|
BANDIERE BLU
Gli Articoli di Carlo Pelanda su Il Giornale 1995-96 |
| Avvertenza: i titoli degli articoli sono, prevalentemente, quelli dati dall’autore. Le date corrispondono al giorno in cui l’articolo è stato scritto e non a quello di pubblicazione |
PRESENTAZIONE
Nell'Italia repubblicana lo spazio per le ideologie liberali è sempre stato angusto. Schiacciata tra le due grandi chiese nazionali, quella bianca e quella rossa, costretta a scelte tra mali minori, a volte turandosi platealmente il naso, l'Italia dei ceti produttivi è sempre stata un'entità raminga e apolide in una geografia politica imbalsamata.
Le vicende degli ultimi due anni, dopo l'iniziale entusiasmo, hanno riportato a galla disillusione, ma anche rabbia, desiderio di affermare finalmente la propria identità. Imprenditori, artigiani, maestranze che si sentono gabbate dal moloch sindacale sempre più spesso fanno sentire il loro "non ci sto".
Si tratta di un'Italia in fermento, di un'Italia che lavora, che produce, ma che vuole partecipare alle scelte dei propri destini, stanca di delegare con il proprio voto coloro che tutelano in realtà interessi altrui.
La semplicistica diagnosi di ridurre la causa dei mali della società italiana ad un puro fatto di latitudini geografiche, in realtà ignora una linea di confine oscura, una linea d'ombra a macchia di leopardo che in ogni città, realtà quotidiana, vede chi lavora, imprenditore o dipendente, affiancato da chi, spesso tutelato da legislazioni corporative, si accaparra una ricchezza che non produce.
Il prof. Carlo Pelanda non è un volto noto ai più, perchè non ha ancora avuto quel passaporto per la notorietà rilasciato dalle apparizioni in tivù (magari nei salotti ciarlieri di Maurizio Costanzo) e la sua foto non appare nei rotocalchi che allegano videocassette. Ma chi lo legge su "Il Giornale" di Vittorio Feltri, principe guerriero per il regno delle libertà, non si sente più solo, ma trova un paladino. Si sente preso non solo dalla passione civile di Pelanda, ma soprattutto dalle sue ali forti che volano alto e fanno capire che si può crescere come società moderna in una economia sempre più globalizzata, convivendo benissimo con le proprie tradizioni, la propria storia.
In un anno Carlo Pelanda ci ha regalato mille emozioni. Certi suoi articoli, sull'Italia Verticale per esempio, ci ridanno la carica per immunizzarci dall'effetto cloroformio sparso dai falsi buonismi.
Ci è parso conseguente raccogliere e finanziare la pubblicazione di questo diario di bordo della vita italiana per conservare quanto in un anno di collaborazione a "Il Giornale" Carlo Pelanda ha saputo registrare. E' l'unica "tassa" che paghiamo volentieri perchè finanzia il futuro e non il passato. Soprattutto vediamo in questi articoli un punto di partenza per costruire un'Italia Blu, un'Italia liberale di gente libera. Quell'Italia Verticale, insomma, che vuole continuare a lavorare o a produrre, in un Paese ordinato, dove è giusto che venga premiato chi merita, aiutato chi è in difficoltà, messo di fronte alle proprie responsabilità che non sta alle regole del gioco, ma le usa per il proprio tornaconto.
Questo libro è forse un piccolo contributo. Ma è quello che noi - impegnati quotidianamente in lavori che ci lasciano poco tempo per altro - possiamo concretamente fare per aiutare a porre le basi di una grande crescita, quella che Pelanda ha definito la grande Onda Blu, formata dallo sventolare dalle mille e mille bandiere del popolo produttivo. Magari partendo proprio da questo Nord-Est, gigante economico e nano politico, che tutto il mondo ha imparato a conoscere ed apprezzare.
Giancarlo Saran, a nome di un gruppo di lettori de "il Giornale"
Castelfranco Veneto, maggio 1996
INTRODUZIONE
Di
Vittorio Feltri
Ho sempre diffidato dei professori che scrivono per i giornali. Perchè in genere non si preoccupano di spiegare la loro scienza a noi che scienziati non siamo, bensì di fare bella figura con i colleghi cattedratici. Risultato: gli articoli che essi firmano, per quanto dotti e preziosi, sono praticamente incomprensibili, quindi inutili per un quotidiano a larga diffusione. Carlo Pelanda è professore, insegna in una importante università statunitense, parla un inglese forbito e conosce altre lingue, tra cui lo spagnolo: come vedete avrebbe avuto le carte in regola per essere bocciato quale editorialista del Giornale che indegnamente dirigo. Invece è uno dei nostri commentatori più assidui e illustri. Perchè? Devo svelare un piccolo segreto. Lessi per la prima volta il nome Pelanda su El Pais, sotto un pezzo interessante; e poichè dalle mie parti Pelanda è un nome caratteristico, quel nome mi rimase impresso. Quando poi Giulio Tremonti mi parlò di Carlo in termini entusiastici, incuriosito, brigai per incontrarlo. Il che avvenne dopo qualche giorno nel mio ufficio di Milano. Egli mi fece un'ottima impressione, ma c'è un ma. Nella conversazione emerse la professione di Pelanda, e immediatamente mi pentii di avergli proposto una collaborazione, sicuro che, come quasi tutti i professori, egli avrebbe prodotto non articoli, ma barbiturici. Tuttavia dissimulai le mie perplessità, anche perchè sarebbe stato stravagante licenziare un collaboratore assunto cinque minuti prima, e con una motivazione che avrebbe inorridito anche chi non apprezza le norme sindacali. Così, a causa di un mio errore, Pelanda cominciò a vergare editoriali per la prima pagina del Giornale. Debbo aggiungere che mai errore fu da me tanto benedetto: perchè un professore bravo come Carlo, capace di esprimersi in una prosa limpida quanto la sua, potevo trovarlo solo per sbaglio. I lettori lo stimano e lo seguono con piacere: le sue analisi acute, profonde e anticonformistiche hanno il dono dell'originalità, e colpiscono sempre nel segno. Il segno della verità.
Vittorio Feltri
|
B A N D I E R E B L U |
CAPITOLO I
La speranza di una nuova Italia in una transizione difficile
1.1. Il fondamento: solo il neo-liberismo può esorcizzare il fantasma della povertà
UN NUOVO LIBERISMO
20 maggio 1995
In America, Europa e Giappone l'economia cresce, ma la ricchezza si polarizza. Metà della popolazione tende a diventare più ricca e l'altra metà più povera, ambedue comunque più incerte. L'Occidente, pur nei suoi diversi modelli di capitalismo (sociale, liberista, paternalista), trova la stessa crisi: la ricchezza si continua a creare di più e meglio, ma essa non riesce più a distribuirsi a livello di massa come nel recente passato. E' in crisi il capitalismo di massa e il fantasma della povertà si incarna di nuovo nelle società che pensavano di averlo esorcizzato per sempre.
Cosa sta succedendo? Ci si era illusi che nell'uscita dal ciclo recessivo il ritardo nella creazione di nuovo lavoro fosse solo contingente e legato ad un momento tecnico della riorganizzazione delle imprese. Nel 1995, invece, i dati ci fanno sospettare che il fenomeno sia strutturale. Nel mondo una volta ricco c'è meno lavoro e molto più lavoro è sempre meno remunerato. Il lavoro migra dove costa di meno e l'uomo viene sostituito dall'automazione. Il fenomeno viene accentuato da una competizione sempre più estesa: circa tre miliardi di nuovi produttori e consumatori sono usciti dal comunismo o dal sottosviluppo in meno di dieci anni. Mondializzazione del mercato, globalizzazione del capitale, dei commerci e la rivoluzione tecnologica si sono combinate in una formula chimica che ha fatto esplodere una nuova economia molto più competitiva, efficiente e mobile di quella che ha caratterizzato il pianeta dagli anni '50 fino alla fine degli anni 80.
In Giappone la recessione sta finendo e la produzione è aumentata del 3% , ma anche la disoccupazione, per la prima volta dagli anni '50, è salita alla stessa cifra percentuale. Gli Stati Uniti sono usciti brillantemente dalla recessione del '91 e '92, ma al costo di ridurre la propria base industriale ed a quello di aumentare l'incertezza economica complessiva nei suoi cittadini. In Francia l'economia è in crescita, la finanza pubblica è in ordine, ma il riassorbimento della disoccupazione (circa il 12%) è molto lento. In Italia, nel 1994, l'economia è cresciuta, ma la disoccupazione è aumentata. Il rapporto dell'ISTAT pubblicato venerdì 12 aprile lascia intendere, cifre alla mano, che la crisi non è contingente, ma riguarda un mutamento negativo nella struttura profonda dell'economia. La Bundesbank, nel suo rapporto annuale pubblicato qualche settimana fa, ha detto, in sostanza, che non è più possibile tenere in vita l'economia tedesca se non si abbatte lo Stato sociale. Una vera e propria bomba.
Se l'economia uccide il lavoro perchè è troppo moderna allora si può sospettare che l'architettura politica e sociale del mercato sia troppo arretrata. L'Europa del capitalismo sociale deprime la creazione della ricchezza soffocando con tasse e rigidità burocratica il ciclo del capitale. Il capitalismo liberista esalta l'efficienza industriale, ma non costruisce le basi di capitale umano affinchè sempre più gente possa cogliere le opportunità di un mercato tecnicamente efficientissimo. L'esito è uguale per motivi diversi: la società si spacca in due tra poveri e ricchi modificando la propria natura ottimistica orientata alla costruzione del capitalismo di massa.
Su quali basi dobbiamo impostare la riforma della ricchezza affinchè essa possa tornare di massa? Il buon senso ci dice che dobbiamo reindustrializzare creando più occasioni di lavoro e più remunerazione per il lavoro stesso. Con quale modello? I difetti del socialismo sono fondamentali perchè deprimono la creazione della ricchezza e quindi c'è ben poco da riformare su questa base. Il liberismo ci fornisce un ottimo motore per la creazione della ricchezza, ma questo modello è debole nella costruzione delle condizioni per dare a tutti un accesso ad essa nel libero mercato. In sintesi il liberismo va riformato potenziando la sua capacità di costruire più mercato ed una competenza di massa ad esso. Il nuovo liberismo dovrà essere un liberismo intelligente e non più dogmatico.
Come? Con due grandi riforme: (a) non solo fare più mercato togliendo barriere geopolitiche nel mondo e burocratico-protezioniste nelle nazioni, ma soprattutto integrando le risorse di America, Europa (e Giappone) per nuovi e grandi investimenti sul futuro che creino un big bang tecnologico-industriale e quindi più lavoro; (b) trasformare gli attuali contratti sociali di assistenza (Europa) o di inesistenza delle garanzie (America) in un "contratto di investimento": meno tasse per rendere più efficiente il mercato (in Europa) e un uso prioritario delle risorse pubbliche per dare ad ogni soggetto un valore di mercato attraverso qualificazioni educative e professionali (sia in Europa che America).
La crisi del mondo si combatte con una riforma del tempo. La politica deve creare più futuro riallocando il capitale verso di esso e non come ora verso il passato. Non è più solo questione di destra o sinistra. E' questione di passato o futuro. Lo Stato sociale non si abbatte contrapponendogli l'assenza di Stato, ma creandone uno nuovo come macchina del tempo in cui tutti trovino posto.
LA BASTIGLIA DELLO STATO SOCIALE
1 luglio 1995
Parliamoci chiaro. In Italia Francia e Germania, Paesi dove lo Stato sociale è pesante ed il sindacato potente, la disoccupazione è cominciata ad aumentare a partire dagli anni 70 fino a raggiungere cifre sopra il 10% nelle prime due nazioni e vicine al 10% nella terza. Da quel periodo in poi la crescita economica è stata inferiore, mediamente, all'aumento del costo del denaro. Questo è uno dei tanti indicatori che si usa guardare per capire quanto un sistema sia economicamente vitale. Il sistema di economia socializzata europea ha perso vitalità: è cresciuto meno dell'offerta di lavoro lasciando sempre più gente per strada. E' facile fare i conti: per occupare più gente bisognava crescere di più. Dobbiamo chiederci, quindi, che cosa abbia impedito una crescita sufficiente a dare più opportunità di lavoro.
Vediamo la risposta in termini comparativi. Stati Uniti e Giappone, negli ultimi 25 hanno avuto una maggiore crescita economica dell'Europa. I primi, dopo la recessione dei primi anni 90, hanno un tasso di disoccupazione oscillante attorno al 6%. Il Giappone, ancora in mezza recessione, ha una percentuale di disoccupati attorno al 3% (che per questo Paese è comunque indice di grossi problemi strutturali). In America e Giappone la spesa pubblica concorre per circa il 30% alla formazione del PIL. In Europa continentale, mediamente, i soldi presi con le tasse e poi rispesi dallo Stato concorrono mediamente per circa il 50% alla formazione del PIL stesso. Questo significa che in Europa circa un 20% in più di capitale circola attraverso gestione burocratica e spesa ispirata da criteri politici, ovvero in modo non deciso dal mercato. Questa maggiore inefficienza economica e rigidità dei cicli del capitale spiegano perchè l'Europa ha il doppio di disoccupati dell'America e molti di più del Giappone. Questi due Paesi non hanno nè Stato sociale nè sindacati comparabili con i nostri.
Da qui si ricava che il modello europeo di Stato sociale che fa pagare molte tasse per poi redistribuire i soldi alla gente o in forma diretta o indiretta soffoca il potenziale di crescita dell'economia e crea disoccupati.
Queste non sono provocazioni, come ha titolato il Sole 24 ore incorniciando la tesi della World Bank che il protezionismo sociale crei disoccupazione. Non sono neanche sintomi di incompetenza, come sostenuto dal sindacalista Larizza al riguardo delle medesime tesi. Queste ultime, poi, erano già state esplicitate dal rapporto della Bundesbank di un paio di mesi fa, che sosteneva, in essenza: o si riducono le protezioni sociali indipendenti dall'andamento del mercato o l'economia tedesca sarà kaputt. Anche la Bundesbank è incompetente o provocatrice?
Dire che un economia liberista crei più occupati è vero. Che poi crei più ricchezza diffusa è un'altra storia. Infatti in America ci sono meno disoccupati, ma molti sotto-occupati sotto la soglia statistica di povertà (circa il 15% nel 1994). Lo so, non ho bisogno di un critico di sinistra per riconoscerlo. Ci ho scritto anche un libro sopra (con Luttwak e Tremonti) dal titolo indicativo "Il fantasma della povertà". I liberisti non sono fessi. Sanno che non è sufficiente immettere solo più libertà in un mercato quando questo ha problemi. Lo Stato, infatti, deve creare valore affinchè il mercato crei ricchezza che possa diffondersi a tutti.
Il punto dei liberisti è che lo Stato sociale non crea più valore (se mai lo ha fatto), ma lo distrugge. I soldi delle tasse sono troppi e soffocano l'impresa. Poi questi soldi vengono spesi per pagare stipendi inutili, per finanziare chi da solo non riesce a stare nel mercato o per assorbire sul conto collettivo i guai dei bilanci delle grandi industrie. Le tasse non servono più a pagare gli investimenti per il futuro, ma le macchine blu e la pigrizia. Questo è lo Stato sociale. Esso ruba il futuro ai nostri figli e deprime il presente di tutti noi.
Il modello dell'economia sociale è in crisi finale perchè la sua inefficienza è totale e non correggibile. L'alternativa liberista funziona sul piano della creazione della ricchezza, ma deve essere rivista su quello delle garanzie. Ma possiamo farlo. Non è difficile pensare ad uno Stato, per esempio, che investe sull'individuo non dandogli un salario artificiale, ma un valore di mercato attraverso educazione e funzioni tutoriali che lo aiutano a trovare un lavoro e tanti lavori dove e quando serve. Le nuove garanzie sono possibili nel neo-liberismo.
Ma la sinistra e i sindacati uccidendo la verità hanno anche ammazzato la creatività di una società come l'Italia che come poche altre può usare il metodo della libertà per produrre più ricchezza per più gente. Liberiamoci dai sindacati. Liberiamo i lavoratori stessi dai sindacati che impediscono loro maggiore guadagno e flessibilità. Distruggiamo tutti noi la Bastiglia rossa dello Stato sociale.
Finanziamo il nostro futuro invece del passato.
IL TEATRINO DI CHI GOVERNA CREA LO SPETTRO DELLA POVERTA'
7 febbraio 1996
I politici italiani, in un modo, e quelli europei, in un altro, stanno facendo teatrino. Bene, accettiamo questo mezzo di espressione per dire dove stanno il problema e la soluzione. Scenografia: Paesi industrializzati. Titolo: c'era una volta il sogno del capitalismo di massa, possiamo tornare a sognare? Atto primo: deflazione. Attori: il drago, l'automa, l'esattore e l'asino. Il "drago" interpreta la globalizzazione che mette in competizione i bassi salari dei Paesi emergenti con quelli alti dei Paesi sviluppati, creando nei secondi disoccupazione, sotto-occupazione e diminuzione dei redditi. L'"automa" esibisce la rivoluzione tecnologica che sempre di più sostituisce l'uomo con la macchina ed aumenta la densità di sorprese competitive nel mercato mondiale. Anche il bravo ingegnere scopre di trovarsi prigioniero in un'industria improvvisamente superata da una nuova tecnologia e si trova gettato sulla stessa strada della segretaria sostituita dal nuovo computer. L'"esattore" è il bilancio pubblico che dice di non poter finanziare nuove opportunità di reindustrializzazione competitiva perchè deve rientrare da un debito enorme (geme: "capitemi, devo ripagare il passato e non posso capitalizzare il futuro"). L'"asino" è la politica che crede di governare la fine di un sogno attraverso l'illusione che i vecchi metodi possano ancora funzionare. Narratore: lo scenario è deflattivo; sarà più facile tenere sotto controllo l'inflazione, ma molto più difficile combattere disoccupazione e sotto-occupazione crescenti, e questo sarà una costante nei prossimi dieci anni se non avvengono grandi cambiamenti. Voce dal pubblico: cioè meno lavoro.
Scena seconda, le conseguenze. Recita il coro. L'economia cresce, ma la ricchezza si diffonde di meno. La classe media si restringe e si spacca: molti diventano sempre più ricchi, ma molti altri sempre più poveri. Sia in Europa che in America il capitalismo perde la natura "di massa" che ha avuto per i 50 anni successivi alla fine del conflitto mondiale. Dalla società dei 2/3 di benestanti contro un 1/3 di bisognosi si sta passando ad una di tipo polarizzato: 1/2 di ricchi sempre più ricchi e l'altro 1/2 di poveri sempre più poveri. Stati Uniti ed Europa hanno due modelli economici diversi, ma il risultato non cambia. In America un mercato efficiente, perchè più libero, crea molte opportunità, ma sempre meno persone sono in grado di coglierle perchè per accedervi ci vuole più cultura e flessibilità di quella posseduta mediamente dalla gente. In Europa ci sono poche opportunità perchè lo Stato sociale (nelle sue diverse varianti nazionali) imprigiona in forme inefficienti il capitale che servirebbe per crearle. Questo genera crescenti disoccupazione e depressione dei redditi per assenza di crescita economica. L'Europa fabbrica disoccupati e l'America sotto-occupati. In ambedue i continenti cresce l'incertezza sociale.
Scena terza: di chi è la colpa? Dialogo tra l'asino e il narratore. Il primo si chiede: "E' la vendetta di Marx"?. "No -ribatte il secondo- il capitalismo non è, di per se, in crisi. Anzi è proprio il trionfo dell'efficienza, della razionalità e dell'universalità del capitalismo che erode le basi sia del sogno americano che di quello europeo. Il capitalismo ha messo il "turbo" e distrugge tutte quelle architetture politiche e tecniche del mercato che non restano al passo della sua accelerata efficienza, creatività e globalizzazione. Caro asino, si chieda perchè un'economia più vitale, efficiente e globalizzata crea povertà invece di ricchezza? Perchè cade su strutture culturali politiche ed economiche che si erano adattate ad un'economia che non c'è più, molto più lenta, più nazionale, meno competitiva, meno intellettuale e selettiva. La politica si è incartata su se stessa e non le ha cambiate in tempo. Per questo il fantasma della povertà che estende la sua ombra sull'Occidente è in realtà il "fantasma della politica".
Scena quarta. Soluzione e trasfigurazioni. Appare il mago. Trasforma l'asino in bue. "Perchè? geme l'asino". "Perchè non c'è ricchezza senza una politica laboriosa e robusta". Il bue appare: "Ci vuole un nuovo Stato. Esso non può partire dalla riforma "conservativa" di quello sociale perchè si porterebbe dietro il vizio genetico di deprimere la creazione della ricchezza (l'attuale tentativo tedesco). D'altra parte non può essere nemmeno liberista in senso classico perchè sarebbe da folli lasciare soli gli individui in un'economia così competitiva. Deve essere "neo-liberista", cioè garantire che gli individui possano avere un valore di mercato. L'economia liberista crea ed allo stesso tempo diffonde socialmente la ricchezza solo se sui singoli individui c'è un investimento, iniziale e continuativo, che li rende capaci di percorrerla." Sobbalza l'automa: "Quindi il Nuovo Stato sarebbe di fatto una "merchant bank" che riqualifica continuamente il capitale umano rendendolo compatibile con l'efficienza capitalistica". E così dicendo il volto piatto e metallico dell'automa diventa umano, e sorride: "supporto tutoriale al capitale umano significa reindustrializzazione e più consumi". "Proprio così vorrei arare il futuro", fa il bue (e mentre dice questo il drago si rimpicciolisce, nell'angolo). "E io che faccio?", sbotta l'esattore. Irrompe il mago e con la bacchetta magica gli rimpicciolisce le mani. "Meno tasse e più investimenti!". "Ma il debito, il deficit?", si lamenta. "Si ripianano con una nuova crescita economica e non con il soffocamento di essa", spiega il bue, paziente.
Applausi. Il sogno rinasce. Ma la gente, uscendo, si chiede se solo in teatro sia possibile trasformare un'asino in bue operoso e consapevole. Me lo chiedo anch'io.
E'UN ERRORE RISPONDERE ALLA CRISI DI COMPETITIVITA' CON IL NEO-AUTARCHISMO
4 giugno 1996
Nei "think tank" e governi dell'Occidente si fa sempre più pressante la necessità di trovare modi per riuscire a governare la "globalizzazione". L'Occidente cede ricchezza ai Paesi emergenti (capitale, tecnologia, cultura) e da essi importa povertà (immigrati, guerra, competizione da parte di valute e salari più bassi). L'Occidente deindustrializza, l'Oriente vive un "big bang" di nuova industrializzazione. La mondializzazione dell'economia mette in contatto competitivo i minori costi della vita delle società arretrate con gli alti costi sociali e regolamentativi di quelle evolute dell'Occidente. Per questo il "capitale" abbandona l'Occidente e va nelle aree emergenti. I profitti tornano in Occidente sotto forma di rendita finanziaria. Questa non crea più nuove industrie e lavoro di massa, ma solo imprese sofisticate per pochi o, comunque, per meno. E ciò provoca la spaccatura delle società una volta ricche: metà della popolazione diventa più ricca perchè sa o può cogliere i vantaggi dell'economia globalizzata, l'altra diventa più povera perchè non è più competitiva. L'evoluzione tecnologica sempre più accelerata e globalizzata, poi, si inserisce su questo fenomeno, amplificandolo: la competizione non riguarda più solo i prodotti a bassa tecnologia facilmente replicabili a minori costi nei Paesi emergenti, ma comincia anche sul piano dei sistemi a tecnologia medio-alta. Questo è il motivo apparente per cui in America (economia liberista) si riducono i redditi degli occupati e in Europa (economia protetta) aumentano i disoccupati. Nella seconda c'è meno lavoro in assoluto; nella prima il lavoro lo si trova solo accettando occupazioni più instabili e meno remunerative. In ambedue c'è più povertà con la complicazione della nuova disuguaglianza tra nuovi poveri più poveri e nuovi ricchi più ricchi, comunque anch'essi incerti nella nuova instabilità.
La crisi nasce proprio dal fatto che le elite politiche scoprono di non aver alcun mezzo nè "tradizionale" nè "nazionale" per contrastare l'impoverimento dell'Occidente. Il metodo liberista classico permette di tenere il sistema, ma al prezzo dell'impoverimento "relativo" della classe media (America). Il metodo social-protezionista provoca invece l'impoverimento "assoluto" di essa (Europa). La sfida della globalizzazione toglie consistenza ai due metodi classici dell'Occidente, liberismo e socialismo, lasciando la politica impotente. Il ridursi della classe media e la polarizzazione sociale, poi, erode quella maggioranza sociale interessata alle varianti moderate sia del liberismo che del socialismo. E cominciano timori oggettivi sulla possibilità di mantenere la democrazia, basandosi essa sulla presenza di una maggioranza fatta di classe media (o che spera di diventarlo). Questo scenario è complicato dal fatto che la politica non ha più nemmeno metodi "nazionali" per contrastare l'impoverimento. La "globalizzazione", infatti, toglie la sovranità economica agli Stati nazionali imponendo loro criteri di remuneratività del capitale che divergono dalla possibilità di dare politicamente un accesso di massa ad esso. Questo provoca il fenomeno della "doppia cittadinanza". Alla cittadinanza nazionale si è aggiunta quella nella "Repubblica internazionale del denaro". La prima non riesce più a fornire garanzie economiche, la seconda offre solo una garanzia tautologica: sopravvive solo chi è competitivo. La politica che non offre garanzie è una politica destinata alla morte sia come parte ideologica sia come gruppo che dirige una nazione. Il nuovo problema della politica in Occidente è come riunire le due cittadinanze facendole coincidere.
Ma le prime risposte a questo problema sono isteriche e difensiviste. Il fenomeno buffo è che politici di orientamento e nazionalità diversi stanno tutti proponendo un'unica soluzione: il nuovo autarchismo. La diga. Bertinotti recita il neo-autarchismo con toni estremi, ma non diversi da quelli di Perot o Buchanan della destra americana isolazionista o neo-nazionalista. Perfino l'establishment conservatore americano regredisce nella ricerca dell'untore prendendosela con il capitalismo internazionalizzato che impoverisce l'America. E Fazio, incredibilmente, dice agli imprenditori che fanno troppi profitti. Più silenziosamente, gli stessi contenuti si trovano sia nel progetto di Maastricht che nelle retoriche ipotesi di riforma dello Stato sociale proposte da Prodi, dalle socialdemocrazie europee e dal partito democratico statunitense. Anche Bossi è una variante localista ed istintiva del neo-autarchismo. Ma questo "dighismo" generalizzato è un errore di enorme portata. E' solo il frutto di un ansia dei deboli e non di una strategia dei forti, è una imitazione della crescente incertezza sociale invece di una sua soluzione. Freddamente, infatti, si può dire che la crisi di competitività dell'Occidente è un fatto storico "ordinario". Il problema non è il "ritardo" di competitività, ma piuttosto il perchè ci sia un ritardo nel colmare il ritardo. E ciò non è ordinario. Signfica che la politica è caduta in isteria perchè non sa cosa fare. Se prevale il "dighismo" neo-autarchico, sintomo di impotenza, saremo tutti sommersi da un ondata che nessuna diga può fermare. Di questo sono certo così come del fatto che sia urgente lanciare l'allarme. La soluzione è ben diversa: alzare un'onda più alta di quella che ci viene addosso. Altro che diga. Lo vedremo nel prossimo articolo.
SOLO LA RISCOPERTA DI MASSA DELL'ISTINTO CAPITALISTA PUO' SALVARCI DALLA CRISI DI COMPETITIVITA'
6 giugno 1996
In un articolo precedente ho lanciato l'allarme contro la diffusione crescente del neo-protezionismo. In questo cerco di contrastarlo. Esso si basa sull'evidenza che ormai non è più possibile tenere la concorrenza con il minor costo della vita nei Paesi emergenti se non accettando un impoverimento delle società ricche per renderle più competitive. Il punto forte della diagnosi è che l'alternativa non può essere tra autoimpoverimento o deindustrializzazione. Per questo la sensazione che bisogna dare un taglio limitativo alla globalizzazione è comune a destra e a sinistra, in Europa ed in America. A sinistra si vuole anche limitare, poi, il "turbocapitalismo", cioè quell'efficienza tecnologica e finanziaria che sostituisce l'uomo con la macchina o che vuole meno lavoratori che siano più produttivi a minor costo (neo-protezionismo sindacale e sua variante autarchica). A destra cresce il numero di chi, pur non volendo limitare il turbo-capitalismo di per se, lo ritiene accettabile solo se porta conseguenze di ricchezza privilegiata per i cittadini della proria nazione riducendo, pertanto, la capacità degli altri di essere concorrenziali (geo-economia competitiva e sua variante neo-isolazionista). Sono comunque tutte idee "limitative" ed ispirate all'idea di reagire con una diga attiva o passiva all'onda competitiva. Diagnosi giusta, ma terapia sbagliata.
Vediamo cosa dice la controparte liberista che difende l'idea di un mercato globale senza dighe e protezionismi nazionali o sindacali. Questa sostiene che l'attuale cedimento di ricchezza dall'Occidente verso l'Oriente verrà compensato da un ciclo di ritorno quando il secondo diventerà ricco. E ciò sarà fonte di nuova ricchezza per tutti Pertanto, si dice, bisogna curare ogni male del mercato immettendo più libertà in esso, e non di meno in forma di dighe, blocchi o protezionismi. Vero. Ma c'è un piccolo problema. Se il "ciclo di ritorno" ci mette, per dire, 15 anni, allora non ci sarà praticamente più industria in Occidente capace di cogliere le opportunità della nuova e più ricca domanda in Oriente. Inoltre la teoria classica non ha previsto l'enorme evoluzione e diffusione tecnologica di oggi. Chi dice, infatti, che i nuovi ricchi non prendano anche un vantaggio tecnologico superiore al nostro? E le masse non più protette ed impoverite dal turbocapitalismo selettivo cosa faranno? Giardinaggio? Diagnosi sbagliata, terapia giusta.
Vediamo il problema riducendolo ad un immagine semplice. Se un volume d'acqua resta sempre lo stesso, l'effetto dei vasi comunicanti pareggerà il livello in ciascuno di essi. La globalizzazione ha messo in contatto dei vasi prima vuoti con quelli occidentali molto pieni. I primi si sono riempiti svuotando i secondi. Il neo-protezionismo vuole mettere un rubinetto a questa perdita della ricchezza liquida. Ma così facendo bloccherebbe l'idrodinamica della ricchezza per tutti. No, il problema è che non aumenta il volume complessivo d'acqua. La soluzione è farlo aumentare.
La crisi di competitività occidentale non è dovuta al fatto che i Paesi emergenti stanno industrializzando a scapito di quelli già industrializzati. Questa è solo la causa apparente o, meglio, una conseguenza. La vera causa è che l'Occidente non reindustrializza ad un ritmo che compensi la deindustrializzazione. Il problema non è nei Paesi emergenti o nel turbocapitalismo, di per se fonti di ricchezza. Sta invece nel fatto che il motore dello sviluppo nelle società occidentali si è fermato. Prima è imploso e poi è diventato vulnerabile, non viceversa. E quali sono le cause di questa implosione competitiva di America ed Europa, meno la prima più la seconda? Sono tre. (a) La più importante riguarda una regressione dell'attivismo economico delle masse. Diventate ricche dopo il boom del dopoguerra tendono più a privilegiare la "comodità" che non la "conquista capitalistica", lo "spiritualismo" che non la "cultura materiale". Ciò modifica la "domanda" in quanto riduce il fabbisogno di novità crescenti da consumare. E l' "offerta" si adegua diventando meno innovativa. Inoltre meno gente è disposta a combattere la guerra del capitale diminuendo la densità competitiva del sistema e la sua capacità di spesa. (b) I soldi delle tasse hanno sempre più finanziato i consumi che non i reinvestimenti rallentando la futurizzazione dei sistemi. (c) I territori si sono saturati di costi e vincoli invece che di opportunità crescenti. Questo è il motivo per cui ad ogni nuova industria di scarpe in Oriente non corrisponde una nuova industria di aerei ipersonici in Occidente. Per implosione propria l'Occidente non riesce a creare una nuova generazione industriale facendosi così agguantare e predare da quelli che vengono dietro.
La soluzione è reindustrializzare verso l'alto, cioè alzare un'onda più alta di quella che ci sta sommergendo e non cercare di porvi diga. Ma per farlo la terapia non è di tipo razionale o solo politico, questa la notizia Feltri, ma riguarda la capacità di ripristinare quell'istinto capitalista di massa che ci regalò 50 anni fa la ricchezza. Gli spiriti animali del capitalismo devono tornare a cavalcare. E vale per l'Italia come per gli altri europei e gli americani. Ed è importante che lo si capisca nelle famiglie già da ora, quando la crisi è solo relativa e non ancora finale. Qui cerco di aprire una discussione che rimbalzi nelle attenzioni dei lettori, padri, madri e figli. E per renderla più istruita e forte chiamo il collega Ricossa ed il suo coraggio intellettuale a consulto.
1.2. Dall'Italia orizzontale all'Italia verticale
L'ITALIA DIVENTERA' COMPETITIVA SOLTANTO CON UNA RIVOLUZIONE
15 aprile 1995
Bisogna mettere il Paese in condizioni di competere nel mondo. Adesso non lo è.
Per esempio, le piccole e medie industrie si trovano svantaggiate nelle penetrazioni commerciali all'estero perchè lo Stato non fornisce loro un supporto strategico e perchè il sistema bancario nazionale non è capace di generare crediti agevolati ed altri prodotti finanziari adatti ai requisiti degli esportatori. Nel presente le nostre industrie riescono ancora ad arrangiarsi in qualche modo, compensando con l'inventiva (e con la svalutazione della Lira) la mancanza di sostegni per la competitizione. Ma nel prossimo futuro non sarà più possibile mantenere la competitività senza una riorganizzazione complessiva del sistema paese.
L'ordine mondiale è cambiato. Dalla solidarietà strategica dell'Occidente unito contro la minaccia sovietica si è passati ad una situazione di vero e proprio conflitto economico tra nazioni. Nessuno regala più niente a nessuno e tutti competono con tutti. E' finito il tempo in cui l'Italia poteva essere soggetto passivo delle relazioni internazionali sia politiche che economiche. Quello che una volta aveva per rendita di posizione geopolitica ora se lo dovrà conquistare sul nuovo fronte della competizione geoeconomica.
Nel nuovo mondo della competizione globale cambia la missione dello Stato nazionale in riferimento ad un criterio molto preciso: portare più capitale possibile nel ciclo economico della nazione. In una sola frase, l'Italia deve produrre ed attrarre più capitale.
La sintesi di una nazione è il suo Stato. Nel nuovo scenario di competizione globale lo Stato in Italia deve trasformarsi, verso l'interno, in un certificatore della bontà di un investimento sul proprio territorio. Verso l'esterno deve diventare l'ombrello strategico che aumenta la competitività delle singole iniziative aziendali. Lo Stato non deve essere filosofia, ma pratica.
E' vero che nel mondo del capitale senza confini la sovranità economica dello Stato nazionale è diminuita. E' altrettanto vero che gli accordi regionali di libero scambio e di mercato unico internazionale, tipo l'Unione Europea, implicano cedimenti anche formali della sovranità. Infine è vero che lo Stato nazionale è messo in crisi dall'esplosione del mercato globale perchè questo è in grado di muovere più capitali di quanto lo sia un singolo Stato o perfino un gruppo di essi. Ma la risposta a questa crisi di sovranità non implica che lo Stato nazionale sparisca. E' solo un segnale che la sua funzione debba cambiare: da sociale lo Stato deve diventare strategico; da freno del libero mercato deve diventarne un pilastro di forza.
Lo Stato nazionale resta l'unità d'analisi e d'azione principale non tanto per una necessità filosofica, ma per il semplice fatto che esso è un fattore di potenza e in tutte le altre nazioni importanti, comunque, lo Stato viene riadattato alla nuova forma della competizione mondiale. Nel mondo è in corso la rinazionalizzazione degli interessi e l'Italia è pericolosamente in ritardo nell'essere competitiva in questo nuovo ambiente.
In Italia l'idea di Stato evoca burocrazia, sprechi, assurdità, arretratezza, provincialismo culturale ed altre cose negative. Ma cio accade perchè lo Stato in Italia è degenerato come alleanza perversa tra corporazioni burocratiche e partiti di sinistra vera o travestita. Esiste anche uno Stato non statalista. Ed è questo Nuovo Stato che l'Italia dovrà costruire nel prossimo futuro se non vorrà esssere perdente.
In generale, lo Stato deve dare garanzie ed il mercato i soldi. Nella storia questa regola resta fissa, ma cambiano i modi con cui lo Stato fornisce garanzie. Il modo social-assistenziale appartiene ad un mondo del passato. Le nuove garanzie devono invece consistere in investimenti ed attività finalizzate a rendere ogni unità economica capace di competere nel mondo.
Quale Italia e quale Stato possono rendere più competitiva l'Italia? La risposta è: un'Italia che compie una rivoluzione liberale e dove i suoi lavoratori capiscono che le garanzie economiche non possono essere più date dallo Stato, ma solo dal successo nel mercato; uno Stato che dimezza le tasse e quindi i costi dell'attività economica sul suo territorio; una società che insegna ai suoi figli a competere per essere primi e non secondi; un'Italia che senza timidezze riscopre di poter essere nazione ed investe per avere successo nella cultura, tecnologia, educazione e, quindi, nella lotta per la ricchezza. Questo non è neo-nazionalismo o ritorno velleitario alla politica di potenza. E' semplicemente il riconoscimento di una nuova realtà internazionale dove sopravviveranno solo le nazioni capaci di compiere rivoluzioni al loro interno per renderle prime nel mondo.
GLI ITALIANI CI SONO CI MANCA L'ITALIA
7 luglio 1995
Si disse nel 1861: l'Italia è stata fatta, ora bisogna fare gli italiani. Dopo più di un secolo possiamo annunciare: gli italiani ci sono, ora bisogna rifare l'Italia.
Il Paese ha fatto un miracolo. Da più di due anni importa ricchezza netta, esportando molto. La crescita tendenziale del PIL è la più alta tra i Paesi a sviluppo maturo. Non è tecnicamente possibile che questa prestazione eccezionale sia solo dovuta al vantaggio competitivo della lira debole. Bisogna, invece, riconoscere che l'industria italiana è efficiente, che nel pieno della crisi del 92-93 ha saputo rinnovarsi e reinvestire, che la società intera ha saputo cogliere meglio di altre le nuove opportunità del mercato globale, che - in sintesi- gli italiani sono veramente bravi. Questa è la notizia, se Feltri la considera tale. Altro che "stellone", qui gli italiani ci sono.
La prima conseguenza dello aver scoperto che gli italiani, in maggioranza, sono bravi è che il Paese può compiere riforme ed innovazioni di grande portata. Per esempio, Lady Tatcher ha cercato di riformare un'Inghilterra soffocata dal socialismo attraverso una terapia d'urto di tipo liberista. Ma la società inglese degli anni '80 aveva perso la vitalità culturale-economica e solo una parte della gente è stata in grado di cogliere le nuove opportunità della liberalizzazione, mentre l'altra è caduta in una nuova povertà. La medicina era giusta, ma il malato troppo debole per sopportare la terapia. La Tatcher ha salvato l'economia del Regno Unito, ma ad un costo sociale elevatissimo. Molti, quando si parla di liberalizzazione, citano questo caso come prova che le liberalizzazioni portano sì più efficienza, ma sulla pelle di una buona metà della popolazione. In realtà questo esempio non può essere generalizzato. Se la società è in maggioranza vitale e competente il metodo della libertà risulterà benefico per i molti. Qualora l'Italia si trovasse nelle condizioni sociologiche del Regno Unito di fine anni 70, sarei il primo ad invitare alla prudenza e segnalerei che, purtroppo, la società non è in grado di reggere una terapia liberista e mi rassegnerei, con ansia e preoccupazione, ad un crescita più lenta delle opportunità economiche per dare tempo alla gente e al sistema di adeguarsi.
Nel presente avrei perfino dubbi nel raccomandare una riforma liberista di carattere spinto in Francia e Germania, nonostante che questi Paesi ne abbiano un estremo bisogno perchè soffocati dall'inefficienza del capitalismo sociale, il secondo, e di quello nazional-protezionista il primo, ambedue con tassi di disoccupazione e di crescita economica del tutto irrispettosi del loro orgoglio di potenze industriali. In questi due Paesi, infatti, la struttura industriale è ancora molto pesante e, in senso relativo, poco differenziata. C'è molto meno piccola e media impresa nonchè micro-impresa (per esempio, il numero delle partite IVA in Italia è superiore alla somma di quelle esistenti in Francia e Germania). In queste condizioni una deregolazione secca dell'economia troverebbe una società che ha bisogno di tempi lunghi per imparare ad operare in un'economia più flessibile, veloce e competitiva con il rischio che troppi si impoveriscano nel frattempo.
L'Italia, invece, ha una società ed un sistema industriale che può reggere senza grossi problemi una liberalizzazione molto spinta e veloce. La perdita delle garanzie assistenziali e protezionistiche sarebbe velocemente compensata dall'esplosione del mercato in termini di nuove opportunità di lavoro. Oltre al turbo messo all'economia del nord, poi, vi sarebbe l'accensione del motore economico in tanti dei diversi sud ormai pronti a partire.
Cosa fare per convincere gli italiani ancora pessimisti e molti dei politici ad innescare la liberalizzazione del Paese? Come trasmettere loro il dato che l'Italia è pronta per essere riformata in senso liberista? Insistere sul fatto che l'attuale assetto di capitalismo sociale (o neo-socialismo) porta solo povertà perchè deprime la creazione della ricchezza, pur fatto vero, sembra poco utile. La sinistra, infatti, non può rinunciare ad offrire accessi alle garanzie assistenziali attraverso leggi redistributive e dirigismo politico dell'economia perchè se no non avrebbe altro da offrire. Il massimo che possiamo ottenere da costoro è che travestano il socialismo di semantica pseudo-liberista (come stanno facendo), ma in realtà non cambierebbe un'acca. No, bisogna proprio svuotare la sinistra del consenso che ha e portarlo verso il futuro.
Tocca a noi liberisti fare un grande sforzo ideativo e pratico per dimostrare a chi teme la perdita delle garanzie, e che per questo oggi vota a sinistra e per il passato, che un modello neo-liberista italiano sarebbe capace di creare nuove garanzie. Saranno garanzie diverse. Per esempio, invece di assicurargli comunque un salario o un sussidio, l'individuo sarà aiutato ad avere un valore di mercato e a poter viaggiare in esso con più remunerazione e flessibilità: non sarà lasciato solo. E' possibile? Si lo è. E i liberisti dovranno essere credibili nella proposta di sostituire lo Stato sociale non solo enunciando la fede nel mercato, ma anche elaborando un modello di Stato delle nuove garanzie per un capitalismo di massa nel metodo della libertà. L'Italia può farlo. Ed è bene che lo faccia per se e anche per mostrare ai partner europei, che ne hanno bisogno quanto noi, forse di più, come si può fare.
SENZA ARMI NON SI PUO'
14 luglio 1995
Che cosa è il bene e che cosa è il male? Verdi, pacifisti, sinistre e cattolici di sinistra hanno definito il capitalismo, la tecnologia e le armi come il male. Non sono la maggioranza della società, ma hanno tre vantaggi che permettono loro di avere una voce che sovrasta le altre: dominano i processi della cultura (università, scuola e gran parte dei mezzi di comunicazione); conquistano l'anima dei nostri giovani e si avvalgono del loro attivismo eroico; sostengono argomenti in modo tale che essi non possano essere mai sottoposti all'esame della realtà. Per anni nessuno ha criticato apertamente questo "movimento del bene" e la sua egemonia. Chi lo ha fatto è stato dichiarato fascista, tecnocrate, Strangelove o Frankestein. E' giunta l'ora di criticarli e di mettere in discussione questa egemonia perchè essa, in realtà, propone il male. La notizia, se Feltri la considera tale, è che il bene e la verità possono essere ripristinate contro i travestimenti attuati dalle tante sinistre.
Dico subito il criterio per ripristinare il bene. Esso è il realismo. Applichiamolo, per prima cosa, al problema delle armi che è il più impervio.
I pacifisti propongono, fondamentalmente, il disarmo unilaterale. Dicono che è bene urlare per strada contro le armi e che è male costruirle ed essere pronti ad impiegarle. La critica realistica non è diretta contro la loro volontà. Tutti vogliamo la pace. E' piuttosto diretta contro il metodo. La realtà della storia passata e recente dimostra che solo il possesso della forza è in grado di regolare la forza altrui. Dimostra che solo chi è armato può negoziare il disarmo bilanciato con l'altro. Il principo di realtà dice che la maggiore probabilità di sicurezza la si ottiene contrapponendo la forza alla forza, dissuadendo gli altri ad usarla contro di noi o contro i nostri interessi. Il bene, quindi, consiste nell'essere armati in modo efficace. I pacifisti, spiace dirlo soprattutto per i giovani che militano con ardore in quei movimenti, sono il male perchè vogliono affermare un metodo irrealistico di disarmo che porta all'instabilità ed aumenta i rischi di guerra. Per esempio, se il fondamentalismo islamico avesse l'atomica e se noi fossimo privi di un deterrente nucleare ed antimissili come faremmo a convincere quei signori a negoziare? Pensate che uno che ha la forza sia buono con chi non ce l'ha? Per realismo, non possiamo rischiare. Quindi, soprattutto ai giovani, va detto che la pace non si difende con il moralismo irrealistico, ma con il realismo della superiorità tecnologica contro qualsiasi avversario o possibile perturbatore. Anzi, un'evoluzione realistica del bene la si otterrebbe con lo sviluppo di nuovi armamenti di superiorità più intelligenti e meno distruttivi.
Per esempio, invece di dover usare, nel caso peggiore, armi nucleari contro un paese pronto a lanciarle si potrebbero generare impulsi magnetici capaci di impedire il funzionamento di qualsiasi apparato elettrico in quell'area oppure armi ad energia ad alta capacità chirurgica. Queste sono le possibilità delle nuove (futuribili) armi non-letali, così denominate proprio perchè tendono ad ottenere lo scopo con il minimo di distruzione. Se possedessimo ora armamenti tecnologicamente più avanzati (impulsi magnetici, armi ad energia da piattaforme aeree robotizzate, ecc.) potremmo regolare il conflitto in Bosnia. Ora non lo possiamo fare perchè la distanza tecnologica con il nemico non ci permette di evitare l'impiego di truppe sul terreno ed il contatto diretto con i suoi fucili, imponendoci così un alto tasso di perdite probabili. Questa è la realtà. Il bene può svilupparsi solo attraverso la forza ed il suo continuo rafforzamento in termini di superiorità strategica e capacità dissuasiva.
Il bene è pensiero forte e non pensiero debole. Lo è in tutti gli altri temi centrali della società oltre a quello della sicurezza. L'Italia deve scoprirlo facendo ricorso al buon senso ed al realismo della sua maggioranza silenziosa e ponendo un'argine alle stupidaggini di quella rumorosa. Lasciare voce a questi ci ruba la realtà, il futuro e l'ottimismo. Il furto filosofico del futuro lo compiono, per esempio, i verdi. Essi propongono una filosofia pessimistica per cui il futuro non può essere migliore del presente e propongono un conservatorismo depressivo. Al contrario, la vera tutela dell'ambiente è quella di far crescere tecnologicamente le strutture ed infrastrutture umane affinchè sempre meno debbano avere con esso un rapporto distruttivo: l'ottimismo e l'innovazione salveranno la natura, non il pessimismo protezionista. Il furto reale del futuro lo compiono i movimenti anti-capitalistici e la loro politica contro il metodo della libertà per produrre ricchezza. Ma tutti questi ladri del tempo sono considerati come il bene e noi, realisti ed ottimisti, il male. Facciamola finita e ritroviamo l'orgoglio di dire che noi siamo, in verità, il bene. Togliamo la maschera di angelo al diavolo. Diciamo basta a questo carnevale etico La realtà è con noi.
L'ITALIA PUO' DIVENTARE GRANDE
12 agosto1995
L'Italia deve diventare grande. Non per nostalgia o velleità, ma per realismo. Nel prossimo futuro sopravviveranno solo le nazioni che sapranno essere grandi in un nuovo e più duro gioco mondiale.
La prima e cruciale domanda, quindi, è se l'Italia possa realisticamente aspirare ad una nuova grandezza e come. Da qualche settimana sta montando sulla stampa un dibattito su cosa sia l'Italia come nazione e che cosa debba fare. Portiamolo verso una prima conclusione azzardando la notizia - se Feltri la considera tale - che l'Italia ha il potenziale per diventare un grande Paese. Questo potenziale sta nella sua storia, se sapremo vederlo, estrarlo e rielaborarlo in forma di vantaggio competitivo.
E' circa 600 anni che non siamo più grandi. Lo eravamo nel 1400. Quale era la caratteristica di questa grandezza e forza? Non stava nel dominio territoriale e nemmeno nella potenza militare. La forza degli imperi italiani di allora (Venezia, Firenze, in particolare) stava nella loro capacità di dominare i processi immateriali e non-territoriali della ricchezza. I Dogi mercanti cercavano di conquistare il monopolio di traffici ad alto valore aggiunto. I principi banchieri di Firenze dominavano il mercato internazionale dei capitali. Il territorio era piccolo, ma i confini del dominio di fiorentini e veneziani (ed altri) comprendevano uno spazio enorme, per allora, globale. Il vero secolo italiano è stato il 1400 e va chiamato "Dominio italiano del capitale" (il Rinascimento ne fu solo splendido arredo funerario). Nel 1500 si formarono in Europa imperi basati su una civiltà che cercava la ricchezza attraverso metodi più primitivi: la conquista di rapina, il primato del guerriero sul borghese, della zolla sulla cultura. Erano più primitivi e poveri, ma proprio questo permetteva loro di concentrare meglio la forza politica e militare. La massa bruta dei contadini affamati di bottino siglava un patto semplificato con l'aristocratico, solo capace di spada, che lo prometteva. Ed i barbari nuovamente invasero l'Italia. Ma la cultura socialmente diffusa dell'impresa capitalista e mercantile restò, pur fuoco nascosto e soffocato sotto le ceneri.
La decadenza durò molti secoli ed è difficile dire se sia finita. Il Piemonte liberò e unificò il territorio dell'Italia, ma non liberò il potenziale di cultura capitalistica "naturale" degli italiani imponendo loro il proprio modello di Stato contadino-guerriero. Non fu un vero risorgimento. Mussolini, poi, ritardò ancora il vero risorgimento generando uno Stato nazional-sociale basato sulla cultura assistenziale dei contadini-guerrieri e non su quella imprenditoriale della civiltà borghese. E il vero risorgimento fu ulteriormente posposto nel dopoguerra quando si impose alla nazione che inventò il capitalismo e il modo creativo per produrre ricchezza la continuità dello Stato sociale-nazionale, questa volta guidato da politici ispirati dalla forma socialista e cattolica dell'anticapitalismo. Ancora una volta una classe politica che non capiva la vera natura dell'Italia ne premiò la parte più arretrata a scapito del suo genio borghese.
La persistenza, nonostante tutto, di quest'ultimo spiega perchè un'Italia così mal guidata ed organizzata da un modello sbagliato in riferimento alla sua natura storica prevalente è tra le più ricche nazioni del mondo. Altro che stellone, la nostra capacità ha basi concrete ed antiche.
Le mille e diverse città d'Italia, miracolosamente, ancora crescono individui che come nessuno altro al mondo sono capaci di pensare e praticare creativamente il capitalismo. L'Italia è il Paese più storicamente e antropologicamente dotato per generare forme evolutive e spontanee di capitalismo di massa. Gli altri Stati dell'Europa continentale scontano ancora la loro origine più primitiva di tipo contadino-guerriero, collettivistico, e sono lontani da un'antropolgia capace di usare diffusamente il metodo della libertà per produrre ricchezza. Per questo hanno bisogno di Stati pesanti e di metodi di organizzazione gerarchica, e non diffusa, dell'economia.
Il vantaggio competitivo dell'Italia è quello di avere una popolazione storicamente predisposta al capitalismo ed all'impresa in forma diffusa. Non è vero che l'Italia sia anticapitalistica perchè cattolica. Si sovrastima il peso del cattolicesimo. Esso ha avuto nel Paese una natura politica e non mistica, quindi superficiale. La vera natura culturale dell'Italia consiste nel suo spirito borghese maturato nelle autonomie comunali delle sue mille città. Questo potenziale è rimasto nascosto perchè soffocato nei secoli della decadenza ed oppresso nei tre diversi "falsi risorgimenti" (piemontese, fascista e democristiano) guidati dalla logica contadino-guerriera e dalla sua variante contadino-assistenziale.
Il Nuovo Risorgimento: fare dell'Italia lo Stato più liberista del mondo. Cancellare e sostituire lo Stato sociale che è estraneo alla storia ed alla cultura della nazione. Liberarsi dall'imitazione dei modelli culturali e politici dell'Europa continentale - Francia e Germania- perchè gerarchici e pesanti, quindi arretrati e primitivi in relazione alla nostra cultura della capacità socialmente diffusa e della varietà. Credere nel proprio potenziale perchè c'è. Dare agli italiani, finalmente, lo Stato che si meritano per cultura, storia e conseguente capacità attuale. Se così, gli italiani faranno grande l'Italia.
ITALIA: GRANDE NAZIONE, PICCOLO STATO
22 settembre 1995,
Dal 1985 al 1995 la crescita industriale dell'Italia (25,5%) è stata seconda solo a quella degli Stati Uniti (28,5%). Francia, Germania e Regno Unito seguono a distanza restando al di sotto del 20% di crescita del prodotto industriale complessivo nell'ultimo decennio. Il Giappone, che era al primo posto assoluto in questa classifica fino al 1992, è sceso all'ultimo (15,3%) a seguito di una prolungata recessione nell'ultimo triennio. A parte il 1991, l'Italia è sempre cresciuta di più della Germania sul piano della capacità industriale. All'uscita della fase recessiva globale dei primi anni 90, che è avvenuta quasi contemporaneamente per tutti i principali Paesi europei nel corso del 1993, la curva di crescita industriale dell'Italia è salita molto più velocemente di quella di Francia, Germania e Regno Unito, con un angolo di crescita simile e, nel 1995, superiore a quello degli Stati Uniti.
Nonostante l'inefficienza del sistema pubblico, il disastro dei conti dello Stato ed il peso del protezionismo burocratico dello Stato sociale, le piccole e medie industrie italiane hanno conquistato un'efficienza pari a quella della rinnovata industria statunitense e di gran lunga superiore a quella degli altri europei. Evidentemente il capitale umano e quello finanziario si riproducono e crescono indipendentemente e "nonostante" il sistema politico. Lo Stato elude gli italiani, ma gli italiani riescono ad eludere lo Stato. Gli italiani sono liberisti, molti senza saperlo, lo Stato è socialista. Gli italiani vanno avanti comunque. Rimorchiano anche la zattera Italia piena di spazzatura politica e scorie "buro-attive".
Ma quanto potrà durare il miracolo di un'industria sana in uno Stato malato? Poco, se non si cambia in tempo. Si sta formando un mercato globale molto più denso di competitori tecnologici che non nel passato. L'industria italiana cresce più di quella europea. Ma cresce meno di qulla dei Paesi emergenti che tra poco getteranno sul mercato prodotti a tecnologia intermedia simili a quelli che offrono gi italiani. Già tra due o tre anni si potranno vedere i primi sintomi della competizione generata da coreani, indiani, cinesi, altri asiatici, sudamericani e, soprattutto, dal nuovo sistema industriale statunitense con il suo primato nelle alte tecnologie. Il modello italiano non può andare avanti solo alimentandosi di flessibilità, genialità individuale, isole di efficienza in un mare di elusioni, con molte innovazioni, ma poca tecnologia di base. L'Italia deve reindustrializzare. Deve avere più industrie, piccole, medie e grandi, tutte ricaricate di un maggiore potenziale tecnologico. In caso contrario l'Italia non rinnoverà nei prossimi dieci anni il successo avuto in quelli precedenti e rischierà la decadenza, forse irreversibile. Questo destino si può evitare attuando tre riforme strategiche sul piano politico.
(a) Da "sociale" lo Stato deve diventare "competitivo". Lo Stato che usa le tasse per finanziare i consumi, ma non la produttività, è morto ed il suo cadavere puzza e contamina. La nuova socialità dello Stato deve esprimersi come indirizzo delle risorse pubbliche verso investimenti strategici che aumentino la competitività complessiva del sistema nazionale. La nuova garanzia che lo Stato deve fornire è quella di certificare la remuneratività di un investimento di capitale sul proprio territorio, non quella di dare a ciascuno un po' di capitale senza curarsi della produttività dell'erogazione. Liberalizzazione urgente e meno tasse per rendere sempre più efficiente il mercato, ma più investimenti sulla tecnologia, le infrastrutture e la formazione del capitale umano. L'Italia deve di nuovo allearsi con gli italiani diventandone luogo di organizzazione della speranza di ricchezza: meno tasse, più investimenti.
(b) Dall'Europa al mondo. L'Italia è una grande nazione industriale. In un Europa germanizzata sarebbe soffocata dalla prevalenza gepolitica di un modello economico, pesante e burocratico, che soffocherebbe la sua struttura industriale, leggera e creativa. Il disegno europeo, inoltre, è ormai troppo piccolo e protezionista di fronte alla scala del mercato globale. L'Italia ha certamente interesse a partecipare ad un Europa intesa come area di libero scambio e di cooperazione industriale, ma non ha alcun vantaggio ad essere parte minore e soffocata di un'unione politica e monetaria europea, per altro illusoria. L'Interesse dell'Italia è quello di proiettarsi verso il mondo aprendosi ad esso e diventandone il mercato più libero e più denso di opportunità.
(c) Da importatori ad esportatori di cultura. La competizione globale è soprattutto una lotta tra modelli culturali. Il primato culturale è un veicolo indiretto di commercializzazione. Ma, più sottilmente, è anche il modo per una popolazione di attrarre capitale sul proprio territorio. Chi crea ed esporta cultura importa ricchezza netta che può reinvestire in forma strategica. E' ora che anche l'Italia lo capisca e lo realizzi.
I fatti dimostrano che l'Italia è una grande nazione industriale, ma è prigioniera di un piccolo Stato, secondini i suoi infimi politici che ne ritardano identità e vocazioni. Tiriamoli giù.
L'APPELLO DELL'ITALIA VERTICALE
30 novembre 1995
Alla gente non interessano più i disegni politici dell'uno o altro leader, ma vuole un politico che si offra al disegno della gente. Gli italiani non vogliono più un'Italia orizzontale che striscia sul terreno della storia, inefficiente, ridicola, umiliata, buffona. Gli italiani vogliono un'Italia verticale. E si stanno alzando tutti in piedi.
Ostellino, qualche settimana fa sul Corriere della Sera, ha scritto che gli italiani sono i veri colpevoli di una politica di bassa qualità. Parere autorevole, di quelli su cui bisogna riflettere molto prima di reagire. Ho preso i dati che potevo (il mio mestiere di ricercatore, del resto, me ne fornisce parecchi) e per formarmi un'opinione ancora più istruita ho atteso la fine di un ciclo di conferenze che mi ha fatto vedere e toccare direttamente almeno una ventina di luoghi dell'Italia settentrionale e centrale. Sento di poter rispondere con cognizione.
La "provincia" è la vera forza dell'Italia. In nessuna parte del mondo si trovano ogni 40-50 chilometri tante città piccole e medie che almeno una volta nella storia non abbiano cercato di diventare capitali. Mille capitali distribuite sul territorio significa avere una struttura molto diffusa di circolazione della cultura e delle capacità borghesi. Ma significa anche, e soprattutto, una relazione città-campagna unica al mondo. Da ogni campo si vede una torre. Per il contadino era più facile andare in città e toccare un mondo più grande. Era più facile siglare contratti di mezzadria con il "notaro" ed il mercante borghese dotati di capitale e diventare così "imprenditore". Per secoli così, in questo secolo tanta piccola e media impresa. Non è mistero. E' storia. Unica al mondo l'Italia ha una "capacità distribuita" di impresa e di ricchezza. Già ho avuto modo di scrivere che chi ha disegnato lo Stato sociale e centralista in Italia non ha capito un'acca del Paese. Non c'era bisogno di centralizzare la funzione redistributiva della ricchezza. Si poteva e doveva esaltare l'esistente capacità distribuita di crearla.
In Francia lo Stato nazionale si è formato come potere accentratore che, in 5 secoli, ha distrutto qualsiasi organizzazione intermedia tra Parigi e le zolle dell'immensa campagna d'oltralpe. E in Francia non c'è piccola e media impresa. La cultura non è diffusa sul territorio, ma concentrata solo a Parigi. L'Italia è, invece, storicamente disegnata per un modello di autogoverno diffuso attraverso la struttura delle sue mille capitali. Il "luogo" è un microcosmo di competenza che gli permette di comunicare e commerciare con il "logos", il globo, senza necessità di strutture intermedie: in Italia il "luogo" è "logos". "Locale", in Italia, vuol dire una cosa diversa di "locale" in Francia, Germania, America e altrove (solo in alcune zone della Cina troviamo qualcosa di simile). E se si parla con i "locali", si vede.
Provincia di Macerata: discussioni su strategie globali di impresa che manco a New York si fanno. Ostiglia, sabato sera, freddo, nebbia aula di un liceo, 200 persone: amore per la cultura, pensieri acuti, quelli che a Milano-centro non trovate più. Cremona, una direttrice di banca cerca di innovare la capitalizzazione delle piccole imprese nonostante un sistema di credito ingessato. Castelfranco Veneto, Val D'Astico, il Bellunese: pensiero pratico, invenzioni, strategie vincenti, altro che paludi romane. Brescia sempre leonessa, a Vicenza decine che raddoppiano i fatturati ogni anno, a Verona tecnologie agricole ormai di scala europea. No, non ne faccio un mito. Grattando un po' si vede la litigiosità, la chiusura, il conformismo. Ma questo è un fenomeno universale in ogni "luogo": non è che a Manhattan-Upper east end si vedano stili diversi. Il punto non è processare o esaltare le qualità morali della gente. E' piuttosto quello di capire se siano capaci di autogovernarsi, di svegliarsi alla mattina e di inventarsi un lavoro, il mondo, e perchè. Gli italiani delle mille capitali lo sono perchè la storia li ha costruiti così. Questo è il dato. Questo rende l'Italia unica al mondo.
E' questa gente veramente in gamba responsabile della pochezza politica del Paese? Stimato Ostellino, ma cerchiamo di non dire stupidaggini. In quale Paese del mondo troviamo una società così attiva, inventiva, ricca? La gente si è trovata politici che mai hanno scelto, imposti dall'alto. In ogni città mi sono sentito dire: "qui c'è da fare un rivoluzione, ma come la facciamo? qui si deve lavorare, non vogliamo urlare e spaccare, ma come tiriamo avanti con questi cretini a Roma che per ogni soldo che facciamo ce ne rubano due?". L'ossimoro italiano è: "moderati rivoluzionari". Li ho fotografati a metà del movimento di chi si alza da una sedia per ergersi in piedi, verticali. Ho registrato "Vogliamo un politico che si offra al disegno di fare le cose che servono alla gente. Vogliamo un politico che ci ritorni la proprietà del nostro modello e non che voglia imporci il suo". Chi accoglie l'appello dell'"Italia verticale"? Chi capisce per primo che la "provincia" italiana non è "provinciale"?
Chi, per primo, starà finalmente dalla parte della gente?
OCCORRE UN PATTO TRA LIBERISTI ED OPERAI
16 dicembre 1995
Ricevo e rilancio: "Ci costringeranno a votare L'ulivo, ma noi operai saremo le olive schiacciate nel frantoio. Le tute sono blu e la bandiera è rossa non per amore, ma per necessità. Molti di noi preferirebbero cravatta rossa e giacca blu, almeno quattro milioni al mese al posto dell'uno e mezzo di oggi. Dia una mano". Volentieri, e giro alla sensibilità di Feltri la richiesta di dare una mano alle tute blu produttive ormai dimenticate da una sinistra che tutela solo gli interessi parassitari.
Lo stesso signore, tempo fa, mi aveva invitato a tenere una conferenza nel suo circolo operaio, vicino a Milano, con il seguente invito apertamente minaccioso: "Provi a dire qui le cose che scrive sul Giornale, se ne ha il coraggio". Come è finita? Mentre parlavo mi "bueggiavano". Ad un certo punto mi sono scocciato e ho replicato: "Sentite, ma a voi interessa più lo spiritualismo rosso o avere soldi in tasca? La ricchezza cresce, ma il povero diventa più povero ed il ricco più ricco. Come liberista temo questo scenario perchè significa la fine del capitalismo di massa che è lo scopo ultimo del liberismo. La sinistra vuole risolvere il problema alzando barriere contro il mercato e proteggendo chi è improduttivo, Bertinotti in modo neo-autarchico, Prodi tenendo alte le tasse. Ma questa opzione sarebbe fattibile, in teoria, solo se il capitale circolasse esclusivamente dentro ogni nazione e ciascuno Stato fosse tanto economicamente sovrano da trasformare la domanda di garanzie redistributive in finanziamento diretto delle stesse. Ma la realtà è che questa sovranità non esiste più. Quindi la speranza di avere soldi e occupazione la trovate solo diventando più competitivi nel mercato globale, voi e gli imprenditori per i quali lavorate. I sindacati rappresentano sia operai produttivi che ceti improduttivi, ma sempre di più i secondi. Voi che siete produttivi cedete in realtà ricchezza ai vostri colleghi che non lo sono. Chi è il vostro nemico? Il liberismo o i sindacati ? Guardate che si sta verificando un paradosso: voi tute blu che avete una specializzazione di alto valore industriale, che potete mettere sul mercato al migliore offerente, sareste molto meglio tutelati da un sistema liberista che da uno di sinistra protezionista. L'operaio veramente produttivo, nella nuova economia turbo-capitalistica, è di fatto un micro-imprenditore e come tale dovrebbe imparare a comportarsi e pensare. Tra voi e chi occupa un posto assistenziale non c'è alcun interesse comune. La destra (liberista) è diventata la nuova sinistra e la sinistra è diventata destra conservatrice. Gelo. Voce dal fondo: "..'sto professorino non la dice storta.."
Beh, è finita a canzoni e vino (ottimo). Ma io non conoscevo le canzoni della sinistra e quei nuovi amici non conoscevano le mie. La notizia, Feltri, è che quella sera ci siamo lasciati cantando "Fratelli d'Italia" e "Va' pensiero", unica musica che tutti conoscevamo, i militanti di Rifondazione comunista tra i più intonati. Altro che destra o sinistra ideologiche ed astratte. Alla fine, confrontando gli interessi reali, e tra uomini che parlano chiaro e dritto, è venuta fuori la consapevolezza pratica che il vero confine è tra "passato" e "futuro". La nazione che "produce domani" contro i parassiti che "incassano ieri".
Forse "nazione" è il concetto che ci serve per rifare il confine tra destra e sinistra che non funziona più. "Nazione" non è nè di destra nè di sinistra. E' di tutti. Vuol dire "comunità di interessi" resi omogenei da legami oggettivamente condivisi quali il territorio, la lingua ed il destino di ricchezza. Da liberista aggiungo che ogni individuo deve poter scegliersi la nazione che vuole. Ma da italiano vorrei che la mia nazione fosse più competitiva delle altre. Ma prorio perchè "nazione" è di tutti, come una barca su cui si naviga insieme, il vero confine è tra chi lavora e produce e chi sfanga uno stipendio parassitario sulla pelle degli altri. Tra chi si sfianca a tirare e lascare scotte e drizze, pulire sentine, riverniciare ponti e chi su questi prende il sole e si gratta la pancia, fregando quando può la marmellata in cambusa. I veri "padroni" non sono più i capitalisti con cilindro e guanti di pelle operaia. Sono i sindacalisti, gli assistiti nelle aziende ed uffici dello Stato, la gente senza orgoglio e ambizione.
Bisogna rifare il confine tra destra e sinistra riportando questo asse orizzontale ormai artificiale su uno verticale, più reale, che separi nettamente passato e futuro, produttività ed improduttività. Chiedo agli amici e colleghi liberisti di uscire dalla posizione solo critica e di trincea per andare all'attacco proponendo un' "unione degli italiani" dove anche gli operai che valgono si sentano rappresentati. Usiamo pure, senza timore e pudori, il riferimento alla "nazione". Uniamo il metodo della libertà con un progetto nazionale che porti l'Italia a competere per essere prima nel mondo per ricchezza, cultura, scienza ed invenzioni, un'Italia verticale. Liberisti e tute blu, stringiamoci la mano in nome di un comune patriottismo della speranza.
2. Una transizione resa difficile dalla nuova politica di potenza
2.1. America: da ombrello a manico
E CON L'IRAN E' INIZIATA LA PARTITA PIU' DIFFICILE
7 maggio 1995
La decisione degli Stati Uniti di porre l'Iran sotto embargo economico segna l'inizio di una nuova guerra fredda e di un sistema di dissuasione molto più complicati di quelli un tempo adottati contro la minaccia sovietica.
La motivazione dichiarata di questa decisione riguarda l'imputazione all'Iran di essere un Paese che finanzia il terrorismo. La motivazione non è di per se falsa. Ricordiamoci, infatti, che Washington è convinta che gli iraniani siano stati gli autori dell'attentato di un paio di anni fa a Wall Street (ma quella volta ha preferito non reagire data la delicatezza dello scenario medio-orientale e, probabilmente, la preoccupazione di non danneggiare il negoziato di pace arabo-israeliano). Ma in realtà la decisione, oltre a dare un segnale molto netto sulla volontà degli americani di accendere un conflitto con l'Iran, è anche un messaggio di dissuasione nei confronti di Mosca che ha l'intenzione di vendere a Teheran un impianto nucleare utile per eventuali scopi militari. Ed è anche un messaggio ad europei e giapponesi ( e cinesi) di smetterla di vendere tecnologie avanzate a paesi ostili e di tenere sotto controllo le loro industrie nel settore.
La dichiarazione unilaterale di embargo è un messaggio molto più duro di quello che appare nelle righe. In sintesi, il messaggio è: o i Paesi esportatori si mettono a cooperare per limitare la proliferazione oppure l'America bombarderà l'Iran creando una conseguenza politica molto forte per il loro comportamento irresponsabile. L'embargo economico è solo un preludio dissuasivo. Ed il richiamo al fatto che l'Iran sia una nazione che finanzia il terrorismo vuol solo dire che in questo caso il nemico sarebbe totale, la distruzione massima e la legittimità morale di essa altissima.
La strategia di dissuasione è più complicata in questo nuovo scenario di contenimento della minaccia proliferativa che non in quello del passato contro la potenza sovietica. Nella prima guerra fredda il gioco strategico era ridotto a due parti e Mosca e Washington sapevano che sarebbero state distrutte in caso di guerra nucleare senza possibilità di definire una razionale condizione di vittoria. Ma ora è diverso. Ci sono più soggetti che potrebbero dotarsi di armi di distruzione di massa. Dopo la guerra con l'Irak i Paesi emergenti con ambizioni di dominio hanno imparato che è inutile trattare con gli Stati Uniti se non si possiedono armi nucleari o cose simili. La razionalità dei nuovi attori strategici potrebbe poi essere molto diversa da quella "razionalista" a cui siamo abituati. Per esempio Saddam Hussein ha lanciato missili contro Israele rischiando una controreazione di tipo nucleare, evitata per un pelo. Inoltre è più difficile l'imputabilità: una bomba nucleare fatta esplodere a Washington o a Roma da terroristi potrebbe non avere firma, ma molti che ne traggono vantaggio. La nuova minaccia è diffusa e difficile da contenere con atti di dissuasione basati sul calcolo costi-benefici come siamo abituati a farlo in Occidente. A questo si aggiunga il problema di regolare eventuali nuovi conflitti nucleari tra potenze regionali (per esempio India e Pakistan, o Iran contro altri) che creerebbero un'emergenza ecologica per tutto il pianeta nonchè una crisi di fiducia tale da destabilizzare il mercato mondiale.
Per affrontare questo nuovo tipo di minaccia gli Stati Uniti dovranno rinunciare alle forme classiche di dissuasione e passare ad una strategia basata sulla possibilità della "guerra preventiva". Probabilmente verrà fatta una lista nera delle nazioni pericolose ed appena esse appariranno in procinto di superare la soglia della capacità nucleare, o comunque di distruzione di massa, verranno bombardate preventivamente, a meno che non rinuncino (o i loro fornitori desistano).
L'embargo unilaterale contro l'Iran sembra confermare questa tendenza. Essa comporterà due grandi mutamenti nel sistema di sicurezza internazionale. La guerra preventiva implica l'abbandono, o il solo uso di facciata, delle procedure multilaterali. Il consenso nel Consiglio di sicurezza dell'ONU non potrà essere raggiunto sulla proposta di sanzionare una "possibilità" (è già difficile ottenerlo su dati di fatto). Ciò significa un probabile aumento della unilateralità americana, per poter essere un sanzionatore credibile libero da vincoli politici "normali". Inoltre la dissuasione basata sulla possibilità della guerra preventiva ha bisogno di mezzi bellici con prestazioni del tutto superiori perfino a quelli usati nella guerra contro l'Irak.
La nuova guerra fredda è cominciata e sembra maledettamente più complicata della prima. Questo pone alle nazioni alleate degli Stati Uniti un nuovo problema: pagare in denaro all'America il suo lavoro per la sicurezza globale (gli Stati Uniti hanno ottenuto come rimborso spese per la guerra dell'Irak circa 75 miliardi di dollari sia dai Paesi beneficiati sia dagli alleati che non avevano mandato truppe) oppure riarmarsi per partecipare attivamente alla nuova dissuasione. La discussione è aperta.
L'INTERVENTISMO USA HA SCOPI ELETTORALI
1 dicembre 1995
Il "dopo-guerra fredda" è finito, la nuova era non ha ancora un nome (la si chiama provvisoriamente "dopo-dopo-guerra fredda"). Quale l'evento? Il discorso di Clinton alla nazione americana, lunedì sera - martedì mattina, ora europea- per l'invio di truppe in Bosnia: " Ci sono ancora situazioni dove l'America, e solo l'America, può e dovrebbe fare la differenza"...."se noi non saremo lì, la NATO non andrà là".."l'Europa, agendo da sola, è stata incapace di portare la pace nei Balcani".
Apparentemente questa sembra solo retorica per conquistare il consenso degli americani, recentemente sempre più inclini al neo-isolazionismo. Ma ha funzionato. I sondaggi dopo l'appello televisivo hanno registrato una struttura del consenso del tutto sorprendente e da non sottostimare. La maggioranza non ha creduto che in Bosnia vi sia un qualche interesse nazionale. Non ha nemmeno creduto - importantissimo- che la missione di "Peacekeeping" ("mantenimento della pace") possa avere il limite temporale di un anno come promesso da Clinton. E' anche convinta che vi saranno perdite di vite americane. Ma nonostante tutto questo la stessa maggioranza è d'accordo di impegnare il Paese sul terreno balcanico. E perchè? Perchè "dobbiamo farlo". L'America non crede a Clinton, ma gli americani credono nell'America, nel suo ruolo guida mondiale, nel suo essere l'unica "potenza morale" del pianeta.
Clinton ha fatto un colpo da maestro. Agli americani non piace. Racconta balle e adora le tasse. I consulenti elettorali sono disperati e non sanno cosa inventare per fargli vincere le elezioni dell'autunno 1996. L'avversario, probabilmente Bob Dole che sta vincendo la "nomination" a candidato repubblicano, cavalca il neo-isolazionismo (quello fissato da Perot nelle scorse elezioni in quasi il 20% dell'elettorato), la voglia dell'America di rinchiudersi in se stessa per tornare ad essere un paradiso economico isolato dal mondo. Ma Clinton ha capito che l'America è una potenza morale, la patria della gente che muore per altri se la causa è giusta. Ha scommesso sul fatto che il neo-isolazionismo sia solo una crosta sopra la struttura più profonda del "patriottismo americano", della voglia di estendere l'America al mondo, di essere primi in questo e per questo. Ha capito che se pur questa struttura si è indebolita nell'incertezza economica della classe media, essa resta. Mentre Bob Dole cerca di inventarsi un'America che interpeti l'incertezza dei cittadini, Clinton si appella all'America che c'è cercando di diventare il campone che ne difende i valori fondamentali. E Dole, come Gingrich, hanno dovuto farfugliare qualcosa, presi in contropiede da un'America a cui non piace Clinton, ma che ne accetta la leadership se egli se ne fa campione dell'identità profonda.
Questa struttura del consenso nella politica interna americana avrà grandi ripercussioni nell'ordine internazionale. Il "dopo-guerra fredda", infatti, è stato segnato dal problema che gli americani non davano più consenso al dispendioso impegno statunitense di tutori unici dell'ordine mondiale. Dal 1991 al 1995 si è assistito ad un tira e molla tra un'America imbrigliata "tecnicamente" nella sua vecchia missione globale ed una nuova che non aveva il consenso politico per continuare su questa strada (e Bush ne ha fatto le spese nel 1992). Ma Clinton ha trovato il modo di riunire la politica estera ed il consenso dell'America nell'era post-sovietica. Ha scelto un caso ad alta intensità di profilo morale. Ha scelto un caso dove quest'ultimo era esaltato sullo sfondo marrone del fallimento degli europei (infatti l'Europa in Bosnia si è giocata tutto il proprio patrimonio morale).
Ma a noi italiani interessa cosa questo voglia dire indipendentemente dalle elezioni negli Stati Uniti. Sul piano generale vuol dire che la struttura del consenso interno porterà ad un neo-interventismo americano nel mondo. La forma della "Pax americana" non sarà quella del passato, cioè del sistema delle "alleanze permanenti". Sarà una delle "alleanze contingenti" dove con più chiarezza gli stati Uniti allinearanno gli alleati del momento per condurre con meno vincoli i propri interessi. l'America agirà come potenza singola, globale, decidendo caso per caso l'interesse. Avrà solo il vincolo di rendere più "morali" gli interventi. La nuova era avrà bisogno di un cappello retorico molto più raffinato che nel passato. Si userà "pace" al posto di "guerra". Alle armi "letali" di superiorità strategica verranno aggiunte quelle nuove "non-letali", più adatte per la stampa e per il consenso. l'America imporrà i propri interessi di business al seguito di truppe sempre più benefattrici.
L'Europa imbelle, in questo nuovo scenario, scoprirà che senza una struttura morale comune e potenza militare integrata e globale non può esistere la libertà di scegliere la proria architettura politica. Pensate, si fa la moneta unica ed a un certo punto gli americani dicono che tolgono l'ombrello nucleare all'Europa. La moneta unica diventerebbe carta straccia. La potenza morale e le armi contano tanto quanto il denaro.
La Bosnia vuol dire tutte queste cose. Non pensiate nemmeno per un attimo che si gettino soldati e soldi a caso. Sarajevo torna ad essere il luogo dove le potenze mondiali misurano il loro potere. Lo si sappia e che l'Italia impari a definire il prorio interesse nazionale nella difficile realtà della nuova "pax".
2.2. Russia: orsi e ricorsi
IN RUSSIA LO SPETTRO DI UN NUOVO STALIN
20 febbraio 1996
Orsi e ricorsi. Non è ancora allarme, ma lo scenario sta scivolando verso il "caso peggiore". E' ormai certo che Mosca imboccherà una strada fortemente neo-nazionalista e neo-imperiale. Quello che resta ancora ambiguo è solo se questo "rimbalzo" verrà attuato in forma negoziale o conflittuale con l'Occidente. Una prima risposta a questa incertezza la avremo nel giugno 1996 quando vedremo chi vincerà le elezioni presidenziali tra Yeltsin, zar bianco, o Zyuganov, zar rosso, il secondo per ora favorito. Ma la vera risposta verrà solo da una iniziativa da parte degli occidentali per stabilizzare definitivamente il quadro delle relazioni complessive con Mosca.
L'Occidente ha vinto la guerra fredda, ma ha perso il controllo dell'evoluzione dello scenario post-sovietico in Russia. Per chiarire, ci ritroviamo in una situazione simile a quella successiva alla fine della Prima Guerra Mondiale. La Germania sconfitta non è stata aiutata a ritrovare il proprio ordine interno dentro una qualche architettura internazionale riassicurativa e allo stesso tempo di contenimento. Le masse impoverite ed umiliate, nel 1933, hanno eletto Hitler e ci è voluta un'altra guerra per chiudere la questione. Alla fine della Guerra Fredda gli occidentali hanno compiuto rimarchevoli politiche di salvafaccia dell'orgoglio russo e di controllo del suo potenziale nucleare mediante incentivi. Ma non hanno assolutamente sostenuto la Russia nella politica di liberalizzazione. Per altro i politici russi non sono stati in grado di definire un modello di transizione dall'economia comunista a quella di mercato che tenesse conto della realtà. Ed è stato un disastro: malgestito, il libero mercato è diventato un luogo di rapina che per ogni 100mila nuovi ricchi ha creato 3 milioni di nuovi poveri, assoluti. Nei primi anni 90 la nuova povertà era compensata dalla speranza di una futura nuova ricchezza, sostenuta dal poter respirare la libertà dopo decenni di comunismo oppressivo. Ma nel 1995 questa speranza si è arresa di fronte ad una realtà che premia i pochi e punisce i molti. E le masse sono pronte ad eleggere il nuovo Hitler panslavista e nazionalcomunista (Zyuganov) o costringere chi non lo è ad imitarlo per poter avere il consenso (Yeltsin). E bisogna capirle. Semplifico il punto usando un crudo ricordo personale. Rientravo, nell'inverno del 1992, all'Hotel Metropole, nel centro di Mosca, ed ho visto un capitano dell'aeronautica, lacrime agli occhi, che spingeva sua moglie (singhiozzava: "sono tua moglie, sono tua moglie,... noi.." in russo istruito, gesti eleganti - "kulturny"-) e le metteva in tasca una manciata di preservativi. Con le gambe tremanti quella stupenda donna -occhi viola- si presentò nell'atrio pieno di uomini d'affari occidentali, garruli gli italiani, con i marchi e i dollari già pronti nelle mani. Mettetevi nei panni di quel giovane capitano.
Ed è qualcuno come lui che ora forma la nuova generazione degli strateghi politici e militari di Zyuganov o comunque già lavora, per esempio, nello "Nezavisimly institut oboronnykh issledovaniy" (Istituto di ricerca della Difesa). Il risultato è che il "caso peggiore" tende ad essere più probabile, per esempio, in forma di alcuni o tutti i punti che seguono: (a) rinazionalizzare l'economia, alzare barriere tariffarie sulle importazioni; (b) riprendere con la forza il controllo dello Azerbajan e delle fonti petrolifere del Mar Caspio; (c) Riannettere Bielorussia e Kazakhstan; (d) riaprire il fronte nel Tagikistan, riassicurarsi il dominio dell'Ossezia del sud, dell'Abkhazia, della Repubblica del Trans-Dniester e reprimere esemplarmente la ribellione in Cecenia; (e) far maturare la crisi in Ucraina, spaccarla, e recuparne la parte orientale più la Crimea; (f) ricostruire con le repubbliche transcaucasiche e dell'Asia centrale una relazione di assistenza-alleanza militare simile a quella del vecchio patto di Varsavia ed instaurare con i Paesi baltici, la Moldavia e (l'ipotetica) Ucraina Occidentale una relazione di "neo-finlandizzazione"; (g) Per dissaudere gli Stati Uniti dall'opporsi, e forzarli ad accettare la ri-espansione russa, (h) minacciare l'esportazione di tecnologie per la distruzione di massa ai Paesi emergenti, (i) stringere alleanze con Cina e Iran, oltre a consolidare l'assistenza militare all'India, (j) sviluppare una nuova generazione di vettori missilistici che superi le capacità dei sistemi anti-missili attualmente sviluppati dagli americani; (k) attuare subito queste ultime misure come strumento dissuasivo per bloccare il piano di espansione ad est della NATO ed eventuali tentativi di ulteriore frammentazione dell'area russa (imputati alla Germania). Infatti il nuovo ministro degli esteri nominato da Yeltsin ha già comunicato la volontà di riprendere le relazioni strategiche con Cina e islamici. Mossa elettorale, d'accordo, ma conferma che la Russia vada nella direzione neo-imperiale.
L'Occidente si è lasciato sorprendere dall'improvviso ritorno russo. Americani ed europei hanno sottostimato sia la catastrofe sociale sia la capacità strategica residua dell'ex-impero sovietico. Chirac e Kohl stanno per precipitarsi a Mosca, per capire le "carote" possibili, e hanno messo repentinamente in priorità la questione della sicurezza nell'agenda europea per predisporre il "bastone". Ma è troppo poco e non è solo questione europea. E' vero che i russi non sono in grado di reggere un confronto militare "convenzionale" ed "invasivo" con la NATO. Ma possono benissimo ripristinare il terrore nucleare sia in forma diretta sia dando ad altri soggetti anti-occidentali poteri proliferativi. Va quindi risolto presto, e molto più in grande, quello che è stato lasciato irrisolto ieri: (1) decidere se la Russia è nemico o possibile partner e trarne tutte le conseguenze; (2) definire in forma finale i confini occidentali della Russia; (3) chiudere entro l'estate 1996 il caso bosniaco, a tutti i costi, per non lasciare ostaggi occidentali a tiro diretto di eventuali rappresentanti del riscatto russo-panslavista.
2.3. La difficile indipendenza dell'Italia nel "Reich noveau"
L'ITALIA RISCHIA DI AFFONDARE COME VENEZIA
26 aprile 1995
Alla fine del 15O0 il mondo si ingrandì all'improvviso: le Americhe, gli oceani. Divennero più grandi le nazioni che seppero occupare con profitto i nuovi spazi. Altre sparirono. Tra le seconde è per noi italiani importante ricordare il caso di Venezia. Da potenza globale nel mondo del 1400 divenne improvvisamente uno staterello decadente in quello del '600. L'espulsione geopolitica e geoeconomica del Nord-Italia dal gioco mondiale, allora, provocò una crisi di povertà durata fino alle soglie di questo secolo. Venezia ha avuto circa cinquanta anni di tempo utile per accorgersi che il mondo stava cambiando. Ma ha usato questo tempo per tentare di difendere il passato piuttosto che investire nel futuro: mentre i vascelli tornavano dall'inutile e costoso trionfo nella battaglia di Lepanto le tre o quattro navi allestite per solcare i nuovi oceani venivano lasciate marcire nell'arsenale. La storia non si può valutare con i "se", ma certamente la classe dirigente veneziana sbagliò nel cercare di arroccarsi nel vecchio mondo, chiudendosi anche culturalmente in esso, invece di aprirsi ed aggredire quello nuovo. E fu la fine.
Negli anni 90 sta succedendo la stessa cosa pur in forma diversa. L'Italia del periodo della guerra fredda era importante e ricca perchè parte di un impero che aveva bisogno del suo territorio e che quindi la coccolava. Era un mondo limitato all'Occidente, dove l'altra metà era bloccata economicamente o dal comunismo o dal sottosviluppo, dove il capitale circolava più all'interno delle nazioni che all'esterno di esse e dove la tecnologia non era ancora così avanzata da sostituire l'uomo nell'industria e nei servizi. Era un mondo piccolino, se visto con gli occhi di nemmeno dieci anni dopo. Adesso, infatti, il mondo si è ingrandito: Cina e India sono i nuovi giganti di un mercato che è diventato globale; il capitale circola senza confini; la nuova concorrenza mondiale e le nuove tecnologie stanno riducendo i salari ed il lavoro nei Paesi una volta ricchi; gli Stati Uniti hanno ridefinito la loro politica estera riducendo l'impegno nel mondo alla sola salvaguardia dei loro interessi vitali; Francia e Germania stanno trasformando il progetto europeo in modo tale che esso serva meglio, e forse esclusivamente, i rispettivi interessi nazionali per sopravvivere nella nuova competizione mondiale. L'Italia, nuova Venezia, si trova improvvisamente a dover decidere come ricollocarsi in questo nuovo mondo in cui è già diventata piccola, con meno valore strategico e sola.
L'Italia ha circa tra i cinque e dieci anni di tempo per ricollocarsi nel mondo che si sta ingrandendo. Se si sbagliano le strategie, o se non si fa in tempo, aumenta la probabilità di entrare nuovamente in decadenza per secoli. Rendiamoci conto che il problema sarebbe di difficile soluzione perfino se fossimo una nazione di più grandi dimensioni ed in perfetto ordine interno, sia economico che politico.
La maggior parte di quelli che si occupano della materia pensano di risolvere questo problema sciogliendoci nell'Europa ed essere parte relativamente autonoma di una potenza regionale. Ma, oltre ad esserci un problema di diversa struttura industriale con i Paesi dell'Europa del Nord e quindi una forte ipotesi di divergenza degli interessi, c'è il fatto che siamo troppo in ritardo per poter negoziare la fusione europea dell'Italia. L'Europa a geometria variabile, o a due velocità, ci vede fuori per un bel pezzo ed il mercato certamente ci punirebbe per questo ritardo nel momento in cui gli altri dessero vita alla nuova Supernazione. A questo punto non ci conviene. Inoltre c'è una novità: il mondo è diventato tropppo grande perfino dal punto di vista del disegno franco-germanico di Unione Europea, rendendolo troppo piccolo.
Cosa ci resta? Freddamente e realisticamente, ci resta solo da fare una strategia molto aggressiva di nuovo interesse nazionale, di cui possiamo ipotizzare i tre punti chiave. Aprire: dobbiamo competere nel mercato mondiale diventandone il luogo finanziario ed industriale più aperto in esso. Nella chiusa Europa questo ci darebbe un enorme vantaggio competitivo, tale da compensare l'inevitabile contenzioso con gli altri partner europei. Allargare: a noi conviene che si costruisca un mercato unico euro-americano che saldi economicamente e militarmente i due continenti. Per una nazione media come la nostra tale disegno ci darebbe un buon bilanciamento tra integrazione ed autonomia nell'ambito di un blocco strategico di scala tale (anche per i cruciali aspetti monetari) da ricollocarci nella giusta dimensione per gli affari globali: Investire: significa riallocare tutte le risorse disponibili per investimenti sul futuro (tecnologia, capitale umano, infrastrutture) cancellando spese e regole assistenziali sia indirette che indirette.
Discutiamone. Ma facciamolo senza più quel conformismo di quando eravamo una nazione protetta in un mondo che fu.
PATTO SEGRETO KOHL-CLINTON
27 settembre1995
Vi do i fatti.
Nel 1989 la Francia ancora tentava di evitare la riunificazione della Germania. Ma Kohl, in Crimea, aveva già segretamente siglato con Gorbachev l'accordo "Marchi in cambio di territorio" per la riunificazione e per il ripristino dell'influenza tedesca nella Mitteleuropa (che spiega, in parte, il successivo destino di Cecoslovacchia e Jugoslavia). L'Amministrazione Bush prese un orientamento filo-tedesco e benedì la cosa (troncando la relazione privilegiata con l'anti-tedesca Tatcher e causandone la caduta, successivamente).
A quel punto la Francia capì che non poteva più tenere in piedi un rapporto bilaterale alla pari con la Germania e dovette rilanciare (come il pugile frastornato che abbraccia l'avversario vincente per evitarne i colpi). Maastricht nacque così: fu un tentativo di europeizzare la Germania per evitare la germanizzazione dell'Europa e della Francia. Kohl fu perfettamente d'accordo per due motivi: (a) temeva una reazione antitedesca; (b) qualsiasi europeizzazione della Germania sarebbe diventata comunque una germanizzazione dell'Europa, solo più morbida. Per Kohl, Maastricht fu la perfetta maschera per travestire il nuovo Reich. La Francia non se ne accorse o sottovalutò questo aspetto. Si concentrò, disperatamente, solo sui fattori "politici" che assicuravano una teorica diarchia franco-tedesca della futuribile Unione Europea. Kohl, pressato dalla Bundesbank, diede molta più attenzione ai fattori economici. I criteri di convergenza per creare l'unione politica e monetaria europea, cioè l'unione tra il potenziale nucleare francese ed il marco tedesco, furono decisi come pura e semplice esportazione verso l'Europa della politica economica tedesca. Kohl doveva assicurare al proprio elettorato che non sarebbe stato il Marco a sciogliersi nell'Europa, ma viceversa.
Nel 1995, l'elettorato tedesco non si è convinto e non vuole l'unione. Si sta sempre più "rinazionalizzando". La Bundesbank ricarica sostenendo che i criteri di convergenza di Maastricht sono troppo laschi e mettono a rischio il Marco. Waigel tira un siluro a Kohl svelando l'impossibilità dell'unione, sperando di succedergli in una Democrazia Cristiana costretta ad una svolta neo-nazionalista (per altro anticipata da Lammers e da Schauble). Per mantenere la guida del partito e per vincere le elezioni del 1988, Kohl deve passare ad un modello di "germanizzazione diretta", cioè ad un Europa a geometria variabile dove Bonn (domani Berlino) sarà al centro di ciascuno dei diversi cerchi sub-europei, tutti subordinati entro l'area del Marco. Ma sarà molto più difficile evitare contro-reazioni e conflitti. Proprio per questo Kohl ha bisogno di tre rafforzamenti: (1) la garanzia di non opposizione della Francia; (2) del supporto degli Stati Uniti; (3) della mondializzazione del ruolo della Germania (membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU e terzo lato nel triangolo del potere monetario con Stati Uniti e Giappone).
Il terzo punto è già in atto. La soluzione del problema francese consisterà nel tenere in piedi il linguaggio di Maastricht posponendone l'agenda di convergenza per gli europei, dando loro dei contentini nominali, ma creando una deroga bilaterale per l'avvio dell'unione con la Francia. Non si concluderà mai e si trasformerà in un alleanza bilaterale esclusiva. La Germania rifiuterà di passare sotto l'ombrello nucleare francese per non rinunciare a quello americano, ma, per compensare, lo finanzierà in modi non troppo espliciti (come ha già fatto). Così per la Francia.
Per rinforzare ancor di più l'alleanza con gli Stati Uniti, Kohl, nella primavera del 1995, è volato a Washington con in tasca la bozza (quella vera nota a pochissimi) di un trattato euro-americano finalizzato a ri-assicurare gli Stati Uniti che la Germania avrebbe gestito in loro nome l'ordine europeo, chiedendo in cambio un rapporto bilaterale esclusivo. Un punto del possibile accordo è che per 15 anni la NATO sarà ancora dominata dagli americani. In seguito, il riarmo tedesco (che ha appunto bisogno di 15-20 anni) permetterà la formazione di un polo militare europeo-germanizzato entro la NATO, con forte autonomia e delega. Per esempo, il bilancio della difesa tedesco toglie fondi agli armamenti attuali, ma, "in modo non vistoso", investe molto sulla ricerca di lungo periodo per le armi ad energia e sistemi di guerra robotizzata, cioè per le super-armi del futuro. Il rodaggio del possibile accordo tedesco-americano è stato fatto co-armando la Croazia e proiettandola contro i serbi per chiudere il caso bosniaco - quando per Clinton è stato elettoralmente importante- tagliando fuori inglesi e francesi.
Nei Think Tank tedeschi si scrivono i requisiti per la competitivita' globale della Germania: mantenere il coordinamento strategico tra banche, industrie e Stato; chiudere il sistema industriale e finanziario principale ad acquisizioni di capitale straniero; entro il 2010 acquisire il dominio dell'ambiente europeo come scala minima del volano di mercato interno necessaria per fronteggiare i giganti mondiali. Per non allarmare il mondo e gli europei vengono e verranno usate sofisticate strategie indirette di "gestione simbolica". Per esempio, favorire l'immigrazione di ebrei (22.000 circa dall'est, nell'ultimo anno).
A voi i commenti.
E' ORMAI MORTA L'EUROPA DI MAASTRICHT
1 novembre 1995
L'Europa di Maastricht è morta. I governi non possono dirlo in forma così brutale, ma lo esprimono indicendo la Conferenza intergovernativa per la "revisione" del trattato che istituisce l'Unione Europea. Non potranno nemmeno abbandonare subito il "linguaggio" dell'unione politica e monetaria, ma entro di esso dovranno formulare un piano per un'"Europa possibile" dove queste due unioni sono di fatto impossibili.
Ricordiamo brevemente la genesi del trattato perchè in essa se ne trova la fragilità principale. Maastricht è stato inventato da Mitterand e da Delors come strumento per imbrigliare la nuova Germania ed evitare che agisse come potere singolo. Kohl non voleva firmare un trattato così impegnativo, ma ha dovuto farlo per evitare il rischio di una rottura con i francesi e gli altri europei proprio nel momento più delicato della riunificazione. Per la Francia l'Unione Europea era l'ultimo disperato tentativo di restare nel gioco in un rapporto alla pari con la Germania. Per questa la firma è stata una mossa diplomatica necessaria, ma non gradita. Quindi il trattato è nato come schermo per tutti altri fini che non quelli detti su carta. Ed infatti l'unica cosa specifica nel testo riguarda i criteri di convergenza per l'unione economica. Ma essi sono solo criteri di buon senso amministrativo e, di per se, non hanno alcuna relazione diretta con la costruzione europea. In realtà non c'è mai stato un piano concreto per costruire l'unione. L'Unione Europea è solo una costruzione cartacea. Maastricht è morto perchè non è mai nato.
Nel 1995 si vedono parecchie novità che lasciano intendere come sarà ben difficile tenere in piedi un qualche modello di Europa che assomigli anche lontanamente al modello cartaceo di Maastricht.
La Germania ha detto chiaro e tondo alla Francia che va bene il rapporto bilaterale privilegiato, ma che esso non potrà essere esclusivo. Tradotto, è un chiaro invito ai francesi di collocarsi al secondo posto. Chirac cerca ancora di forzare la Germania a costruire una diarchia esclusiva sull'Europa. Visto che con le buone non gli riesce, ci prova con le cattive siglando un accordo di cooperazione militare (nucleare) con il Regno Unito, il povero Major ben felice di essere rimesso in gioco. Di fatto c'è il divorzio tra Francia e Germania nonostante le dichiarazioni di convergenza. Torna l'Europa delle nazioni ed il suo antico gioco del bilanciamenti di poteri.
Sul piano dell'unione monetaria, poi, è ormai certo che l'opinione pubblica tedesca non vuole abbandonare il Marco per una qualche moneta europea. Lo ha capito anche il Partito social-democratico tedesco che farà della difesa social-nazionale del Marco il pilastro della sua prossima campagna elettorale contro Kohl. Di fatto è in atto una rinazionalizzazione della Germania. Anche Kohl dovrà tenerne conto e dovrà trovare un nuovo livello di equilibrio tra politica estera ed interna, certamente più lontano dal linguaggio di Maastricht.
Più importante sul piano strutturale è l'evoluzione del quadro macroeconomico europeo. Il modello economico di Maastricht si basava sull'idea di un Marco forte (seguito da un Franco robusto). Ora il problema è che l'economia tedesca comincia a soffrire pesantemente della sopravalutazione del Marco. L'economia della moneta forte a tutti i costi deprime la creazione delle opportunità economiche e le esportazioni. Nel 1995 la Germania ha corretto al ribasso le previsioni di crescita del PIL, le entrate fiscali sono state minori del previsto. Negli ultimi dieci anni la crescita industriale della Germania è stata di un misero 18% circa (l'Italia è cresciuta del 25,5%) e la disoccupazione è aumentata. Questi dati indicano che la Germania dovrà rassegnarsi ad abbassare il valore del Marco per non distruggere la propria struttura industriale. Lo stesso dovrà fare la Francia. Unione monetaria su che cosa?
Da ultimo, ma non meno importante, viene la complicazione crescente di una Russia che vuole riprendersi parte dell'impero, probabilmente guidata da un nuovo disegno neo-nazionalista. Questo significa che l'Europa avrà più bisogno di importare sicurezza dagli Stati Uniti. Tradotto, significa che la Germania percepirà come più urgente siglare un trattato euro-americano che non creare un'area di responsabilità politica europea separata da quella degli Stati Uniti. Maastricht, New Jersey.
Quale futuro? Di buono c'è che tutti sono convinti che una qualche Europa debba esserci, pena il collasso economico delle sue nazioni. Di brutto, c'è che nessuno ha la minima idea di quale Europa possa e debba essere fatta. Si intravede una possibile Europa che sarà certamente qualcosa di più di un'alleanza, ma molto meno di un'Unione. Di sicuro un'Europa delle nazioni.
Che l'Italia cominci a rendersene conto.
SOLO L'ITALIA PUO' EVITARE LA DITTATURA IN EUROPA
12 dicembre 1995
Siamo pratici. Tutti i Paesi europei hanno tre interessi oggettivi in comune: essere parte di una grande area di libera circolazione dei capitali e delle merci perchè i singoli mercati nazionali sono troppo piccoli; ridurre attraverso metodi cooperativi i costi della sicurezza; mantenere una forte autonomia per poter agire come soggetti flessibili nel mercato globale (ed essere sufficientemente sovrani per gestire con elasticità la specificità dei propri modelli interni). Riconoscere questo dato di fatto porterebbe immediatamente, e senza tante complicazioni, a costruire un'"Europa sufficiente", possibile e utile per tutti. E invece due Paesi, Francia e Germania, stanno creando complicazioni assurde perseguendo un'Europa impossibile ed inutile.
Per la Francia l'Europa è solo uno strumento alla sua politica di grandezza nazionale. Troppo piccola per essere una potenza globale vuole comandare ed integrare quelli più piccoli di lei per acquisire scala. Da qui l'idea di Europa come Superstato multinazionale. Ma la Francia ha bisogno di costruire una diarchia con la Germania per non trovarsela contro e comunque avere un volano economico e politico credibile. Da qui l'idea di "Unione Europea", in realtà "Unione franco-tedesca", come disegnata nel trattato di Maastricht. L'Europa ha il "mal francese". Un regime cooperativo abbastanza semplice a costruirsi viene complicato dal nazionalismo e dalla stupidità politica di una nazione che è economicamente più piccola dell'Italia, che ha una potenza militare da operetta (per esempio, le armi nucleari francesi sono solo "politiche" e non realmente "strategiche").
Inizialmente Kohl non era entusiasta di Maastricht, ma recentemente l'idea della moneta unica si è rivelata confacente all'interesse nazionale tedesco. Nel 1995 è ormai chiaro che l'economia non cresce abbastanza perchè soffocata dal protezionismo sociale. Il gap tra entrate ed uscite dello Stato rischia di allargarsi in modo catastrofico. La strategia giusta sarebbe quella di liberalizzare l'economia ed abbassare il valore del marco e quindi puntare su una maggiore crescita economica. Ma togliere garanzie protezioniste crea conflitti sociali ed enormi problemi politici. Quindi Kohl ha cercato ed intravisto una possibilità alternativa di finanziare l'inefficienza dell'economia tedesca attraverso una strategia già più volte adottata dagli Stati maggiori dei diversi Reich succedutisi nella storia: colpire ad est per occupare uno spazio di risorse economiche, colpire ad ovest per controllare i competitori, in breve successione. Il dominio politico dell'est significa importare componenti a basso costo per i sistemi che vengono integrati in Germania. Se pago un operaio il doppio, ma il costo di una componente industriale (prodotto o processo) è meno della metà e in più mi tengo in casa il valore aggiunto, diventa chiaro che posso restare competitivo nonostante l'inefficienza intrinseca del sistema ed il marco alto. Ed infatti la politica ad est della Germania è esattamente questa. Ma per chiudere il ciclo strategico la Germania deve eliminare il rischio che un Paese di pari capacità industriale, per esempio l'Italia, possa risultare competitivo attraverso una valuta più bassa ed un sistema liberalizzato. La Germania non esporterebbe più un bottone. Ed il modo per risolvere la questione è quello di costringere gli altri europei ad una politica della moneta alta e quindi ad un'"economia della stabilità" simile a quella tedesca e relativa parificazione delle basi competitive (con in più barriere economiche europeizzate per contenere i competitori extra-europei). Controprova è che una politica del marco alto in un ambiente europeo dove gli altri attuano svalutazioni competitive e dove non ci sono barriere protezioniste di scala continentale porterebbe la Germania alla distruzione. In sintesi, "unione monetaria" dominata dai criteri tedeschi vuol dire solo questo.
I soliti idioti, e i "Quisling" di casa nostra, sostengono che l'unione monetaria sia necessaria per rendere possibile il mercato integrato. E' vero che sarebbe cosa utile. Ma è falso che sia condizione necessaria. Gli operatori hanno solo bisogno di un sistema che riassicuri contro i rischi di cambio e la cosa andrebbe lo stesso. No, non c'è nessun motivo tecnico che costringa a realizzare l'unione monetaria come "premessa" alla cooperazione europea. Unione politica e monetaria sono un modello deciso dall'interesse nazionale francese, per un motivo, e da quello tedesco, per un altro. E la realizzazione di questi due interessi costituisce un danno economico e politico per tutti gli altri. Basti pensare che solo la Germania riucirebbe a finanziare la propria inefficienza attraverso l'mperialismo economico. Gli altri, prigionieri di essa, stagnerebbero impoverendosi strutturalmente.
Ma chi glielo dice a francesi e tedeschi? L'Inghilterra si è chiamata fuori. Resta l'Italia. Avremo la forza di difendere i nostri interessi e quelli della maggioranza degli europei proponendo il modello di "Europa sufficiente"? Non lo so. Posso solo dirvi che tra l'Europa possibile ed utile e l'incubo franco-tedesco siamo rimasti solo noi. Forse fa ridere data la nostra situazione politica, ma di fatto tocca a noi inventare e difendere l'Europa delle libertà.
EUROPA KAPUTT, ORMAI E' RIDOTTA A UN IMPERO FRANCO-TEDESCO
8 marzo 1996
Il progetto europeo ha cambiato natura. Dall'idea di Europa per tutti si è passati ad una di Europa delle differenze: un nucleo forte costituito dalla diarchia franco-tedesca, gli altri allineati e sudditi. In realtà è dagli anni 60 che "Europa" vuol dire "diarchia franco-tedesca". Ma fino agli inizi degli anni 90 essa era accettata come un fatto "fisiologico" perchè sia Francia che Germania perseguivano una politica ragionevolmente bilanciata tra europeizzazione dei loro interessi nazionali e nazionalizzazione a loro vantaggio degli interessi europei. Questo equilibrio è saltato con la riunificazione tedesca. La Francia ha temuto di veder "andar via" la Germania e di diventarne suddita. Per questo ha aperto la stagione degli "strappi" forzando un trattato di Maastricht che da raffinamento multilaterale del mercato unico europeo (Atto unico, 1985) si è trasformato in Unione politica ed economica bilaterale tra Francia e Germania. La Francia ha ricattato la Germania scambiando il suo benestare per la riunificazione contro l'accettazione da parte della Germania di firmare un patto diarchico indissolubile. Kohl ha dovuto accettare il male che al tempo era considerato minore ed ha firmato malvolentieri un trattato che, nella sostanza, implicava la dissoluzione del marco. E' comprensibile che da allora il sistema politico tedesco sia diventato isterico e si sia messo alla ricerca di un modello europeo che assicurasse la germanizzazione dell'Europa affinchè la europeizzazione della Germania non ne comportasse una perdita di stabilità. Ed è da questo problema che nasce la soluzione dell'Europa a "diverse velocità" e quella di allineare più strettamente gli altri europei ai vincoli di interesse nazionale tedesco e, in subordine, francese. Per esempio, il progetto di "moneta unica" da strumento utile e cooperativo per "tutti" è stato brutalmente trasformato in un disegno selettivo, compulsivo e coercitivo per costringere gli europei a conformarsi al modello economico-fiscale-monetario tedesco. Questi sono i fatti. Essi non vanno usati per criticare moralisticamente nè francesi nè tedeschi perchè cercano di realizzare i propri interessi nazionali. Servono solo a capire, freddamente, la nuova realtà europea: (a) Sta nascendo un vero e proprio impero germanico-francese che non è ancora stabile nel suo assetto bilaterale, ma è già strutturato come accordo di dominio diarchico sugli altri (resta solo da definire se i francesi accettano di essere secondi o tentano di stare alla pari); (b) le altre nazioni europee si trovano di fronte alla scelta disperata di o farsi annettere dal "Reich Noveau" o restare isolate. In sostanza è saltato il Trattato di Roma (le fondamenta) perchè l'Europa non è più un accordo cooperativo e paritetico, ma un luogo del dominio imperiale francese e tedesco.
Prove. La forma coercitiva e selettiva del progetto di unione monetaria l'avete vista tutti. Altrettanto importante, ma meno noto, la Francia, nell'estate del 1995, ha offerto bilateralmente alla Germania la condivisione del suo potenziale nucleare. L'idea era di discuterne prima e solo con la Germania e poi l'eventuale decisione sarebbe stata imposta agli altri. La Germania si è accorta del rischio diplomatico della questione e la cosa è stata (provvisoriamente) rimandata. Lo stesso metodo è stato attuato per far partire l'Agenzia europea degli armamenti: un nucleo franco-tedesco su cui successivamente cooptare gli altri Paesi quando addomesticati agli interessi dei due. Ma che "Europa" è?
Vediamo poi quanto possiamo fidarci dei "due". Agli inizi degli anni 90 la Germania attua il riconoscimento unilaterale di Slovenia e Croazia scatenando il conflitto nella, allora, Jugoslavia. Bell'esempio di politica europea di sicurezza. Adesso i tedeschi spingono per l'estensione della NATO a Polonia e Cekia. Bravi, fatelo senza un negoziato complessivo con la Russia e vediamo il casino che succede. E a noi ce l'hanno chiesto, visto che ci andiamo di mezzo? No, solo cortesemente comunicato. Lettori, vi impegnereste per la sicurezza con partner che si comportano così?
L'Europa non c'è più ed è stata sostituita da un litigioso e pasticcione sistema imperiale franco-tedesco tra l'altro basato su un modello statalista e protezionista che non si sa come potrà sopravvivere alle nuove sfide del mercato mondializzato (loro pensano, appunto, di fare una grande diga europea). Cosa facciamo? Intanto prendiamo atto che l'Europa "europeista" non c'è più nei fatti e resta solo nella forma di abito indossato dal corpaccione del "Reich Noveau". Per resistere ad esso abbiamo solo l'alternativa di tentare di diventare una potenza economica autonoma nel mondo allo scopo di non restare troppo dipendenti dal mercato europeo ed allo stesso tempo avere una leva di forza per negoziare una migliore posizione in esso (possiamo farlo). Mario Pirani pensa che io sia un fascista perchè scrivo cose del genere (Repubblica, 4/3/96). No, signor Pirani, è la realtà che è diventata "fascista", più dura, selettiva, conflittuale, competitiva, spietata. Io sono solo un liberista e liberale - preoccupato- che cerca di capirla in tempo per avvertire gli italiani di mettere il coltello tra i denti prima di farselo infilare nella schiena, distratti dagli europeisti di sinistra, pacati incompetenti, come lei.
3. Una transizione ostacolata dal furto del tempo
3.1. I politici che rubano il tempo
OSCAR LUIGI XVI RE CONTRO IL POPOLO
23 ottobre 1995
I motivi specifici per cui Scalfaro deve andarsene sono noti ed ampliamente commentati: ombre sulla sua onestà: interpretazione sostanzialmente illegittima dei poteri presidenziali fino all'eccesso di sospendere la democrazia per imporre nuovamente agli italiani un sistema politico da loro già bocciato. Probabilmente non esistono gli elementi formali per accusare il presidente della Repubblica di "colpo di Stato". Tuttavia, nei fatti, di questo si tratta. Si giocherà molto su questa distinzione tra "forma", che assolve Scalfaro, e "sostanza " (che lo condanna). Proprio per questo gli italiani devono avere più elementi di giudizio sulla sostanza della presidenza Scalfaro. Non si tratta, infatti, solo di rimuovere un presidente scorretto, ma di liberare l'Italia da un regime maligno, disastroso, e dall'ultimo tentativo di restaurarlo. Non è questione di Corte Costituzionale o di Parlamento. E' questione di popolo.
Scalfaro incarna quel metodo della politica che sacrifica l'interesse dei cittadini a quello dei potenti e dei pochi. Rappresenta lo stile oligarchico che che ha governato il Paese per circa 50 anni privilegiando le "cose della politica" sulla "politica delle cose" e creando un modello unico al mondo di "sviluppo nel regresso". La prova sostanziale che egli rappresenti queste cose si trova nel modo con cui ha violato la volontà popolare ed esercitato pressioni segrete per salvare se stesso e ostacolare gli avversari politici. Egli è il simbolo del complotto. E' anche il simbolo del più puro stile democristiano: rivestire le brutte azioni con il linguaggio della bontà (esempio, trasformare in problema di rispetto delle minoranze la violazione vistosa del diritto della maggioranza). E questo è il simbolo del danno più terribile che i democristiani hanno fatto ai cattolici, i politici italiani alla democrazia: usare il linguaggio del bene per fare il male, i valori universali per i propri sporchi interessi. Scalfaro è il simbolo del disastro morale, organizzativo e politico dello Stato, del divorzio tra Stato e popolo.
Su un piano meno simbolico e più pratico, Scalfaro è il monarca assoluto di un regime antico che pensa di tornare al potere, i suoi aristocratici e cortigiani alle armi pronti nella Vandea del "neocentrismo": boiardi di Stato, sindacalisti, politicanti maggiori e minori, uomini della finanza e dell'industria diventati o rimasti tali solo perchè sciacalli del tesoro pubblico. I numeri sono: circa 300 persone della nomenklatura di primo livello (i potenti, la cupola della prima Repubblica, ancora intatta come intreccio segreto di politica, finanza e industria); circa 40mila membri della nomenklatura di secondo livello (dirigenti di enti statali di vario tipo, messi lì dal vecchio regime): circa 200mila soggetti della nomenklatura di terzo livello (il residuo di politici minori e uomini d'affari locali che erano i quadri del sistema di potere territoriale della Dc). Queste sono le truppe e le risorse che dovrebbero ricostruire il vecchio regime. Prima cercherebbero l'alleanza con la nomenklatura rossa D'Alema e Veltroni per salvare il bottino, lo Stato sociale. Poi, rinvigoriti, spaccherebbero a sinistra e a destra ricreando quel corpaccione consociativo finanziato dall'Italia che lavora e non si ribella.
Questo è Scalfaro nell'anno in cui l'Italia ha più bisogno di una politica sana che rimetta in ordine il Paese reinvestendo la ricchezza cumulata di recente in nuova modernità prima che sia troppo tardi. Scalfaro rappresenta il pessimismo della vecchia