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C R I S I   E   R I F O R M A   D E L    C A P I T A L E

 

Di Carlo Pelanda (Ottobre 1994)

SOMMARIO

1. IL DISINCANTO

2. GENESI E CRISI DELLA RIVOLUZIONE DISTRIBUTIVA IN OCCIDENTE 4

2.1. La grande capitalizzazione 

2.2. L'esaurimento della rivoluzione distributiva negli Stati Uniti 

2.3. La rinazionalizzazione dell'impero americano 

2.4. L'impatto differito della crisi in Europa e Giappone 

2.5. La crisi culturale 

3. LA CRISI COMPETITIVA DELL'OCCIDENTE 

4. LA NUOVA AUTONOMIA DEL CAPITALE E LA CRISI DELLE GARANZIE NAZIONALI 14

5. LA CRISI DELLA POLITICA

6. LEZIONI DALLA TRANSIZIONE NEGLI STATI UNITI

7. EUROPA IN TRANSIZIONE LA POSSIBILE SOMMA DI TUTTE LE CRISI 

8. VALUTAZIONE COMPLESSIVA DELLA CRISI ED IMPOSTAZIONE DELLA STRATEGIA DI RIFORMA

9. LA RIFORMA DELL'ARCHITETTURA POLITICA DEL MERCATO INTERNAZIONALE 30

9.1. Il principio del vantaggio relativo costante

9.2. La frammentazione dell'Occidente

9.3. Le ragioni per l'integrazione economica dell'Occidente

9.4. Fattori favorevoli e sfavorevoli per il progetto di integrazione

9.5. Un possibile scenario di integrazione

9.6. La prospettiva di un possibile trattato euro-americano

9.7. La modifica relativa del progetto europeo

9.8. La ricostruzione anticipativa della fiducia del mercato

10. LA RIVOLUZIONE DEL CONTRATTO DI INVESTIMENTO

10.1. La rivoluzione dei nuovi diritti e dei nuovi doveri

10.2. La rivoluzione delle dotazioni individuali

10.3. La presa della Bastiglia burocratica

11. LA RIFORMA DEL TEMPO

11.1. La ricostruzione del futuro sostituendo lo Stato sociale

11.2. Criteri per una liberalizzazione intelligente

11.3. Il neo-liberismo che costruisce futuro

11.4. I sostegni di domanda qualificata per la reindustrializzazione

11.5. Il sostegno operativo alla mobilità nella fase di transizione

12. CONCLUSIONI: IL RITORNO DELLA POLITICA

 

 

 

(TESTO)

 

1. IL DISINCANTO

Negli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale le maggioranze sociali di Stati Uniti, Europa e Giappone si sono trasformate da povere in ricche. La società industriale della prima metà del 900, in cui la gran parte degli individui era sottocapitalizzata, si trasformava in una di nuovo tipo dove, mediamente, i due terzi della popolazione erano dotati di capitale superiore alle necessità basilari ed il restante un terzo sperava di raggiungere presto il benessere. Per la prima volta nella storia la ricchezza diventava di massa inaugurando una Nuova società basata sulla rivoluzione distributiva.

Il denaro si trasformava da strumento di comunicazione tecnica nel mercato in linguaggio generalizzato e semplificato della società sostituendo le filosofie precedenti con la cultura del consumo materiale. Questa rivoluzione realizzava l'età dell'uomo economico e del materialismo predette da Marx. Ma la nuova società, formata da centinaia di milioni di nuovi piccoli capitalisti e da altri che speravano di diventarlo, scriveva la propria teoria in forma pratica rovesciando Marx stesso: il problema non era più quello di liberare le masse dalle regole del capitalismo, ma di creare e tenere in vita un capitalismo di massa. E tale problema sembrava autorisolversi attraverso la conferma quotidiana nei fatti della crescente attesa di ricchezza per una quantità altrettanto crescente di individui. Era l'incanto.

Ma già agli inizi degli anni 70 si notavano i primi segni di rallentamento della rivoluzione distributiva. Nei Paesi europei la disoccupazione iniziava a salire dopo un periodo discendente. Negli Stati Uniti un numero crescente di soggetti non trovava un accesso stabile al mercato e non era in grado di consolidare i propri redditi. Tale rallentamento non era solo una conseguenza della grande recessione causata dall'aumento improvviso dei prezzi del petrolio nel 1973, ma rigurdava una vera e propria regressione della tendenza. Negli anni 80 e primi 90, infatti, la maggior parte dei Paesi europei confermavano la natura endemica della disoccupazione (sopra, mediamente, al 10%) e negli Stati Uniti, nonostante la lunga crescita economica degli anni 80, si consolidava la selettività sociale dell'economia in termini di sotto-occupazione e povertà (15% di poveri nel 1983; 12,8% nel 1989; 15,1% nel 1994). In sintesi, già negli anni 70 la Nuova società perdeva la capacità di diffondere ulteriormente la ricchezza in Europa e negli Stati Uniti.

Nel 1995, dopo la fine della recessione dei primi anni 9O, é possibile osservare che la ricchezza dell'Occidente cresce, ma la sua diffusione di massa si é fermata ed il capitale si polarizza: molti diventano più ricchi e nuovi ricchi, ma molti diventano più poveri e nuovi poveri.

Il fantasma della povertà riappare nelle società del capitalismo democratico che pensavano di averlo esorcizzato per sempre. Nel mondo ricco torna la paura della povertà proprio mentre in quello povero si accende una nuova speranza di ricchezza. Nel mondo ricco é il disincanto.

Il disincanto è la discontinuità tra una società che riusciva a finanziare le proprie illusioni ed una che perde l'illusione di poter finanziare tutti i suoi cittadini.

Ma che cosa è esattamente la crisi del capitale? In crisi è la diffusione della ricchezza e non il meccanismo di creazione di essa. Anzi, come ben descritto da Luttwak nel capitolo precedente, proprio l'evoluzione di una maggiore efficienza sul lato della produzione del capitale tende a ridurre la distribuzione sociale del capitale stesso. Ciò significa due cose: che serve meno gente per creare ricchezza e che il lavoro deve costare di meno per rendere competitivi merci e servizi. La crisi, quindi, riguarda l'instaurarsi di un regime selettivo, e non più distributivo, del capitale.

Molta gente perde lavoro e ne trova un altro di livello inferiore per salario e stabilità, se lo trova. Chi sta bene oggi percepisce una nuova incertezza per il domani. Ciò accade da tempo negli Stati Uniti e si è già parzialmente risolto: ma proprio questo esempio di superamento solo parziale della crisi distributiva del capitale conferma che essa è diventata latente nella struttura della società, indipendentemente dai cicli contingenti di recessione e ripresa economica. Sta accadendo in Europa e sta per accadere in Giappone. Facendo un calcolo molto grossolano circa il 30% della popolazione dei Paesi citati corre il rischio di trovarsi in una condizione di sotto-occupazione endemica nei prossimi 10 anni ed una altro 20% potrebbe trovarsi in situazioni di degrado della qualità della vita in riferimento agli standard attuali della classe media occidentale. In totale, metà, circa, della popolazione dei Paesi ricchi é a rischio anche se, e sembra un paradosso, vi è, e continuerà, una robusta crescita economica complessiva (anche se non omogenea).

Nel 1995 il ciclo dell'economia tecnica é positivo ed in rialzo (in alcuni Paesi é un boom vero e proprio), ma qualcosa nella struttura del sistema impedisce che la massa intera dei cittadini ne tragga beneficio e le società tendono a spaccarsi in due tra ricchi e poveri.

Le due cause apparenti del fenomeno sono la globalizzazione dell'economia e la sua evoluzione tecnologica: la prima espelle dal lavoro chi produce cose che possono essere fatte a minor costo altrove, la seconda elimina lavori che possono essere automatizzati. In realtà globalizzazione e modernizzazione tecnologica del ciclo del capitale sono di per se fattori di ricchezza e non di povertà. Infatti per molti la nuova economia é fonte di maggiori opportunità. Al fondo di questo fenomeno c'é qualcosa altro di più profondo.

La tesi portante di questo saggio é che il capitale si sia ribellato nel mondo ricco, riducendo la propria diffusività di massa, perché i suoi pilastri generativi in termini di contratto politico e sociale, di riproduzione del capitale umano e di architettura politica del mercato internazionale non sono stati rinnovati quando sono cambiate le condizioni storiche che li avevano creati. L' implosione dei precursori non-economici della catena della ricchezza ha reso debole la struttura sociale di fronte alla modernizzazione e globalizzazione dell'economia. Per evitare che la crisi si trasformi in decadenza vera e propria va reinventato ed innovato il substrato politico entro cui la mano destra del capitale, la sua efficienza, e quella sinistra, la sua distributività, possano di nuovo stringersi.

Luttwak finisce il suo saggio lasciandoci la seguente alternativa ed il compito di risolverla: o un liberismo che produce ricchezza ad un alto costo di selettività sociale oppure un protezionismo che sacrifica la creazione della ricchezza. Lucidamente mette in luce che le due grandi varianti politiche del capitalismo, quella liberista e quella sociale, non sono più in grado di assicurare la continuazione della rivoluzione distributiva, ovvero di un modello di società dove la ricchezza sia allo stesso tempo diffusa e crescente. Ciò significa che la soluzione della crisi non può avvalersi di soluzioni politiche note: la riforma del capitale ha bisogno di una nuova architettura politica del mercato.

Pessimismo o ottimismo? Ottimismo: i Paesi ricchi sono ancora perfettamente in grado di riprendere la strada della rivoluzione distributiva. Ma bisogna capire che la soluzione non può più essere spontanea sulla base di quello che esiste, ma deve essere governata inventando qualcosa che non c'è nel presente.

In questo saggio cercheremo di capire a fondo i fattori della crisi e di impostare una strategia di riforma. Lo faremo con spirito di meccanici impegnati nella manutenzione della macchina sociale del tempo affinché possa muovere nuovi balzi nel futuro e non arretrare verso il passato.

 

 

2. GENESI E CRISI DELLA RIVOLUZIONE DISTRIBUTIVA IN OCCIDENTE

 

Dal 1945 alla fine degli anni 60 il regime del capitale nell'Occidente si caratterizzava come rapida creazione di grandi volumi di ricchezza associata ad una veloce diffusione sociale della stessa. Tale fenomeno si é basato su cinque situazioni storicamente uniche che ora si sono esaurite.

 

2.1. La grande capitalizzazione

(a) La prima riguarda lo sviluppo, negli anni 40 e 50, degli Stati Uniti come mercato interno di scala tale da rappresentare un potenziale capitalizzatore di tutta l'economia mondiale di allora (in quegli anni circa i 2/3 della ricchezza prodotta nel pianeta era concentrata negli Stati Uniti).

(b) La seconda condizione riguarda la volontà di capitalizzare il resto del mondo. Alla fine degli anni 4O gli Stati Uniti decidevano di contenere l'espansione del comunismo, oltre che sul piano militare, anche finanziando gli alleati. Tale finanziamento della Pax americana non è stato significativo nelle sue forma dirette (il piano Marshall, di per se, é stato un fenomeno importante sul piano politico, ma non su quello macroeconomico). La capitalizzazione reale é avvenuta attraverso due modalità indirette: (a) dando agli alleati un libero accesso al mercato interno statunitense, e quindi al suo enorme capitale, lasciandoli parzialmente liberi di proteggere i loro mercati nazionali nella ricostruzione post-bellica e (b) assumendo i costi della difesa strategica e della stabilità politica del mercato internazionale, di fatto creandolo come area integrata e standardizzata. Così una quota rilevante della ricchezza statunitense è stata trasferita indirettamente ad europei occidentali e giapponesi, capitalizzandoli.

Fino alla fine degli anni 60 gli alleati nella Pax americana hanno goduto di condizioni eccezionali di capitalizzazione politica, economica e tecnologica da parte degli Stati Uniti che hanno accelerato lo sviluppo di un potenziale già elevato per capacità industriale, cultura e capitale storicamente cumulato. In quel periodo tale trasferimento di ricchezza non comprometteva l'economia nazionale statunitense: gli alleati vendevano e diventavano più ricchi, ma ciò che l'America perdeva, marginalmente allora, sui settori tecnologici medio-bassi era riconquistato con l'allargamento delle opportunità di mercato per il suo maggiore potenziale nei settori più avanzati e moderni (aerei, armi, ecc.).

(c) La terza condizione riguarda il regime di circolazione del capitale. Una parte del pianeta era comunista e depressa, comunque chiusa (anche se alla fine degli anni 50 si era temuto che L'Unione Sovietica potesse diventare un competitore economico dell'Occidente). L'altra era sottosviluppata ed esportava solo materie prime. Il tutto non era ancora collegato da un circuito internazionale efficiente delle merci e del capitale. Soprattutto, il capitale tendeva a circolare più entro le nazioni che all'esterno di esse. La competizione sui prezzi era di fatto regolata sia da una circolazione internazionale del capitale che non era così mobile da cogliere le opportunità di rendita differenziale sia dalla concentrazione delle capacità produttive in pochi mercati nazionali relativamente convergenti verso l'omogeneità dei costi del lavoro e della vita.

Di fatto il mercato mondiale era limitato ed in esso i singoli mercati nazionali non erano sottoposti a sfide competitive di carattere sistemico. Questo costituiva una sorta di protezione naturale per i mercati nazionali e dava agli Stati una piena sovranità economica nel definire proprie e specifiche politiche di sviluppo. Soprattutto gli Stati, nella fase ascendente dell'economia, non erano pesantemente indebitati e questo dava loro una notevole flessibilità di bilancio per grandi investimenti pubblici senza il bisogno di ricorrere a forti drenaggi fiscali.

(d) La quarta condizione, probabilmente la più importante, riguarda la particolare situazione sul piano della domanda dei beni di consumo dal 1945 fino alla metà degli anni 60, circa. La tecnologia offriva beni che erano nuovi in assoluto così come era assolutamente nuova la possibilità di acquistarli a prezzi compatibili con la media dei redditi: l'automobile, il frigorifero, la televisione, i mezzi di trasporto per le vacanze, ecc. La domanda aveva una natura assoluta.

La sconfitta dei contratti sociali imperiali e millenaristici in Europa e Giappone, la volontà di riscatto dalla povertà delle masse sia dopo a crisi degli anni 30 negli Stati Uniti sia dopo le distruzioni della guerra nel resto del mondo industrializzato, hanno favorito la diffusione del consumismo, o della cultura materiale, come nuovo codice ideologico delle masse ed un attivismo economico generalizzato. Era una condizione della domanda che dava all'economia una vitalità eccezionale proprio perché basata sull'idea che il lavoro avrebbe comportato dei cambiamenti radicali nella vita individuale. Ma, soprattutto, l'idea di avere per la prima volta nella vita una casa in proprietà, un'automobile ed in generale i beni di consumo che erano pochi anni prima considerati alla portata delle sole elites ha creato un dinamismo economico di massa mai visto prima nella storia.

(e) La quinta condizione riguarda la situazione del capitale umano. Anche operai di bassa istruzione trovavano un sistema industriale che era in grado di attribuire loro un valore di mercato in quanto la domanda di manodopera era estremamente sostenuta per i motivi detti sopra. Inoltre la guerra aveva educato le masse all'uso di nuovi sistemi formali e tecnologici trasformabili direttamente in competenza industriale.

Negli anni 50, poi, l'Europa esaltava l'accesso all'economia dei meno competenti ridistribuendo la ricchezza crescente attraverso la creazione di posti di lavoro assistiti.

In sintesi, vigeva una situazione che in pochi anni elevava il valore medio di mercato del capitale umano rendendo cosi di massa gli accessi alla ricchezza.

 

2.2. L'esaurimento della rivoluzione distributiva negli Stati Uniti

All'inizio degli anni 70 le condizioni di domanda assoluta che avevano creato la ricchezza e la rivoluzione distributiva negli Stati Uniti si esaurivano. Ma il potenziale industriale non veniva rinnovato in termini di capacità tecnologica e modernità organizzativa ed assumeva una tendenza inerziale. Il capitale umano si riproduceva con minor qualità. L'esaurimento della domanda di beni assoluti non toccava il livello dei consumi, ma ne modificava il valore simbolico di riscatto sociale e l'attivismo economico perdeva quote di popolazione: nel 1969 gli astronauti statunitensi sbarcavano sulla Luna, ma molti più cittadini americani facevano la fila per entrare nelle liste dell'assistenza sociale.

Questa rottura della catena interna della richezza e diffusività di essa rendeva più vulnerabile l'America al contemporaneo ingrandimento del mondo e della competitività. Negli anni 70 le automobili americane erano più costose ed inefficienti di quelle giapponesi ed il consumatore sceglieva le seconde, non penalizzate da tariffe di importazione, riducendo le quote di mercato per i lavoratori di Detroit. Negli anni 80 le componenti dei televisori e di altri oggetti risultavano tecnologicamente producibili altrove a costi del lavoro di molto inferiori: intrappolato dall'arretratezza sul piano dell'efficienza ed esposto alla competizione da una architettura aperta del mercato, il lavoratore americano non poteva difendere il proprio salario o il posto di lavoro nel momento in cui l'aumentata mobilità sia del capitale che delle merci sul piano internazionale rendeva possibile il trasferimento delle produzioni.

Il degrado dell'istruzione secondaria rendeva più spugnoso il rinnovamento industriale non riproducendo in termini diffusi le iniezioni di capitale umano qualificato: negli anni 50 bastava la voglia di lavorare e quanto si era imparato durante la guerra sia nei campi di battaglia che nell'ambito della mobilitazione logistica della nazione; negli anni 70 e 80 era necessario elaborare intellettualmente molto di più il desiderio di guadagno. Ma meno ne erano capaci per formazione e più preferivano l'assistenza alla competizione. Il degrado relativo delle risorse umane, complicato anche dai differenziali etnici, rendeva meno competitivo il sistema ed il capitale migrava altrove potendolo fare, sempre di più, sul piano tecnico.

2.3. La rinazionalizzazione dell'impero americano

Negli anni 70, infatti, aumentavano i costi indiretti dell'impero. Essi non erano più compensati dalla crescita dell'economia nazionale e l'aumento dell'aggressività commerciale dei Paesi emergenti toglieva quote di lavoro ai settori statunitensi che erano implosi nella crisi di produttività. Il fenomeno non era regolabile con barriere sia per l'ideologia liberista della politica statunitense sia, soprattutto, per tenere coesa l'alleanza.

Per questi motivi gli Stati Uniti, dopo il crollo dell'impero sovietico, alla fine degli anni 80, non hanno potuto più giustificare un finanziamento indiretto asimmetrico degli alleati in quanto il costo risultava consistere di parecchi punti percentuali di PIL, ogni anno, a partire dagli anni 70.

Già nell'agosto del 1988 l'Amministrazione Reagan aveva promosso una legge (Trade Bill) che permetteva l'attivazione discrezionale ed immediata di ritorsioni commerciali nei confronti dei Paesi che non rispettavano le regole di reciprocità commerciale. Con tale atto finiva, intanto sul piano simbolico, il paradigma dell'accesso asimmetrico al mercato interno americano.

Nel 1991 l'Amministrazione Bush chiedeva all'Arabia Saudita, al Kuwait, agli altri Paesi dell'area del Golfo ed agli alleati occidentali che non avevavo potuto mettere a disposizione risorse militari dirette, la copertura delle spese per la guerra contro l'Irak, per un totale di circa 70 miliardi di dollari. Con questo evento finiva il periodo dell'assunzione totale da parte degli Stati Uniti dei costi per la difesa della stabilità del mercato internazionale.

Il primo esaurimento della grande capitalizzazione dell'Occidente si é avverato come implosione per mancato rinnovamento della catena della ricchezza interna degli Stati Uniti e la fine del suo potenziale di grande capitalizzatore diretto, sul piano politico, ed indiretto, su quello economico, dell'Occidente.

 

2.4. L'impatto differito della crisi in Europa e Giappone

L'impatto su Europa e Giappone dell'implosione economica degli Stati Uniti e del relativo mutamento nelle condizioni dell'ordine mondiale nonché dell'esaurimento naturale del dinamismo economico della ricostruzione post-bellica non si è ancora pienamente concretizzato. In parte ciò é dovuto al fatto che i consumi nel mercato interno americano sono stati finanziati artificialmente attraverso debito e le importazioni non sono state penalizzate nonostante la crisi di produttività. E ciò ha favorito il mantenimento di questa fonte dell'enorme surplus del Giappone non pregiudicandone le esportazioni.

Inoltre i mercati di Europa e Giappone sono diventati meno dipendenti da quello americano. Il Giappone sostiene quote crescenti del surplus commerciale grazie ai mercati emergenti. L'Europa, oltre a questo, é sostenuta dalla sua trasformazione in Mercato unico integrato con quasi 400 milioni di consumatori ad alto standard medio di capitalizzazione.

Anche molto importante è stato il fatto che Europa e Giappone abbiano dovuto ricostruire molti dei loro sistemi industriali fisicamente distrutti dalla guerra e costruirne ex novo altri in tempi più recenti, ottenendo, complessivamente, un assetto industriale più moderno, negli anni 60 e 70, di quello americano in parecchi settori manifatturieri. Tale fattore, unito alle condizioni favorevoli dell'ombrello strategico-economico statunitense e, soprattutto, alla protezione dei mercati interni attuata da europei e giapponesi, ha ritardato di circa 20 anni la crisi di modernità industriale in riferimento alle nuove condizioni di un'economia non più trainata dalla condizione di domanda assoluta, esauritasi per ciclo naturale all'incirca agli inizi degli anni 70, sia nel Vecchio continente che nell'Impero nipponico.

La ricchezza nel dopoguerra in Europa si è anche basata su una sovracapitalizzazione squisitamente politica: poteva finanziare le parti meno competitive della sua economia - attraverso redistribuzione e protezionismo - pur godendo della libertà dei commerci al suo esterno e di una difesa strategica di tale libertà senza costi a suo carico. Tale flusso di capitale di origine politico-strategica è certamente esaurita.

Il Giappone ancora gode di una situazione virtuosa nonostante la faticosa uscita dalla recessione del 1993 e 1994. Il surplus resta alto ed il mercato interno, chiuso e protetto, è caratterizzato da consumi di molto inferiori in relazione ai redditi medi ed ai risparmi. Ma tale situazione é densa di nuove vulnerabilità per il futuro. L'alto risparmio ed il poco, in senso relativo, consumo implicano una pressione al rialzo della moneta. Tale fenomeno deprime la competitività delle merci denominate in Yen e implicherà il trasferimento delle produzioni. Già nel passato la produzione di navi è stata trasferita dal Giappone alla Corea del Sud quando il settore ha richiesto maggiore competitività sul piano dei prezzi. Il Giappone rischia il trasferimento di un ulteriore parte del suo sistema industriale.

Poi la natura chiusa del mercato interno è ormai un costo opportunità insostenibile per esportatori necessariamente più aggressivi, quali gli americani, ed aumenteranno le pressioni politiche per aprirlo e/o le ritorsioni in caso di persistenza delle chiusure. L'apertura a merci competitive impoverirà parecchi produttori locali e tale perdita potrebbe non trovare compensazione nella parallela deindustrializzazione per i motivi detti sopra. Ma la difesa del sistema potrebbe rivelarsi ancora più costosa: il Giappone, diversamente dalla Germania, non domina un grande mercato interno multinazionale e la sua sua forza politica é minore.

A questo va aggiunto il problema dell'antipatia storica ancora irrisolta dei giapponesi agli occhi degli altri asiatici per le sofferenze imperiali somministrate dai primi ai secondi nell'ultimo secolo. Senza l'ombrello politico della Pax americana, la forza politica del Giappone e la scala del suo mercato interno non sono sufficienti a fargli mantenere la sovranità regolativa sul proprio modello speciale. Tale sovranità è ulteriormente compromessa da una nuova autonomia del capitale internazionale che circola nel mondo rispettando i criteri del profitto e non certo gli interessi nazionali.

 

2.5. La crisi culturale

In sintesi, la catena della ricchezza e le condizioni politiche, strategiche e sociali che avevano generato una sovracapitalizzazione politica del sistema occidentale si sono esaurite. Negli Stati Uniti tale esaurimento è avvenuto, sul piano interno, con 20 anni di anticipo, circa, sull'Europa ed il Giappone che solo agli inizi degli anni 90 stanno cominciando a soffrire strutturalmente del cambiamento.

Abbiamo voluto mettere in evidenza il fenomeno della sovracapitalizzazione eccezionale del dopoguerra ed il suo esaurimento. Ed il motivo di tale attenzione consiste nella ricerca del perché e come il capitale, per qualche decennio, era riuscito non solo a crearsi in grandi volumi, ma soprattutto a diffondersi ampiamente nella società occidentale in forma di rivoluzione distributiva.

Le conclusioni sono che la diffusività estesa del capitale é stata sostenuta da condizioni contingenti, specifiche e volatili nelle catene nazionali ed internazionali della ricchezza. Quando queste si sono esaurite, per motivi naturali di ciclo e per mutamento storico-politico, i pur diversi modelli del capitalismo occidentale non si sono adeguati al cambiamento e sono rimasti imprigionati in un assetto illusorio. Si è pensato che le condizioni della rivoluzione distributiva fossero permanenti invece che storicamente contingenti e uniche, come poi dimostrato dalla realtà. Inoltre è stato sottostimato il fatto che la diffusività sociale della ricchezza si sia basata su condizioni storiche del tutto anomale. La ricchezza di massa, infatti, è scaturita da un Big bang del capitale pressoché spontaneo e non disegnato da alcuno.

Ciò significa una cosa che deve far riflettere: non sono stati i modelli politici o culturali a costruire intenzionalmente la società della rivoluzione distributiva, ma il caso e l'unicità del ruolo svolto dagli Stati Uniti nel mondo dal 1945 alla fine degli anni 90, anch'essa condizione assimilabile al caso perché non più ripetibile. Questo vuol dire che non necessariamente l'architettura politica del mercato formalmente e sostanzialmente evolutasi nel dopoguerra sia stata la causa della rivoluzione distributiva e che, soprattutto, sia ora adeguata a ricrearne le condizioni.

Questo dubbio, almeno per quello che si vede in forma manifesta, non è ancora penetrato a fondo nelle menti di chi pensa la politica, sia in grande che in piccolo, e prevale l'atteggiamento di ripristinare la ricchezza di massa in crisi usando i medesimi strumenti e modelli del recente passato, liberisti o socialisti che siano. Ma questa è pura illusione. Ed il restare prigionieri di tale illusorietà é la crisi culturale dell'Occidente.

L'illusorietà ha riguardato principalmente le condizioni di diffusione del capitale in relazione ai fattori di creazione dello stesso.

Negli Stati Uniti si é pensato che la libertà del mercato fosse un fattore costante naturale di diffusione e che non implicasse continui reinvestimenti sul piano del capitale industriale e della sue risorse umane.

In Europa si è pensato che il circuito del profitto poteva essere allungato e deviato attraverso redistribuzioni dirette ed indirette.

In Giappone si è ritenuto stabile il vantaggio competitivo dato dalle asimmetrie commerciali.

Invece il libero mercato di tipo americano non ha riprodotto spontaneamente quel capitale storico che la società non voleva o poteva rinnovare senza nuove riconfigurazioni di se stessa. La redistribuzione di tipo europeo ha depresso il capitale sul piano della creazione della ricchezza riducendone la diffusione. Le asimmetrie commerciali del mercato non sono più politicamente possibili.

Il sistema della rivoluzione distributiva è entrato in crisi, prima di tutto, per la modifica ed il mancato rinnovo sostitutivo delle condizioni complessive che avevano permesso a tanta gente di accedere alla ricchezza. Ecco perché l'incanto e perché il disincanto: la società non ha rigenerato il capitale ed il capitale si è diffuso di meno nella società.

La crisi culturale del capitale ha toccato i modelli del capitalismo occidentale in termini di mancato rinnovamento dei precursori non-economici della ricchezza quando si è esaurito il ciclo naturale, o casuale, della grande capitalizzazione post-bellica. Di fatto l'Occidente sta marciando da circa 30 anni con modelli politici sbagliati in riferimento alle condizioni che permettono la continuità della rivoluzione distributiva.

Questa situazione di ritardo adeguativo è la causa reale che ha indebolito i motori sociali ed economici dei Paesi dell'Occidente e che ha creato una ricchezza che trova difficoltà a rinnovarsi. Soprattutto la crisi culturale rende vulnerabili i Paesi dell'Occidente allo sviluppo del resto mondo ed a quello di un ciclo del capitale tecnicamente più sofisticato.

Speriamo di aver chiarito il punto già enfatizzato in premessa: la globalizzazione dell'economia e del capitale non sono di per se i fattori primari che mettono in crisi i Paesi ricchi provocandone, per competizione, una regressione della ricchezza. Essi sono piuttosto fattori che attualizzano la vulnerabilità potenziale accumulata in decenni di mancato rinnovamento ed incomprensione illusoria del perché i Paesi ricchi siano diventati tali.

Comunque la crisi competitiva dell'Occidente è ormai una realtà che non si può modificare con il senno di poi. Vediamone alcuni tratti essenziali.

 

3. LA CRISI COMPETITIVA DELL'OCCIDENTE

Tra il 1995 e 2005, se i trend economici continuano così, verranno creati nei Paesi emergenti 700 milioni di nuovi ricchi. Altri tre miliardi di individui che vivono nell'età del bronzo sono pronti a passare velocemente a quella dell'oro perchè il capitale globalizzato trasforma sempre di più il bronzo in oro. In particolare è il trionfo diffusivo del modello capitalistico nella sua parte di cultura materiale: visto in televisione o al cinema sostituisce qualsiasi altro modello, religione o specificità antropologica. Il mondo è colonizzato dall'idea semplificata del capitalismo e non lo vive passivamente: in esso vige una forma assoluta della domanda simile a quella dell'Occidente nel periodo dell'incanto.

Ma per molti dei 700 milioni di già ricchi nel Primo mondo ciò implica un passaggio dall'oro al bronzo. Nelle Olimpiadi della ricchezza vi sono nuovi transiti dal terzo posto al podio e viceversa. La globalizzazione dell'economia e la nuova indipendenza e mobilità internazionale del capitale sono i maggiori imputati, pur in realtà innocenti, per il ferimento dei sogni americani ed europei e per il possibile assassinio di essi, nonché di quelli giapponesi e di altri nuovi ricchi, nel prossimo futuro.

La globalizzazione mette in contatto diretto luoghi dove la redditività del capitale è differente. La mobilità internazionale del capitale ne orienta i flussi dove il profitto risulta maggiore.

I Paesi sviluppati stanno perdendo attrattività in favore di quelli emergenti per tutti quegli impieghi del capitale nei settori manifatturieri a basso contenuto tecnologico dove è critico il costo del lavoro. E ciò deprime le speranze di ricchezza dei lavoratori meno qualificati nei Paesi ricchi perché il contenuto della loro prestazione è simile a quella ottenibile nei Paesi emergenti ad un costo di molto inferiore.

La prima ondata di nuova povertà viene attesa su questo livello: essa si é già abbattuta sugli Stati Uniti, é in vista delle coste europee ed in Giappone stanno valutando se sia il caso di cominciare a suonare l'allarme per lo tsunami che si intravede all'orizzonte.

Si preannuncia, inoltre, una seconda ondata, a cavallo della prima, in forma di aumento della competizione globale anche nei settori tecnologicamente avanzati, man mano che i Paesi emergenti acquisiranno nuove capacità: i soggetti industriali più evoluti saranno esposti ad una crescente selettività ed aleatorietà delle condizioni per la sopravvivenza nel mercato.

Globalizzazione significa sempre più un aumento complessivo dei requisiti conoscitivi, tecnologici ed economici per restare competitivi. Adesso i lavoratori meno qualificati sono aggrediti dai minori costi del lavoro nei Paesi emergenti. Ma la Cina o l'India e gli altri mercati asiatici emergenti, come brillantemente ha sintetizzato l'Economist nell'autunno del 1994, non faranno solo giocattoli più competitivi per sempre. Cominceranno a fare computer e altri gizmo tecnologici, come già accade per la Corea del Sud e Taiwan ed é accaduto nel passato per il Giappone, rendendo molto più denso di sorprese competitive il mercato mondiale. Tale figura si complicherà di molto con l'entrata in scena dell'America del Sud, ormai prossima al decollo.

E ciò aumenterà la categoria dei non-qualificati nei Paesi ora ricchi trasformandola da assoluta a relativa: anche gli ingegneri, pur bravissimi, che operano nei settori più sofisticati del mercato potranno diventare di colpo non qualificati se il loro computer o aereo verrà prodotto da un altro a metà prezzo o se qualcuno costruirà, in un posto fino ad allora considerato improbabile, una nuova generazione di queste macchine. Globalizzazione é anche circolazione velocissima della tecnologia. L'autonomia e mobilità internazionale del capitale amplificherà questo processo finanziando crescentemente tali opportunità.

La crisi competitiva attuale non sta tanto nel fatto che l'Occidente stia perdendo quote percentuali della ricchezza mondiale a favore dei Paesi emergenti. Questo fenomeno, infatti, pur creando i precursori per una rischiosa modifica sostanziale nel futuro degli equilibri politico-strategici nel pianeta, non deprime, di per se, le opportunità di ricchezza, anzi ne accresce il potenziale in termini di volume assoluto.

La crisi competitiva dell'Occidente sta nel fatto che la globalizzazione accelera parossisticamente la dinamicità dell'economia aumentando la selettività degli accessi al mercato in misura superiore alle capacità dell'architettura politica e sociale del mercato stesso di creare le condizioni degli accessi stessi. Le opportunità aumentano, ma i cancelli per coglierle si restrigono: il potenziale di povertà accumulato dall'inerzia del modello occidentale, nelle sue diverse varianti, si trasforma in povertà reale nel momento in cui è sottoposto al giudizio di produttività e profitto comparativo da parte del nuovo capitale emergente. Non è tanto una guerra tra il mondo del bronzo e quello dell'oro (è solo il fenomeno apparente). Piuttosto è una guerra civile tra parti avanzate ed arretrate entro il nuovo dominio virtuale del capitale globalizzato.

E questo spiega il perchè stia avvenendo la selezione della quota di popolazione industriale meno competente. Grossolanamente, come citato in premessa, circa la metà della popolazione lavoratrice dell'Occidente si trova esposta alla crisi di competitività a causa di una già avvenuta crisi culturale che ne ha ridotto il potenziale sia sul piano personale che su quello delle condizioni sistemiche di accesso al mercato.

Ma per capire meglio questa crisi, anche in riferimento alla ricerca delle soluzioni, dobbiamo vedere come la nuova economia modifichi i requisiti della politica.

 

 

4. LA NUOVA AUTONOMIA DEL CAPITALE E LA CRISI DELLE GARANZIE NAZIONALI

 

Cresciuto di volume assoluto, organizzato da tecniche efficienti e libero di muoversi internazionalmente, il capitale ha trovato una propria sovranità direzionale: come efficacemente sintetizzato da Tremonti (nel libro dal titolo molto indicativo "Ricchezza senza nazioni. Nazioni senza ricchezza" ) non si fa più tassare dagli Stati, ma sceglie, legalmente, in quali Stati farsi tassare; in pochi secondi è capace di modificare la propria denominazione monetaria e di migrare da una nazione all'altra; se in un Paese il costo del lavoro è troppo alto le produzioni vengono spostate altrove dove tale costo è più basso. Ciò che il mercato pensa si trasforma immediatamente in azione dinamica spostando masse monetarie ed attività produttive verso i luoghi a maggiore probabilità di profitto indipendentemente da logiche nazionali o solidaristiche.

Inoltre il mercato globalizzato, per questo aspetto rappresentato concretamente da centinaia di migliaia di operatori finanziari, non pensa più in modi tradizionali: si basa infatti solo in parte su una razionalità costante e computabile - quella dei fondamentali economici- esibendo una propensione a forzare nuove situazioni di profitto attraverso scommesse basate su una notevole aleatorietà. Il capitale decide i propri movimenti sulla base di andamenti sempre più ancorati alla logica del proprio mercato finanziario che non del mercato in senso più generale. Per esempio, investimenti e disinvestimenti borsistici e monetari dipendono più dalla dinamica intrinseca degli indicatori e loro autotendenze aggregate che non da valutazioni realistiche sulla bontà o meno dei singoli oggetti di investimento.

Il costo della eventuale deviazione sia da criteri di salute fondamentale dell'economia sia dalle linee di scommessa prodotte contingentemente dal mercato sia dall'autoreferenzialità della sua logica è una misura grossolana, ma efficace, della perdita di sovranità economica dello Stato nazionale di fronte al nuovo dominio del capitale.

Il caso dello scioglimento del Sistema Monetario Europeo nonostante la difesa attuata dalla banche centrali delle nazioni europee, nel settembre del 1992, è un buon esempio di come non sia possibile mantenere dei valori monetari indipendenti dalle scommesse che il mercato fa su tali valori stessi. Da notare che la rottura è avvenuta quando il costo della difesa dei valori voluti delle monete é risultato intollerabile: il mercato ha comunicato agli Stati - continuando a vendere le monete che gli Stati nazionali continuavano a comprare - che se non cedevano si sarebbero sbancati. In tale senso uno Stato nazionale che vuole restare entro le regole del mercato non ha più la forza di imporre la proria volontà al mercato stesso, anche agendo di concerto con altri Stati: il mercato globale ha più capitale di quello mobilizzabile dalle nazioni.

Tale perdita di sovranità significa che gli Stati non possono più fare politiche di bilancio e monetarie indipendenti da ciò che il mercato internazionale, in quel momento, pensa sia un requisito di profitto futuro. Con il prevalere della sovranità del Capitale su quella dello Stato nazionale tende a cadere la possibilità di generare o mantenere garanzie che tutelino i cittadini indipendentemente dalla loro capacità di sopravvivere autonomamente nel mercato.

Alla cittadinanza unica si é sostituita una doppia: quella territoriale nello Stato e quella economica nel territorio virtuale del mercato globale. La prima non può più dare garanzie economiche. La seconda le da solo a posteriori, ovvero - tautologicamente- a seguito del successo individuale nel mercato stesso.

Di fatto cade qualsiasi sistema di garanzie economiche che non sia costruito entro le regole strutturali e cogenti del dominio del capitale. Per fare coincidere la cittadinaza territoriale con quella economica, lo Stato deve adattarsi ai criteri selettivi della seconda inseguendo le condizioni per una maggiore attrattività competitiva del suo territorio nei confronti del capitale stesso. Deve, cioé, trasformare la sua sovranità politica in capacità di certificare le condizioni di attrattività per il capitale: l'autonomia del capitale trasforma lo Stato nazionale da fornitore di garanzie politiche a certificatore della qualità di un investimento.

Il piccolo Stato di Singapore, infatti, non fornisce più garanzie politiche in senso tradizionale. Si dota di una difesa efficiente ed avanzata per certificare, come ogni banca, che i soldi lì investiti possono essere ben difesi. Le garanzie democratiche sono limitate dai fattori che permettono un'efficienza simile a quella di un'azienda. E questo modello si diffonde perché più efficace e flessibile di quello democratico tradizionale nel dominio del capitale globalizzato.

Nel nuovo ruolo di certificatori delle condizioni di attrattività del capitale gli Stati nazionali a configurazione centralizzata sono troppo lontani (cioé allo stesso tempo troppo grandi e troppo piccoli) dalla possibilità di poter riorganizzare in forma competitiva i loro singoli territori interni. In generale, inoltre, tutti gli Stati nazionali sono troppo piccoli per poter formalizzare entro il loro potere amministrativo diretto tutti i fattori che generano l'attrattività. Così aumenta la sovranità di fatto dei governi locali e delle organizzazioni private e la loro responsabilità certificatrice oggettiva. I sistemi nazionali che non riempono velocemente le autonomie locali con reali capacità di riorganizzazione del territorio, sono destinati a perdere competitività sistemica.

Ma il riaggiustamento istituzionale è solo una piccola parte della figura: le comunità locali nel loro complesso devono costruire in forma consensuale le condizioni specifiche per attrarre, o mantenere, il capitale. Ciò implica nuove forme di patto sociale: il contratto di investimento per aree locali.

Per esempio, a Spartanburg, nella Carolina del Nord l'intera comunità ha recentemente costruito un accordo di attrattività del capitale che implifica modifiche complesse del regime di proprietà dei terreni, della finanza pubblica locale e delle infrastrutture: la BMW ha trasferito lì il suo nuovo impianto per l'America perchè trovava condizioni certificate di attrattività superiori a quelle offerte da altri Stati dell'Unione. Così la BMW può produrre auto al 30% in meno che non in Baviera, nonché garantirsi contro i rischi di un valore elevato del Marco sul Dollaro, e i residenti della Carolina hanno una nuova opportunità per guadagnare più dei 6 dollari all'ora, circa, elargiti dall'industria locale del pollame.

La Motorola, alla fine del 1994, ha programmato un nuovo impianto nell'Illinois invece che nel Wisconsin perché il primo è riuscito a tenere più basse le tasse che non il secondo.

Il cedimento di sovranità dello Stato nazionale al nuovo Dominio del capitale si trasforma in cedimento di sovranità di fatto ai singoli territori sub-nazionali che sono i veri organizzatori dei nuovi requisiti di certificazione per l'attrattività e mantenimento locali del capitale. Il fenomeno della Lega Nord in Italia e la sua campagna federalista in Italia sono un tipico caso di conflitto tra regole nazionali divergenti dai requisiti locali di attrazione e manutenzione del capitale e del suo valore aggiunto.

Gli Stati, volendo, hanno ancora una sufficiente sovranità formale per mettere barriere all'autonomia ed alla globalizzazione del capitale per evitare trasferimenti negativi della ricchezza dal loro territorio. Ma il ricorso a tale soluzione implicherebbe una punizione sistemica maggiore del vantaggio settoriale contingente. Resta loro, quindi, l'unica opzione di far assumere al loro territorio ed alla loro gente un assetto competitivo entro le regole del mercato globale. Ma proprio per questo motivo non possono più fornire garanzie economiche né dirette né indirette ai loro cittadini che ne diminuiscano la competitività secondo le regole del mercato aperto.

E tale crisi oggettiva delle garanzie solidaristiche nazionali riguarda sia i sistemi di Stato sociale tipici del modello europeo occidentale sia quelli liberisti, tipo gli Stati Uniti. La nuova economia ha reso inadeguate tutte le varianti nazionali di architettura politica del mercato che si erano affermate nel recente passato.

 

 

 

5. LA CRISI DELLA POLITICA

Il contratto liberista, tradizionalmente, non fornisce garanzie economiche dirette, ma solo indirette. Lo Stato nazionale offre ai propri cittadini, in cambio delle tasse, la tutela politica della libertà del mercato assumendo implicitamente che essa sia sempre un fattore favorevole alla crescita della ricchezza della nazione e quindi alla grande massa dei cittadini stessi. Di fatto la libertà del mercato non é più una garanzia economica indiretta che possa essere credibilmente offerta a tutti i cittadini di una specifica nazione. La circolazione del capitale non é più dentro le nazioni e non può essere governata su base nazionale. Può solo essere attratta in forma competitiva. Il contratto sociale liberista è, quindi, entrato in una crisi di generalità entro i confini delle nazioni.

Il contratto socialista è entrato, invece, in una crisi finale sia nelle sue varianti di socialismo totale (tipo il modello della socialdemocrazia svedese) che in quelle di capitalismo sociale adottate dalla maggioranza dei Paesi europei. In tale tipo di contratto lo Stato offre ai cittadini garanzie economiche dirette fornendo accessi generalizzati alla ricchezza attraverso leggi redistributive. Il capitale si è ribellato al capitalismo burocratico dello Stato sociale in due modi principali: riproducendosi in quantità minori per depressione sul piano dell'efficienza e, più recentemente, migrando legalmente o illegalmente nel nuovo territorio del mercato globale. Così gli Stati sociali non possono più finanziare, se non con debito crescente ed enormi costi opportunità, gli accessi di diritto alla ricchezza per la loro incompatibilità con le vecchie e nuove regole del capitalismo. La crisi del contratto socialista non é solo di generalità delle garanzie, ma riguarda la sua struttura fondamentale.

Quindi la crisi delle garanzie in Europa è doppia: gli Stati sociali sono costretti, in teoria, a passare ad una configurazione liberista per evitare la catastrofe e così facendo devono rinunciare a fornire le loro garanzie tradizionali o ridurle. Ma il passaggio al libero mercato può solo fornire garanzie che la creazione della ricchezza sia più efficiente, ma non che la distribuzione di essa diventi un vantaggio per tutti.

La crisi delle garanzie, inoltre, deprime le risorse politiche tradizionali in assoluto.

Ciò comporta la crisi di impotenza della politica tradizionale nell'Occidente. Non ha risorse di modello per fornire garanzie generalizzate. Governi sia di sinistra che di destra sono forzati ad un neo-pragmatismo competitivo: si ri-nazionalizzano cercando di compensare la cessione di sovranità economica al mercato globale dando un supporto strategico alla propria economia nazionale. E ciò aumenta la conflittualità potenziale tra le nazioni ed aggregati regionali di esse che era rimasta latente e regolata nel passato. Il rischio è che le nazioni ricche comincino una guerra tra poveri invece che cooperare per rinnovare la propria ricchezza.

La produzione di idee politiche diventa più irrealistica e più lontana dalla gente non solo per la tipica autonomia dei suoi riti, ma proprio perché mancano le idee. La sinistra non riesce a trovare alternative al suo modello garantista e genera formule ambigue che semplicemente mascherano il ricorso al tradizionale e fallimentare sistema redistributivo.

Il liberismo ripete che i difetti del mercato esistono perché il mercato non é ancora del tutto libero rifiutando così di produrre un'evoluzione teoretica e tecnica del liberismo stesso. Ad ogni crisi del mercato si risponde dicendo di immettere più libertà nel mercato stesso. Il serpente si mangia la coda. La crisi delle garanzie mette in crisi la politica e tale crisi alimenta quelle delle garanzie stesse.

Ma cerchiamo, ora, di capire meglio il complesso dei fattori della crisi distributiva e le possibilità della sua soluzione analizzando un caso concreto.

 

6. LEZIONI DALLA TRANSIZIONE NEGLI STATI UNITI

Come già trattato per cenni in un paragrafo precedente, negli Stati Uniti la crisi del capitale ha cominciato ad impoverire la popolazione già dai primi anni 70 per l'invecchiamento intrinseco dell'architettura sociale ed organizzativa del mercato nazionale. Negli anni 80 e 90 tale crisi culturale del capitale si é trasformata velocemente in crisi competitiva sia per l'assenza di barriere ed ammortizzatori sociali sia per la natura molto evoluta della sua economia tecnica che ha reso feroce la guerra civile tra nuovo e vecchio regime del capitale. Il caso ha qui interesse perché é un esempio di autoriforma del capitale che anticipa i fenomeni di crisi e riforma del capitale stesso per altre aree dell'Occidente. Vediamone alcuni dettagli per capire quali lezioni se ne possono trarre.

La società del sogno americano era profondamente mutata: degrado del capitale umano sia in termini educativi che di attivismo economico; sistemi produttivi senescenti e costosi; invecchiamento infrastrutturale in molte parti del Paese. La società, dagli anni 60 in poi, era regredita in termini di capacità di costruire i fattori non-economici che sono precursori sia della produttività del capitale sia della partecipazione di massa alle conseguenze della produttività stessa in termini di ricchezza distribuita.

Agli inizi degli anni 80 l'amministrazione Reagan ha cercato di stimolare il sistema deregolamentandolo. L'America tentava la riforma del capitale facendogli assumere un assetto più competitivo. Alla crisi del mercato si rispondeva immettendo più libertà nel mercato stesso.

La forma più generale e generica della competitività consiste in una riduzione progressiva dei prezzi e quindi dei salari per quelle produzioni dove la componente lavoro incide di più nonché nel licenziamento della forza lavoro superflua. Nel libero mercato i salari sono più flessibili alle condizioni reali dell'economia di quanto lo siano in condizioni di mercato protetto e risentono più velocemente dei mutamenti. Ciò spiega, in buona parte, l'accelerazione del declino dei redditi degli occupati a tempo pieno e, in generale, il mutamento negativo delle condizioni di lavoro negli Stati Uniti, nonostante la lunga crescita degli anni 80 e la fine della recessione nel 1991 (salari medi degli occupati maschi a pieno tempo da 31.101 dollari nel 1992 a 30.407 nel 1993; da dipendente a lavoratore temporaneo ed aumento delle ore lavorative senza aumento proporzionale del salario, ecc.). Spiega anche perché cresce la quantità di poveri e di soggetti della classe media che hanno peggiorato le proprie condizioni di vita nonostante l'aumento degli occupati e della crescita complessiva dell'economia: dal 1992 al 1993 la quantità di persone classificate in condizioni di povertà é passata dal 14,8% al 15,1% della popolazione; 1,1 milioni di cittadini non hanno più sottoscritto l'assicurazione sanitaria. In sintesi, il fenomeno di restringimento ed impoverimento della classe media sembra avere assunto un carattere endemico.

La crisi si è concentrata sulla parte più debole della popolazione. La ricchezza complessiva creata ha aumentato i redditi di chi era già ricco. Il 20% della popolazione classificata nella fascia più alta del benessere ha accresciuto la sua quota percentuale sul reddito totale delle famiglie americane dal 1970 in poi: dal 42,8% al 48,2%.

La regressione è basata sulla riduzione assoluta dei posti di lavoro nel settore manifatturiero (solo il 16% sul totale degli occupati nel 1994) e dal simmetrico rigonfiamento del settore dei servizi. La struttura produttiva americana si è configurata per creare ricchezza contraendo la scala della propria struttura industriale e, entro tale processo, riducendo al minimo i costi delle imprese sia eliminando posti di lavoro sia automatizzando il più possibile le procedure.

La disoccupazione, nel 1994, si è ridotta attorno al 5%, condizione di quasi piena occupazione statistica, ed in due anni sono stati creati milioni di nuovi posti di lavoro. Ciò significa che vi é stato un enorme trasferimento di manodopera dal manifatturiero, cioé l'industria che fa oggetti, al settore dei servizi.

Ma i neo-occupati nei servizi bassi (grande distribuzione, ristoranti, ecc.) si sono ritrovati in condizioni salariali e di stabilità contrattuale inferiori. Potranno certamente avere aumenti di paga. Per esempio in Carolina del Nord e Texas i camerieri a mezzo tempo strappano un paio di dollari in più all'ora perchè lì il mercato locale del lavoro é saturo. Ma la base salariale resta bassa ed il contratto di lavoro molto aleatorio.

Il 70%, circa, dei nuovi posti di lavoro creati nel 93 e 94 dalla ripresa economica riguardano il settore medio alto dei servizi (supervisori di filiale, agenti di commercio, ecc.). Inoltre in questo settore si registra un aumento dei redditi. Ma la stessa velocità con cui la ripresa ha creato in questo settore le nuove opportunità ed una dinamica salariale specifica, contrapposta a quella stagnante o discendente instauratasi nei 15 anni precedenti, potrebbe rivelarsi distruttiva e selettiva in egual misura contraria nel caso di nuova recessione. In tal senso la fisarmonica della ricchezza nel settore medio-alto dei servizi potrebbe sia aumentare il proprio arco di contrazione ed estensione e la frequenza delle compressioni e decompressioni.

Il punto riguarda proprio il mantenimento o meno di una struttura industriale diffusa e competitiva. Avendo già cominciato la ristrutturazione del proprio sistema prima di qualsiasi altro Paese avanzato, certamente gli Stati Uniti hanno maturato un vantaggio temporale sul piano dell'efficienza industriale e quindi una posizione comparativamente migliore in riferimento alle nuove opportunità della globalizzazione. D'altra parte, semplificando di molto, la contrazione del manifatturiero dimostra che il capitale si è riprodotto in tale reindustralizzazione con caratteristiche intensive e non estensive. E tale intensività ha ridotto, o comunque reso più aleatorio, il potenziale di ricchezza della classe media.

Ma i risultati della cura selettiva cominciano a dare i primi frutti. Alla fine del 94 il deficit commerciale da segni di possibile rallentamento. La velocità della creazione di tecnologia ha ritmi parossistici. Alcuni Stati dell'Unione dimostrano capacità certificative per l'attrattività del capitale su scala mondiale e non solo locale. Molti di essi, inoltre, riescono ad usare la loro autonomia federale per ricostruire nei singoli territori quelle condizioni di sviluppo che il sistema generale non é più in grado di trainare (per esempio quelli del Sud-Est).

I cinesi ricchi lasciano la madrepatria e si riuniscono ad antichi parenti in California non per la maggior redditività assoluta del capitale, ma per condizioni migliori di vita e di stabilità degli investimenti. Nel medesimo tempo i californiani discutono leggi che impediscano gli accessi ai servizi pubblici per gli immigrati poveri dal mondo ispanico. L'America ricomincia ad importare ricchezza ed a ritrasformare in capitale monetario l'efficienza delle sue istituzioni. Comincia, inoltre, ad esportare più merci e a trasformare in denaro sul mercato civile l'investimento di 50 anni di ricerca avanzata per tecnologie militari esclusive e nelle scienze sperimentali.

In sintesi, nel libero mercato americano il capitale ha risposto alla nuova sfida competitiva riorientandosi molto velocemente verso una maggiore efficienza ed investendo il più possibile in innovazione. Il rinnovamento é avvenuto attraverso una selezione brutale della componente meno dotata della popolazione, ovvero attraverso una soluzione-selezione naturale al problema del rinnovo continuo del capitale umano.

Il capitale ha prodotto una nuova diffusione della ricchezza accelerando il più possibile l'evoluzione della sua efficienza: é un modello di autoriforma del capitale. Ma la transizione è stata ed è caratterizzata da prezzi sociali formidabili. La dinamicità e selettività della nuovo ciclo del capitale autoriformato si trasforma in ansietà endemica della popolazione che percepisce l'incertezza del futuro economico indipendentemente dai guadagni correnti. Anche se la società ha ripreso a scrivere da se la propria teoria inventando nuovi lavori e nuove frammentazioni del lavoro, tuttavia capisce che il modello dell'autoefficienza lascia sempre aperte la porta ad irruzioni improvvise del fantasma della povertà. L'incanto del sogno americano non si é rinnovato per questo motivo, pur nella tendenza robusta verso una nuova crescita economica.

Dal caso americano possiamo trarre una lezione. Il modello liberista è certamente efficace, ma deve essere integrato con dei meccanismi di reinvestimento che allarghino invece di contrarre la base industriale complessiva. La soluzione solo parziale, infatti, della crisi distributiva si è basata sul fatto che per riprendere più efficienza il capitale ha dovuto mangiare una parte di se stesso. Ha dovuto reindustrializzarsi allo stesso tempo deindustrializzandosi. Evidentemente gli è mancato qualcosa sul piano dell'investimento. E il tot che è mancato si è tradotto in distruzione equivalente di capitale umano nel recupero di efficienza.

Per lo meno abbiamo un caso che ci indica chiaramante che per impostare una strategia di riforma del capitale in senso liberista è fondamentale capire che cosa sia e come possa essere generato questo tot che eviti la deindustrializzazione mentre avviene la reindustrializzazione.

Ma prima di affrontare questo punto é utile vedere quale sia lo scenario per l'Europa del capitalismo sociale.

 

 

 

7. EUROPA IN TRANSIZIONE: LA POSSIBILE SOMMA DI

TUTTE LE CRISI

 

Nell'Europa occidentale il fantasma della povertà evocato dalla globalizzazione e dalla nuova selettività dell'economia si sta manifestando solo di recente perché il mercato del vecchio continente ha mantenuto una configurazione più protetta e regolamentata di quello americano (Regno Unito a parte). Ma questa difesa contro la nuova economia competitiva ha avuto costi formidabili.

Negli ultimi 15 anni i sistemi redistributivi degli Stati sociali europei hanno concorso alla formazione dei prodotti lordi nazionali in misura di circa il 50%: ciò significa che metà dei capitali nazionali prodotti ogni anno (contro il 30% di Stati Uniti e Giappone) é stata fatta circolare con criteri solidaristici e protezionistici non selezionati dal requisito del profitto e dell'investimento strategico. Tale regime poco efficiente ed efficace del capitale é stato la causa principale del basso tasso di crescita dell'economia europea e della conseguente alta disoccupazione.

La crisi culturale del capitale in Europa assume la forma di depressione burocratica dell'efficienza del capitale stesso. La minore libertà si è tradotta in minore efficienza del capitale. La socializzazione dell'economia, in Francia, Germania ed Italia, ha garantito i redditi degli occupati, ma ha creato minori opportunità di occupazione. Come ben detto da Luigi Campiglio, l'Europa è attualmente la parte perdente nella competizione tra le potenze industriali dell'Occidente.

L'Europa delle garanzie ha fabbricato disoccupati, ma non ancora sotto-occupati o poveri totali come in America. Il disoccupato era ed è un trasferimento di costo dal bilancio dell'impresa a quello dello Stato. Grazie a questo trasferimento l'impatto della povertà reale è stato posposto perché scaricato sui costi generali delle collettività nazionali, cioè su un circuito a selettività differita. Ma, appunto, solo differita, non evitata.

Lo Stato sociale di tipo europeo continentale è stato disegnato sulla base della scommessa che un consistente sistema di protezioni economiche dirette (assistenziali) ed indirette (protezionistiche) avrebbe dato, finanziando in forma estesa la domanda dei beni di consumo, un impulso al mercato ed alla diffusione sociale della ricchezza riducendo nel futuro il ricorso alle garanzie stesse. Ma la crescita economica inferiore al potenziale occupazionale generata proprio dai vincoli protezionistici e solidaristici alla riproduzione del capitale ha aumentato i cittadini-costo e fatto diminuire i cittadini-profitto. Tale sbilanciamento si è trasferito con segno negativo sui bilanci degli Stati provocando sia un assetto strutturalmente debitorio in essi sia, più importante, l'impiego di quote crescenti di ricchezza nazionale per il finanziamento dei cittadini-costo e non per l'investimento a favore della modernizzazione competitiva del sistema industriale e dei suoi precursori sia formativi che di base tecnologica. Quest'ultimo fenomeno, in particolare, ha creato un numero crescente di poveri potenziali in termini di sopravvivenza artificiale nel presente in settori non competitivi nel prossimo futuro.

Oltre alla depressione tecnica del ciclo del capitale, il protezionismo economico ha drogato la relazione tra società e mercato: le elevate garanzie dei disoccupati e degli occupati protetti hanno reso razionale la scelta di perpetuare l'assistenza piuttosto che aumentare l'attivismo economico individuale. La protezione indiretta ha reso più razionale rispondere alla selettività del mercato ricoprendosi sul piano della tutela sindacale che non su quello della maggiore competitività. La razionalità economica, appunto, é stata drogata in senso illusorio: la perpetuazione del finanziamento della crisi culturale, invece che un nuovo investimento delle sue soluzioni, ha moltiplicato la vulnerabilità dell'Europa di fronte alla crisi competitiva.

La formazione del Mercato Unico, vera e propria micro-globalizzazione intraeuropea, l'insostenibilità della progressione del debito pubblico e la crescente difficoltà tecnica e politica di mantenere barriere protezionistiche contro l'evoluzione della nuova economia globale stanno tasformando il potenziale di povertà cumulato nel passato in un fenomeno reale forzando in tempi brevi il riadattamento del sistema produttivo europeo alle nuove condizioni di selettività del mercato e, quindi, di selettività sociale. Nella prima metà degli anni 90 l'Europa si è presentata nelle condizioni peggiori all'appuntamento con la nuova economia globale: una struttura industriale appesantita da costi eccessivi e poco moderna in gran parte dei suoi settori, un circuito inefficiente del capitale, un costo del denaro superiore al tasso di crescita economica, obblighi solidaristici di spesa pubblica non correlati alla creazione reale della ricchezza, un sistema sociale abituato a garanzie protezionistiche e poco predisposto ad accettarne una riduzione, nonché un forte invecchiameno demografico medio.

Inoltre le sue nazioni portanti hanno crisi specifiche di modello che aggravano quella complessiva: Francia e Italia sono strutturalmente vulnerabili sul piano del centralismo e del protezionismo interno. La Germania é meglio strutturata sul piano delle autonomie locali, ma si ritrova appesantita da un regime di garanzie sostenibile solo con crescite astronomiche dell'economia, improbabili pur nel trend positivo della metà degli anni 90.

Ciò significa un'alta probabilità che l'impatto della globalizzazione e della nuova competitività provochi un numero elevato di espulsioni dal mercato e quindi un picco di nuovi cittadini-costo da garantire. Una crescente percentuale degli europei è esposta allla visita del fantasma della povertà e serve veramente un grosso esorcismo, o un enorme colpo di fortuna geoeconomica, per evitarla.

Per contrastare la tendenza verso il dissesto finanziario gli Stati, non più economicamente sovrani, dovranno ridurre le garanzie sociali sia di tipo diretto che indiretto esponendo la società europea agli stessi fenomeni di regressione e tendenza alla polarizzazione della ricchezza che già da tempo si osservano nel meno garantista sistema americano, oltre che in quello inglese.

Il Regno Unito, dando il potere direzionale ai fautori del capitalismo liberista, negli anni 80 e primi 90, ha tentato di sfuggire alla crisi di depressione del capitale generata dai pesi redistributivi dei governi labouristi. Questo é un esempio di anticipazione della crisi delle garanzie affinché essa non si trasformi, successivamente, in una catastrofe finale. Ma l'Amministrazione Tatcher è arrivata troppo tardi. Ha tolto garanzie quando la società inglese non era più sufficientemente vitale, industrializzata e competente per cogliere l'opportunità della liberalizazione. E il capitale, nell'isola, dopo la depressione si é ammalato di solitudine perché non rigenerato estensivamente dai suoi precursori sociali. E, come negli Stati Uniti anche se a minor scala, l'efficienza del capitale conquistata attraverso la liberalizzazione ha dovuto rimandare alla generazione successiva la speranza di ricostruzione della catena complessiva della ricchezza nazionale. Terapia giusta, ma malato moribondo.e quindi tempi lunghissimi di guarigione. D'altra parte la cura opposta in termini di pillole redistributive, nelle stesse condizioni, avrebbe certamente depresso l'autoriforma del capitale sul piano della sua efficienza, deindustrializzando definitivamente, per altra via, il Regno e arricchendo con nuovi tipi la sua tradizionale densità di fantasmi.

Il modello europeo continentale è forzato a cambiare se vuole usare le risorse residue per finanziare l'autoefficienza del capitale piuttosto che la sua decadenza, soprattutto in Francia, Germania e Italia. La crescita economica della metà degli anni 90 potrebbe agganciare il mercato europeo alle nuove opportunità della globalizzazione attutendo le conseguenze sociali della transizione verso una maggiore efficienza economica.

Ma anche se questo avviene, la scala di tale possibile ricapitalizzazione nel prossimo futuro non è tale da sostenere i costi di inefficienza del sistema, che deve cambiare per forza nella sua struttura profonda. E tale cambiamento comunque genererà per un certo tempo un picco di espulsioni dal mercato. Se il tempo di riadattamento è troppo lungo e se la maggioranza sociale entra in uno stato di ansia endemica saranno inevitabili pressioni protezioniste.

Nella struttura politica europea questo significa rischio di neo-nazionalismo e di protezionismo garantista, nonché di una combinazione tra i due, ovvero il rischio di un mantenimento o, perfino, di ricarico dei pesi redistributivi a scapito della ripresa di efficienza del capitale.

L'Europa ha una struttura politica delicata e quindi meno tollerante a crisi prolungate del capitale. D'altra parte questo è noto ai governi europei e potrebbe favorire un maggiore livello di cooperazione riassicurativa reciproca. Bisogna vedere, poi, se tale capacità integrativa è usata per finanziare la decadenza o il futuro.

Comunque, spinto dalla nuova autonomia del capitale, lo scenario europeo sembra muoversi verso quello americano, visto sopra, candidandosi a viverne con circa 20 anni di ritardo i fenomeni di crisi distributiva, ma senza una alta probabilità di velocità nella ripresa dell'efficienza. Già ammalato di depressione, il modello di capitalismo sociale europeo rischia anche la polmonite, con complicazioni.

La riforma del capitale in Europa, ed il rinnovo della rivoluzione distributiva, sembra molto più complessa che altrove.

 

 

 

8. VALUTAZIONE COMPLESSIVA DELLA CRISI ED IMPOSTAZIONE DELLA STRATEGIA DI RIFORMA

Cerchiamo di riassumere i punti già detti della crisi del capitale in Occidente trasferendone il significato entro uno scenario storico e geopolitico più ampio.

Il mondo, sia reale che virtuale, si è ingrandito improvvisamente agli inizi degli anni 90 presentando all'Occidente una nuova sfida competitiva. La stessa cosa è successa all'Impero Britannico un secolo fa: grande sviluppo economico e strategico nell'800, lenta implosione della catena interna della ricchezza nella prima parte del nuovo secolo e parallela cessione di potere economico e strategico all'America emergente. L'Occidente sta cedendo ricchezza alla nuova Asia ed agli altri Paesi emergenti, per esempio quelli del Sud America. India e Cina che insieme formavano la metà del mercato mondiale nel 1700 stanno riprendendosi quella quota che era stata erosa dalla tecnologia ed aggressività economica delle potenze europee.

In questi casi di sostituzione evoluzionistica dei poteri strategici ed economici la parte geopolitica ricca e cedente continua a far crescere la propria ricchezza per un po', ma a ritmi decrescenti fino alla stagnazione, poi deindustrializzazione, o equivalente, e decadenza. La storia é densa di tali fenomeni di nascita, sviluppo, decadenza e sostituzione.

L'Occidente ha proprio iniziato questa fase. Cede quote di ricchezza complessiva al mondo emergente, la sua ricchezza cresce, ma a ritmi bassi. La ricchezza perduta nel trasferimento non viene compensata da un tasso di autocrescita equivalente, non tanto in forma finanziaria, ancora, quanto in termini di potenziale industriale.

I Paesi dell'Occidente stanno riducendo il loro volume assoluto di industrializzazione. Il capitale, lì dove non resiste temporaneamente attraverso protezionismi (comunque suicidi), è forzato a ritrovare efficienza competitiva riducendo la scala della propria organizzazione industriale. I prodotti vengono fatti meglio da meno lavoratori: funziona, ma al costo di una deindustrializzazione di scala compensata solo apparentemente ed aleatoriamente dalla crescita dei servizi, dal successo di alcuni settori industriali e dalle rendite finanziare del capitale cumulato durante la fase alta dello sviluppo iniziale. Inoltre tali rendite finanziarie avvengono in misura crescente come guadagno di capitale investito nei Paesi emergenti grazie all'economia globalizzata ed alla nuova autonomia del capitale senza frontiere. Il capitale ritorna sul territorio di origine, me l'investimento sempre di meno. E tale fenomeno è un fattore di deindustrializzazione.

Il vuoto industriale relativo viene riempito dai nuovi competitori. Teoricamente questi ultimi dovrebbero, diventando più ricchi, importare merci sofisticate dai Paesi cedenti. Infatti ciò accade. Ma il ciclo di ritorno è compromesso dal fatto che nei Paesi cedenti, comunque, tende, appunto, a rimpicciolirsi la struttura industriale ed il capitale umano non si rinnova in tempo utile per una compensazione sistemica verso orizzonti più avanzati ed innovati di di reindustrializzazione. Parte della popolazione lavorativa resta in aree depresse del mercato e l'economia più selettiva rende intrinsecamente aleatorie le condizioni di ricchezza. Inoltre i nuovi poveri e sottocapitalizzati e i ricchi, ma incerti, non ritrovano nelle istituzioni e nella cittadinanza territoriale una struttura di garanzia. Ed ecco perchè si avvera la crisi distributiva ( e delle certezze) nei paesi dell'Occidente.

In questo quadro la componente geopolitica della globalizzazione è certamente rilevante come momento selettivo che trasforma da potenziali in reali sia la crisi culturale sia quella delle garanzie e della politica. Ma, come già argomentato, la competizione dei Paesi emergenti è solo un selettore, non la causa della selettività.

Infatti la reale portata della crisi distributiva del capitale nell'Occidente deve essere misurata in riferimento al come le sue nazioni, e i cartelli di esse, affronteranno la transizione verso i nuovi requisiti di competitività globale. Il problema non è nella nuova evoluzione mondiale dell'economia e nel fatto che più di 50 nuovi Paesi e quasi 3 miliardi di nuovi consumatori abbiano fatto irruzione, in pochi anni, nel mercato: questo è un fattore di nuova ricchezza potenziale per tutti. La vera regressione potrebbe avvenire se i Paesi ricchi non fossero capaci di reindustrializzarsi in modo da cogliere l'opportunità della crescita della domanda mondiale.

La crisi di decadenza avverrebbe se i Paesi cedenti reagissero alla nuova situazione utilizzando la loro ancora enorme ricchezza residua per finanziare la propria crisi invece del cambiamento interno in forma di reindustrializzazione e precursori non-economici di essa (che é ciò che definiamo come architettura politica del mercato).

Sarebbe, poi, il disastro per tutti se si costruissero nuove barriere protezionistiche o se si accendessero guerre commerciali. Bisogna evitare un nuovo conflitto tra la società del disincanto e quella del nuovo incanto, nonché tra le diverse situazioni nazionali cedenti. Il conflitto tra cedenti ed emergenti sarebbe perduto dai primi o la vittoria avrebbe costi inaccettabili sul piano della sicurezza e delle condizioni generali del pianeta. Quello tra i cedenti deprimerebbe, alla lunga, la speranza di ricchezza di ciascuno.

A questo, come criterio di valutazione, si aggiunga il fatto che la decadenza dell'Occidente significherebbe decadenza dell'asssociazione tra capitalismo e democrazia che é un prodotto specifico dell'unicità evolutiva dell'Occidente stesso. Tale associazione è esportabile nella storia (si pensi all'occidentalizzazione del Giappone), ma non necessariamente una conseguenza spontanea della storia stessa. La decadenza renderebbe generalizzato il successo di quei capitalismi che si sviluppano in assenza di democrazia e che, correntemente, si dimostrano complessivamente più efficienti, anche perché liberi dai costi di una forma complessa della politica, quali il capitalismo asiatico o il capitalismo corporativo. Inaccettabile, e non ci interessa l'accusa di etnocentrismo nell'esprimere tale valore.

Comunque la portata della crisi del capitale va valutata in termini relativi e non assoluti. Stabilito che nei Paesi ricchi una quantità crescente di popolazione viene e verrà espulsa dal ciclo dell'economia estensiva del passato e dal regime delle garanzie economiche dirette ed indirette, bisogna vedere quanta parte di essa potrà essere riassorbita dalla nuova economia. e come. Bisogna vedere, considerando i cicli sociali naturali, anche quanti giovani si trovano in condizioni di accesso e quanti no, e a cosa. Su il come la transizione avviene si decide se la tendenza possa essere di reindustrializzazione e rinnovo degli accessi di massa alla ricchezza, trainata dall'esplosione della nuova domanda globale, o di deindustrializzazione e polarizzazione della ricchezza, verso la decadenza.

Le cattive notizie al riguardo sono che l'Occidente ed i suoi singoli Paesi non hanno più una vitalità strutturale sufficiente per affidarsi ad un riaggiustamento naturale che risolva il problema per tutti e presto: senza correzioni, infatti, il sistema è destinato alla polarizzazione della ricchezza e quindi a rimandare lontano nel tempo una nuova rivoluzione distributiva, intanto sacrificando un'intera generazione e forse, per questo motivo, pregiudicando il proprio futuro complessivo. Quindi il superamento della crisi distributiva, come già enfatizzato in premessa, non potrà essere spontaneo, ma dovrà essere governato e basato su una riforma rivoluzionaria dell'attuale architettura politica dei processi economici.

La buona notizia é che esistono ancora risorse sufficienti, esaltate dalla crescita economica in atto, per finanziare il futuro se si smette, nel dominio della politica, di perseguire un atteggiamento inerziale che le usa per finanziare il passato.

La riforma politica dell'economia per riconciliare su basi nuove, e non incidentali, efficienza e distributività del capitale si basa su tre obiettivi principali, inrinsecamente connessi l'uno con l'altro:

(a) la riforma dell'architettura politica del mercato internazionale: sono evoluti un nuovo mercato globale ed una nuova autonomia del capitale in esso, ma l'architettura politica di tale nuovo mercato non esiste ancora e quella precedente si è frammentata. Questo gap tra nuovo mondo del capitale e la sua organizzazione politica deprimono il potenziale di creazione della ricchezza non generandone volumi complessivi sufficienti affinchè i suoi trasferimenti geografici non si trasformino in guadagni per qualcuno e perdite per altri. La nuova architettura politica del mercato internazionale dovrebbe creare più capitale in assoluto, senza inflazione, trasformando il gioco dei trasferimenti territoriali di ricchezza da negativo in positivo. In particolare dovrebbe trainare, sul piano delle condizioni internazionali, una reindustrializzazione nei Paesi a sviluppo maturo che sono a rischio di deindustrializzazione ed allo stesso tempo rendere più solida la nuova industrializzazione dei Paesi emergenti.

(b) la riforma del contratto sociale: la creazione e distribuzione del capitale si basa sui precursori non-economici che riguardano il complesso delle condizioni che mettono in grado gli individui di essere competenti nel mercato e di avere accesso ad un'economia vitale. Il contratto sociale, nei pur diversi modelli del capitalismo occidentale, non fornisce più condizioni di base sufficienti affinché gli individui trovino la formazione e le opportunità necessarie per accedere al mercato in termini di massa. Il contratto è diventato selettivo e deve essere riformato per farlo tornare estensivo. Significa passare ad un contratto di investimento che generi condizioni sistemiche ed individuali capaci di dare più competenza ed opportunità a più gente.

(c) la riforma del tempo: il tempo è una convenzione elaborabile politicamente e culturalmente e non un dato fisso. L'economia moderna estrae dal futuro le sue risorse per il presente. Ma l'attuale organizzazione politica e simbolica del futuro, particolarmente in Europa, crea un tempo del capitale che non è pienamente sfruttato in termini di risorsa moltiplicativa per il ciclo degli investimenti sugli individui e le cose o che perfino genera una contrazione della sfera degli stessi. Il tempo va riformato nel senso di una maggiore influenza sul presente da parte del futuro per dare più dinamicità, ottimismo e fiducia alla creazione del capitale.

Ci si permetta un'allegoria. Mondo, contratto e tempo sono, rispettivamente, la strada, il motore ed il carburante necessari al viaggio del capitale verso una nuova rivoluzione distributiva. La strada del mercato internazionale deve essere ripavimentata, il motore del contratto revisionato e nuovo carburante, come investimento sul futuro, deve essere reperito.

 

 

 

9. LA RIFORMA DELL'ARCHITETTURA POLITICA DEL MERCATO INTERNAZIONALE

9.1. Il principio del vantaggio relativo costante

Il meccanismo più classico di creazione della ricchezza consiste nel fare mercato allargandone l'area ed integrando i fattori interni del ciclo economico. Quindi l'architettura politica di un mercato é un fattore critico di creazione della ricchezza e le sue diverse configurazioni ne possono generare di più, di meno o distruggerla. Il problema della reindustrializzazione delle nazioni avanzate implica un'architettura politica del mercato internazionale che generi una sovracapitalizzazione dei loro potenziali economici-industriali residui. Vista la situazione di sviluppo maturo in tali Paesi, il problema si può risolvere solo creando più mercato ed integrazione in quei settori dove il livello tecnologico non é facilmente raggiungibile dalla competizione dei Paesi emergenti e dove é possibile elaborare più valore aggiunto.

Questo non vuol dire perseguire l'obiettivo di distanziare la concorrenza globale in senso assoluto. La circolazione mondiale della conoscenza é ormai velocissima ed una volta che un prodotto viene immesso nel mercato, dopo pochi anni la sua tecnologia può essere ricostruita ed innovata anche in luoghi dove la competenza per farlo non si é storicamente cumulata. Ma significa mettersi in condizione di mantenere un vantaggio relativo costante. Tale vantaggio implica il creare continuamente nuovi tipi di industria e di prodotti caratterizzati da un differenziale tecnologico che per un certo periodo non li renda suscettibili di competizione da parte di aree e produttori che si avvalgono di un minor costo del lavoro. In altre parole, si tratta di creare le condizioni per cui i Paesi avanzati siano in grado di mantenere un'ampia base industriale non erosa dalla competizione da parte di aree meno sofisticate e che, soprattutto, risulti attrattiva per redditività del capitale.

Scartando a priori l'opzione suicida di mettere barriere ai transiti delle merci e del capitale ciò implica il mantenimento di un forte differenziale qualitativo costante tra Paesi avanzati e Paesi emergenti basato sulla capacità dei primi di generare nuovo sviluppo.

Il sistema mondiale dell'economia verrebbe caratterizzato come una grande gara ad inseguimento in cui i competitori mantengono un ritardo, ma monetizzano questo ritardo ereditando la produzione delle merci quando esse sono mature, ma ancora commerciabili a prezzi più bassi. Il gioco é positivo se si trasferiscono (o si abbandonano) le produzioni quando diventano fattibili da altri a costi inferiori passando velocemente ad una generazione tecnologica superiore. In tal senso la densità industriale aumenterebbe sia nei Paesi emergenti sia in quelli avanzati.

La figura, in realtà, é molto più complessa di quanto qui la esemplifichiamo. Le capacità produttive, per esempio, saranno sempre più multinazionali e non nazionali. Il sistema ciclo-prodotto, poi, è governato da logiche industriali non facilmente dominabili entro un'architettura politica liberista del mercato. Tuttavia tale complessità tenderebbe ad autorisolversi se un nuovo sviluppo dei Paesi già sviluppati creasse un differenziale di fatto con quelli che inseguono.

Si tratta, in sintesi di arrivare in una condizione dove le basi industriali dei Paesi avanzati producano in modo remunerativo cose correlate all'alto costo della vita e non cose esposte alla competizione di chi può produrle in territori dove il costo della vita, e quindi del lavoro, è molto minore, senza per altro togliere a questi ultimi le opportunità di sviluppo (anche per evitare conflitti).

I requisiti per arrivare ad una tale situazione sono molti. Ma uno dei più importanti riguarda la necessità di integrare il mercato dei Paesi avanzati affinché possano essere raggiunte la scala economica e la massa critica necessarie sia per il balzo tecnologico sia per la sua alimentazione dinamica.

Il che ci porta a valutare quali siano le prospettive di integrazione economica tra le nazioni avanzate dell'Occidente.

 

9.2. La frammentazione dell'Occidente

Il sistema dei G7 è nato proprio per rendere più cooperativo il meccanismo di relazione tra nazioni ed il regime internazionale del mercato.

In particolare é nato in un momento di crisi degli equilibri internazionali e di riconoscimento da parte degli americani di non riuscire più a tenere in ordine il mondo da soli. Nel 1973, il Library Group voluto da Kissinger come luogo di concertazione più strutturata tra la potenza economica statunitense e quelle emergenti di Giappone e Germania, sanciva il passaggio dalla gestione unica della Pax americana ad una di tipo collettivo. Nel 1975 la nuova struttura, nel vertice di Rambouillet, codificava il sistema di concertazione tra i Grandi, completato nel suo significato politico dalla cooptazione delle altre economie nazionali maggiori, tra cui Italia e Canada, dieci anni dopo. Ma il regime G7 (G7+1 dopo la cooptazione della Russia come membro solo politico, nel 1994) si é presto rivelato più un meccanismo cerimoniale che non di ricerca e svilupppo dei comuni interessi.

Questo limite del G7 ha favorito la frammentazione dell'Occidente mentre si attutiva e cadeva il collante dovuto alla minaccia sovietica.

Nel 1985 l'Europa decideva di accelerare la costruzione della propria forza integrandosi come mercato interno di più di 300 milioni di consumatori. Entro questo processo, formalizzato agli inizi degli anni 90 con il trattato di Maastricht, la Germania, di fatto, germanizzava l'Europa, configurandola come proprio mercato nazionale esteso. Gli Stati Uniti rispondevano cercando di ingrandire il loro già grande mercato interno sia elaborando il NAFTA (North America Free Trade Area) come area di libero scambio estesa a Canada e Messico sia cercando di diventare il pilastro di un futuro mercato integrato del Pacifico. Il Giappone cercava di fare lo stesso impostando il tentativo di influenzare una equivalente area asiatica di libero scambio, ma con meno, o per niente, successo.

Le tre aree regionali dell'Occidente, comunque, entravano già alla fine degli anni 80 in una violenta competizione commerciale fatta di barriere, giochi di pressione e ritorsione, supporti strategici nazionali alle esportazioni: l'ordine mondiale era entrato in una fase neo-mercantilista.

Nel 1995 l'unità politica dell'Occidente si è rotta. Le sue nazioni maggiori competono per il dominio economico acquisendo scala e volani geopolitici attraverso la costruzione di blocchi regionali che controllano attraverso una leadership di fatto.

Gli Stati Uniti stanno ricostruendo la loro vocazione imperiale globale cercando di essere centrali in tre tipi di assi geopolitici e geoeconomici: verso il Pacifico, verso l'America del Sud e verso l'Europa, cercando di strutturare i primi due come aree economiche influenzate dall'area del Dollaro e di contenere la seconda con azioni competitive.

La Germania consolida la propria area di influenza generando un Europa a cerchi differenziati per aree diverse di cui è al centro.

Il Giappone non riesce a perseguire la costruzione di un blocco geopolitico regionale, ma attua una strategia di internazionalizzazione del suo potere industriale e finanziario in modo da conquistare un presidio diversificato dei propri interessi globali nei diversi territori del pianeta.

In sintesi, le nazioni più sviluppate del pianeta hanno preso un assetto competitivo e potenzialmente conflittuale tra loro.

Non c'è nulla di sorprendente in quanto tale scenario è semplicemente una riedizione della normalità storica del passato, ma la situazione è inquietante se valutata in riferimento alle condizioni utili per far ripartire un nuovo sviluppo industriale dell'Occidente.

9.3. Le ragioni per l'integrazione economica dell'Occidente

C'é chi pensa che che la tripartizione competitiva dell'Occidente non costituisca un ostacolo allo sviluppo delle sue singole aree. Al contrario, facendo un po' di calcoli sui requisiti di scala per la reindustrializzazione dei Paesi avanzati dove morde o sta per mordere la crisi distributiva del capitale, a noi risulta che tale assetto dall'architettura politica del mercato sia controproducente al riguardo. Sicuramente è insufficiente per innescare la dinamica del vantaggio relativo costante. Semplifichiamo i calcoli sopra evocati con un esempio ed una catena logica a partire da esso.

In Europa non sono più possibili produzioni solo nazionali nel campo della difesa, delle tecnologie aereospaziali, della fisica sperimentale, delle telecomunicazioni, ecc. Questi oggetti di tecnologia avanzata ormai si fanno in forma consortile internazionale attraverso negoziati per la divisione delle quote nazionali o tra industrie multinazionalizzate, ma comunque sostenute da accordi intergovernativi per la capitalizzazione delle iniziative.

Moltiplichiamo le tendenze espresse nell'esempio e valutiamo cosa potrebbe succedere se l'approccio consortile internazionale fosse esteso in forma integrata ai potenziali di Europa, Giappone e Stati Uniti. Ci sarebbe la scala finanziaria per investire su nuovi aerei civili ipersonici e non per competere tra Airbus e Boeing sui subsonici da trasporto; per fare stazioni spaziali e mondi artificiali, e non per competere tra prodotti inferiori di ESA (Agenzia spaziale europea) e NASA (l'equivalente agenzia statunitense); per fare migliaia di altre cose tecnologicamente avanzatissime e già di possibile concezione, ma che non trovano una capitalizzazione di scala sufficiente fino a che possono essere finanziate solo entro i limiti di ciascuna delle tre aree di mercato. In più ci sarebbe scala di offerta e domanda per rifare tutte le infrastrutture dell'area territoriale tricontinentale interessata, vero e proprio ascensore tecnologico non solo per una reindustrializzazione competitiva, ma anche veloce e quindi in grado di dare accessi immediati e qualificati al mercato per le quantità crescenti di sotto-occupati, in America e Giappone, e di disoccupati in Europa .

Va detto che tutte e tre le macroregioni geoeconomiche stanno cercando di finanziare un nuovo salto tecnologico perfettemante consapevoli del problema di modernizzare l'economia per farla sopravvivere. L'Unione Europea vara nuovi programmi di ricerca ed industrializzazione avanzata in settori strategici ben identificati. Gli Stati Uniti fanno lo stesso ed in più già attuano ri-infrastrutturazioni critiche, per esempio le autostrade elettroniche come piattaforma per reti computerizzate sempre più estese e multifunzionali. Ma la divisione di tali iniziative, simili per natura, crea uno spreco di risorse. Se fossero integrate in forma consortile nelle tre aree dell'(ex-) Occidente, la scala così raggiunta, sia nei finanziamenti pubblici che nei prodotti finanziari a sostegno del credito per i privati, raggiungerebbe la massa critica necessaria per far girare il volano della reindustrializzazione complessiva. Restando divise, no.

Va aggiunto, ripetendo un concetto già espresso sopra, che l'eventuale integrazione nel senso adombrato non porterebbe via mercato ai Paesi emergenti: se quelli cedenti fanno aerei ipersonici con processi ipertecnologici, i russi, prima, e i cinesi e gli indiani, poi, potrebbero coprire la domanda residua di subsonici con processi tecnologici meno intensivi e a minori costi, ricoprendosi anche loro, in termini di vantaggio (sub)relativo costante, nei confronti del rischio competitivo generato dai Paesi emergenti di futura terza ondata.

Appunto, il regime differenziale ad inseguimento crea giochi a somma positiva se chi sta in alto ha comportamenti dinamici.

Più in generale la catena logica che stiamo cercando di esplicitare, nel modo più semplice che ci é possibile, cerca di individuare le condizioni affinché nell'area sviluppata del mondo si ricreino, pur nella diversità delle condizioni storiche, quelle situazioni di offerta innovativa e domanda assoluta che si erano verificate negli anni 40, 50 e 60 per motivi che in un paragrafo precedente abbiamo definito come incidentali: il televisore per la prima volta, creazione di un nuovo settore industriale. Nel 200O lo stesso potrebbe avvenire in migliaia di nuovi settori. Ma la costruzione di questo scenario non è alla portata nè dell'offerta nè della domanda se restano frammentate.

Invece la formazione di un mercato unico tricontinentale come nucleo di integrazione progressiva delle nazioni omogenee per livello di sviluppo avanzato sarebbe un'architettura politica adeguata per concentrare risorse enormi su nuovi investimenti industriali adeguati alle condizioni di alti costo e qualità della vita.

Non esiste ancora una Teoria dello sviluppo a partire da condizioni di sviluppo maturo. Sarebbe il caso di farla ed il nostro impianto generale di riforma, pur qui semplificato in forme elementari, è un tentativo preliminare in questa direzione. Di certo una tale nuova teoria dovrebbe impegnarsi su un punto cruciale: come rendere possibili alti tassi di crescita, senza inflazione, nei Paesi sviluppati esposti alla competizione sui prezzi da parte di Paesi a costo e qualità della vita inferiori. La nostra risposta, del resto già formulata da altri pur in diversi contesti, é che tale conseguenza si può ottenere integrando economie omogenee che mantengano un differenziale competitivo con quelle emergenti.

E la forma politica di tale principio nello scenario attuale implica la formazione di un mercato integrato tra Nord-America, Unione Europea, prima, e Giappone, poi, aperto a nuove entrate di Paesi man mano che essi acquisiscono la condizione di sviluppo maturo e relativi costi e qualità della vita.

9.4. Fattori favorevoli e sfavorevoli per il progetto di integrazione

Allo stato attuale una tale proposta può provocare un sorriso di infattibilità nei realisti. Non sembra pensabile, infatti, che gli ipernazionalisti Stati Uniti potrebbero accettare una tale evoluzione. Altrettanto irrealistico appare l'immaginare che i giapponesi accettino di partecipare ad un mercato integrato con libera circolazione di merci e persone. Sembra irrealtà, poi, pensare che i francesi cedano su questioni di primato nazionale o che i tedeschi espongano il loro manifatturiero arretrato alle fusioni selettive con metodi industriali più innovati ed efficienti.

Ma questi ostacoli classici hanno incominciato ad indebolirsi da qualche anno: quel realismo tende ad essere sostituito da un nuovo realismo sospinto dal disincanto, anche se la consapevolezza al riguardo di quest'ultimo produce, inizialmente, una reazione più protezionista che aperturista.

Europei e giapponesi stanno, pur lentamente e con sofferenza, muovendosi verso la riduzione delle politiche protezionistiche. L'Unione Europea, anche se ancora fortemente regolamentativa e redistributiva nella maggior parte delle sue nazioni, emette regole di competizione equa che riducono le protezioni nazionali interne. Il Giappone é forzato da timori di ritorsioni più dannose. Gli Stati Uniti, pur nelle pressioni protezioniste e isolazioniste crescenti, restano un mercato aperto e liberista. Ciò comporta una iniziale traiettoria di convergenza verso il mercato aperto da parte dei due modelli di capitalismo che l'avevano tradizionalmente regolato o entro strutture redistributive (Europa) o di chiusura corporativo-consociativa (Giappone). Ovviamente è solo una tendenza ed è fortemente contrastata, ma c'è.

Inoltre il relativo successo cooperativo dell'Unione Europea, al di là dei suoi fallimenti politici parziali, fornisce un esempio concreto del fatto che l'integrazione tra economie omogenee sia possibile ed utile.

Nel chiuso Giappone l'occidentalizzazione non é solo avvenuta perché il generale Mc Arthur, nuovo Brenno, gli impose una costituzione occidentalizzata. In realtà il processo comincia molto prima, nella seconda metà del 1800, con una sofferta riforma (Meji) in senso modernizzante nella consapevolezza di non poter difendere l'Impero senza una base tecnologica ed industriale moderna. Il processo è stato guidato da fini nazionalistici. Ancora nel 1984 l'idea dell'allora primo ministro Nakasone di lanciare il Giappone nel mondo attraverso progetti ipertecnologici (tipo l'autostrada mondiale) risentiva del problema di ricostruire il primato nipponico non più possibile in forme politiche classiche. Ma le elites giapponesi sono in grado di riflettere, e molto bene. Al primo segnale realistico di un possibile accordo euroamericano reagirebbero positivamente, pur a malincuore, per evitare una seconda bomba atomica, questa volta economica. Non rischierebbero l'isolamento dall'Occidente, anche perchè non esiste in tempi computabili la possibilità di rispondere alternativamente attraverso una via integrativa con l'emergente Cina, per ostacoli, soprattutto, culturali. Nel futuro il Giappone è cooptabile, se a condizioni onorevoli. Ma certamente non costituisce un fattore di spinta verso lo scenario proposto e può essere solo terzo e recalcitrante nella sequenza.

9.5. Un possibile scenario di integrazione

Il gioco iniziale toccherebbe all'Unione Europea e agli Stati Uniti, simili per cultura e livello, almeno ancora per qualche decennio (fino alla ri-etnizzazione dell'America dovuta al circuito immigrativo di non-europei in corso). Il primo passo dovrebbe essere la costituzione di un area di libero scambio euro-americana che faccia da volano per ulteriori integrazioni.

La politica tedesca comincia a capire che una settimana lavorativa di 35 ore e un costo orario del lavoro primo in assoluto nel mondo sarebbero un suicidio. La politica francese non potrà per sempre basarsi su logiche protezioniste e nazionaliste nella paura di rivoluzioni dei contadini del Midì o degli operai della Renault o di perdere il luccichio dei suoi cannoni nazionali, del resto superati. L'interesse nazionale oggettivo dell'Italia non è quello di appiattirsi sul dominio franco-tedesco, ma quello di essere parte di un'organizzazione geopolitica più ampia dove nella maggiore complessità del bilanciamento dei poteri il suo ruolo di media potenza risulti più rilevante per ottenere configurazioni economiche favorevoli.

Gli Stati Uniti, pur con enormi difficoltà, stanno cominciando ad abituarsi all'idea di autolimitazioni di sovranità per attivare i regimi di area di libero scambio (ne sono prova la, pur contrastata, approvazione, alla fine del1994, della partecipazione al regime post-GATT, ora denominato WTO, World Trade Organization, ed il, pur sofferto, proseguimento degli accordi relativi allo sviluppo del NAFTA). Anche se lo scenario li spinge verso il Pacifico e all'abbandono dell'Europa come area di interesse primario, capiscono che ci sarà ancora per molto tempo una infrangibilità delle barriere culturali e politiche in quella direzione, complicata dal fatto che nel futuro la Cina avrà scala sufficiente per diventare un competitore strategico. Inoltre la perdurante instabilità della Russia e dello scenario islamico costringerà europei ed americani a mantenere un forte legame nell'ambito della NATO, nonostante i problemi di scollamento che si sono verificati negli ultimi anni. Pur esssendo gli Stati Uniti caratterizzati da un'opinione pubblica fortemente nazionalista, e nonostante il riemergere recente del neo-isolazionismo, tuttavia è elevata da parte delle elites la capacità di riflettere sulle condizioni di perpetuazione del Secolo americano, e del suo destino industriale, in forma più integrativa che competitiva con i simili, se questi ultimi lanciassero segnali di disponibilità per un disegno progressivo e fattibile.

Il processo integrativo può prendere alcuni decenni. Ma tre punti fondamentali dovrebbero essere già definiti nella fase di avvio del progetto.

 

9.6. La prospettiva di un possibile trattato euro-americano

Il primo riguarda la generazione di un trattato che definisca l'agenda programmatica, i doveri di concorso progettuale ed i diritti di sovranità delle nazioni nell'ambito del regime concertato euro-americano.

Questo trattato di associazione tra le nazioni europee ed americane dovrebbe stabilirne il regime cooperativo, ma prevedendo che l'Unione Europea ed il NAFTA mantengano un loro status di sub-organizzazioni autonome regionali e quindi la possibilità di raffinare l'evoluzione integrativa delle rispettive aree continentali di competenza.

Ovviamente dovrebbero essere individuate forme di integrazione economica meno penalizzanti sul piano delle cessioni formali di sovranità di quelle, per esempo, adottate nell'ambito dell'Unione Europea. La forza integrativa, infatti, potrebbe essere concentrata più su forme consortili inovative che permettano la cooperazione industriale che non sugli aspetti istituzionali veri e propri, lasciando che l'integrazione a questo livello evolva come conseguenza e non come premessa (tipo il processo funzionalista che ha caratterizzato l'integrazione europea prima dello strappo di Maastricht). Dovrebbero anche essere creati dei nuovi standard monetari virtuali, ma efficaci nel regolare le oscillazioni delle monete nazionali senza bisogno di fonderle.

Il progetto dovrebbe articolarsi per passi successivi rispettosi dei tempi di adeguamento nazionali alle prospettive della nuova integrazione. Prima dovrebbe essere impostato un piano di integrazione flessibile settore dopo settore (per evitare tracolli competitivi, per esempio l'impattto dei più avanzati servizi americani su quelli europei). Parallelalamente dovrebbero partire dei grandi programmi tecnologici comuni di assetto bi-, e dove possibile, tri-continentale: e questo è il punto principale per riavviare il ciclo di nuova industrializzazione.

L'area di cooperazione bi-continentale dovrebbe poi, negli anni, costruire istituzioni comuni per la gestione di ulteriori passi verso un mercato unico e, nel processo, aprire il regime di associazione al Giappone e ad altri Paesi che raggiungono lo standard di cooptazione.

Un possibile nome adatto proprio a rispecchiare questa formula cooperativa, per intanto, bi-continentale potrebbe essere quello di EATO (European-American Treaty Organization) o qualcosa di simile. Inoltre si dovrebbe prevedere uno sviluppo convergente della del sistema di difesa comune della NATO (North Atlantic Treaty Organization) con l'istituzione dell' ipotetica EATO in modo che tra le nazioni di quest'ultima intervenga un'integrazione delle funzioni militari e delle politiche di sicurezza che consolidi l'architettura politica della cooperazione economica.

Anzi, lo sviluppo della NATO al servizio di un sistema economico euro-americano sembra proprio essere il punto centrale di forza del progetto. Ovviamente ci sarebbero difficoltà enormi nell'integrare militarmente nella nuova NATO nazioni come il Messico, o il Cile ed altri dell'area MERCOSUR (l'area di libero scambio in formazione nel Sud-America) in caso di estensione a Sud del NAFTA, o di cooptare nell'EATO nazioni della NATO, quali la Turchia, le cui domande di accesso all'Unione Europea sono state sempre respinte. Tuttavia queste ed altre difficoltà potrebbero essere superate definendo casi particolari e geometrie variabili entro il sistema.

 

9.7. La modifica relativa del progetto europeo

Il secondo punto riguarda la modifica del progetto europeo. Questo dovrebbe trasformarsi da modello chiuso di costruzione di una Supernazione (per lo meno come definita, sulla carta, nel Trattato di Maastricht) ad uno di integrazione sufficiente per restare coeso, ma allo stesso tempo aperto a successive estensioni del mercato integrato sul piano trans-continentale.

L'irruzione della nuova economia globalizzata, infatti, impone una nuova risposta alla vecchia domanda: Europa per che cosa?

Negli anni 50 era per chiudere secoli di guerra civile tra europei, consolidando un'integrazione franco-tedesca, e per rinforzare, sul piano del substrato politico, la NATO. Negli anni 60 era per dare una maggiore scala di mercato alle nazioni europee che scoprivano di non essere più sufficientemente grandi per perseguire traiettorie solo nazionali di sviluppo. Negli anni 70 era tutto quello detto prima amplificato dalla strategia di Francia e Germania di ricostruire il loro antico potere assumendo una guida diarchica dell'intero Vecchio continente. Negli anni 80 era per assumere scala di regione mondiale con in più i motivi di una nuova Germania che aveva bisogno di un'Europa più integrata per trasformare se stessa in Potenza globale, possedendo già la leadership di fatto sul continente.

Ma alle soglie del 2000 tale scala a che cosa dovrebbe servire? A fare una Supernazione che pareggi il potere degli Stati Uniti per fini competitivi o per usare l'integrazione già maturata per creare un'altra e più vasta integrazione stessa? La seconda alternativa è la risposta che darebbe un significato, a nostro avviso, moralmente più forte ed economicamente più proficuo al tentativo europeo, nonché una destinazione finale al suo lungo viaggio: integrazione europea come punto di forza per l'ulteriore cooperazione economica euro-americana e, in seguito, globale.

Come abbiamo scritto con Fabio Luca Cavazza tempo fa: l'Europa dovrebbe essere molto più di un'alleanza, ma meno di un'unione (anche per il semplice motivo che, nei fatti, l'Europa è così e tale resterà, nei fatti indipendentemente dalla forma, nel prossimo futuro).

Il vero punto cruciale dell'Europa e dell'interesse sostanziale dei suoi cittadini non é tanto il progetto formale di integrazione. Lo è, invece, il completamento del Mercato Unico sul serio e non per finta come appare ancora nel 1995. Mercato Unico, in realtà, significa mercato libero: è la riforma in senso liberista degli Stati europei che realizza come conseguenza il mercato integrato. Il disegno, in sintesi, va rovesciato costruendo dal basso verso l'alto il mercato comune attraverso la riforma dell'architettura politica dei cicli economici nazionali. La vera convergenza è la liberalizzazione del mercato, non l'astrusa statistica cartesiana creata a Maastricht.

In sintesi, il progetto europeo andrebbe modificato ispirandosi ad un nuovo realismo nella ricerca di quelle condizioni di architettura politica del mercato che ne esaltino il potenziale di ricchezza invece di restare prigioniero dell'inerzia e/o degli interessi nazionali, per lo più autoprotezionisti, di francesi e tedeschi.

 

9.8. La ricostruzione anticipativa della fiducia del mercato

Il terzo, e cruciale, punto riguarda la comunicazione anticipativa al Mercato - attraverso comportamenti ed eventi politici appropriati - che l'Occidente ha deciso di riformare la propria architettura politica nella direzione detta e con l'enfasi sulle nuove possibilità di reindustrializzazione evolutiva. Se il mercato ci crede, ed il progetto deve essere credibile, dovrebbe reagire anticipando, scontando si direbbe in gergo, nei suoi comportamenti finanziari del presente l'esito futuro. Il che significherebbe rivitalizzare gli investimenti e riorientarli verso l'area territoriale occidentale. Tale alleanza tra mercato e politica in nome di un progetto generativo è proprio ciò che si cerca: la politica genera un lungo futuro di grande attrattività per il capitale ed il capitale si riversa in esso, finanziandolo.

L'enfasi appare giustificata se si analizzano gli andamenti del mercato del capitale (vera e propria entità politica di nuovo tipo) nel 1993 e 94. Il gioco degli investimenti e disinvestimenti è diventato particolarmente nervoso perché il mercato ha registato il fatto che il sistema industriale dell'Occidente era entrato in una crisi di aleatorietà endemica: il mercato, dotato di un enorme cinismo profetico, aveva intuito il disincanto nelle sue radici più profonde e si assestava su comportamenti più prudenti e compressi oltre che evasivi. E ciò ha depresso non poco il sistema industriale nonostante la vitalità della ripresa economica. In particolare tale fenomeno ha ridotto il tempo degli investimenti: il tempo del mercato si é accorciato divergendo da quello che scandisce i cicli sociali.

Il mercato ha bisogno di vedere un futuro per scatenare il proprio ottimismo e grazie a questo capitalizzare il potenziale di creazione di ricchezza della società. E questo futuro bisogna darglielo, in positivo, credibilmente, e a grande scala.

Questa prima componente della strategia di riforma del capitale servirebbe a pavimentare la strada per la corsa alla reindustrializzazione.

Vediamone ora la seconda, che è un fattore critico ed interconnesso per la realizzazione della prima, ovvero la revisione del motore politico-sociale, nelle diverse sociatà nazionali, per il nuovo sviluppo.

 

 

 

10. LA RIVOLUZIONE DEL CONTRATTO DI INVESTIMENTO

 

Non serve a nulla pavimentare la strada se il motore della macchina che deve percorrerla non funziona.

La crisi distributiva del capitale si è realizzata negli Stati Uniti ed in Europa come incapacità delle istituzioni di rendere competente e mobile il capitale umano nel mercato sia non qualificando a sufficienza la media degli individui (in America) sia, oltre a questo, deprimendo il ciclo generativo del capitale (in Europa). In ambedue i sistemi il contratto tra cittadini e Stato non si è adeguato ai nuovi requisiti dell'economia. Questi implicano investimenti sempre più sofisticati sugli individui e sulle condizioni sistemiche per lo sviluppo.

Si tratta di ridare all'architettura politica degli Stati a sviluppo maturo la capacità di costruire le premesse per fornire un maggiore valore di mercato agli individui ed a più individui. La riforma del contratto ha due fasi:

- liberare il capitale dalle sue prigioni burocratiche e dai dedali di allocazione sbagliata;

- riqualificare il capitale umano in termini sia intensivi (maggiore qualità) che estensivi (per tutti).

Il primo punto riguarda più l'ambiente del contratto europeo, ma tocca anche una riforma dei costi della politica nei sistemi liberisti. Il secondo ha un carattere generale di innovazione delle società del capitalismo democratico. In generale si tratta di riformare gli attuali contratti sia di tipo liberista che di capitalismo sociale riorientandoli e facendoli convergere verso un comune contratto di investimento.

La strategia implica 4 passi:

(a) riforma dei diritti e doveri economici degli individui;

(b) riforma dei sistemi educativi e delle dotazioni individuali permanenti di competenza al mercato;

(c) la riduzione dei costi delle burocrazie e della politica allo scopo di liberare e concentrare le risorse pubbliche sulle politiche di investimento;

(d) e, per gli stessi motivi, sostituire le garanzie assistenziali degli Stati sociali, nel caso europeo, con garanzie di investimento.

10.1. La rivoluzione dei nuovi diritti e dei nuovi doveri

Il capitalismo sociale deprime il meccanismo di creazione della ricchezza. La debolezza su questo punto essenziale rende irriformabile il metodo di socializzazione redistributiva dell'economia. Per questo motivo ci appare logico cercare di riformare il contratto tra cittadini e Stato a partire dall'impianto liberista, dove il problema di limite non riguarda il piano fondamentale della creazione della ricchezza, ma la sua distributività, che é difetto relativo e non assoluto, quindi correggibile.

Nell'impostazione liberista l'individuo è libero, ma prigioniero della casualità con cui l'assenza di garanzie definisce le probabilità di accesso al mercato ed il valore economico dell'individuo. Così configurato il contratto liberista è celibe: la prima metà dell'essere liberi non si sposa con la seconda metà, cioé quella economica. La soluzione non-socialista per dare completezza economica a tale libertà è quella di capitalizzare in termini di massa le premesse dell'accesso al mercato in modo tale da aumentare, successivamente, la probabilità ed il numero assoluto dei successi in esso.

Ma ci vuole la creazione di un nuovo diritto specifico per il cittadino allo scopo di reggere la complessità del sistema concreto che dovrebbe assicurare la possibilità di compiere un tale investimento di massa.

Va ricordato che la regressione sociale della ricchezza, come la si è potuta osservare fino ad ora in termini di polarizzazione, mostra che vengono colpiti i meno competenti. E sono meno competenti, principalmente, per difetto educativo. Ma la seconda ondata di regressione mostra anche, come già descritto, che la selettività dell'economia può colpire indipendentemente dalla competenza professionale posseduta: ciò complica drammaticamente la definizione degli standard che dovrebbe raggiungere il capitale umano per mantenere un valore nel mercato.

Un impiegato competente, per esempio, potrebbe essere sostituito dall'automazione (si riveda lo scenario impostato da Luttwak nel primo capitolo): la sua competenza, quindi, non è tanto nella specializzazione, di per se, quanto nella capacità di acquisirne un'altra in tempi brevi ed in relazione alle opportunità di un nuovo lavoro. Il concetto di competenza evolve verso quello di flessibilità nell'adattarsi a più lavori. Il nostro punto è che sarebbe disumano e disfunzionale pensare che gli individui possano adeguarsi ai ritmi di possibile mobilità della nuova economia senza un forte supporto di servizi personalizzati che li aiutino a cambiare ed a ri-formarsi.

Per questo motivo il nuovo diritto non può solo limitarsi ad una migliore formazione dell'individuo nella parte giovane della vita ed estendersi solamente come diritto all'educazione continua. Deve, invece, essere ulteriormente esteso al sostegno dell'individuo stesso nel trovare vie personalizzate affinchè il mercato possa riconoscergli un valore in una nuova molteplicità di situazioni. Il campo del nuovo diritto si divide, quindi, in due componenti interconnesse:

- la formazione di base del valore potenziale di mercato dell'individuo ed i