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La nuova economia Agenda per la ricerca futura sui fenomeni e sull'architettura politica del mercato globale di Carlo Pelanda |
| Il testo completo è disponibile qui di seguito |
The Center for the Study of Global Issues
GLOBIS
European Branch
The University of Georgia
1997
Ricerca patrocinata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei
La responsabilità del testo è da attribuirsi esclusivamente all'autore
Sommario
CAPITOLO 1 La sfida della nuova economia: la rivoluzione competitiva
1.1. I motori della globalizzazione: scenario storico-descrittivo
1.1.1. La semiglobalizzazione e la genesi del nuovo capitalismo
1.1.2. La minore pressione competitiva nel mondo della semiglobalizzazione
1.1.3. La nuova sovranità del capitale
1.1.4. L'improvviso aumento di scala del mercato
1.1.5. I motori culturali della globalizzazione
1.1.6. Motori tecnici: la nuova mobilità delle risorse
1.1.7. Il turbocapitalismo come origine della globalizzazione
1.2. La rivoluzione competitiva
1.2.1. Le tre ondate competitive
1.2.1.1. Prima ondata: selettività nei settori ad alta intensità di manodopera
1.2.1.2. Seconda ondata: selettività generalizzata in base all'efficienza
1.2.1.3. Terza ondata: selezione competitiva per aleatorietà del mercato
1.2.2. La competizione sul piano dell'offerta di stabilità
1.2.3. Fattori competitivi emergenti nel prossimo futuro
1.2.3.1. Il settore manifatturiero di nuova generazione
1.2.3.2. La biorivoluzione
1.2.3.3. La rivoluzione dei nuovi materiali
1.2.4. La nuova competizione indotta dal mutamento sociale
1.2.4.1. Mobilità delle persone
1.2.4.2. I nuovi standard culturali
1.2.5. Il nuovo mercato della gestione simbolica
1.2.5.1. Il probabile fenomeno delle ondate comunicative
1.2.5.2. Dalla tecnologia delle reti all'ingegneria dei contenuti
1.2.5.3. La riforma del tempo
1.2.5.4. Dagli oggetti alle situazioni
1.2.6. La violazione di teorie consolidate
CAPITOLO 2 La necessità di una nuova architettura politica nazionale: dallo Stato
sociale a quello della crescita.
2.1. Il crollo dei modelli sbilanciati per eccesso di garanzie
2.1.1. L'implosione del modello europeo
2.2. Il successo competitivo del modello liberista
2.2.1. La ricerca di un modello liberista socialmente efficace
2.3. Dallo Stato sociale allo Stato della crescita
2.3.1. La complessità politica della riforma
2.3.2. La comunità competitiva
CAPITOLO 3 La necessità di una nuova architettura politica del mercato globale
3.1. La crescente instabilità globale: aspetti geopolitici e geoeconomici
3.1.1. L'asimmetria sul piano dei costi della democrazia
3.1.2. La ricombinazione politica del "post-post-guerra fredda"
3.1.2.1. Il "decoupling" tra Stati Uniti ed Europa
3.1.2.2. L'emergere dei giganti asiatici
3.1.2.3. Lo scenario dell'America latina e centrale
3.1.2.4. Russia, la madre di molte instabilità
3.1.2.5. La chiusura dell'Islam
3.1.2.6. I problemi di collocamento internazionale del Giappone
3.1.3. La contrazione del potere regolativo globale degli Stati Uniti
3.1.3.1. Sul piano geopolitico
3.1.3.2. Sul piano geoeconomico
3.1.3.3. Lo svuotamento della multilateralità
3.2. La ricerca dell'architettura politica del mercato globale
3.2.1. I tre requisiti
3.2.1.1. La ricostruzione della forza ordinatrice
3.2.1.2. Sistema che non ammette punti di arresto
3.2.1.3. Continuità della civiltà politica occidentale
3.2.2. Il disegno: la nuova architettura per la Pax globale
3.2.2.1. Le unità di base del modello: gli Stati nazionali
3.2.2.2. Dall'ordinamento debole a quello forte: la transcostituzione economica
3.2.2.3. I contenuti ordinativi
3.2.3. Il motore politico: un nuovo sistema atlantico
Capitolo 1
La sfida della nuova economia: la rivoluzione competitiva
Nella seconda metà degli anni 90 ogni singolo territorio del pianeta, piccolo o grande che sia, è sempre di più in relazione competitiva con tutti gli altri per attrarre più capitali, per non perdere i propri e per generare più valore aggiunto dall'impiego produttivo di essi. Ogni singola unità produttiva e commerciale si trova a fronteggiare una maggiore concorrenza. La globalizzazione è certamente un fenomeno complesso. Ma lo si può semplificare mettendone in luce una conseguenza molto chiara. Tra il mondo della fine degli anni 70 e quello degli inizi degli anni 90 la differenza più evidente è quello dell'aumento della pressione competitiva. Ciò giustifica l'uso del termine di "nuova economia" ed una sua prima caratterizzazione come "rivoluzione competitiva".
Prima di affrontare con certo dettaglio lo scenario attuale e proiettivo della nuova competitività - nella seconda parte di questo capitolo - si ritiene utile cercare di inquadrare storicamente il fenomeno della globalizzazione per individuarne i motori culturali, tecnici e politici che sono all'opera
1.1. I motori della globalizzazione: scenario storico-descrittivo
1.1.1. La semiglobalizzazione e la genesi del nuovo capitalismo
Tentare di capire il fenomeno di globalizzazione in atto significa prima di tutto cercare il codice genetico del nuovo capitalismo che ne è il motore. Se è vero che il fenomeno della globalizzazione è esploso vistosamente a metà degli anni 90, d'altra parte non si può pensare che sia nato dal niente. E la tesi qui perseguita è che alla fine degli anni 40 si sia formato un nuovo tipo di capitalismo che già conteneva i semi della successiva esplosione globalizzante e conseguente rivoluzione competitiva.
Questa impostazione è sostenuta dai dati. Fatto 100 il volume del commercio internazionale nel 1950, lo si trova a 1600 nel 1995. Ma il dato importante è che la correlazione tra apertura dei mercati e quantità del commercio internazionale ha avuto una crescita costante. Usando lo stesso parametro di partenza detto sopra, circa 400 nel 1970, quasi 800 nel 1980, circa 1200 nel 1990 fino, appunto, al 1600 del 1995.Per inciso, va anche notato che il rapporto tra volume del commercio mondiale e crescita del prodotto lordo del pianeta è salito dal 7% del 1950 al 15%. del 1995, con un aumento del peso del primo sul secondo più accelerato nel recente passato. Si nota come dagli inizi degli anni 90 la globalizzazione abbia aumentato il ritmo. Ma non si può dire che sia cominciata in quegli anni, ipotizzando una discontinuità totale con il periodo precedente in termini di motore politico-culturale-economico all'opera.
Da cosa dipende il fenomeno della progressiva globalizzazione? Dal fatto che ci sia stata una progressiva pressione politica per aprire i mercati nazionali e togliere le barriere al commercio internazionale. E questo fattore politico dobbiamo cercare di capirlo molto bene. Ovviamente non basta. Molti altri fattori hanno importanza strutturale. E li vedremo. Ma dovendo scegliere il fatto principale su cui far ruotare la scenario, pare ovvia la decisione di puntare sul tipo di architettura politica del mercato internazionale che si è costituita dagli anni 50 in poi. Essa è la culla in cui è nato il secondo processo di globalizzazione di questo secolo. Il primo si è interrotto nel 1914 ed anni successivi a causa della guerra e successiva rinazionalizzazione delle economie. Tra il 1945 ed il 1950 si è affermato un potere mondiale che ha spinto di nuovo il processo di internazionalizzazione e liberalizzazione dei mercati. Ed è in questo periodo che possiamo individuare una discontinuità. Certo, nella seconda metà degli anni 90 si percepisce l'arrivo di una seconda discontinuità.Quella che chiamiamo "rivoluzione competitiva" o nuova economia, in senso più allargato. Tuttavia appare essere più una accelerazione del sistema nato negli anni 50 che un fatto totalmente nuovo. E' sempre molto difficile definire con nettezza continuità e discontinuità nella storia (così come nell'evoluzione). E' meglio vedere il tutto con certo dettaglio evitando un eccessivo ricorso a definizioni macroscopiche troppo semplificate.
Nel 1945 il mercato interno statunitense aveva cumulato una enorme quantità di capitale (in forma di denaro, risorse naturali, tecniche, culturali ed umane) e costituiva da solo quasi il 75% dell'economia mondiale. La vittoria nella guerra e la conseguente assunzione di una posizione di dominio mondiale mise in contatto questo sistema nazionale con il resto del mondo. Il differenziale di potenza militare, tecnica e simbolica fece sì che questo contatto si tramutò di fatto nell'esportazione al resto del mondo dello specifico modello statunitense di capitalismo (e di società, in generale) nonché nella configurazione di un sistema internazionale basato sulla dominanza dei suoi criteri.
Gli scopi strategici di costruire una nuova alleanza globale per contrastare i sovietici impedirono agli Stati Uniti di tornare nell'isolazionismo come fecero dopo la prima guerra mondiale. Il "rientro" avrebbe comportato il lasciare libero spazio alla potenza sovietica. Quindi l'interesse nazionale statunitense fu definito come organizzazione di un sistema mondiale di alleanze utili al contenimento dei sovietici. Ciò generò un'azione sia politica (esempio, formazione della NATO) che economica finalizzata a cementare gli alleati nel sistema internazionale sotto leadership statunitense. Il secondo tipo di azione fu attuato come trasferimento di capitale diretto agli alleati (esempio, Piano Marshall), ma soprattutto come accesso "asimmetrico" (cioè senza l'obbligo della reciprocità commerciale) al ricchissimo ed evoluto mercato interno statunitense a favore delle esportazioni di europei e giapponesi. Grazie a questa struttura politica del mercato internazionale, dal 1945 fino agli anni 70, è rilevabile una vera e propria "sovracapitalizzazione" del sistema occidentale come trasferimento di capitali, tecnologia e stabilità (monetaria e militare) dal mercato americano a quelli europeo ed asiatico.
Non è particolare tecnico di poco conto sottolineare che il circuito internazionale del capitale e degli scambi di mercato - interni al mondo occidentale ed anche nei contorni - erano stabilizzati e resi certi dall'esistenza di uno standard monetario fisso costituito dalla convertibilità in oro del dollaro (durata fino all'agosto del 1970). Insieme alla sicurezza strategica, alla coesione politica dell'alleanza dovuta al peculiare mix tra (a) atteggiamento "capitalizzante" della potenza statunitense, (b) debolezza politica delle nazioni sconfitte e (c) interesse comune contro i sovietici, la stabilità monetaria fu un pilastro sostanziale dell'ordine "semiglobale" che permise uno sviluppo economico dell'area occidentale (cioè della Pax Americana) non ostacolato da instabilità strutturali.
Inoltre il sistema statunitense era peculiarmente evoluto sul piano tecnico. E questo non perché gli europei non lo fossero, ma perché le conoscenze teoretiche sviluppate nell'ambiente europeo nella prima parte del secolo avevano trovato negli Stati Uniti l'agente che le aveva ingegnerizzate e messe a disposizione dell'impiego industriale. Si pensi all'energia nucleare inventata nei laboratori europei ed ingegnerizzata sotto la pressione bellica in quelli di Los Alamos. Si pensi soprattutto alla teoria cibernetica sviluppata come concetto nell'ambiente europeo e realizzata in forma applicativa come nuova scienza dell'informazione ed a sua volta concretizzata poco dopo come tecnologia industriale dei computer. Si consideri che la guerra - dappertutto- aveva forzato le conoscenze "sulla carta" a trasformarsi in tecniche operative. Per esempio, la teoria dei sistemi teleologici (dotati di scopo) divenne una tecnica raffinata per disegnare strumenti di puntamento per le armi così come la teoria statistica fu forzata ad operazionalizzarsi in forme più applicative come schema di ricerca dei sottomarini (nel Regno Unito). Lo sforzo bellico accelerò la trasformazione delle idee cartacee sui motori razzo a diventare realtà. Le potenze vincitrici se ne impadronirono e continuarono a svilupparle sotto la spinta del, pur "freddo", conflitto successivo.
In sintesi, l'esperienza bellica, la immediatamente successiva pressione competitiva della Guerra fredda, provocò una corsa accelerata sul piano dell'innovazione tecnologica. I bilanci della difesa la sovralimentarono con iniezioni di capitale non vincolate al criterio normale di economicità. Le industrie godettero di un sostegno formidabile per accelerare l'innovazione tecnologica e trasformarla in capacità produttiva nei settori non militari estendola così al mercato in generale.
Questa spinta tecnologica trovò nelle industrie una massa inusuale di capitale umano competente per operazioni sofisticate. Il periodo della guerra, nel Nord-America, Europa e Giappone, potrebbe essere visto come un corso accelerato di formazione del capitale umano per le nuove tecniche ed organizzazioni della società industriale. Questa combinazione tra innovazione tecnologica, disponibilità di risorse industriali e un capitale umano competente, creò un enorme potenziale di crescita produttiva.
Tale potenziale si realizzò in crescita reale trovando una domanda altrettanto esplosiva di beni di consumo da parte delle unità sociali sia in termini di intensità che di estensione. La prima era determinata dal senso di novità, negli anni 50 e 60, dovuto al sentire possibile la conquista di uno stile di vita che era considerato fino a poco tempo prima prerogativa delle classi superiori. I molti poterono comprare per la prima volta: un auto, una televisione, una vacanza, una casa di proprietà o una seconda casa, ecc. La cultura materiale, il "consumismo", acquisì un valore morale in quanto "riscatto di massa", ma anche come modello di vita di qualità superiore a quelli più idealistici o gerarchici sperimentati nelle società povere d'anteguerra. Dappertutto, nel mondo occidentale, l'individuo si sentì più libero e "contento" grazie ad un lavoro che gli forniva i soldi per comprarsi pezzi di "paradiso in terra". Soprattutto più individui lo sentirono in quanto, per la prima volta nella storia, ci furono in una società più "ricchi" che "poveri": negli Stati Uniti già a partire dagli anni 50; nei paesi europei e nel Giappone, mediamente, a partire dalla metà degli anni 60. La classe media divenne maggioranza sociale ed il capitalismo di massa.
Il clima sociale, per i motivi detti sopra, fu alimentato da un grande attivismo economico. La gente aderì ideologicamente al nuovo modello e divenne più mobile territorialmente e psicologicamente. La conquista della ricchezza spostò nei paesi occidentali milioni di cittadini dalla città alla campagna, dal sud al nord (e viceversa), dall'altipiano rurale allo sportello della banca. E questo sforzo di mobilità fu premiato dalla conquista di un "benessere" reale caratterizzato dal possesso di beni materiali concreti offerti in modo crescente, per quantità e qualità, da un sistema industriale e di mercato che si espandeva con velocità. Il capitalismo di massa si consolidò come modello di società.
Ed è molto importante notare come questi fatti propulsivi siano stati accelerati dall'adesione ideologica delle masse alla cultura materiale, per due motivi: (a) come già detto, negli anni 50 e 60 i beni di consumo erano una novità assoluta (l'auto, la televisione, ecc.) carica di valori di riscatto e quindi molto attrattiva per l'individuo; (b) il consumismo divenne una sorta di "religione" vera e propria in quanto si dimostrò fede capace di premiare velocemente l'adesione ad essa, quindi "religo" più competitiva sia delle teologia tradizionali sia - soprattutto- dei contratti sociali gerarchici che differivano nel tempo il premio: il millenarismo (comunista o fascista o nazional-imperialista) o la promessa della felicità dopo la morte. E così i sistemi sociali dell'occidente divennero più "secolarizzati". Il valore morale si trasformò sempre di più in "valore economico" generando una cultura "economicista".
La sostituzione da parte del denaro nei confronti di altri valori fu anche favorita strutturalmente da un fatto politico sul piano della circolazione delle élite. Il nazional-imperialismo fu sconfitto militarmente nel 1945 (nei paesi dell'Asse) e non si riprodusse successivamente come codice dominante nel sistema politico di molti paesi che lo avevano sperimentato fino a poco prima. Le nazioni restavano, ma la loro ambizione non poteva più svilupparsi in forme imperiali. Tuttavia gli Stati - soprattuto quelli sconfitti- si concentrarono su una nuova forma di "nazionalismo economico". Per esempio, la burocrazia giapponese si mise al servizio delle strategie esportative delle imprese (ancora oggi il Giappone mantiene forti residui del sistema di economia di guerra); lo Stato tedesco si trasformò in servizio strategico alla crescita industriale. La concentrazione della politica su obiettivi di crescita economica indubbiamente la aiutò ed ulteriormente accelerò in alcuni ambiti nazionali. Questa notazione é importante in quanto il "nazionalismo economico" differenziò i tre modelli di capitalismo - americano, europeo e giapponjese - in base al tipo di architettura politica del mercato: liberista il primo, statalista il secondo, gerarchico-consociativo il terzo. Tale considerazione sembrerebbe superflua in quanto riporta una ovvia tendenza inerziale delle tradizioni politiche specifiche. Tuttavia qui è rilevante perché introduce il fatto che i capitalismi europeo (continentale) e giapponese non presero, mai, in realtà, una configurazione di "libero mercato" e relativa efficienza. I due furono riadattamenti dello statalismo e del sistema gerarchico-consociativo di fronte alla pressione selettiva dell'economia post-bellica guidata dalla dominanza del modello americano.
In sintesi, il mercato semiglobale di allora prese un assetto "aperto" come estensione internazionalizzata del capitalismo liberista americano. Ma in esso europei e giapponesi perseguirono un modello capitalista ancora fortemente vincolato alle loro precedenti trazioni di economie nazionali chiuse o semichiuse.
Va anche notato che il processo di evoluzione culturale detto sopra (cioè l'economicizzazione delle società, per altro accelerata nel dopoguerra, ma in moto già da due secoli) cambiò le condizioni del consenso in Occidente e, quindi, il codice della politica. Questa prese una missione più a ridosso dell'economia e sviluppò istituzioni di garanzia tese a stabilizzare la crescita della ricchezza, estendendo le possibilità di accesso di massa ad essa attraverso forme dirette ed indirette di garanzie protezionistiche. E ciò diede, per un certo periodo, un contributo in più alla formazione e stabilizzazione del "capitalismo" nelle tre diverse economie del sistema occidentale. In Giappone le imprese si impegnarono a dare lavoro "a vita" ai dipendenti, ma in cambio ottennero dallo Stato la garanzia di essere sostenute strategicamente per poterlo fare. Nell'Europa continentale il capitale pubblico creò dei lavori "artificiali" finanziati dalle tasse. E lo stesso fecero un pò tutti, Stati Uniti compresi. Indubbiamente questa ulteriore sovracapitalizzazione assisitenziale - pur foriera della odierna crisi di insostenibilità del modello di protezionismo sociale - rinforzò lo sviluppo iniziale del "capitalismo di massa", accelerando ed estendendo gli accessi alla ricchezza e riducendo le sacche di povertà.
Questa breve ed incompleta descrizione fa intendere come in pochi decenni, e con quali caratteristiche, si formò una combinazione tra capitalizzazione di massa, tecnologia e cultura consumistica che possiamo considerare il precursore della rivoluzione competitiva che è l'oggetto di questo scritto.
1.1.2. La minore pressione competitiva nel mondo della semiglobalizzazione
Ma come mai nel mondo della semiglobalizzazione non ci fu un fenomeno di concorrenzialità esasperata come quello a cui assistiamo alla fine degli anni 90, pur essendoci molti elementi simili al mondo di oggi? In realtà ci fu . Solo che le cronache la riportano come "modernizzazione", quindi con un profilo morale positivo. Inoltre la selezione concorrenziale non toccò unità economiche del medesimo settore o territori dello stesso sistema politico. Per esempio, la nuova industrializzazione selezionò negativamente i sistemi rurali non altre industrie e lo sviluppo in Francia, per dire, non portò via capitale alla Germania. Ovviamente queste immagini sono a pennello grosso e ci sono casi di nazioni e settori economici che soffrirono della competizione selettiva con il nuovo sistema che esplodeva. Ma prevalse un tipo di sviluppo dove ogni attività economica trovò un suo spazio di esistenza non toccato da eccessiva concorrenza. E questo è tipico dei fenomeni di grande crescita economica generalizzata come quella post-bellica. Ma, per rispondere propriamente alla domanda fatta sopra, è meglio approfondire qualche dettaglio.
Fino alla prima metà degli anni 80, la concorrenzialità tra unità economiche e territori era molto più limitata e contenuta in relazione a quella di oggi. Vediamo, pur schematicamente, alcuni fattori utili per una comparazione retrograda.
Metà del pianeta era economicamente congelata sia dal sottosviluppo sia dal regime economico "chiuso" dei sistemi comunisti. Il mercato mondiale era enormemente più piccolo di quello attuale. Il capitale trovava solo un mondo occidentale, abbastanza omogeneo sul piano delle condizioni economiche, dove poter circolare e fare profitto. Tra i diversi territori "interni" dell'Occidente la concorrenzialità era minore in quanto meno marcati erano i differenziali di competitività (geo)economica.
I trasferimenti di capitale, poi, erano meno facili. Non esistevano le tecniche di oggi né tantomento le vie informatiche per spostarli da un parte all'altra del pianeta. In molti paesi l'esportazione dei capitali era altamente vincolata. Si pensi, per esempio, che solo dal 1986 l'Italia ha attuato una certa liberalizzazione del mercato dei capitali e ammesso la possibilità di esportarli con certa libertà.
Soprattutto esisteva una massa minore di capitale, in assoluto, a disposizione degli individui. Il mondo occidentale é diventato, mediamente, "ricco" attorno alla metà degli anni 60 e la quantità di capitale complessivo ha assunto una massa critica combinata con un alto potenziale tecnico di sua mobilità internazionale tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80. Prima di allora in questi paesi non esisteva, in quantità preponderante, una classe media dotata di redditi elevati e, pertanto, un volume di risparmio cumulato come quello creatosi successivamente. In sintesi, fino all'inizio degli anni 80, circa, non esistevano né una massa critica di capitale, né tecniche di trasferimento globalizzanti né tantomeno un'area di mercato che permettessero la mondializzazione dei circuiti di capitale.
Anche la mobilità internazionale delle imprese industriali, in media ed in quantità assoluta di attori internazionalizzati, era minore. La tecnologia non era evoluta al punto da poter delocalizzare facilmente le produzioni. Molte di queste, poi, implicavano competenze industriali, tecnologiche e di tecnica gestionale in generale, esistenti solo in pochi territori, per lo più quelli già sviluppati. La geografia delle "capacità" economiche era nettamente divisa tra mondo sviluppato e competente - l'Occidente- ed il resto del mondo sottosviluppato e privo di competenze. Pur esistendo molte imprese "multinazionali", l'attività industriale era prevalentemente interna alle singole nazioni.
E questo fatto era favorito dai regimi protezionisti che ogni Stato era in grado di attuare a difesa di qualche settore considerato critico. Non esisteva alcuna autorità che potesse imporre la libera circolazione internazionale delle merci contro le dighe di protezione (si consideri il lungo e difficile negoziato GATT e la solo recente formazione della World Trade Organization come organo di controllo della libertà ed accessi del commercio internazionale). Di fatto solo gli Stati Uniti, nel periodo della "Guerra fredda", erano un mercato interno veramente "aperto". Ma, come già detto sopra, l'interesse statunitense di favorire un mercato internazionale generalmente liberalizzato si scontrava con le esigenze strategiche di allora. Per finanziare, a scopi consenso gli alleati europei e giapponesi, gli Stati Uniti accettarono una relazione commerciale "asimmetrica" con essi. Il mercato interno statunitense rimase (relativamente) aperto alle esportazioni degli alleati - ed altri- senza il vincolo della reciprocità. E le economie di Europa e Giappone restarono parzialmente "chiuse" e protette creando il fenomeno anomalo di crescente internazionalizzazione di esse senza, tuttavia, "liberalizzazione" interna (a parte quella imposta dalla formazione del mercato unico europeo, tuttavia solo recentemente di entità tale da far prospettare i precursori di un mercato veramente "aperto"). Questa "anomalia" - una vera e propria capitalizzazione politica di europei e giapponesi da parte americana per fini di consolidamento dell'alleanza antisovietica - ne creò un'altra. La possibilità di europei e giapponesi di crescere economicamente grazie alla prima "semiglobalizzazione" (1950-1985) senza per altro pagare il prezzo della competitività e della rinuncia ai protezionismi settoriali nei loro mercati interni. Ciò ha favorito - fino alla fine degli anni 80 - in queste due aree un tipo di economia competitiva sul piano delle esportazioni. Ma le ha portate, a metà degli anni 90, in una situazione di ritardo strutturale nei confronti dei nuovi requisiti di riforma interna per reggere l'emergente competitività globale.
Semplificando, questo ha voluto dire - particolarmente in Europa fino a quasi la metà degli anni 80 - che se uno produceva un bene a costi doppi e minore qualità di un altro in un Paese diverso, questa mancanza di qualità competitiva non comportava necessariamente la conseguenza di essere subito messo fuori mercato. L'incapacità concorrenziale poteva essere compensata in forme attive (dazi) e, soprattutto, passive (costi di esportazione, difficoltà di attuare un marketing internazionalizzato, ecc., da parte di un concorrente più capace). In sintesi, il mercato era relativamente "tranquillo" - in comparazione alla concorrenzialità esasperata di oggi - perché i confini tra nazioni, entro il peculiare regime della "Pax Americana", funzionavano da limitatori della competitività. Per europei e giapponesi, va ripetuto, questa condizione abbastanza "tranquilla" é rimasta tale fino ai primi anni 90 nei loro mercati interni. Le unità economiche statunitensi si sono trovate, invece, di fronte ad una competizione esasperata e crescente nel loro mercato interno "aperto" di entità simile a quella odierna già a partire dalla metà degli anni 60.
Quest'ultima notazione spiega in buona parte da dove e perché sia partita l'accelerazione competitiva che oggi conosciamo come turbocapitalismo. ma procediamo con ordine.
1.1.3. La nuova sovranità del capitale
All'inizio degli anni 80 il capitale cominciò a circolare globalmente non più vincolato ai soli circuiti nazionali. Questo era cresciuto in termini di quantità totale. L'internazionalizzazione ed apertura (relativa) dei mercati dell'area occidentale imposta dall'architettura politica della pax Americana diede al capitale una più grande area di circolazione. L'evoluzione dei mezzi tecnici di mobilità gli diede le ali. La contemporanea costruzione di un sistema finanziario esteso (borse e pacchetti di risparmio gestiti da operatori professionali) orientò la mobilita del capitale verso una crescente pressione alla ricerca di profitti. Il tutto rese il "capitale" più autonomo nel muoversi alla ricerca della remunerazione. E questa indipendenza basata su massa e mobilità lo rese di fatto "sovrano". Sovranità del capitale significa che questo può muoversi in base al puro criterio del profitto non ostacolato da altri criteri. E fu rivoluzione.
Prima degli anni 80 gli Stati mantenevano una certa sovranità economica in quanto il capitale non era ancora sufficientemente mobile per punirle in caso facessero politiche tali da deprimerne la remuneratività. La politica era in grado di piegare alle proprie esigenze la configurazione dei sistemi economici nazionali e relativi cicli interni del capitale. In pochissimo tempo, meno di un decennio, si realizzò l'esatto contrario: era il nuovo sistema mondializzato del capitale a piegare o, meglio, "selezionare" la politica degli Stati in base ai propri criteri. E gli Stati cominciarono a perdere sempre di più la "sovranità economica": Se le tasse erano troppe ed il costo del lavoro eccessivo, allora il capitale volava via ed andava in territori più attrattivi. Se il bilancio pubblico di uno Stato non risultava credibile agli occhi del mercato finanziario, allora questo ne abbandonava la moneta ed i valori in essa denominati. Dalla fine degli anni 80 gli Stati hanno dovuto sempre più fare i conti con una minore sovranità di decidere e controllare i circuiti nazionali del capitale.
Questo fatto ha messo in crisi lo Stato di tipo sociale-nazionale. Da organizzatore sovrano di regole economiche e di garanzie sociali divenne dipendente dai criteri concorrenziali della nuova economia. E a metà degli anni 90 per tutti gli Stati il nuovo requisito é quella di adattare la loro politica ai nuovi fattori di competitività per attrarre o mantenere più capitale nel loro territorio. Per questo motivo, la "politica", nelle democrazie occidentali e in Giappone, cominciò ad essere sempre meno in grado di fornire ai cittadini garanzie economiche che fossero in contrasto con i criteri e requisiti di remuneravità competitiva del capitale. Va ancora sottolineato che questo mutamento é intervenuto in meno di dieci anni. In tutti i paesi dell'Occidente una politica abituata ad offrire garanzie e protezionismi nazionali si trovò improvvisamente nell'impossibilità di poterli sostenere. I sistemi nazionali più flessibili, tipo quello statunitense ed inglese, riuscirono ad adeguarsi alla nuova economia ricreando in essa le condizioni di ricchezza di massa. Altre nazioni caratterizzate da un modello più rigido sul piano economico, per esempio l'assistenzialismo pesante del tipo europeo di stato sociale-consociativo, si trovarono a perdere concorrenzialità sia industriale sia sul piano della remuneratività dei capitali. E da allora entrarono in una situazione di stagnazione/recessione endemica che, ovviamente, provocò l'aumento della disoccupazione ed un'erosione strutturale della base produttiva.
Questo successe per due motivi principali. Il primo fu che i Paesi occidentali si trovarono costretti a limitare il loro sviluppo allo scopo di far rientrare le tendenze inflazionistiche che negli anni 70 ed 80 avevano raggiunto un livello intollerabile. La ricerca di una nuova stabilità monetaria portò ad un prolungato periodo di disinflazione, ovvero a delle restrizioni della crescita. Ma il secondo motivo è più importante. I capitali cumulati nei Paesi a sviluppo maturo se ne andarono altrove invece che continuare a sostenere la crescita in casa propria. Questa non c'era e contemporaneamente si aprivano altri orizzonti. E ciò accadde perché le società a sviluppo maturo presentavano elevati costi del lavoro, alte tasse e vincoli regolamentativi tali da pregiudicare la remuneratività del capitale. Questo, alla fine degli anni 80 appunto, trovò improvvisamente l'apertura capitalistica della metà del pianeta che era rimasta finora esclusa dallo sviluppo. Ed essa offriva poche tasse e minimi costi del lavoro nonchè pochi vincoli. Sulle ali della contemporanea esplosione delle tecnologie di mobilità relative alla circolazione di informazioni, merci e persone, allora il capitale inondò questa parte del pianeta lasciando, per semplificare, a secco l'altra (sul piano dei nuovi investimenti). Semplicemente era nata una nuova concorrenza in relazione al profitto che i paesi sviluppati non erano in grado di contrastare vista la natura del loro modello. Il fenomeno è dovuto ad una combinazione tra nuova sovranità del capitale ed apertura di nuovi mercati più concorrenziali sul piano dei costi di produzione.
1.1.4. L'improvviso aumento di scala del mercato
In poco più di un decennio qualcosa come tre miliardi di nuovi consumatori e produttori ha fatto irruzione nel "mercato", mondializzandolo sul piano geografico.
Il fenomeno è molto noto. E' utile comunque citarlo per mettere in luce la velocità del processo.
Negli anni 80 la Cina di Deng Xiao Ping attuò una svolta storica. Di fronte all'inefficacia del modello economico comunista decise che che il liberismo economico - pur condizionato alla direzione politica del partito comunista- sarebbe stato il metodo migliore per ottenere la ricchezza di massa e la modernizzazione. Questa nuova "Lunga marcia" cominciò nel 1978 con una riforma agraria che dette ai contadini la libertà di coltivare la terra e commercializzarne i prodotti in forma imprenditoriale autonoma. Ma il ritmo della marcia accelerò enormemente, fino a diventare una corsa, con la decisione di creare, pochi anni dopo, quattro zone economiche speciali dove era possibile operare secondo le regole del libero mercato. Le conseguenze di questa liberalizzazione parziale del territorio cinese si espansero progressivamente - e velocemente - a tutta la nazione. Di fatto più di un miliardo di cinesi sono passati dall'economia di sussistenza a quella capitalistica in meno di 15 anni.
Dopo il 1989 la caduta dell'impero sovietico ha gettato di colpo circa 250 milioni di individui (Russia e satelliti) in una situazione caotica. La destrutturazione conflittuale dell'impero interno ed esterno ha creato un'instabilità politica tale da compromettere - diversamente dalla Cina- la transizione di massa dalla povertà di un'economia autarchica alla ricchezza di una di mercato. Ma di fatto, alla fine degli anni 90, questi - più i cinesi- costituiscono complessivamnte quasi un miliardo e mezzo di nuove entrate nell'economia mondiale.
Parallelamente, economie come quella dell'India, dell'Indonesia, della Malesia (ed altri dell'area) hanno raggiunto, già all'inizio degli anni 90, il primo gradino di sviluppo grazie all'effetto di decenni di modernizzazione che, pur in ambienti conflittuali e con punti di partenza di sottosviluppo estremo, sono riusciti a generare un effetto cumulato di pre-sviluppo. Il fenomeno "volano" della globalizzazione emergente ne sta ora accelerando la crescita economica, da prevedersi ancora notevole per un lungo futuro nonostante le crisi periodiche tipiche delle situazioni di sviluppo accelerato, come quella che si è verificata nell'autunno del 1997. E con queste nuove entrate arriviamo a più di due miliardi di nuovi cittadini dell'economia mondiale.
Altri cinquecento milioni stanno prendendo la nuova cittadinanza in questi anni. Per esempio il Viet Nam si é recentemente aperto alla liberalizzazione economica. Soprattutto i Paesi del Sud America, in cui si sta risolvendo la lunga crisi di sottosviluppo che ne hanno depresso le sorti economiche nell'ultimo cinquantennio, stanno portandosi sulla pista di decollo. Cile, Argentina, Brasile, Messico riescono a far girare un nuovo volano di sviluppo pur ancora rallentato dalla instabilità istituzionale e da pesi storici di sottosviluppo non risolvibili in poco tempo.
Di fatto, solo l'Africa sub-sahariana, qualche pezzo di Meso- e Sud-America, qualche area dell'Asia centrale nonché buona parte del mondo islamico, sono rimasti fuori dalla nuova mondializzazione economica. Se il lettore perdona la semplificazione e l'imprecisione tipica delle pennellate veloci, i numeri degli attori della nuova economia globale sono questi:
- circa tre miliardi di emergenti a partire da condizioni di sottosviluppo;
- poco meno di un miliardo che partono da condizioni di alto sviluppo;
- più di un miliardo e mezzo che resta ancora escluso dal ciclo della globalizzazione, ma che, essendone sempre più toccato, é pronto ad entrarci con velocità di accesso crescente.
Tuttavia il fatto rilevante é che in così poco tempo una massa enorme di individui sia passata da un'economia della povertà ad una, in prospettiva, della ricchezza di massa. Ovviamente non hanno ancora raggiunto gli standard occidentali. Ma, con il tasso di crescita che le nuove economie esibiscono, si può stimare che ci arriverranno attorno al 2010, molti paesi asiatici forse ancor prima, quelli dell'ex impero sovietico un pò più tardi.
1.1.5. I motori culturali della globalizzazione
L'estensione geografica e repentina dell'area dell'economia di mercato é anche la conseguenza della globalizzazione della "cultura materiale", di fatto il "modello consumistico" statunitense, come "mito di orientamento" ad altissima adesione sociale. Semplificando, tre miliardi di individui sono diventati produttori e consumatori spinti dall'idea di arrivare nel più breve tempo possibile ad uno standard di vita simile a quello occidentale. Per dire: due automobili, una casa di proprietà ed una di campagna, la possibilità di fare vacanze, di avere un bell'arredo casalingo, di comprarsi gadget , vestiti sofisticati, ecc. Pochi anni fa erano senza beni di consumo. Hanno visto in televisione, al cinema, su riviste, nelle immagine dei racconti di chi viaggia, il modello consumista e lo hanno preso a punto di riferimento. Il fatto importante di questa nota antropologica, per altro qui espressa in modo sbrigativo, é il mettere in luce l'enorme pressione psicologica esistente nel mondo emergente, tale da generare un attivismo economico negli individui mai visto neanche nei periodi di grande sviluppo del mondo occidentale. Ed é questo attivismo di massa che é il vero motore della crescita economica e dei suoi ritmi parossistici. Ciò é più evidente nell'ambiente asiatico che in altri. Ma proprio per questo coinvolge la gran parte della massa critica del nuovo mercato e ne orienta l'evoluzione culturale.
La montante preponderanza dell'elemento asiatico sta definendo sempre più la cultura dell'intera economia planetaria. L'"asiatizzazione" del mercato globale ne sta delineando contorni culturali che divergono da quel rapporto tra società ed economia che era evoluto nella rivoluzione industriale in Occidente, negli ultimi due secoli. In particolare cade il requisito di bilanciamento tra garanzie sociali e modello capitalistico. Il secondo prevale in una sua forma non regolata dai vincoli emersi storicamente nella politica dei paesi occidentali. E ciò avviene in quanto l'economia viene liberalizzata senza che contemporaneamente si sviluppi la democratizzazione politica e conseguente enfasi sui diritti e garanzie individuali. Ciò significa, tra le molte altre implicazioni di civiltà economica, che l'"asiatizzazione" sta dando vita ad un'economia mondiale parametrata su costi bassissimi delle garanzie sociali. E questo fatto spiazza i sistemi occidentali, caricati di più alti costi delle garanzie, sul piano della competitività. Va detto che tale vantaggio corrente del sistema asiatico (aggiunto a quello valutario e del volume più basso dei costi assoluti per le operazioni produttive) potrà comportare uno svantaggio in termini di disordini sociali ed instabilità politica indotti dalla pressione rivendicative che sono fatti tipici dopo periodi di sviluppo accelerato e socialmente squilibrato (si pensi alla crisi della Corea del Sud). Tuttavia, per molti anni questo vantaggio competitivo resterà tale e risulterà difficilmente colmabile da parte dei territori dell'area occidentale a sviluppo maturo a causa dei costi fissi generati dal sistema di garanzie sociali.
Ma il fatto rilevante nello scenario degli ultimi anni 90 e primi del 2000 riguarda la diversa velocità economica possibile al sistema asiatico emergente in relazione a quello del mondo sviluppato e di cultura occidentale. Senza eccessivi carichi dei costi tipici di una democrazia caratterizzata da forte socializzazione dell'economia, il primo può tenere ritmi di crescita, cambiamento ed innovazione che non sono possibili al secondo. Dai primi anni 90 al 1997 l'Asia ha impresso al mercato globale un ritmo di crescita accelerato che costringe tutte le altre parti del mercato a prendere gli stessi ritmi e/o a misurarsi competitivamente con essi.
La crisi del 1997 nel sistema asiatico ha mostrato i limiti di una crescita troppo accelerata e caratterizzata da un'economia a bolla. E gli osservatori stanno meditando sulle probabilità di prosecuzione del miracolo asiatico. Certamente questo è un problema e lo vedremo in seguito. Ma l'evoluzione recente ha comunque reso l'Asia protagonista del mercato globale e questo fatto resterà nel futuro.
1.1.6. Motori tecnici: la nuova mobilità delle risorse
I fenomeni detti sopra si sono combinati con una parallela evoluzione della mobilità, oltre che dei capitali, dell'informazione, delle merci e delle persone.
L'apertura politica dei mercati di quello che era una volta il "Terzo mondo" e la rivoluzione culturale in essa avvenuta non sarebbero bastati a creare il fenomeno della crescita parossistica se non ci fossero stati già disponibili nel sistema quei fattori che rendono possibile l'economia produttiva: capitale, tecnologia e conoscenze industriali. Ed essi sono arrivati dal mondo già sviluppato a quello emergente, attratti da prospettive di più alta remunerazione degli investimenti in quanto il secondo è meno carico di costi e vincoli nonché più "veloce". Nella genesi del mercato globale é importante capire la convergenza di questi tre fenomeni: apertura dei mercati, attivismo indotto dalla diffusione della cultura consumista e contemporanea esplosione della mobilità tecnica delle risorse. Non é che uno dei fattori pesi più dell'altro nella co-generazione del fenomeno. Se non ci fosse stato l'uno o l'altro il fenomeno della globalizzazione non sarebbe certamente avvenuto in forma così esplosiva ed estensiva.
L'offerta di lavoro nei paesi emergenti ha infatti trovato subito "domanda" da parte di chi ha trovato utile delocalizzare le produzioni ormai a costi troppo elevati in quelli industrializzati. E ciò é stato possibile perché la tecnologia é evoluta a sufficienza per trasportare in modo efficiente persone cose e conoscenze. Questo trasferimento indotto dai differenziali di remunerazione ha a sua volta creato una capitalizzazione veloce della domanda di beni di consumo in loco. E ciò ha generato un flusso di importazioni nonché di nuove opportunità produttive locali per i consumi interni. Ed il fenomeno da notare in questi cicli é la "velocità" combinata con la "mobilità" stessa.
Essa è un fattore rilevantissimo per capire la natura del mercato globale. Per esempio, in pochi anni i cinesi sono passati dalla tuta blu alla camicia e cravatta. Ma in ancora meno anni saranno capaci di costruire ed esportare i computer che fino ad ora hanno importato perché incapaci di costuirli. E potrebbero farli sorprendemente competitivi per costi e qualità. Di per se il fenomeno non é né nuovo né atipico. Ciò che è nuovo ed atipico é la velocità con cui avviene. E questa é spiegabile solo con l'enorme mobilità dei fattori produttivi. E' l'incrocio combinato tra rivoluzione tecnologica e mobilità del capitale che costituisce un turbo per il motore dell'economia che si é globalizzata geograficamente. Il computer é in grado di gestire la logistica di una produzione delocalizzata, ma anche di trasferire in pochi secondi il capitale utile a finanziarla attorno al globo. Ovviamente, come già detto sopra, la velocità e la mobilità delle risorse tecniche da sola non sarebbe bastata ad innescare la globalizzazione se non si fosse costituito un codice culturale altrettanto veloce e mobile.
1.1.7. Il turbocapitalismo come origine della globalizzazione
Ma il "turbo" originario - e tuttora generativo di buona parte della spinta accelerata dell'economia mondiale- non sta solo nei fattori sopra citati. Essi, infatti sono conseguenza di qualcosa altro. Bisogna chiedersi, infatti, qual é il fattore di fondo che ha spinto i capitali a finanziare le operazioni nei paesi emergenti, lì creato nuove potenzialità di mercato. Rispondere che la lunga disinflazione in Occidente sia stato il motivo per cui i capitali sono stati spinti a cercare guadagni più alti altrove sarebbe una cosa sensata e vera. Ma il fattore più importante é risultato essere la competizione sempre più feroce che si é instaurata nel mondo ricco. Il produttore americano che scopre di essere in grado di fare i televisori, per dire, a Manila, più o meno allo stesso standard qualitativo e a costi dieci volte inferiori, é evidente che butta fuori mercato il concorrente che continua a farli negli Stati Uniti. E questo reagirà o vendendo la capacità produttiva ad uno che opera in un paese emergente con caratteristiche simili oppure farà la stessa delocalizzazione. Che la mobilità delle risorse sia importante é ovvio. Senza la disponibilità di Paesi dove operare a costi più bassi questa cosa non si potrebbe fare. Ma il propulsore della globalizzazione produttiva é la concorrenza nella parte più evoluta del mercato. Ovviamente deve essere combinata con le opportunità di mobilità. Ma é la cultura della concorrenza forzata alla conquista parossistica di sempre nuove quote di efficienza che ha forzato il mercato ad allargarsi globalmente.
Quindi é l'ambiente "intrinseco" del capitalismo liberista che si é rivelato essere il vero e più profondo propulsore della globalizzazione. Un battuta scherzosa - ma neanche tanto - dice, infatti, che la globalizzazione ipercompetitiva é figlia di una "guerra civile" nel mondo dell'economia evoluta. Quindi la globalizzazione va vista come un fenomeno di estensione del capitalismo (nella sua variante di modello evoluto negli Stati Uniti e, in generale, nella cultura economica anglofona) amplificata dall'abbattimento delle barriere tecniche, culturali e politiche che usualmente lo limitano. Nel processo di estensione, il capitalismo ha trovato una inaspettata accelerazione dei suoi processi. E ciò ha messo il turbo al capitalismo fenomenologicamnte più lento che si era visto evolvere nell'ambiente di mercato limitato ai paesi occidentali ed al Giappone nel dopoguerra. E, dalla fine degli anni 80, l'accensione di questo turbo ha fatto diventare tutto più veloce.
A questo punto il lettore potrebbe dire che il nostro fraseggio introduttivo - la globalizzazione ha causato la rivoluzione competitiva- potrebbe essere rovesciato: la concorrenza negli ambienti più evoluti del sistema capitalista ha avuto una accelerazione e questo fatto ha generato la globalizzazione. In realtà i due fenomeni sono concomitanti e si sono alimentati a vicenda. Comunque sia il fenomeno più importante appare essere l'incremento di velocità dei processi economici rispetto al passato.
Il tratto principale che caratterizza la globalizzazione, infatti, è la "velocità" dell'economia più che l'estensione geografica del mercato. E qualunque operatore produttivo nel nuovo mercato globale, sia un territorio od un impresa, deve fare i conti, prima di tutto, con una economia che accelera sempre più i suoi processi. Non é ovviamente l'unica cosa da capire. Ma é il fattore principale da comprendere per avere accesso iniziale alla possibilità di essere concorrenziali nel nuovo scenario. Chi é lento per sua natura, o trattenuto da viscosità, ha una minore probabilità di sopravvivere ai turbini competitivi che girano sempre più veloci attorno al pianeta. Vediamo questo fenomeno con qualche dettaglio.
1.2. La rivoluzione competitiva
Il fenomeno della "selezione competitiva" non é certo nuovo nella storia. Anzi, ne costituisce la normalità. Civilità intere, così come singoli attori economici, hanno successo o spariscono in base all'evoluzione dei fattori di vantaggio e svantaggio competitivo che si sviluppano nella storia, in analoga combinazione tra caso e necessità che si osserva nell'evoluzione dei sistemi naturali. Ma a noi qui interessa un più ristretto orizzonte: il cambiamento delle condizioni competitive negli anni 90, proiettato nel prossimo futuro. Per scala e velocità sta assumendo i contorni di una vera e proria "rivoluzione competitiva".
In particolare la "velocità" sta forzando tutti gli attori economici a riadattarsi ad un tipo di mercato del tutto nuovo. Ed é proprio l'entità del mutamento richiesto ed il poco tempo concesso per farlo che crea un effetto di selezione, sia negativa che positiva, particolarmente intenso.
1.2.1. Le tre ondate competitive
All'emergere della globalizzazione corrispondono tre diverse fasi di evoluzione della nuova competizione tra attori economici e territori. Esse si sono sovrapposte e fuse, più che sostituite una all'altra, aumentando l'altezza dell'ondata competitiva nel suo complesso e rendendo più esteso ed intenso lo choc per tutti quei sistemi che si sono trovati in poco tempo inadeguati.
1.2.1.1. Prima ondata: selettività nei settori ad alta intensità di manodopera
Nel mondo "semiglobale" - dagli anni 50 fino alla metà, circa, degli anni 80 - l'effetto selettivo della competizione commerciale riguardava singoli settori industriali e non i sistemi territoriali nel loro complesso ancora difesi da protezioni di fatto e di forma. Va anche notato che nel periodo della grande crescita postbellica la selettività competitiva nei paesi industrializzati non produceva effetti negativi sul piano sistemico in quanto chi doveva chiudere l'attività in un settore non competitivo la poteva riaprire in un altro sotto la spinta dell'economia crescente.
Infatti la prima ondata competitiva incomincia ad avere effetti sistemici dopo il raggiungimento della fase matura della crescita post-bellica. La conseguenza di essa é stata la creazione di un sistema economico stabilizzato e quindi produttore di abitudini. Queste hanno reso più rigido e lento l'intero sistema economico. Soprattutto lo hanno caricato di costi. E' ovvio che una tale configurazione economica si trovi in svantaggio competitivo se esposta alla concorrenza di sistemi economici capaci di operare a minori costi ed allo stesso tempo di essere presenti nel medesimo mercato.
Nei primi anni 70 la prima "semiglobalizzazione" interna all'area della Pax Americana mostrò già, in piccolo e per lo più nel mercato aperto degli Stati Uniti, il fenomeno selettivo che dopo pochi anni si sarebbe ingigantito e generalizzato. I paesi emergenti che avevano accesso ("contatto concorrenziale") all'area del mercato sviluppato erano in grado di offrire certi prodotti e capacità produttiva in specifici settori. Per esempio, le automobili giapponesi si presentarono competitive per costo e qualità nei confronti di quelle statunitensi in un mercato interno americano che non era granché protetto a favore delle seconde. E a Detroit fu crisi e disoccupazione crescente. E lo stesso accadde in molti altri settori manifatturieri. In meno di un decennio per un produttore di tessili o giocattoli non era più possibile fabbricarli negli Stati Uniti perché la concorrenza dei paesi emergenti era imbattibile soprattutto sul piano del costo del lavoro. E tutto ciò che era "labour intensive" sparì o si ridusse perché l'operaio delle Filippine o di Taiwan - allora- costava anche 10 volte meno di quello americano (con una produttività analoga se non superiore). I produttori nei settori ad alta intensità di manodopera dovettero cominciare a delocalizzare le prorie produzioni nei paesi che offrivano minori costi del lavoro. E "dovettero" in quanto bastava che un concorrente lo facesse per costringere tutti gli altri ad imitarlo allo scopo di non finire fuori mercato. Negli Stati Uniti tutti i settori ad intensità di lavoro - e che non erano protetti o assistiti come, per esempio, i cantieri navali per le costruzioni marittime o il settore della difesa nel suo complesso- o chiusero o delocalizzarono le produzioni oppure ridussero la manodopera cercando di sostituirla con l'automazione. La crisi competitiva settoriale cominciò prima negli Stati Uniti che in Giappone ed Europa non solo perché il primo sistema era in anticipo sullo sviluppo maturo nei confronti degli altri due, ma sopratutto perché era un mercato più aperto e meno protetto -mediamente- degli altri, quindi più esposto all'impatto diretto della concorrenza dei paesi emergenti.
Ma ell'estendersi del mercato ed all'evolversi delle capacità produttive dei paesi emergenti la competitività nel settore ad alta intensità di lavoro si ampliò ed intensificò al punto da creare una selezione competitiva generalizzata che negli anni 90 dimostra tutto il suo impatto in termini di deindustrializzazione accelerata nei paesi sviluppati. Negli Stati Uniti il numero di addetti nel settore manifatturiero tradizionale scese in pochi anni dal 25% al 16% della popolazione lavoratrice complessiva (1994). E questo dato mostra l'entità dell'impatto. Nello stesso anno la Germania, invece, esibiva ancora un 25% di impiegati nel manifattuiriero che stava ad indicare che il sistema industriale di quel paese aveva alzato una diga contro la prima ondata competitiva (come tutta l'Europa continentale). Ma la protezione dei lavoratori manifatturieri dei paesi sviluppati contro i minori salari in quelli emergenti risultò presto debole. La contemporanea estensione del mercato costrinse comunque i produttori nelle aree protette ad aprire fabbriche nei secondi per risultare globalmente concorrenziali. Il lavoratore europeo e giapponese restò protetto, ma i nuovi investimenti finanziarono nuovo lavoro in Asia, nell'Europa centro-orientale e nel Sud America. E ciò provocò e provoca comunque deindustrializzazione nei paesi sviluppati in forma di calo o mancanza di nuovi investimenti.
Una consistente migrazione industriale si verificò - e sta continuando- in settori non tanto colpiti dal differenziale del costo del lavoro, ma caratterizati dall'insostenibilità ecologica. Nel mondo ricco sono evolute regole di protezione ambientale che non ammettono più la produzione in loco di beni che richiedano processi contaminanti o ad alto rischio. E questo settore industriale é migrato nei paesi emergenti dove il problema di dare domanda all'offerta di lavoro prevale sui requisiti di sicurezza civile ed ambientale.
La trasformazione industriale dai paesi ricchi ed evoluti a quelli emergenti e con regole meno sofisticate ha toccato anche molti altri settori diversi da quelli detti sopra. Per esempio, l'ambiente legale stunitense estremamente "imputativo" sul piano delle responsabilità dei costruttori di una merce ha incentivato molti produttori di beni legati ad attività intrinsecamente rischiose (per esempio, piccoli aeroplani) a trasferire la sede legale e parte della produzione in Messico - o in altri paesi emergenti- per sfuggire alle conseguenze delle regole di estensione della responsabilità civile in caso di incidente o malfunzionamlento.
I paesi emergenti hanno avuto e continuano ad avere la loro "prima capitalizzazione" proprio grazie al differenziale sul piano del costo del lavoro (minore sia in termini valutari che in assoluto) che delle regolamentazioni (ambientali, legali, di protezione del lavoro, ecc.). Più il capitale é libero di muoversi e più la tecnologia e le tecniche industriali acquisiscono trasferibilità, più gli attori economici tendono ad utilizzare questo differenziale. La prima ondata competitiva - negativa nei confronti dei territori sviluppati- é stata generata dalla mobilità del capitale in una geografia che metteva in contatto ambienti di costo e di regole molto diversi. Ed il fenomeno può essere visto come l'aprirsi di un buco tra una vaso pieno d'acqua ed altri vuoti: il capitale é fluito a cascata nei secondi svuotando in parte il primo. Certamente il capitale è rifluito in forma di reddito agli investitori dei paesi maturi, ma ciò non si è trasformato in nuove iniziative industriali in quei luoghi.
In sintesi, la "povertà" (cioè la competitività sul piano dei costi e delle regolamentazioni) é il fattore di vantaggio competitivo che caratterizza la "prima ondata". Ed ha selezionato negativamente nei paesi ricchi tutte quelle attività produttive che possono essere replicate in quelli emergenti a minori costi e vincoli regolamentari. E la prima ondata ha sommerso e continua a sommergere velocemente i settori produttivi "bassi" dei paesi ricchi, cioè quelli ad alta intensità di manodopera.
1.2.1.2. Seconda ondata: selettività generalizzata in base all'efficienza
La prima ondata competitiva ha costretto le unità economiche dei paesi avanzati a profonde riforme di efficienza, per lo più nel settore manifatturiero. Ma parallelamente é emersa, a partire dai primi anni 80, una seconda ondata competitiva che si accavallata alla precedente. Questa può dirsi autogenerata nell'ambiente geografico dei paesi sviluppati, principalmente gli Stati Uniti, e riguarda lo sviluppo accelerato delle tecnologie e delle conseguenti tecniche di "tecnoefficientazione".
La rivoluzione micro-elettronica ha portato ad una conseguente rivoluzione nel sistema di mercato: automazione, possibilità di massimizzazione dell'efficienza attraverso tecniche di gestione regolate via reti informatiche, nascita di nuovi prodotti industriali e servizi che hanno velocemente sostituito quelli vecchi, ecc. Parallelamente, anzi "co-evolutivamente", si é scaricato sul mercato un enorme potenziale scientifico in forma di nuove conoscenze tecniche, dal marketing alla scienza dei materiali. Il rifornitore di questi beni tecnologico-scientifici é stato un'ambiente di ricerca fortemente finanziato nei decenni precedenti, negli Stati Uniti in particolare, per esigenze militari. Non si é trattato solo di un trasferimento diretto di tecnologie militari alle applicazioni civili (come, per esempio, nel settore aeronautico), ma di uno sviluppo accelerato della ricerca scientifica di base e finalizzata, in generale, sostenuta da finanziamenti "a perdere" di fonte pubblica. Negli Stati Uniti la Difesa, per esempio, aveva instaurato - fin dagli anni 50 - il metodo di finanziare la ricerca civile, lasciata del tutto libera, per aumentare la probabilità di innovazioni non ricercate in modo finalizzato. Un esempio noto di questo approccio sono "Darpanet", sistema di origine militare - finalizzato ad aumentare la connettività tra centri di ricerca - poi evoluto, alla fine degli anni 80, come "Internet". Un altro esempio é la quantità di ricerca innovativa non (o semi)-finalizzata commissionata dalla SDIO (Strategic Defense Initiative Organization) - cioè l'organizzazione di supporto al programma popolarmente conosciuto come "Guerre stellari". Centinaia di programmi del genere fortemente sostenuti da spesa pubblica "a perdere" ha generato non solo un volume anomalo di ricerca e ricercatori, ma soprattuto una accelerazione nelle scoperte e relative applicazioni pratiche ed industriali.
Deve essere sottolineata la particolarità del clima culturale che é stato il vero motore di questa accelerazione. Esisteva una esasperata ricerca delle novità che permettessero di ottenere una superiorità militare nell'ambito di una cultura politico-strategica che individuava, per altro realisticamente, nel "vantaggio tecnologico" il fattore competitivo chiave. E proprio questo "turbo" sul piano della ricerca scientifica e tecnologica é stato un elemento sia precursore che "portante" del "turbocapitalismo". Va anche aggiunto che, al diminuire della spinta della ricerca militare alla fine degli anni 80, é comunque rimasto elevato il volume di produzione delle nuove tecnologie nell'ambito dei sistemi civili. L'enorme sviluppo scientifico pilotato da esigenze militari ha consolidato l'idea che la competitività deve alimentarsi continuamente di investimenti di ricerca. Ed essi, infatti, continuano ad essere voluminosi anche nel "dopo guerra fredda", pur meno sul piano della ricerca pura e più su quello applicativo e finalizzato (Giappone a parte che sta investendo, dal 1996, più denaro pubblico sulla ricerca non-finalizzata).
In inciso, quanto detto si riferisce principalmente all'ambiente statunitense. Ma, più in piccolo e con effetti generali minori, descrive fenomeni analoghi in Francia, nel Regno Unito ed in Germania. Tuttavia in questi paesi la scala della rivoluzione tecnologico scientifica é stata minore e la capacità di base nel settore é, oggi, del tutto inferiore a quella statunitense (solo in pochissimi settori, infatti, gli europei dimostrano di essere in testa al convoglio innovativo). Di conseguenza l'ambiente europeo, nel suo complesso, si presenta alla fine degli anni 90 con una capacità di competizione tecnologica di molto minore a quella statunitense, e dietro quella giapponese, nella stragrande maggioranza dei settori critici.
Questo dato, tuttavia, non implica necessariamente che lo svantaggio risulterà assoluto nel futuro. Un nuovo fenomeno, infatti, riguarda la accresciuta velocità di circolazione delle scoperte scientifiche e dei trasferimenti di tecnologia. Ambienti in grado di capire ed elaborare le novità saranno in grado di utilizzarle a fini industriali anche se non di produrle. In questo scenario la competitività sarà basata più sulla capacità di creare innovazioni a partire da nuove conoscenze di base più che di produrre in proprio le seconde. Ovviamente questa affermazione trova limite nel fatto che comunque i produttori di tecnologia di base avranno la possibilità di costruire i grandi sistemi planetari e, con essi, gli standard di riferimento per tutti gli altri.
Un esempio di capacità tecnologica secondaria nel recente passato é dato dall'ambiente industriale italiano che produce poche novità di base, ma molte innovazioni competitive. Ciò fa intuire un possibile modello di competitività nel futuro dove potrebbero essere economicamente premiate più le capacità di innovazione ed ingegnerizzazione che non le conoscenze di base. Ovviamente chi produrrà queste ultime avrà il problema di come difendere il vantaggio competitivo su questo piano. La competizione tra territori é passata dal criterio della "geopolitica di potenza" dell'altro secolo a quello di "potenza geo-economica" nella fine di questo. Ma per l'inizio del nuovo millennio già si vede un nuovo livello di confronto competitivo tra terrritori basato sui nuovi criteri selettivi della "geoconoscenza" (cioè la competitività territoriale in base alla concentrazione di risorse conoscitive)
Riprendendo il filo, la disponibilità di nuove tecnologie, a partire dagli anni 80, ha generato la possibilità per le imprese di ottenere molta più efficienza complessiva. La spinta per cercarla, oltre che dalle pressioni competitive della prima ondata (vista poco sopra), é venuta dal parallelo evolversi delle condizioni di mercato. In particolare, lo sviluppo di tecniche finanziarie sofisticate e di un volume sempre maggiore di capitale (risparmio e fondi pensione) ha generato una pressione al profitto finanziario che ha forzato il mondo della produzione ad ottenere più margini e valore aggiunto dalle operazioni industriali sottoposte al regime borsistico. Dall'inizio degli anni 80 si assiste alla "svolta finanziaria" nell'economia come nuovo standard mondiale. Il ciclo degli investimenti risente dei nuovi requisiti di breve termine e di intensività parossistica per la remunerazione del capitale. Le imprese sono forzate ad acquisire una maggiore capacità di produrre di più e meglio a costi più bassi. Da qui si sviluppa una spirale concorrenziale sempre più accelerata in cui la ricerca della competitività per costi e prezzi alimenta una crescente ricerca dell'efficienza tecnica e di conto economico delle aziende.
Ciò impone un ricorso esasperato alla riduzione al minimo del personale (downsizing), all'automazione, al taglio dei livelli intermedi nelle organizzazioni produttive e dei servizi, al trasferimento all'esterno dell'impresa di funzioni non strategiche (outsourcing), al raffinamento esasperato dei sistemi di gestione dei magazzini e degli stock, a tecniche di marketing sempre più aggressive e sostenute da conoscenze sofisticate, a contratti di lavoro sempre più flessibili, all'informatizzazione massiva di tutto ciò che può essere informatizzato e, soprattutto, alla necessità di saper operare in aree progressivamente più vaste del mercato.
Il mutamento nelle organizzazioni aziendali, sospinto dalla riforma di efficienza, é epocale. Due aspetti opposti lo caratterizzano. Per esempio, da un lato le Borse e gli investimenti finanziari premiano le aziende che ricorrono più massivamente alla riduzione del personale ai minimi termini (fino alla situazione paradossale di esagerare e trovarsi nella trappola del sottodimensionamento); dall'altro lato le imprese più impegnate nella competizione globale stanno migliorando di molto la qualità delle relazioni industriali, cioè della vita in azienda ad ogni livello operativo. E, pur apparentemente contraddittorio, questo esempio del mutamento in corso indica con certa precisione quale sia la natura della riforma di efficienza in corso: più qualità, meno costi. Il che anche definisce molto chiaramente quale sia il nuovo standard di competitività da raggiungere a livello di ciascuna singola impresa. Di per se il fenomeno non é nuovo. Ma é nuovo - e per questo "selettivo"- il livello di esasperazione dell'efficienza richiesto alle imprese per ottenere la competitività.
Questa vera e propria rivoluzione dell'efficienza tocca tutti i settori industriali e dei servizi imponendo repentinamente nuovi standard di sopravvivenza sul mercato alla totalità delle aziende (eccetto quelle tutelate di fatto o di forma da regimi protetti). Alla prima ondata competitiva - il cui effetto selettivo ha un'impatto prevalente sui settori ad intensità di manodopera - si sovrappone questa seconda ondata che rende generalizzata la nuova competizione sul piano della "massimizzazione dell'efficienza". E le due ondate si sovrappongono. Ma é la seconda, come detto sopra al riguardo del turbocapitalismo, che imprime una velocità sempre più accelerata che rende ancora più alta la prima. Per esempio, la delocalizzazione delle produzioni dai paesi sviluppati a quelli emergenti non segue più il solo sentiero della "selezione settoriale", ma diviene una soluzione generale di efficienza per tutti i settori produttivi sottoponibili a trasferimento.
1. 2.1.3. Terza ondata: selezione competitiva per aleatorietà del mercato
La terza ondata competitiva si caratterizza come incremento della quantità di "sorprese" che può capitare ad un operatore economico. L'estensione geografica del mercato, la sua percorribilità in tempo reale da parte dei flussi di capitale, la trasferibilità in relativamente poco tempo di tecnologie e know-how, sono alcuni dei principali fenomeni che aumentano la densità di produttori concorrenziali nell'economia mondializzata.
E' il tipico caso di un aumento quantitativo che genera conseguenze qualitative. Per esempio, fino agli anni 80 era limitato il numero dei soggetti che erano in grado di produrre computer. Oggi ne possono uscire "improvvisamente" di nuovi in modi e luoghi imprevedibili ed avere un effetto selettivo a sorpresa sul settore di mercato. Semplificando e generalizzando, un investitore o produttore non può mai essere certo che la competitività prevista di un prodotto non sia modificata a sorpresa da qualche fattore interveniente. Anche questa non é una novità assoluta. Lo é, invece, la velocità e la quantità con cui le sorprese possono avvenire. L'accelerazione del turbocapitalismo ha aumentao l'aleatorietà delle condizioni di mercato.
L'emergere di questo terzo fattore della nuova competitività non ha ancora dispiegato tutta la sua forza selettiva. Ma già si vede il tipo di impatto che avrà nel prossimo futuro. Ogni azienda è costretta a diventare flessibile flessibile di fronte ad un aumento dell'aletorietà. Per esempio, l'azienda X investe sul prodotto Y l'importo Z calcolando un ritorno di capitale che sarà positivo, per dire, dopo tre anni di commercializzazione. Diversamente da pochi anni fa, oggi é molto più difficile definire il rischio di un calcolo del genere. E questo perché é maggiore la probabilità che da qualche parte del mercato emerga un attore o fatto concorrenziale non previsto che cambia lo scenario e, quindi, la remunerazione dell'investimento iniziale.
Il mondo delle imprese (e dei servizi finanziari che le riforniscono di capitale) sarà sempre più sottoposto a questa aleatorietà. Non potrà reagire in altro modo che quello di incrementare l'efficienza sul piano della velocizzazione dei processsi di produzione, della creazione di nuovi prodotti e messa sul mercato degli stessi in modo tale da incrementare la flessibilità per reagire competitivamente a sorprese non previste. Questo è già ben visibile nei settori ad alta tecnologia. Si estenderà progressivamente a tutti gli altri.
Ma esiste un limite "assoluto" di gestione dell'aleatorietà per cui, oltre una data soglia, ogni denaro speso per ridurla tende ad essere comunque un costo senza efficacia (per incomprimibilità del numero di sorpese possibili) oppure un costo inaccettabile (compressione eccessiva dei tempi di ammortamento e accorciamento della vita dei prodotti). In generale, la nuova selettività della "terza ondata" tenderà ad incrementare le capacità conoscitive e strategiche delle imprese. Per esempio, dovrà aumentare la capacità di "intelligence" di un attore economico per individuare meglio il potenziale di sorpese possibili nel mercato mondiale; le strategie di marketing dovranno compiere un salto evolutivo per aumentare la capacità dell'azienda di reagire ad una sorpresa competitiva; lo stesso per gli aspetti produttivi e ciò implica una perfino maggiore flessibilità a tutti i livelli dell'organizzazione aziendale allo scopo di riconvertirla velocemente in base alle contingenze. In generale, le aziende dovranno avere una "testa" più evoluta.
Ma livelli di aleatorietà concorrenziale così elevati aumenteranno - probabilmente- anche il ricorso a sistemi di "nuove protezioni" da parte delle imprese. Per esempio, allo scopo di contenere i costi crescenti dell'aleatorietà non si può escludere che si formino cartelli di imprese che cerchino di ridurla sul piano "politico" premendo sui governi per interferire protezionisticamente sui processi di mercato. Non é poi improbabile che l'aumento di aleatorietà comporti in molti settori la ricerca di nuove situazioni di monopolio in modo tale da soffocare in forma conflittuale le sorprese competitive emergenti. Questi esempi di reazione alla concorrenza appartengono alla normalità storica e non sarebbe una sorpresa vederne un ritorno come soluzione al problema dell'aleatorietà. In questo caso la selettività premierebbe soggetti che sono grandi, che possono dominare cartelli e influenzare un insieme ampio di governi. Il che significa aspettarsi macrofusioni e formazione di giganti industriali planetari.
Tuttavia la complessità della "terza ondata" é e sarà tale da non permettere un rallentamento generalizzato del mercato. Quindi é più probabile che l'opzione neo-monopolista si realizzerà solo in alcuni settori, ma certamente non a tutti e probabilmente non riuscirà in molti.
Nei settori che resteranno aperti alla concorrenza, probabilmente, i requisiti competitivi utili alla strategia neo-monopolista non saranno efficaci a questo secondo livello del mercato. La frammentazione più che la concentrazione lo sarà. Così come le unità produttive medio-piccole avranno una maggiore probabilità di agire e reagire con la necessaria flessibilità (e capacità innovativa). Il che non vuol dire che le piccole e medie imprese attuali saranno oggettivamente favorite. Infatti a queste il nuovo ambiente imporrà nuovi requisiti di "testa" (sopra accennati) che implicheranno capacità direzionali comunque enormemente più sofisticate di quelle attuali.
In questo scenario un grande interrogativo é costituito da come reagirà il sistema finanziario alla nuova aleatorietà. Se, infatti, gli investimenti industriali e finanziari diventano più instabili é ovvio che il mercato dei capitali dovrà reagire in qualche modo all'incertezza crescente per ridurla. Probabilmente verranno raffinate le tecniche di gestione del rischio da parte dei fornitori e gestori del capitale. E questa sarebbe un'evoluzione positiva. Ma l'ambiente complessivamente più incerto potrebbe semplicemente aumentare il costo degli impieghi di investimento. E ciò potrebbe diventare - oltre che un ulteriore fattore di selezione competitiva nel mondo del banking- un importante fattore di crisi nel sistema del mercato globale.
E' difficile scenarizzare, nel 1997, le possibili configurazioni e conseguenze della "terza ondata" competitiva. Comunque quello che si vede ora già permette di anticipare che essa si cumulerà alle prime due con un effetto moltiplicatore enorme. E a quel punto l'ambiente economico del pianeta difficilmente potrà ospitare attori e concetti economici che oggi possono sopravvivere operando con "velocità" medio-basse. Chi deve nel presente definire una linea di scommessa competitiva é meglio che prenda la "supervelocità" (dei processi e delle innovazioni) come criterio di orientamento di fondo nelle previsioni con orizzonte temporale il 2015-2020.
Tuttavia va anche segnalato che ogni grande crescita ed accelerazione dell'economia tende a cumulare instabilità e a produrrre dei fenomeni di "controtendenza". Ciò consiglia di non sovradattare lo scenario al solo criterio della "supervelocità", ma di elaborarlo tenendo in conto anche la probabile domanda di maggiore stabilità e certezza nel mondo della nuova economia aleatoria.
1.2.2. La competizione sul piano dell'offerta di stabilità.
La globalizzazione dell'economia si basa sul fenomeno della nuova mobilità delle risorse capitali, tecnologiche ed umane (nonché sulla diffusione mondiale del consumismo come codice culturale dominante). Tuttavia, negli anni 90, si é ancora molto lontani dalla realizzazione di un "mercato globale" vero e proprio, cioè stabilizzato con regole omogene e sistemi istituzionali solidi e compatibili tra loro.
Come detto sopra, i paesi emergenti hanno attratto capitali grazie alle loro condizioni di povertà e di ambienti meno evoluti sul piano regolamentare. Fino ad ora hanno offerto una stabilità basata sul fatto che lo sviluppo prorompente ha rinforzato i sistemi politici diffondendo più ricchezza in popolazioni che partivano da zero. Ma dopo un certo livello di industrializzazione emergeranno sempre più differenze ed é prevedibile lo scoppio di tensioni sociali. Non é ancora chiaramente scenarizzabile se queste avranno effetti particolarmente destabilizzanti nei paesi di nuova ricchezza. Per esempio, non necessariamente l'ambiente politico-culturale asiatico seguirà il percorso dello sviluppo di tipo occidentale segnato da forti sindacalizzazioni e movimenti sociali capaci di produrre un'alta instabilità politica. Tuttavia é realistico aspettarsi, alla fine della prima fase dello sviluppo nei paesi emergenti, un periodo di instabilità politica dovuta alle pressioni di massa per ribilanciare le differenze generate dalla crescita accelerata. In questa prospettiva va previsto un flusso di ritorno del capitale nei paesi a minor rischio politico. Va aggiunto che quando questo si verificherà (non si può prevedere l'intensità del fenomeno, ma é molto probabile che comunque avvenga) si aprirà una nuova competizione tra paesi evoluti per chi offre più stabilità e certezza ai capitali, le imprese e le persone.
Il fenomeno potrebbe anche essere chiamato "competitività di ritorno". I paesi che perdono capitale nel presente per eccesso di stabilità decompetitiva - cioè troppe regole e protezioni che inducono alti costi- potrebbero tornare improvvisamente ricompetitivi proprio grazie al fatto di fornire più stabilità e certezza comparativa di quelli emergenti. E su questo scenario già si può cominciare a scommettere in quanto, pur ancora lontani dall'instabilità, molti attori dei paesi emergenti mostrano di indirizzare i capitali acquisiti verso le più tranquille terre dei paesi stabili, anche se il grado di remunerazione é inferiore dell'eventuale reinvestimento del capitale. Quindi si profila una situazione in cui in cui quote notevoli di capitale accetteranno una minore remunerazione in cambio di certezza. Il fenomeno é già in atto nel presente per categorie specifiche di attori.
Bisogna anche aggiungere il fatto che in sempre più settori industriali il costo del lavoro tende a diminuire la sua importanza grazie all'automazione o al tipo di prodotto in cui il costo umano è una proporzione minore nell'ambito del costo totale. Per tali unità l'insediamento della produzione in territori ad alti costi e rigidità del lavoro non dovrebbe costituire più un problema se si ottengono in cambio minor rischio e maggiore qualificazione dei fattori produttivi. Anche sul piano industriale c'è da attendersi una nuova stagione di ritorno (e specifica forma di concorrenza attrattiva tra territori a sviluppo maturo).
Entro il 2010, nei paesi ora emergenti, esisterà una massa di consumatori con gusti e requisiti più evoluti. Molti prodotti acquisiranno competitività in quei mercati sulla base di un valore aggiunto in termini di qualità certificata. Si apre pertanto una nuova frontiera competitiva per marchi industriali che garantiscano tale certificazione. E per i territori i cui ambienti regolamentari e tradizioni sono fonti riconosciute di qualità certificanti ciò si può rivelare come un'opportunità. Per esempio, tra una clinica in Svizzera ed una Cina, anche ponendo che le due siano tecnicamente alla pari, certamente la tradizione elvetica di qualità e sicurezza favorisce la prima nel marketing competitivo per clienti capitalizzati. L'esempio è volutamente banale ed arbitrario, ma serve a dare con semplicità l'idea della nuova frontiera di competitività che favorirà nel prossimo futuro i territori ad alta tradizione di stabilità. Ma il punto importante é che tale tradizione - poiché valore sottoposto a concorrenza- non necessariamente potrà risultare competitiva solo di per se, cioè "passivamente". Ogni territorio dovrà rielaborare "attivamente" con strategie di marketing e con un'evoluzione continua dei servizi reali la competitività potenziale originata dalla tradizione. Questo, per cenni, indica una chiara strada di riforma competitiva per la categoria dei territori ed attori economici a tradizione certificante, settore per settore.
In generale, l'evoluzione dei fattori di competitività tende, nel presente, a premiare i paesi emergenti e punire quelli sviluppati. Ma va notato che ciò riguarda solo una fase dell'economia mondiale. Ed essa finirà quando i paesi emegenti avranno ottenuto la prima capitalizzazione di massa a seguito dell'enorme crescita iniziale. Quando questo accadrà, vi sarà certamente un fenomeno di "ritorno" dove le tradizioni cumulate nei paesi di più antico sviluppo, soprattutto sul piano - reale e simbolico- della certezza, sicurezza e stabilità si tramuterà in un "nuovo vantaggio" competitivo. Questi cenni, ovviamente, si riferiscono ad una probabilità e ad uno scenario potenziale. Tuttavia le tendenze iniziali già visibili sembrano favorire questa tendenza. E ciò fa prevedere che tra i paesi a sviluppo maturo quelli che capiranno prima il "ritorno del pendolo" ed i modi attivi per trarne vantaggio avranno una buona probabilità di rivivere un nuovo boom competitivo e forse una reindustrializzazione. Ma ciò aprirà una nuova concorrenza nei paesi sviluppati per attrarre il capitale e ciclo di ritorno.
1.2.3. Fattori competitivi emergenti nel prossimo futuro
La lista dei nuovi fattori competitivi può essere allungata quasi all'infinito in relazione al livello di dettaglio a cui si vuole arrivare. Sopra si é cercato di isolare e classificare quelli più macroscopici. Vediamone altri più settoriali che stanno emergendo. Il criterio di citazione sceglie quei fattori che, pur sviluppandosi al momento solo in settori specifici o aree territoriali particolari, potrebbero avere nel futuro la capacità di creare nuovi standard od effetti selettivi generalizzati nell'intero mercato globale.
1.2.3.1. Il settore manifatturiero di nuova generazione
L'evoluzione recente del mercato ha privilegiato più i nuovi prodotti nel settore dei servizi che non le novità intese come "oggetti" di nuova generazione. Si é consapevoli che una tale affermazione é azzardata e difficile da controllare nel mondo dei dati fattuali. Tuttavia é evidente che il tasso di "novità assolute" nell'economia degli anni 90 é inferiore - proporzionalmente - a quello degli anni 50 e 60. In quei tempi il mercato fu caratterizzato da un'alta densità di novità assolute o tali perché da un consumo di pochi si passò ad uno di massa: televisione, auto, aerei, case di tipo moderno, prodotti igienici e per la cura del corpo, medicine, ecc. Gli anni 90 esibiscono una enorme varietà di prodotti, ma di minore "novità". Per esempio, ogni pochi anni ci sono sempre più nuovi modelli di automobile sempre più raffinati tecnologicamente, funzionalmente ed esteticamente. Ma, nei paesi sviluppati, non c'é quel senso di novità provato dall'individuo nel comprare un'automobile in un'epoca dove tale bene era per la prima volta disponibile per un consumo di massa. Invece questa "emozione di consumo" la stanno provando i miliardi di nuovi consumatori nei paesi emergenti. Ma per quelli abituati allo sviluppo, il mercato appare offrire tante novità "orizzontali" (cioè varianti di categorie merceologiche note), ma poche di tipo "verticale", ovvero novità assolute.
La cultura del consumo nei paesi sviluppati é sempre più raffinata e comincia a dare segni di volere cose che il mercato non offre. Questo lascia percepire che stia cominciando ad essere significativo un nuovo gap tra domanda ed offerta nei mercati avanzati. Capire questo fenomeno in anticipo vuol dire predisporsi ad una nuova sfida competitiva che potrebbe emergere entro pochi anni e riselezionare molte imprese (e, quindi, territori) che hanno appena imparato a sopravvivere nell'ambiente della nuova competitività.
Che cosa é prevedibile, pur nella prudenza necessaria dopo i tanti tentativi futurologici clamorosamente smentiti dai fatti? E' già in atto da tempo il processo di "individualizzazione" della domanda. A questo l'offerta industriale ha, mediamente, risposto aumentando la sua capacità di personalizzazione di prodotti standard. Ma, in sostanza, si é per lo più trattato di variazioni da uno standard che restava fondamentalmente inalterato. E ciò é comprensibile perché sarebbe del tutto antieconomico - alla luce dei processi industriali attuali - pensare che un'industria possa variare di tanto le linee base di ogni singolo prodotto. Tuttavia le nuove tecnologie offrono nuove capacità di flessibilizzare le produzioni fino al punto - che sembra fantascientifico oggi - di generare un prodotto specifico per ciascun individuo.
Questa idea del "prodotto individualizzato", comunque gestito da una procedura manifatturiera che opera secondo criteri di efficienza standardizzata, potrebbe diventare il nuovo fattore di selezione competitiva nel prossimo futuro, in alcuni settori. Per esempio, chi sarà in grado di produrre un auto co-disegnata dal cliente in base ai suoi criteri e gusti ne ricaverà un maggior valore aggiunto e un grado di competitività maggiore di chi continuerà a produrre auto standard, anche di buona qualità. Questo é un esempio che la tecnologia potrebbe rendere concreto, probabilmente, non prima del 2010. Ma tale data é solo apparentemente remota.
Si potrebbe contrapporre il fatto che i consumatori tendono ad essere sottoposti ad un effetto conformista tale da comprimere il potenziale di domanda per i prodotti individualizzati. Non si può ancora dire. Tuttavia le prime tendenze delle produzioni personalizzate fanno vedere che i consumatori reagiscono molto bene a tali offerte, fino a rendere più consistente la probabilità che siamo alle soglie di un nuovo modo di fare mercato. Talmente nuovo che l'effetto selettivo potrebbe essere devastante e di massa per chi non ha le capacità di seguirne l'andamento.
Qualcuno potrebbe sostenere che l'area di domanda di questo nuovo mercato si limiterebbe ai paesi più sviluppati. In realtà il mercato di oggi già mostra che le novità si diffondono molto velocemente, limitate solo dal potere d'acquisto dei consumatori. Quindi questo non sarebbe un buon argomento. Lo potrebbe essere, invece, la fatica del consumatore a dover pensare al prodotto che vuole invece di scegliere tra quelli che già che ci sono. Ma é probabile che le tecniche di marketing evolverebbero al punto da eliminare questa fatica sia nell'interazione personale tra cliente e venditore, sia nel dialogo elettronico tra i due, cosa sempre più possibile nelle reti comunicative emergenti. In sintesi, se un'idea ha un potenziale di grip molto forte perché intercetta un aspetto profondo della psicologia dei consumatori, allora prima o poi il mercato toglie qualsiasi ostacolo affinché la nuova idea si realizzi. Non é un atto di fiducia cieca. E' semplicemente l'osservazione di ciò che avviene nel mercato da decenni. E va aggiunto che il cosiddetto conservatorismo dei consumatori - nei settori dove lo si rilevi - non é necessariamente una resistenza congenita alla novità, ma piuttosto una difficolté da parte dell'offerta di far vedere alla domanda una possibilità. Quando tale ostacolo viene rimosso, di colpo il consumatore diviene innovativo, a sorpresa, magari essendo stato il giorno prima, apparentemente, conservatore e conformista. E parlando, nel prossimo futuro, di un mercato con quasi 5 miliardi di consumatori non é azzardato aspettarsi una rivoluzione turbolenta.
Queste considerazioni portano alla previsione di uno sviluppo progressivo, inizialmente lento e settoriale, poi esplosivo e generalizzato, del nuovo mercato dei "prodotti individualizzati". Da classificarsi entro la categoria delle "novità verticali".
Un altro aspetto di questa categoria potrebbe riguardare non solo prodotti individualizzati (e nuovi in tal senso) ma anche prodotti individualizzabili ed allo stesso tempo nuovi in senso assoluto. Per esempio, se il lettore perdona un esempio cervellotico, tutti noi dormiamo in letti che sono più o meno gli stessi da migliaia di anni. Se qualcuno inventa un letto robotizzato, con annesso guscio microclimatico e servizi di sostegno alla miglior qualità del sonno, allora un tale oggetto sarebbe percepito come una novità assoluta. Poiche risponde anche a nuove esigenze di qualità della vita dei ceti evoluti, un tale prodotto sarebbe ipercompetitivo e, in quanto a novità assoluta, avrebbe di fronte a se un potenziale di commercializzazione totale. In una tale prospettiva l'investitore su questa "novità verticale" non farebbe molta fatica a trovare il rifornimento di capitale adeguato per realizzarla.
Il punto é che la globalizzazione accelera la diffusione delle novità e, così facendo, ne incentiva la creazione di altre. Questa possibile evoluzione potrebbe comportare una totale ridefinizione di che cosa sia il settore manifatturiero. Già oggi l'operaio é sempre più un tecnico in camice bianco, nei paesi sviluppati. Nel domani, in caso evolva il manifatturiero di nuova generazione, verrà per forza acccelerata l'automazione dei processi produttivi. Ma le macchine avranno bisogno - proprio a seguito delle esigenze di individualizzazione del prodotto - di un supporto umano estremamente qualificato. Potrebbe sparire la figura dell' "operaio", nel manifatturiero di nuova generazione, ed il suo posto venir preso da una nuova figura altamente specializzata e dotata di una cultura generale oggi assimilabile a quella di un laureato. Ciò lascia intendere che una maggiore parte della forza lavoro del prossimo futuro avrà bisogno di livelli di istruzione elevati. I territori che saranno in grado di fornirla - e rinnovarla attraverso sistemi di educazione continua - avranno la maggiore probabilità di attrarre le fabbriche di nuova generazione (il cui insediamento, tra l'altro, dipenderà di meno dall'attrattività dei costi del lavoro e molto di più dalla presenza di risorse utili alla nuova efficienza). I territori che resteranno indietro su questo piano, probabilmente, rimarranno esclusi dalla "reindustrializzazione competitiva".
1.2.3.2. La biorivoluzione
E' di dovere un cenno ad una rivoluzione già annunciata da tempo. Il prossimo millennio inizierà con una novità che ha carattere assoluto nell'intera storia dell'uomo: la possibilità di manipolare i processi biologici. Sul piano della morale ciò comporterà sicuramente un grande choc e non é prevedibile che effetti esso possa avere sugli impieghi di mercato delle biotecnologie. Già oggi le sole prospettive di fecondazione artificiale spaccano le opinioni pubbliche creando problemi di consenso, per induzione, a tutta questa area tecnologica. Parallelamente, lo sviluppo delle biotecnologie nell'agricoltura sta incontrando resistenze da parte dei movimenti ecologisti. Proiettare quello che succede già oggi, di fronte a sviluppi dopotutto molto moderati delle bioscienze, lascia prevedere una grande incertezza su cosa potrebbe succedere quando la scienza sarà in grado di creare direttamente organismi viventi con processi del tutto - o parzialmente- artificiali. Per esempio, la mappazione della struttura genetica umana é in corso di completamento. Ciò significa che all'inizio del 2000 la medicina avrà a disposizione un quadro totalmente nuovo e potentissimo di intervento sulla vita dei pazienti. Ma, appunto, questa rivoluzione presenta grandi interrogativi sul piano economico in quanto comporta un salto nei codici morali e di visione del mondo degli individui che non ha precedenti nella storia nota.
In realtà si sta osservando, già oggi, che questa rivoluzione sta prendendo vie meno rumorose ed indirette. Il clima detto sopra selezionerà negativamente, probabilmente, prodotti ad eccessivo impatto morale. Ma la rivoluzione scoppierà in tutti quei sub-settori che possono travestirsi o restare indenni dalla nuova conflittualità etica. E sono molti. Si va dalle terapie geniche fino alla chirurgia di nuova generazione. Ed in questi campi l'offerta medica quadruplicherà la qualità delle sue prestazioni in pochi anni. La domanda, per questi beni, é, ovviamente, altissima ed é limitata solo dalla disponibilità di capitale e di informazione. Ma questa ultimi tenderà ad aumentare e il mercato globale capitalizzerà più persone. E' quindi prevedibile uno scoppio della nuova biomedicina ( e suoi rami derivati). Si creerà un nuovo mercato associabile, per gli aspetti di trattamento residenziale, a quello turistico. E' chiaro che ciò diventerà un nuovo fronte competitivo, soprattutto ad alto valore aggiunto . Per questo lo si cita tra i fattori importanti nella nuova concorrenza tra territori.
La biorivoluzione, anche se ostacolata nei suoi prodotti più estremi, troverà comunque luoghi dove il contrasto etico e/o le leggi di regolamentazione saranno meno vincolanti. Ciò significa che sarà di fatto impossibile fermare l'ondata delle bionovità, anche quelle più pesanti. Per esempio, i paesi emergenti ancora poveri difficilmente resisteranno alla tentazione di ospitare nel loro terriorio bioattività represse in quelli più civili, ovvero più condizionate dal conflitto etico. Certamente ci sarà un tentativo di regolazione internazionale. Ma gli esempi di questa, per esempio nel campo della protezione dell'ambiente, non lasciano prevedere alcun facile successo. E' probabile che in alcune aree emergenti scoppi un mercato delle bionovità che prenderà impulso proprio dal fatto che molte di esse saranno impraticabili, per divieto legale o per opportunità di consenso, nei paesi sviluppati o in quelli regolabili via dissuasione da questi ultimi. Per esempio, fecondazioni artificali, clonazioni, biocostruzioni di organi per trapianti, rimanipolazioni genetiche, ecc. E, data la domanda elevata da parte dei consumatori di tali biobeni, é molto probabile che il differnziale di regolamentazione diventerà un importante orientatore dei flussi di capitali e consumo. Su questo piano non si propone tanto una raccomandazione per attuare una scommessa competitiva "disetica" - che sarebbe in contrasto con i valori di chi scrive - quanto di riflettere sul fatto che molto probabilmente la biorivoluzione non verrà fermata dalla regolamentazion, ma proseguirà prorompente e supercapitalizzata sia da nuovi clienti che da nuove imprese. Se questo si realizza, ad un certo punto anche le regole di contenimento della biorivoluzione nei paesi evoluti saranno sommerse da una nuova massa critica di clienti ed aspiranti, cioè da una "nuova morale". A quel punto vi sarà la vera biorivoluzione generalizzata. Quando? Ovviamente é difficile dirlo, ma dopo il 2010-15 esisteranno certamente tutti gli ingredienti per un grande "bioboom". Le linee di scommessa competitiva, quindi, devono già tenere in conto e seguire gli andamenti di scenario in questo settore.
Nel settore delle biotecnologie che non coinvolgono direttamente gli esseri umani, invece, c'é da attendersi un "bioboom" più ravvicinato nel tempo. Il settore é di varietà enorme e per questo non ancora scrutabile nei suoi sviluppi futuri. Tuttavia é già oggi ben visibile l'emergere di un nuovo fattore competitivo nel settore, anche se di carattere secondario. Immettere nuovi organismi nell'ambiente, in forma di batteri utili per i processi industriali o di nuove piante rigenetizzate, ecc., é un'attività che richiede non solo grande capacità di ricerca, ma soprattutto una grande capacità di certificare che quello specifico bio-prodotto non produca effetti dannosi. E' importante sul piano morale e pratico, ma in termini economici é importantissimo in relazione al problema dei possibili costi causati da danni ecologici o alla salute. Le imprese cercheranno fonti di certificazione che garantiranno l'innocuità del prodotto per prevenire riparazioni legali dovuti ad incidenti. Le assicurazioni probabilemnte richiederanno certificazioni di questo tipo per stipulare un contratto con le imprese produttrici. Le certificazioni prodotte dagli istituti di miglior fama potranno ridurre i costi di tali contratti, e quindi gli istituti stessi farsi pagare di più dai clienti. Il volume stimabile di capitale circolante in questo tipo di sub-mercato non sarà granché per un pò di tempo, ma crescerà a seguito della biorivoluzione in corso, fino ad ingigantirsi quando essa scoppierà. Poiché tale certificazione é un'operazione di grande complessità tecnica, e cosa che non si inventa in pochi anni, pare sensato segnalare che già oggi sarebbe competitivo investire sulla costruzione di nuovi istituti di "ecocertificazione" a ridosso di nuovi centri di biotecnologia in università aperte all'impiego commerciale dei prodotti scientifici.
1.2.3.3. La rivoluzione dei nuovi materiali
Siamo alle soglie di un rivoluzione tecnica simile a quella avvenuta in passato in seguito alla introduzione delle materie plastiche, moltiplicata per mille. Già oggi esiste una grande varietà di nuovi materiali che, se scaricata, sui processi industriali, potrebbe in poco tempo modificarne la natura.
Tuttavia questo alto potenziale di innovazione stenta ad evolvere verso una nuova generazione di tecnologie industriali. Ed il motivo principale riguarda i costi di trasformazione degli impianti e processi industriali per l'utilizzo commerciale dei nuovi materiali possibili. Per esempio, un automobile fatta di superplastiche invece che di metallo é un oggetto già possibile oggi. Ma la riconversione del processo e l'investimento per rendere certa la tecnologia dei nuovi materiali presentano non solo costi elevati, ma - data la discontinuità tecnologica- costringerebbero le imprese a rinunciare al pieno sfruttamento remunerativo dei sistemi e prodotti in atto. Da qui si prevede uno sviluppo relativamente lento del potenziale tecnologico nell'area dei nuovi materiali.
Tuttavia alcuni settori anticiperanno la rivoluzione dei nuovi materiali, realizzandola. Al momento sarebbero pura fantascienza previsioni di dettaglio. E' sostenibile solo l'ipotesi che "partiranno" per primi i settori a tecnologia e prodotti raffinati: strumentistica di nuova generazione, microrobotica, costruzioni aerospaziali, biomateriali per impieghi medici, ecc.
Va detto, comunque, che essendoci un alto potenziale scientifico-tecnologico disponibile ed in veloce evoluzione non si può escludere che emerga qualche sorpresa del tutto imprevista, magari con impatto generalizzante. Poniamo che un imprenditore geniale trovi il modo di usare nuove schiume plastiche autoconsolidantesi per costruire case e che un cliente con alta visibilità nei media decida di farsi una villa usando la nuova tecnologia. La diffusione del sistema potrebbe essere velocissima e dar vita in pochi anni ad un nuovo tipo di industria, mettendo fuori mercato gli attori a tecnologia tradizionale. Nella finzione dell'esempio ipotetico, poi, si pensi che questa nuova tecnologia di costruzione potrebbe portare ad edficazioni più veloci ed individualizzabili. Tenendo a mente quanto detto in un paragrafo precedente, questa nuova flessibilità nel campo delle costruzioni potrebbe ottenere un enorme successo in relazione ai più rigidi, costosi e lunghi sistemi in atto. Ovviamente, va ripetuto, questi sono esempi cervellotici, ma servono per predisporre la scenarizzazione a contemplare un alto grado di aleatorietà e probabilità di imprevisti.
1.2.4. La nuova competizione indotta dal mutamento sociale
L'emergere del mercato globale sta provocando una discontinuità in tutte le dimensioni dell'organizzazione sociale, economica e politica del pianeta. In particolare, le strutture di comportamento, le abitudini e gli atteggiamenti mentali evoluti nel recente passato stanno mutando configurazione in modi tali da far presagire l'emergere di un nuovo ambiente competitivo spinto da fattori culturali/simbolici che si ricombineranno con gli altri fattori emergenti citati in precedenza.
1.2.4.1. Mobilità delle persone.
Più mezzi di trasporto e più persone che possono pagare il biglietto stanno ridefinendo i confini reali e psicologici che fino a poco tempo fa limitavano il raggio di azione territoriale di un individuo. Questa nuova mobilità genera una nuova ecologia della competizione in quanto aumenta per ciascun individuo le opzioni territoriali possibili e la sua mobilità in generale. Al momento solo lo 0,5%, mediamente, della popolazione nelle società evolute esibisce la completa mobilità (combinazione tra reddito elevato, lavori globalizzanti o comunque internazionalizzati e competenza linguistica) mentre il resto rimane ancorato ad un territorio specifico, a parte la mobilità turistica periodica. Ma questa figura potrà cambiare molto presto aumentando il numero dei globalians (cioè persone che possono lavorare in più territori del pianeta). E' difficile che nei prossimi 20 anni l'incremento numerico di questa categoria vada oltre il 3% della popolazione mondiale. Tuttavia questo numero riguarderà gli elementi di élite di ciascuna società: ricercatori, imprenditori, intellettuali. Si prevede un fenomeno di "denazionalizzazione delle élite". Ma sarebbe più giusto definirlo "rinazionalizzazione selettiva" in quanto le élite tenderanno a scegliere le lro basi neii territori più competitivi del pianeta in relazione ai diversi settori di interesse. Per esempio, conto corrente a Londra, gestione del proprio patrimonio in Svizzera, casa di montagna in Austria,, impiego universitario negli Stati Uniti, casa al mare - per dire- in Grecia o nelle Bahamas, brevi periodi di residenza lavorativa o turistica dovunque. L'aumento della massa delle élite più mobili non solo creerà un nuovo livello del mercato, ma costringerà i singoli territori a competere per attrarre la residenzialità di questo specifico settore di consumatori ad alta capitalizzazione e cultura. Soprattutto la competizione tra territori riguarderà l'attrazione dei cervelli e la soluzione del problema di come non perderli.
Questo fenomeno di nuova mobilità competitiva non riguarderà solo le élites, ma settori generazionali. I giovani, per la spinta tipica dell'età, tenderanno a riempire i potenziali di mobilità globale. E molti di essi potrebbero trovare territori preferenziali diversi da quelli di origine. Ciò comporterà il problema, in molti territori, di perdere il ricambio generazionale e, con esso, qualità antropologica media. E tale problema certamente creerà una nuova frontiera di competizione nonché nuove configurazioni del "mercato della mobilità".
1. 2.4.2. I nuovi standard culturali.
Il mondo già parla l'inglese come lingua franca ( ed un quinto di esso legge e scrive cinese mandarino, pur parlando una miriade di dialetti diversi). Ma la globalizzazione esaspererà questa dominanza. Parlare una lingua specifica, inoltre, implica assorbirne i segni antropologici depositati nella sua genetica culturale. Entro il 2020 é prevedibile una anglofonizzazione del pianeta ed una riselezione delle diverse culture locali in base allo standard anglofono (fenomeno già in atto, per altro). Tale standardizzazione linguistica darà un vantaggio competitivo "ombrello" a chi opera in inglese e meglio ne maneggia lingua e standard culturali. Ma deprimerà la competitività di culture e lingue diverse intrappolando chi opera in esse in uno spazio di mercato e comunicativo ristretto. Ciò produrrà effetti selettivi nel mondo delle telecomunicazioni e delle fonti culturali e letterarie, tendenzialmente a favore dei prodotti anglofoni e a danno degli altri.
Tuttavia la globalizzazione - anche se favorisce la standardizzazione ad un livello- provoca una differnziazione ad un altro. Proprio la presenza di uno standard mondiale potrebbe riqualificare per reazione le culture locali e nazionali. In ogni caso l'accesso allo "standard mondiale" sarà per molto tempo limitato dal fatto che il più delle persone resterà ancorata ad un territorio specifico, per lo più quello di nascita. Ciò imporrà un particolare requisito ai prodotti comunicativi. Per essere sempre più economicamnte competitivi dovranno risultare circolabili a livello planetario, cioè essere di "scala". Ma per poterlo essere dovranno essere facilmente traducibili in molte lingue ed essere predisposti ad una gestione plurilinguistica. E questo sarà un nuovo fattore di selezione competitiva per i settori interessati (comincia ad esserlo nel campo cinematografico). Va notato che questa spinta alla standardizzazione plurilinguistica e multiculturale - il lettore perdoni l'ossimoro, ma é solo apparente- modificherà la dominanza dello standard anglofono, e relativo traino culturale. Si creerà, piuttosto, un nuovo "gergo" foriero di una cultura ibridata e non più dipendente dalla storicità di uno specifico territorio. Questi fenomeni, il cui apparire può essere previsto attorno al 2015 (nel caso non succeda qualcosa che interrompa la globalizzazione) avranno nel tempo un forte impatto sulle credenze religiose e morali e sulle abitudini degli individui in tutto il pianeta. Un tale cambiamento culturale - tra l'altro in co-evoluzione con altri fattori modificativi delle psicologie- é molto probabile muti completamente una buona parte delle strutture che orientano il consumo come lo conosciamo oggi. Difficile dare dettagli, ma si può pensare a forti mutamenti nell'organizzazione famigliare e nelle tradizioni culturali orientati da una minore dipendenza dalla storicità di un luogo e sempre più dipendenti dalle informazioni che circoleranno nella nuova superficie della comunicazione.
1.2.5. Il nuovo mercato della gestione simbolica
Un ambiente culturale del tipo di quello accennato tenderà ad essere più sensibile alle informazioni e comunicazioni che circolano nella rete globale di comunicazione. E chi ne domina gli snodi o ne sarà al centro, potrà meglio orientare le visioni ed i gusti dell'intero pianeta. Vediamo meglio questa ipotesi.
1.2.5.1. Il probabile fenomeno delle ondate comunicative
Con più utenti televisivi collegati in reti sempre più globalizzate aumenterà il potere orientativo sia delle comunicazioni mirate sia di quelle non-finalizzate, ma che riescono ad andare in video. Il gran numero di telespettatori che vedono la stessa cosa creerà un massa critica che fisserà quella cosa stessa nella psicologia planetaria. Oggi questo fenomeno é limitato e contenuto dalle barriere linguistiche e diversità nazionali dei sistemi di comunicazione. Domani tale limite non esisterà più e l'evoluzione quantitativa genererà un mutamento qualitativo. Ciò che passa in televisione sarà più importante, più capace di generare uno stereotipo fisso non facilmente correggibile successivamente, soprattutto orienterà in modo omogeneo i gusti di una massa enorme di persone. In sintesi, ci sarà un nuovo mezzo per orientare i grandi movimenti del mercato globale. C'é da aspettarsi un sistema fatto di "ondate di opinione" concentrate su un oggetto o materia. Questo diventerà un nuovo fattore selettivo di impatto notevole per le strategie aziendali e quelle dei gestori di un territorio. Saranno possibili vere e proprie "guerre comunicative" tra competitori così come avranno effetto moltiplicato, in relazione agli effetti di oggi, campagne pubblicitarie e di opinione orientata.
Lo scenario si presenta di difficile interpretazione ulteriore. Tuttavia emerge chiara una linea di scommessa competitiva che già ha senso nel mondo di oggi. Gli attori economici saranno costretti a sviluppare capacità sempre più evolute di gestione competitiva e difensiva dell'immagine, ad un certo punto nemmeno comparabili con quelle richieste nel presente.
1.2.5.2. Dalla tecnologia delle reti all'ingegneria dei contenuti
Entro il 2010 - a meno di catastrofi- probabilmente il pianeta sarà avvolto da una nuova rete comunicativa a connessione totale. Ciò significa che esisterà una nuova "superficie". Oggi la si chiama "virtuale" mentre é solo nei suoi primi sviluppi e questo termine segnala solo una maggiore autonomia dei simboli di produrre un livello di realtà percepibile come tale grazie al raffinamento dei veicoli comunicativi e delle tecnologie di organizzazione delle informazioni. Ma il termine più corretto sarebbe proprio quello di nuova "superficie simbolica" che indicherebbe più realisticamente l'effetto di autonomia delle costruzioni culturali. Nel prossimo futuro il pendolo dell'innovazione più spinta passerà dalle reti ai contenuti Nel recente passato si é concentrata più sulle prime proprio grazie alla maggiore varietà di opzioni tecnologiche a seguito della priorità di ingegnerizzare le nuove reti. Ma quando le reti saranno mature ci sarà più enfasi ed innovazione sul piano dei contenuti che transitano in esse.
Che il mondo prodotto culturalmente (dalle menti e dalla relazioni tra loro) abbia una propria autonomia forte da altri livelli di realtà non é certo cosa nuova (si pensi all'autonomia di una visione cosmogonica religiosa dal livello di realtà prodotto dall'astrofisica). E' nuova, invece, l'estensività e velocità con cui possono circolare i simboli. Sono nuovi i mezzi per organizarli in pacchetti semantici e audiovisivi. E' nuova la conoscenza che permette di progettare mondi simbolici dedicati. Il nuovo, in sintesi, riguarda le possibilità proliferative e di confezione di pacchetti simbolici. E questa novità crea un nuovo livello della comunicazione competitiva.
Essa è attualmente riportabile alla pubblicità (comunicazione orientativa). Ma le nuove tecniche e reti comunicative potranno creare la comunicazione post-pubblicitaria. Questa sarà presto in grado di creare una cultura intera entro cui il bene pubblicizzato ha un vantaggio invece che adattare il secondo alla prima. Già da tempo immemorabile si nota che le mode favoriscono certi oggetti su altri. Le nuove possibilità potrebbero comportare la creazione di universi di riferimento simili alle mode -più stabili nel tempo- che implicano il consumo di certi oggetti oppure l'attuare specifiche azioni. Per ottenere questo effetto non occorrerebbe praticare i pericolosi sentieri delle tecniche condizionanti. Una buona ingegneria dei simboli combinata con un accesso alla rete globale potrebbe bastare a generare questo effetto (che in parte é stato trattato in un paragrafo precedente). Ma ciò é un'immagine che si può prevedere restando ancorati alle possibilità di oggi. Con uno sforzo di proiezione anticipativa delle possibilità si può vedere anche lo sviluppo di nuovi ambienti comunicativi dove un soggetto non é più spettatore, ma interagisce con un universo simbolico dedicato, per esempio, a dargli emozioni specifiche in cambio di moneta. Queste possibilità non sono per niente fantascienza, ma opzioni già oggi concettualizzabili per progettare il marketing di nuova generazione. Per esempio, il negozio non sarà più un'esposizione di oggetti, ma un ambiente gestito simbolicamente dove il compratore si immergerà interattivamente in una situazione progettata per incentivare l'acquisto.
In realtà già oggi un "negozio" é questo, ma nel prossimo futuro le nuove tecnologie unite ad una maggiore competenza scientifica al riguardo dei mondi simbolici, produrranno un ambiente di scambio più efficiente e "mentale". Si vedono già i precursori di tale evoluzione. Per esempio, i "ristoranti tematici" tentano di mentalizzare di più la relazione tra cliente e fornitore creando un ambiente più carico di simboli, diversi da quelli strettamente legati al cibo (Fashion Café, Planet Hollywood, ecc.) . Si spinga questo esempio mille anni luce avanti e si potrà avere un'idea di come potrebbero essere i nuovi ambienti di consumo ed interazione commerciale mediate sia da comunicazioni ipertecnologiche che da una nuova ingegneria della "gestione simbolica".
Tutti gli ambienti di interazione tra un consumatore ed una fonte potranno essere sottoposti alla nuova "gestione simbolica". Già alcune sale cinematografiche stanno sperimentando l'immersione totale dello spettatore nel film. Le tecnologie sono ancora poco evolute e ciò riguarda qualche scuotimento della sedia o l'indossare occhiali che permettono di sperimentare l'effetto tridimensionale dell'azione mostrata sullo schermo e, quindi, di una maggiore partecipazione dello spettatore alla scena stessa (perché gli sembra di essere dentro di essa). Le nuove tecnologie e conoscenze di gestione simbolica espanderanno, per esempio, questa possibilità fino ad un inserimento partecipativo totale dello spettatore nel film. Ma questo esempio fa capire come possano essere reingegnerizzati sul piano simbolico tutti gli ambienti di scambio. Fino al limite di creare mondi virtuali, ma creatori di sensazione e situazioni percepite come reali, in cui vivere parte del proprio tempo. Che non sarebbe solo un'iperestensione di quello che é oggi un parco divertimenti, ma la creazione di un vero e proprio ambiente virtualizzato in relazione a preferenze individuali in cui essere immersi per parte della giornata.
In sintesi, già da oggi é visibile una frontiera di competizione basata sull'ingegneria e gestione simbolica per la riconfigurazione dei luoghi di scambio e di "vita mentale". E' prevedibile che per un certo periodo (fino al 2010 circa) queste nuove possibilità emergano solo in settori o luoghi specifici. Pur limitato, tale sviluppo sarà però sufficiente a creare una nuova selettività nei settori toccati perché i nuovi ambienti commerciali disegnati dalla gestione simbolica saranno immensamente più concorrenziali di quelli tradizionali. Dopo questo periodo é prevedibile un "boom"