01/06/2011

VanLoon e l’evoluzione della geopolitica

Van Loon è stato uno scrittore molto popolare negli anni ’40 come provocatorio divulgatore di una serie di temi accademici destinati a sollevare l’attenzione degli adolescenti dell’epoca su discipline fondamentali per il corretto funzionamento del sistema liberal-democratico di governance ‘dal basso’: storia, geografia ed arti).

La ‘provocazione’ derivava dall’enfasi che dava a certi eventi storici ed allo stile snello, gradevole e corredato da aneddoti nel contesto della sua presentazione della storia umana.

La sua preparazione accademica, la sua dimestichezza col linguaggio del giornalismo, la sua intima adesione allo spirito soprannazionale USA in quanto europeo naturalizzato e gratificato dal successo personale lungo un ampio percorso professionale di una vita immersa in cambiamenti geopolitici epocali, hanno ricevuto un ampio consenso nelle generazioni coinvolte dal crollo finale dell’era degli Stati Nazione settecenteschi.

La sua ‘lezione’ potrebbe ancora essere molto suggestiva per gli adolescenti che si trovano coinvolti oggi dal crollo finale dell’era ottocentesca dominata dal tentativo di conservare l’egemonia politica della governance ‘top down’ con la formale sostituzione delle ideologie al diritto divino per riuscirne a legittimare il carattere illiberale ed oligarchico.

In altri termini la ‘storia dell’umanità’ potrebbe essere provocatoriamente illustrata ‘à la Van Loon’ dandone conto della lenta, graduale ma inesorabile evoluzione che la scienza ha imposto alle istituzioni politiche ed ai connessi criteri di legittimità geopolitica tramite la creatività, spesso spregiudicata ed ispirata da avidità e da egoismi ed arroganze intellettuali, di individui capaci di assumere le responsabilità del ruolo di protagonista in ogni campo dell’intraprendenza ed innovazione umana; scoperte geografiche ‘rivoluzionarie’, creazione di ‘catastrofici’ collegamenti geografici, invenzioni tecnologiche di diffusa utilità – tutti eventi che creano le premesse del crollo di intere epoche di governance (non ostante le patetiche opposizioni poste dalle oligarchie tramite le corporazioni ‘politically correct’).

Van Loon menzionava il taglio dell’istmo di Panama, quello di Suez, la scoperta dell’America, la spedizione di Lewis & Clark e la circumnavigazione dei continenti ma sarebbe perfettamente attuale nei confronti della conquista dello spazio, dei vaccini di Salk e di Sabin, dell’invenzione del Maser e del Laser, delle invenzioni di Tesla (corrente alternata e radio-TV), di Shockley, di Steve Jobs, di Bill Gates e di quelle di Mark Zuckerberg che hanno irreversibilmente mutato le comunicazioni sociali e di conseguenza lo stile e i criteri della politica e dello scenario geopolitico in cui essa agisce.

In questa fase di graduale perdita di efficacia delle vecchie istituzioni che curavano la governance nell’epoca precedente, gli interessi industriali stanno consolidando gli interessi d’un’economia che ormai ha stabilito il potenziale, i rischi, le aspettative, gli interessi dei partecipanti al dibattito geopolitico in termini totalmente estranei a quelli dell’epoca precedente ispirata alla governance top-down legittimata da Stati Nazione con la legittimità di un patto sociale ispirato al ‘welfare state’ ristretto ai propri cittadini.

Conviene esaminare le fasi in cui il progresso industriale, guidato dall’avidità d’un capitalismo-liberista al di la di qualsiasi ideologia che non sia quella di ottimizzare sul puro piano remunerativo l’uso dei ‘fattori tecnici’ che concorrono ai processi di produzione, distribuzione, risparmio, consumo, ha definito la ‘faglia’ secondo la quale si manifesta la occasionale ‘frattura’ di stabilità della governance precedente causandone la catastrofe che verrà sostituita da un nuovo assetto di pseudo-stabile governance più confacente a tutelare gli interessi diffusi del nuovo contesto produttivo: senza la cui tutela il reddito complessivo del sistema non si riesce a produrre in maniera adeguata alle aspettative generali ormai maturate sul nuovo scenario geo-politico. Si tratta di un processo caratteristico di tutti i sistemi termodinamici complessi sia animati che non animati il quale è stato descritto scientificamente da Ilya Prigogine ed anche adeguatamente illustrato dalla matematica di Per Bak ma che è ancora ignorato dai politici che, scientemente o per ignoranza, propongono soluzioni ottocentesche arroccate su istituzioni novecentesche e criteri di legittimità settecenteschi.

Vediamo le ‘faglie’ e i periodi in cui si sono avvicendate le sostituzioni tra governance vecchie e nuove con processi di catastrofe più o meno traumatici e di diversa estensione.

Le tecnologie create e diffuse sullo scenario geopolitico ‘globale’ di allora dall’Impero di Roma non furono in grado di assicurare l’avvicendamento graduale del regime istituzionale dalla prima Era Globale che istituì la civiltà ‘Occidentale’ a quella successiva alla sua catastrofe proprio per l’assenza di efficienti e rodati servizi infrastrutturali all’economia ‘industriale’ dell’epoca; la moneta e la sicurezza non erano consolidati al livello istituzionale con adeguati meccanismi di tutela giuridica ed assicurativa. Il sistema, aggredito dai barbari, non riuscì a mobilitare modifiche istituzionali efficaci per garantire la stabilità della sicurezza industriale.

Gli interessi economici avevano assunto da sempre un carattere ‘federale’ (proprio grazie al quale il regime politico aveva consolidato la sua stabilità ed in diffuso consenso geopolitico globale) ed i regimi politici che si svilupparono si radicarono agli interessi ‘locali’ di dimensione la più varia in funzione dell’estensione del loro peso economico. Le economie più solide erano ancorate a regioni meno esposte alle invasioni oppure più fertili per un’economia ‘industriale’ di carattere fondamentalmente rurale legata ai cicli stagionali e alla disponibilità di acqua e vie commerciali terrestri o marittime. Le regioni più fertili erano in Europa Centrale dove sorsero più rapidamente i regimi politici più capaci di surrogare la stabilità imperiale precedente.

Tra le due regioni quella delimitata dai Pirenei e dal Reno risultò meno esposta rispetto a quella oltre il Reno che confinava con le vaste pianure da cui provenivano le invasioni barbariche dall’Est. La difendibilità dei confini e la prevalenza del latino nella lingua agevolò la nascita di regimi legittimati a governare la nazione germanica di lingua neo-latina. Oltre il Reno la lingua germanica non risultò l’elemento sufficiente per dare origine ad un solido regime unitario su una nazione esposta in modo maggiore alle invasioni e meno fertile sul piano industriale. Altri paesi trovarono l’elemento linguistico insufficiente per generare un unico regime nazionale e i loro gradi di solidità economica e di esposizione alle invasioni esterne ne rese la storia ricca dei ‘casi di studio’ che ci sono stati narrati dalle epopee nazionali. La Francia dominò la scena geopolitica con un crescente livello di egemonia rispetto agli altri paesi riconosciuti appartenenti alla comune tradizione civile greco-romana-cristiana. La Germania fu sede nelle sue regioni più fertili (Renania, Baviera, Austria, Prussia di regimi che, per godere della necessaria legittimità politica trovarono naturale proseguire ad affermare le loro radici in Roma Imperiale – dalla prima nascita del Sacro Romano Impero di nazione germanica fino alla sua estinzione con atto formale imposto da Napoleone nel 1805 all’Imperatore a Vienna. La Spagna trovò la sua unità solo dopo l’invasione da Sud dell’islam che legittimò la riconquista e la riunificazione politica della regione frammentata in lingue non tutte neo-latine né in nazioni in sintonia antropologica. Il Regno Unito ebbe in Inghilterra una solida radice di cultura Imperiale Romana ed era inoltre favorita in modo particolare sul piano agricolo e su quello commerciale rispetto alle altre ‘nazioni’ disomogenee che popolavano le isole, la sua difendibilità in quanto isola e dovette attendere di affermare la sua inevitabile egemonia sui mari con un paziente lavorio di erosione del potere delle nazioni privilegiate dall’economia dell’epoca agricola fino alla fine degli imperi geopolitici continentali ed intercontinentali di Spagna, Francia e Portogallo (tra il 1700 ed il 1900). Gradualmente la persistenza dell’unica residua comune dipendenza politica originaria da Roma come sede legittima della governance unitaria della vecchia comune civiltà ‘Occidentale’ – il ‘potere spirituale’ del Pontefice di Roma – venne erosa da affermazioni di autonomia religiosa ispirate dalla Riforma che assunse diversi toni definitivi a seconda delle esigenze e convenienze nazionali (Francia, Spagna, Germania, Regno Unito). I regimi degli Stati Nazione quindi si consolidarono con gradualità a sostituzione del crollo di Roma Imperiale nell’estensione temporale prolungatasi dal crollo formale di Romolo Augustolo fino ai ‘tardivi’ atti costitutivi degli Stati Nazione in Italia e in Germania (sulla traccia del Secondo Impero Prussiano e del Terzo Impero germanico di Hitler) nel 1800 e nel 1900.

La legittimità istituzionale dei regimi politici oligarchici venne consolidata sul piano interno ai diversi paesi da forme di protezionismo industriale e commerciale e forme di colonialismo destinate ad alimentare ogni paese di risorse economiche fonte di consenso politico nazionale sottoforma di provvidenze di ‘welfare state’ riservate ai sudditi oppressi ma privilegiati a spese delle nazioni soccombenti; i nazionalismi para-fascisti si propagarono in ogni paese a sostegno del regime al governo dello Stato Nazione.

Quest’epoca della civiltà ‘Occidentale’ diede modo alle economie industriali di competere sviluppando le loro peculiari potenzialità tecnologiche nel comune contesto globale – marineria, assicurazioni, finanza, tessile, rurale, meccanica, commerci, etc..

La reciproca competizione e la diversificazione delle specializzazioni tecnologiche e industriali agevolò il graduale formarsi di gruppi industriali e bancari soprannazionali che gradualmente consolidarono interessi, aspettative ed esigenze di carattere estraneo alla pura legittimità ‘nazionale’. Gradualmente le aspettative di natura industriale si tradussero in insofferenza nei confronti dei regimi oligarchici e le vecchie ‘colonie’ si liberarono dai regimi europei; gli USA erano già un paese estraneo al concetto di Stato Nazione sin dai primi insediamenti produttivi e religiosi ma trovarono anche delle ragioni pratiche di ribellione nell’affermazione della propria autonomia industriale rispetto a quella britannica. Altre ‘colonia’ del Sud e del Centro America si distaccarono da Spagna e Portogallo per ragioni meno direttamente connesse all’autonomia industriale ma consolidarono l’avanzare dei nuovi criteri di legittimità della loro autonomia politica scimmiottando gli Stati Nazione della vecchia Europa istituendo perfino improbabili regimi Imperiali su maggioranze indigene totalmente emarginate. La nuova legittimità politica si estese per emulazione priva di prerequisiti economici su tutta la realtà geopolitica globale. La perdita graduale di egemonia politica degli Stati Nazione in Europa, fondata sul protezionismo nazionalista, avviò la lunga fase di sanguinosi scontri interni all’’Occidente’ che, iniziata nel 1700, proseguì fino alla fine del 1900 col crollo del muro di Berlino.

Infatti, la fase si potrebbe dividere in due distinti tronconi di cui la Rivoluzione Francese costituisce la linea di demarcazione.

La prima parte infatti ha termine con la nascita della Dichiarazione di Filadelfia relativa ai diritti politici naturali su cui si fonda la libertà e la responsabilità degli individui rispetto allo Stato ed alla legittimità che ispira il regime di governo. Una libertà di ‘perseguire’ la gratificazione della propria percezione del concetto di ‘felicità’ al di la di qualsiasi forma di definizione della sua ‘ortodossia etica’; il ‘libero mercato’ e la abilità del singolo a collocarvi al miglior prezzo le proprie risorse psichiche.

La seconda parte della fase di crollo della legittimità dello Stato Nazione ha inizio invece con la Dichiarazione dei diritti del Cittadino che afferma la ‘liberazione’ della vita sociale, religiosa, economica e politica da ogni traccia di ‘feudalesimo’ e che legittima formalmente lo Stato a sopprimere ogni istituzione che sia fondata su privilegi di casta o su soggezione a superstizione. Una dipendenza degli individui incolti a mistificazioni estranee alla ‘razionalità scientifica’ fondata sulla realtà fattuale e materiale. Una razionalità in perenne liberazione dall’oppio del magico, del religioso e della dialettica privilegio delle caste parassitarie. Liberazione che deve essere compito delle elite politiche capaci di educare le masse ad apprezzare i contenuti ‘ortodossi’ della felicità e del benessere individuale e sociale. La legittimazione della ‘religione secolare’ dell’ateismo di stato in sostituzione del clericalismo dell’Ancien Regime; sostituzione nella conservazione dei privilegi.

Questa seconda fase ha avviato la com’ponente parallela e più sanguinosa della catastrofe dell’era degli Stati Nazione verso l’attuale consolidamento della seconda era della governance globale.

La prima fase si è protratta fino al primo conflitto mondiale col crollo della Russia zarista (la Terza Roma) e la nascita del comunismo come regime sostitutivo del socialismo-umanitario e riformista.

La seconda fase è durata dal crollo degli Imperi Centrali e zarista e si è protratta fino al termine della guerra fredda col crollo del muro di Berlino affiancata tuttavia dalla estinzione finale degli Stati Nazione europei.

La seconda era della governance globale è appena iniziata ed è stata innescata originariamente dal successo industriale dei gruppi industriali multinazionali alla fine del 1800 negli USA. Quell’iniziale destabilizzazione delle istituzioni degli Stati Nazione ha impedito che negli USA si consolidasse un regime ‘Imperiale’ rispetto a quelli al potere negli altri paesi coinvolti dal processo di libera e irreversibile crescita industriale.

Successivamente ogni altro paese ha visto gradualmente prevalere nel suo ambito di tendenze da parte delle sue industrie nazionali ad uscire dai vincoli politici interni (Rothschild, Krupp, Ciba, Bayer, Pirelli, ENI, IBM, Fiat, etc.).

Queste spinte hanno convinto i politici meno ‘nazionalisti’ (Marshall, De Gasperi, Schumann, etc.) a avviare forme di governance soprannazionali capaci di soddisfare le esigenze, il potenziale produttivo e le aspettative di remunerazione industriale meglio di quelle di cui erano capaci i singoli Stati Nazione (Euratom, CECA, MEC, etc.). Queste forme di esercitazione intellettuale sono restate sterili di risultati apprezzabili sul piano politico finché si è protratta l’agonia degli Stati Nazione che hanno proseguito a conservare intatte le loro vecchie istituzioni di consenso politico fondate su un ormai insostenibile ‘welfare state’; i debiti accumulati nel corso della lenta agonia hanno creato l’attuale disagio temporaneo sperimentato dai paesi meno virtuosi e meno competitivi nel corso della congiuntura prodotta dal processo di consolidamento della nuova governance globale.