccanismo di scambi di beni, servizi e risorse finanziarie che trascende i vecchi confini e criteri della governance istituzionale. È un meccanismo che presenta vantaggi superiori ai disagi per ogni sistema industriale coinvolto, indipendentemente dal livello del suo sviluppo; e i corrispondenti stati ne ricevono diverse sollecitazioni tese a modificarne in vecchi assetti. Tra queste sollecitazioni quelle della sostenibilità dei bilanci statali sono prioritarie in quanto incidono immediatamente sulla competitività del corrispondente sistema produttivo sul mercato globale.

Per ridurre gli oneri e rendere il bilancio statale sostenibile dalla crescita competitiva del proprio sistema industriale la politica nazionale ha tre strade; ridurre i costi (diminuire le proprie dimensioni), aumentare la propria utilità (adeguare i servizi erogati alle aspettative), snellire le normative (ridurre i costi legislativi che incombono sulla produzione).

Il primo gruppo di provvedimenti è attuabile agevolmente in breve termine ma impone aumento immediato di disoccupati o di salari e conseguente perdita di consenso elettorale da parte delle corporazioni pubbliche.

Il secondo gruppo di provvedimenti è la strada logica che sarà seguita per ‘allineare’ prestazioni compatibili dei sistemi industria-stato nazionali alle naturali interazioni che verranno imposte dalla governance globale ma questa è ancora solo in fieri mentre le più adeguate prestazioni potranno essere assicurate dagli addetti statali futuri che sostituiranno gli attuali con gradualità e sull’arco del medio-lungo periodo, inadeguato rispetto alle esigenze di rientro immediato nella sostenibilità competitiva.

Il terzo gruppo di provvedimenti è quello che permetterebbe di stabilire gradualità nel rientro tra gli altri due riducendo ogni meccanismo statalista (privatizzazioni), protezionista (fiscalità industriale e diritto amministrativo), garantista (statuto dei lavoratori, previdenza sociale, assistenza sanitaria) che non fosse compatibile con la sostenibilità del bilancio statale. Questo gruppo scardina inevitabilmente ogni vecchio privilegio di cui la politica si è servita per raccogliere consenso a spese dell’accumulo dei deficit annuali nei passivi di debito attuali. La ‘irresponsabilità socialista’ deve cedere il passo al ‘paradigma liberale’, ma ciò è ostacolato dal fatto che in tutte le istituzioni statali cui sono affidate le scelte di governo sono popolate in ogni paese da politici, intellettuali, professionisti e clientes para-socialisti che dovrebbero scegliere di segare il ramo su cui sono comodamente seduti. Ciò è vero anche in governi di cosiddetto centro-destra come fu per la Thatcher e Reagan negli anni ’80, come è stato per Blair ieri e come è oggi per Angela Merkel e per Silvio Berlusconi. Non se ne esce, ciò che avverrà sarà imposto a tutti (da Cina e USA a Grecia e Portogallo) dalla nuova governance che sta stabilendosi sulla testa dei governi in carica negli Stati Nazione grazie al comune coinvolgimento che le risorse finanziarie hanno consolidato indipendentemente dall’unità di misura che ne illustra la dimensione. È idiozia pensare (come qualche illustre accademico suggerisce) che uscire dall’euro e ripristinare altri valori in sostituzione possa aiutare ad uscire dal ‘trilemma’; la moneta è solo un’unità di misura, come se misurare un nano in centimetri anziché in piedi potesse elevarne l’altezza.

It’s the economy, stupid!’