02/12/2011

Globalization or Bust! la civiltà ‘Occidentale’ dalla ‘corsa all’West’ alla ‘corsa all’Est’

Sulla traccia della conquista del West che spinse verso la California ondate successive di diseredati a sfidare il destino a spese della propria vita confidando nell’opportunità di costruirsi un futuro più prospero, è oggi in corso un’analoga corsa intesa a trasferire dal West il vento liberale capace di ripristinare all’Est degli USA il paradigma del capitalismo-liberista e di liberare tutte le risorse umane frustrate dall’inefficienza e dai debiti accumulati dal welfare state in stile europeo che ha caratterizzato l’epoca morente degli Stati Nazione.

L’originario “California or bust!” (“West or Bust!”) è stato sostituito da un più silenzioso “Globalization or bust!” formulato dai ‘sudditi’ degli Stati Nazione tutti quei produttori, consumatori, risparmiatori ed ..…. elettori (che hanno dimostrato in più modi il loro rifiuto dei vecchi schemi della politica - evadendo il fisco, votando contro le indicazioni delle oligarchie di partito, con l’acquisto di beni e servizi per vie ‘alternative’, collocando i propri risparmi in titoli ‘speculativi’, snobbando le grida ecoterroriste dei soliti noti, rifiutando nelle sedi referendarie le forme costituzionali studiate in astratto da burocrazie ‘tecnocratiche’, eleggendo personalità nuove invise ai partiti o personalità proposte in modo provocatorio da movimenti anti-politici, aderendo con alti indici d’ascolto a programmi TV che ignorano i temi di maggior interesse per i politici e i loro media e intellettuali ‘organici’, accettando forme di lavoro nero e di flessibilità extra-previdenziale, etc.) in paziente attesa dell’avvento della ‘liberazione’ dalle oligarchie parassitarie.

L’attesa dell’avvento della globalizzazione industriale invece di restare paziente è esplosa nei paesi governati da regimi ispirati da fondamentalismo religioso o integralismo ideologico; “Globalization or bust!” è ormai, insomma, un grido silenzioso - spesso espresso in modo inconscio - ma universale.

Ciò avviene grazie al trionfo della globalizzazione industriale di libero mercato che sta imponendo le sue regole di sostenibilità economica sulle visioni utopiche delle astratte dottrine sociali che hanno distrutto il potenziale di crescita e la competitività produttiva in Europa, dapprima e poi in tutto il mondo che i suoi Stati Nazione hanno colonizzato a partire dal crollo dell’Impero Romano; l’evento che ha innescato la lunga guerra civile interna all’’Occidente’ conclusasi col crollo dell’egemonia globale dell’Europa tanto sul piano industriale quanto sul degrado del dominante ‘senso comune’ intellettuale dall’originario, pragmatico ed evangelico ‘buon senso’ (ancora egemone negli USA), che aveva prodotto il miracolo millenario noto come civiltà ‘Occidentale’.

Il ‘buon senso’ naturale, trapiantato dagli emigranti nel continente americano all’insegna delle radici greco-romane-cristiane, che ha gradualmente conquistato quel continente, da li sta oggi riconquistando egemonia su base globale cancellando ogni rimasuglio di dottrine sociali imposte dall’alto da oligarchie secolari (atee e scientiste) o religiose (integraliste e catastrofiste).

Le ‘logge massoniche’ originate nell’Europa Medievale (dei costruttori di cattedrali e dei monaci guerrieri) e nell’Illuminismo britannico (delle compagnie mercantili e delle lobby finanziarie), hanno trapiantato negli USA una solida cultura tollerante e devota che ha inaugurato l’odierna nuova epoca di governance globale della civiltà ‘Occidentale’ nel pieno rispetto di ogni diversità religiosa, culturale, razziale; come all’epoca della prima versione della globalizzazione nella Roma Imperiale.

La deviazione dallo spirito di tolleranza universale inaugurato dalla Rivoluzione Francese e dal nazionalismo degli Stati Nazione ha prodotto in Europa la perdita dell’armonia soprannazionale erogata dai liberi scambi della cultura accademica e delle arti legittimati dal comune sentire ‘cristiano’ fino alla fine del 1700; quando emerse l’intolleranza ‘scientista’ e la ripulsa della religiosità - come ‘superstizione’ che inquina la ‘pacifica’ convivenza sociale. Il risultato è stato il periodo dell’integralismo materialista che ha conculcato ogni forma di rispetto per le idee religiose - e le sue stesse istituzioni - conclusosi col ‘crollo del muro di Berlino’ e con la sconfitta del paradigma scientista del welfare state come legittimo erogatore di benessere e programmazione dell’’equa’ redistribuzione dei redditi e della ‘sostenibile’ crescita industriale.

Che la ‘crisi’ globale in corso sia solo politica (diffusa e capillare) è evidente per la graduale estensione della fuga dei capitali da ogni Stato Nazione in una gerarchia di sequenze temporali che colpisce prioritariamente quei sistemi stato-industria che tentino di difendere l’insostenibile paradigma del welfare state; paradigma che ha minato la competitività industriale misurata sul mercato soprannazionale (quindi non inquinato da protezionismi nazionali) e che ha creato l’accumularsi dei deficit di bilancio statale in debiti nazionali privi di solvibilità agli occhi dei risparmiatori.

Si pretende oggi che quel paradigma debba essere rifiutato perché i sistemi industria-stato nazionali possano recuperare competitività e riacquisire credibile grado di solvibilità agli occhi dei fornitori di credito; siano essi nazionali o esteri; questo è il prerequisito richiesto da un paese più virtuoso – come la Germania – per consentire al trasferimento del rientro graduale dei debiti pregressi a spese di una BCE ‘prestatore di ultima istanza’ in analogia con ciò che accade negli USA con il Federal Reserve System.

A nulla valgono altrimenti i temporanei meccanismi d’addebito dell’insolvibilità a spese altrui (sia ai paesi

più virtuosi o a famiglie - BTP Day); la voragine resterebbe aperta e il processo d’insostenibilità economica si protrarrebbe inesorabile.

L’abbinamento delle resistenze delle oligarchie corporative a rinunciare al loro ruolo privilegiato di governo dall’alto (top down) dei sistemi industria-stato nazionali per devolvere la vecchia sovranità di gestione delle politiche finanziarie e fiscali rinunciando all’illiberale ‘programmazione centrale dei redditi’ e la diffusa, pur se spesso inconscia, affezione dei consumatori-produttori-risparmiatori-(elettori) al paradigma ‘Occidentale’ incarnato dagli stili di vita e di governo politico USA unito al rigetto altrettanto diffuso di paradigma e stile di governo proposti in UE, hanno creato l’immobilismo decisionale europeo di fronte all’accelerato avvento della globalizzazione industriale e dei suoi apporti economici e culturali; ciò consolida celermente l’egemonia della nuova cultura ‘Occidentale’ che anima di maggiore adattabilità il sistema industria-stato USA (e della Germania) in tutti i mercati industriali.

Questa è la premessa per illustrare ciò che la rubrica ha cercato di sintetizzare nel titolo-slogan; così come la prima globalizzazione di Roma Imperiale creò e estese - dall’Urbe centrale all’orbe dell’epoca - le fondamenta culturali della civiltà ‘Occidentale’, così come le costituzioni degli Stati Nazione che caratterizzarono l’epoca successiva estese la cultura tecnologica ‘Occidentale’ (greco-romana-cristiana) rinunciando alla pax romana con crescenti conflittualità interne all’unica civiltà egemone, così come le emblematiche radici di Roma come Stato soprannazionale si sono conservate integre nella costituzione degli USA e nelle successive ondate della sua ‘conquista del West’ da parte di masse di diseredati assetati di libertà e fiduciosa fede in sé ed in Dio (in God we Trust) all’insegna di ‘California or Bust’ (Ovest o Morte), così come l’essenza industriale della civiltà ‘Occidentale’ (il capitalismo-liberista) è riuscito a destabilizzare il deviante, elitario e nazionalista paradigma degli Stati Nazione imperialisti e colonialisti europei maturando in graduale libertà interna ad ogni sistema industria-stato il proprio potenziale di crescita che ha reso intollerabili i vecchi confini geopolitici oggi è nata la fase di ‘ripristino’ del paradigma originario della globalizzazione industriale e della associata pax romana che è incarnata nella disponibilità universale a soccorrere i vecchi Stati Nazione meno virtuosi a rientrare dal debito insostenibile accumulato dal privilegiato (e dunque ‘parassitario’ poiché insostenibile e privilegiato) con la partecipazione ai costi dettati dal rientro controllato da parte dei paesi più virtuosi (USA, Germania, Cina). Questa fase pretende il preliminare abbandono del welfare ‘state’ (non del welfare purché esso sia perseguito coi criteri del capitalismo-liberista) da parte dei paesi più fanfaroni (Grecia, Italia, Portogallo).

È insomma alle soglie una corsa verso Est sintetizzabile nel titolo ‘East or Bust’ che sta pervadendo l’intero globo per trasferire alla governance globale il paradigma ‘Occidentale’ sempre vivo negli USA in un percorso inverso rispetto alla corsa verso la California ‘West or Bust’.

Ciò può essere confermato con una semplice indagine di opinione che si tradurrebbe in plebiscitaria adesione al quesito “preferiresti una Costituzione e stile di vita USA o Costituzione e stile di vita ….?” (in cui al posto di …. può essere scritto qualsiasi attuale Stato Nazione. I risultati potrebbero essere interessanti!

Il perverso ed iniquo paradigma del welfare state si è emblematicamente incarnato nel ‘rifiuto del lavoro’ (statuto dei lavoratori e pensioni di anzianità) che contraddice non solo un’affermazione retorica a base della demagogica costituzione italiana, ma la base stessa della civiltà ‘Occidentale’ greco-romana-cristiana.

Infatti per la dottrina sociale cristiana e per le regole del capitalismo-liberista il lavoro è lo stesso scopo della missione dell’uomo nella società, unitamente a quello della procreazione e governo del creato. Così come per il diritto romano e l’insegnamento evangelico la missione dell’economia è quella di tradurre la moneta come misura e compenso del lavoro fornito e stigmatizzazione del debito e dell’ignavia.

Mettere a frutto la propria dotazione di ‘talenti’ investendoli con stima prudente del rischio, invece di isterilirne la fertilità in pavidi rifugi, è un peana alla ‘speculazione’ solo se essa alimenta crescita dei redditi e dei profitti dai quali discende la crescita del progresso civile e la possibilità di estendere il benessere alle masse di diseredati e di sfruttati dai welfare state parassitari degli Stati Nazione colonialisti e imperialisti; in tutto l’arco della storia umana – dai Faraoni all’URSS.

Oggi il capitalismo-liberista, sempre insofferente dei limiti imposti dalle oligarchie corporative dei regimi illiberali (tramite oligopoli e monopoli) che hanno governato tutti gli Stati Nazione indiscriminatamente, è riuscito ad abbattere ogni barriera doganale ed ogni protezionismo industriale e ad assicurare alle risorse finanziarie (al risparmio) l’offerta di una più ampia gamma di scelte di investimento; gamma più ampia che equivale a maggiori gradi di libertà ed a maggiore ‘spread’ tra i rispettivi livelli di rischio – che traducono in pratica il concetto di responsabile libertà individuale.

Cresce la libertà individuale e la possibilità di rifiutare la ‘tutela’ di pelose oligarchie che hanno dimostrato in abbondanza in tutti gli Stati Nazione la loro avidità e incapacità di prevedere le crisi o di programmare la crescita stabile del benessere complessivo e individuale; come è noto da tempo relativamente a tutti i sistemi termodinamici complessi.

Caduto il mito della prevedibilità prescrittiva dei terremoti ‘naturali’ (sia in geologia o in economia) ne discende la illegittimità delle oligarchie politiche ad imporre ‘programmi’ di sviluppo del futuro ma la loro funzione di ‘servire’ l’avvento di un futuro che nasce quotidianamente sul ‘mercato’ della produzione senza intralcio di barriere legali che difendano la sopravvivenza d’un passato sempre meno sostenibile e desiderato dai produttori di reddito.

La ‘politica’ può giustificare i suoi costi solo dando evidenza del suo apporto utile per ridurre i vincoli al nuovo prodotto dalla società industriale; è l’economia che giustifica la politica non il viceversa.