01/06/2011

Rivoluzione dei comportamenti politici in Italia?

La recente tornata elettorale ha creato sconcerto tra gli osservatori neutrali dei comportamenti degli italiani in patria.

Il rifiuto della politica è stato massiccio e diffuso sia a Nord che a Sud con la inaspettata vittoria di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli ‘contro’ le proposte del partito-guida dell’opposizione.

La ‘protesta’ è stata animata da una forte partecipazione dei giovani senza cadere in mano alle frange di più estremi comportamenti.

Anche la partecipazione alle motivazioni meno ‘adulte’ (ecologismo anti-TAV e anti-nucleare) non sembra sia ispirata da visioni ideologiche ma da insofferenza verso scelte imposte dalle elite industriali ‘organiche’ ai blocchi politici in cui tradizionalmente si sono organizzate le ‘programmazioni industriali’ a spese del fisco e del welfare state.

Infatti solo a Torino, sede delle più innovative scelte di politica industriale condotte da un gruppo industriale che s’è distanziato dalle tradizionali connivenze consociative nazionali, il PD ha visto il successo elettorale di Piero Fassino, l’unico dei leader di sinistra considerato ragionevole e pragmatico e quindi capace di ottenere da Marchionne quanto possibile degli investimenti industriali in Italia pur di ottenere l’accettazione dai più ‘reazionari’ sindacati (FIOM-CGIL) di condizioni contrattuali che sono state accettate non solo in Italia, con i referendum aziendali, ma anche negli USA dai sindacati UAW che hanno accettato di investire le risorse dei loro piani pensionistici col sostegno di risorse federali impegnate da Barack Obama a sostegno degli accordi che hanno dato prova di successo sul mercato globale.

La ‘rivolta’ quindi non si è estesa a tutte le realtà locali pur confermando il generalizzato rifiuto di accettare in modo supino le permanenti ‘scuse’ che hanno caratterizzato quasi tutti i governi nazionali a partire dalla costituzione dello stato unitario.

Gli elettori e lavoratori più giovani in Italia sono disponibili ad accettare la ‘precarietà’ sul lavoro purché le scelte politiche siano addebitabili a leader politici che debbono pagare di persona i fallimenti delle loro sterili o demagogiche promesse; siano esse le tutele insostenibili iscritte in altisonanti carte costituzionali, utopici statuti dei lavoratori o promesse elettorali di riforme fiscali a tre livelli di aliquota.

Se non si riesce a garantire ciò che si è promesso, si deve pagare un prezzo personale. Chi sopravvive come credibilità personale (Fassino) o chi è stato escluso fino a ieri – quindi estraneo al ‘malgoverno’ passato – è scelto indipendentemente dall’appoggio delle oligarchie di partito – anzi proprio grazie alla loro ‘resistenza’.

È un processo che fino ad oggi ha beneficato anche Berlusconi che riceve quindi un chiaro messaggio dalle urne (pur restando leader indiscusso del partito più votato e destinatario del più alto numero di preferenze individuali).

È evidente che il dissenso espresso sia nei confronti di Berlusconi, ma è altrettanto evidente che il dissenso non gli sia stato espresso a causa delle amichette e marachelle o al preteso discredito che da esse possa essere stato inflitto al buon nome d’Italia (tutti elementi di cui è indifferente la grande maggioranza degli elettori italiani abituati a convivere con l’inadeguatezza dello stile rappresentativo dei suoi leader in ogni epoca). È anche palese che il dissenso sia addebitabile alla politica fiscale ‘de sinistra’ di Tremonti che ha deluso ogni aspettativa degli elettori affascinati dal programma elettorale di Berlusconi in materia di riforme ‘liberiste’ di diminuzione degli oneri fiscali e di rientro del rapporto tra debito pubblico e prodotto nazionale lordo grazie al rilancio del PIL conseguibile tramite il calo, non all’aumento, di imposizione fiscale.

Il voto di protesta tuttavia, benché addebitabile alle ‘ganasce fiscali’ di Tremonti e alle scarse riforme attuate è stato addebitato dagli elettori col chiarissimo ‘schiaffo’ all’indiscusso leader politico tra i due – Berlusconi – e non a Tremonti, considerato solo un suo accademico, collaboratore tecnico.

È lo stesso processo che ha sconfitto le manovre di partito nel PD in quasi tutte i tentativi di ‘primarie farsa’ a Firenze, Bari, Napoli e che ha sconfitto gli accordi di ‘neo-ulivo’ tentati dal PD per riappropriarsi del voto espresso a Milano e Napoli in particolare su due candidati estranei al partito e ai suoi accordi riservati.

Ora De Magistris dovrebbe rinunciare alla sua genesi partitica (IDV) e riuscire ad animare la partecipazione diffusa e costante dei giovani a Napoli incentrata sul problema rifiuti urbani. Qualora gli riuscisse di elevare in modo incredibile la raccolta differenziata dall’attuale, inadeguato livello al minimo compatibile col rifiuto degli elettori di installare termo-valorizzatori, di aprire nuove discariche o di scegliere soluzioni incentrate sugli impianti di compostaggio, De Magistris si sarebbe conquistato una credibilità senza precedenti nella storia di Napoli di ogni epoca; riuscire a motivare stabilmente le risorse psichiche dei napoletani attorno ad un tema concreto di interesse collettivo e in spirito socialmente condiviso. Tra Piedigrotta o il Napoli calcio i napoletani sono sempre stati sudditi docili ma mugugnanti e fatalisti. De Magistris avrebbe inaugurato l’era dei napoletani autonomi, responsabili dell’eliminazione delle loro scorie quotidiane senza poter ‘buttare in politica’ un problema che è creato da loro e deve essere smaltito entro i confini del ‘reame di Napoli’.

Senza Mecenati politici che promettano di risolverlo in loro vece offrendo la scarpa destra prima del voto per ‘concedere’ la sinistra dopo l’elezione ma lasciando eternamente insoluto il problema che resta ‘loro’.

Una considerazione generale riferita a Napoli e Milano ma soprattutto all’animosità dimostrata dai giovani può rendere l’Italia lieta dei sintomi di questo auspicabile cambiamento; i giovani italiani rifiutano ogni tipo di proposta ideologica e molto pragmaticamente responsabilizzano direttamente dei leader estranei ai vecchi giochi della politica machiavellica e cinica mostrando entusiasmo che è segno di ottimismo ed anche grande scetticismo sostitutivo del tradizionale cinismo dei padri – cinismo dettato dal fatalismo accumulato dallo storico accumularsi di speranze sempre frustrate in quanto riposte sulle promesse dei ‘potenti’.

Se veramente i giovani cominciassero a credere che ogni ‘re’ è sempre nudo comincerebbero ad avere più fiducia nelle proprie capacità di impegno individuale in sostituzione dell’affidare le proprie aspettative alla saggezza, alla bontà e all’onestà delle elite di governo, di qualsiasi orientamento politico o religioso esse siano.

Meno cinismo e fatalismo e più ottimismo e dedizione al proprio impegno corretta sempre da scetticismo nei confronti di ciò che viene loro promesso.